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Mura-Salvatore-foto-2016 - CopiaPER UNA STORIA DELLE ÉLITES POLITICHE DELLA SARDEGNA CONTEMPORANEA.

I SENATORI (1848-1943)

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SALVATORE MURA

Università di Sassari

 

 

SOMMARIO: 1. Premessa. – 2. La questione del numero dei senatori sardi. – 3. La provenienza. – 4. La formazione. – 5. Le professioni. – 6. Gli orientamenti politico-culturali. – 7. L’età di nomina e la permanenza in carica. – 8. Le categorie. – 9. La partecipazione alle prime fasi del procedimento normativo. – 10. Gli interventi in aula. – 11. La funzione ispettiva. – 12. La questione assenteismo. – 13. Notabili di alto profilo. – 14. Conclusioni. – Abstract.

 

 

1. – Premessa

 

Questo contributo si inserisce in una ricerca più ampia sulle élites politiche della Sardegna contemporanea[1]. La strada sembra ormai aperta per rimettere in discussione l’impressione comune, che si è affermata senza opportuni approfondimenti, di una classe politica inadeguata, improduttiva e incompetente. La storiografia più recente, in linea con i pioneristici studi di Nicola Antonetti e Francesco Soddu, ha rivalutato in senso positivo i senatori[2]. Romano Ferrari Zumbini è arrivato alla conclusione che «quei senatori – pur apparendo talora come soci più o meno eccentrici di un club dell’alta società – delinearono con le loro iniziative (nell’attività di controllo e legislativa) un organo, il cui ruolo si rivelò meno marginale di quanto si sia tralaticiamente ritenuto: non erano “rappresentanti” (come i deputati), eppure furono meno “invalidi” di come li si è spesso raffigurati»[3]. Ancora più positiva la lettura di Fabio Grassi Orsini, il quale ha dimostrato, dopo un esame completo dei fascicoli dei nominati al laticlavio, che i senatori avevano un elevato livello culturale; erano personalità di riconosciuto prestigio sociale, anche e soprattutto grazie ai meriti professionali conquistati con il lavoro; erano spesso impegnati in attività caritatevoli, nel campo del mutualismo e della previdenza, e non costituivano una casta ristretta insensibile al progresso sociale e ai problemi della parte più debole della popolazione. Se il Senato non fu pienamente, come gli estensori dello Statuto avrebbero voluto, l’«assemblea dei migliori», si può sostenere però, a giudizio di Grassi Orsini, che la Camera alta incluse nei suoi ranghi specialmente personalità di alto profilo[4].

L’approdo a cui la storiografia nazionale è giunta può valere anche se l’attenzione si concentra sui senatori nati nell’isola e in qualche misura rappresentanti della Sardegna al Senato? Allo stato attuale, nonostante il crescente interesse nei confronti della storia delle élites politiche, non si trovano molti contributi sui rappresentanti della Sardegna alla Camera alta[5]. In particolare, accanto a penetranti profili biografici o vere e proprie biografie (come il libro di Antonello Mattone su Giuseppe Manno[6]), mancano specifici studi sui senatori sardi nel loro insieme[7]. Mi sembrava perciò utile una ricerca che andasse a indagare sulla provenienza, la formazione, le tendenze culturali e politiche, l’attività svolta in sede parlamentare e la partecipazione ai lavori del Senato del Regno, al fine di tracciare un profilo complessivo dei sardi che sedevano nei banchi della Camera di nomina regia. Certo, considerata la carenza di lavori settoriali e soprattutto la faticosa ricerca dei dati relativi ai senatori isolani all’interno di una quantità ingente di carte parlamentari (registri degli Uffici, registri delle presenze, fascicoli dei disegni di legge, atti parlamentari e così via), il ricorso a un’équipe di ricercatori forse sarebbe stata l’ipotesi migliore, ma probabilmente, anche a causa delle difficoltà insite nella costruzione di una squadra, si sarebbe allontanato nel tempo l’obiettivo di offrire una prima (e inevitabilmente limitata) analisi, che tuttavia può aprire la strada per nuovi e più completi approfondimenti.

 

 

2. – La questione del numero dei senatori sardi

 

Dal 1° aprile 1848 al 6 febbraio 1943 prestarono giuramento 2.362 senatori, di questi erano sardi soltanto 34 (in percentuale, appena l’1,4%)[8]. Avrebbero potuto essere 36, perché furono nominati, ma non giurarono, anche Vincenzo Amat e Giovanni Spano[9].

In termini assoluti, e rimandando a qualche riga sotto il ragionamento sul rapporto senatori-popolazione, la Sardegna si collocava fra le regioni dell’Italia meno rappresentate, preceduta dalla Basilicata (32 senatori), dall’Umbria (31), dal Friuli Venezia Giulia (30), dal Molise (21), dal Trentino Alto Adige (10) e dalla Valle d’Aosta (2). Tutte regioni che hanno una superficie molto più piccola della Sardegna, ma soprattutto, e vale in particolare per alcune, che hanno una storia politico-istituzionale assai differente. Se si escludessero i rappresentanti dell’isola alla Camera alta del Parlamento subalpino, il numero totale dei senatori sardi scenderebbe a 27, e così la Sardegna diventerebbe quart’ultima.

Certo più fattori influirono sulla scarsa numerosità della componente sarda. Anzitutto il ruolo marginale che la Sardegna ebbe nello scacchiere della grande politica nazionale rispetto ad altre regioni. Incise, oltre agli aspetti più generali di ordine socio-economico, anche l’assenza di leader di alto profilo in grado di influenzare le decisioni del sovrano e le deliberazioni del Governo. Con un regio decreto del 1850 si stabilì che il Consiglio dei ministri avrebbe dovuto deliberare sulle nomine dei senatori. La norma assegnò al Governo un potere che nella prassi aveva già esercitato e manteneva la prerogativa regia di ratificare la nomina[10]. Gradualmente, ma soprattutto dopo il regio decreto del 1876[11], sarebbe stato il presidente del Consiglio a conquistare ancora un’influenza maggiore sulla scelta dei senatori[12]. La Sardegna, però, non espresse grandi leader di governo per tutta l’età liberale. Francesco Cocco Ortu, tra i più importanti politici sardi che raggiunsero una dimensione nazionale, entrò a fare parte dell’esecutivo prima come ministro di Grazia e giustizia e poi come ministro di Agricoltura, industria e commercio[13]. Nessun sardo però, dal 1848 al 1943, fu nominato presidente del Consiglio o ministro dell’Interno.

Una testimonianza, che non può essere utilizzata per certificare la rilevanza esclusiva del presidente del Consiglio nella scelta dei senatori sardi ma neppure può essere completamente sottovalutata, si ritrova nelle pagine del diario di Domenico Farini, presidente del Senato quasi ininterrottamente dal 1887 al 1898. Il 25 ottobre 1898 Farini riportò il dialogo con l’allora presidente del Consiglio Luigi Pelloux. Quando le due cariche dello Stato discussero sulle future nomine, Pelloux propose a Farini il nome del sardo Salvatore Parpaglia e lui gli rispose: «Fui deputato con lui, è una brava persona, credo; ma, bada, in Sardegna, che ora ha un solo senatore, vi ha un vecchio parlamentare che non si può trascurare, il Salaris». Era stato ufficiale fino dal 1848 nei «cacciatori sardi»; era stato eletto per undici legislature; era un liberale, insisteva Farini. Ma alla fine il presidente del Consiglio avrebbe scelto Parpaglia. Francesco Salaris non sarebbe mai diventato senatore[14].

Non che da parte di diverse personalità della politica sarda mancassero tentativi di influenzare la scelta dei senatori. Le poche ma significative lettere rinvenute dimostrano l’esistenza di un’azione propositiva rivolta a raccomandare uomini politici, amministratori locali, magistrati. Ad esempio, il deputato sassarese Francesco Pais Serra scrisse a Giovanni Giolitti, allora alla guida del suo primo Governo, invocando la nomina di Antonio Campus, consigliere di Cassazione, «persona per rettitudine e integrità altamente degna di sedere nell’alto consesso»[15]. Giolitti però ignorò completamente la proposta del crispino Pais Serra[16]. Altrettanto fece Vittorio Emanuele Orlando, presidente del Consiglio nel dicembre 1918, quando ricevette dal deputato sassarese, Francesco Dore, l’indicazione di nominare l’avvocato Ciriaco Offeddu, presidente del consiglio provinciale di Sassari, che «alla propaganda per la guerra e per la resistenza del paese diede, in modo maggiormente straordinariamente encomiabile, tutte le sue energie»[17]. Non è da sottovalutare, inoltre, la volontà di influenzare le scelte del presidente del Consiglio attraverso le autocandidature. Il deputato Antonio Cao Pinna, il 17 aprile 1920, scrisse a Orlando autopromuovendosi per la nomina a senatore:

 

La mia aspirazione ad un posto nel Senato – scriveva Cao Pinna – trova fondamento nei servizi da me prestati come deputato al Parlamento per 27 anni, dei quali 15 come membro della Giunta generale del bilancio (relatore bilancio interni). Da 43 anni faccio parte del Consiglio provinciale di Cagliari e da 20 anni sono membro del Consiglio superiore del catasto. Questi titoli sottopongo alla tua equa attenzione, pregandoti di tener presente che la provincia di Cagliari ha un solo senatore e che tutti coloro che di detta provincia hanno preso parte alla vita pubblica possono avere titoli, ma non certo superiori ai miei[18].

 

L’autocandidatura di Cao Pinna non ottenne subito il successo sperato. L’avvento del fascismo, tuttavia, non gli precluse la nomina, che sarebbe arrivata nel 1924, quando in Senato sedevano il veterano Giuseppe Giordano Apostoli, il professore Carlo Fadda, il fascista, con un passato da radicale e repubblicano, Filippo Garavetti e il neosenatore Edmondo Sanjust di Teulada. Così la rappresentanza della Sardegna alla Camera alta raggiungeva le cinque unità, ottenendo un incremento importante rispetto a poco più di un anno prima quando i senatori sardi erano appena tre. All’opinione pubblica isolana, però, sembrava ancora ingiustamente inferiore e sproporzionata in confronto a quella di altre regioni d’Italia.

La questione del numero dei senatori sardi fu sollevata più volte dai parlamentari isolani, anche se sempre in modo piuttosto timido e mai ebbe un’importante eco pubblica in campo nazionale. Il 13 settembre del 1892 Pais Serra scrisse al presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, sostenendo che «il numero dei sardi non [era] certamente in proporzione a quello dei senatori delle altre provincie»[19]. Pais Serra, comunque, consapevolmente o no, evitava di fare riferimento al rapporto fra popolazione dell’isola e numero dei senatori.

Qualche anno prima, Fedele Lampertico aveva dato alle stampe uno studio destinato a diventare un riferimento. Nello Statuto e il Senato, il politico e studioso veneto aveva riportato una tabella con il numero dei senatori (seconda riga) di ogni legislatura in rapporto alla popolazione delle rispettive regioni (terza riga, rapporto su 100.000 ab.)[20]. La situazione della Sardegna era la seguente:

 

Tab. 1. Numero dei senatori sardi in rapporto alla popolazione

Legislatura

I-III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

XI

XII

XIII

XIV

XV

Numero di Senatori

5

4

6

6

5

7

7

7

8

8

6

5

4

Rapporto con la popolazione su 100.000 abitanti

0,91

0,71

1,06

1,04

0,84

1,35

1,15

1,14

1,26

1,22

0,90

0,73

0,57

 

Secondo i dati elaborati da Lampertico, per tutte le sette legislature del Regno di Sardegna, l’isola aveva un numero di senatori, in rapporto alla popolazione, superiore alle altre regioni di Terraferma[21]. Neppure dall’Unità sino alla XV legislatura, a ben vedere, i sardi avevano valide motivazioni per lamentare una sottorappresentanza rispetto alle altre regioni del Regno d’Italia. Ecco la tabella elaborata da Lampertico[22].

 

Tab. 2.  Numero dei senatori delle regioni italiane in rapporto alla popolazione

Regioni

Rapporto per 100.000 ab.

Legislature in cui si ebbe

il numero massimo e minimo

Massimo

Minimo

Piemonte

2.35

1.60

IV, X

Liguria

3.09

1.48

IX, I e II

Sardegna

1.35

0.57

VIII, XV

Lombardia

1.42

1.07

IX, VII

Venezia

0.82

0.56

XIII e XIV, X

Napoli

0.97

0.70

XIV, VIII

Sicilia

1.52

0.94

XIII, VIII

Toscana

1.84

0.87

XII, VII

Modena, Reggio

0.92

0.64

XII, IX

Parma, Piacenza

1.50

0.77

XI, IX

Romagne

1.91

1.04

X, VII

Marche

0.67

0.41

VIII, XV

Umbria

0.52

0.17

XIII e XIV, XV

Roma

1.31

0.86

XI, XV

Stato

2.13

1.07

IV,XV

 

È invece diversa la conclusione che si può trarre a partire dalle elaborazioni di Nicola Antonetti, il quale ha calcolato che la percentuale dei sardi al Senato fu pressoché costante per tutta l’età liberale, poco sotto in media del 2%[23]. Se questo dato si raffronta con il rapporto percentuale della popolazione isolana rispetto alla popolazione di tutto il Regno, rapporto che, come risulta dai censimenti, era superiore al 2%, si nota che la Sardegna, in realtà, era, seppure di poco, sempre sottorappresentata.

 

Tab. 3. Rapporto fra la popolazione dell’Italia e quella della Sardegna

Censimenti

(Dati Istat)

Popolazione del Regno d’Italia

Popolazione

della Sardegna

Rapporto

31 dicembre 1861

22.176.477

609.015

2,75%

31 dicembre 1871

27.299.833

636.413

2,33%

31 dicembre 1881

28.951.546

680.450

2,35%

10 febbraio 1901

32.963.316

795.793

2,41%

10 giugno 1911

35.841.563

868.181

2,42%

1° dicembre 1921

39.396.757

885.467

2,25%

21 aprile 1931

41.043.489

983.760

2,40%

21 aprile 1936

42.389.489

1.034.206

2,44%

*Il censimento del 1891 non si tenne per le difficoltà finanziarie in cui versava lo Stato italiano; quello del 1941 non si svolse a causa della seconda guerra mondiale.

 

In definitiva, si possono escludere due ipotesi interpretative: sia che la Sardegna fosse sempre troppo sottorappresentata sia, al contrario, che l’isola fosse sempre eccessivamente rappresentata in ogni periodo della storia del Senato del Regno. E si può anche sostenere che non fu vittima di una grande ingiustizia né subì un trattamento di particolare favore.

La distribuzione delle nomine durante tutto l’arco del periodo considerato, al di là del dato che riguarda il Regno di Sardegna, mostra due picchi. Nell’età della Destra storica e poi ancora nell’età giolittiana si conta, come si può vedere dalla tabella 5, il maggiore numero di nomine[24]. Non è forse soltanto un caso: si tratta di due periodi in cui il ceto parlamentare sardo ha un rilievo non trascurabile nel quadro politico nazionale. Se infatti si guarda ai più alti incarichi ricoperti dai parlamentari sardi durante l’età liberale si noterà che negli anni della Destra Giuseppe Manno e Francesco Maria Serra divennero rispettivamente presidente e vicepresidente del Senato e negli anni che vanno dal 1901 al 1914 i sardi possono contare su Francesco Cocco Ortu[25].

 

Tab. 4. Numero dei senatori sardi nominati dal 1848 al 1943

 

Nomine

Regno di Sardegna (1848-1960)

7

Età della Destra storica (1861-1876)

6

Età depretisiana (1876-1887)

3

Età crispina (1887-1896)

2

Crisi di fine secolo (1896-1900)

2

Età giolittiana (1901-1914)

6

Prima Guerra mondiale (1915-1918)

1

Primo dopoguerra (1919-1922)

1

Età fascista (1922-1929)

3

Età fascista (1930-1943)

3

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Incrociando le date di nomina con gli orientamenti politici, si può osservare come nel primo quindicennio unitario prevalse il reclutamento di magistrati appartenenti alla destra, mentre durante l’età giolittiana prevalsero le nomine di professori universitari e avvocati schierati o vicini alla sinistra[26]. L’età giolittiana si distingue anche per l’assenza di “tecnici” fra i nominati al laticlavio.

 

 

3. – La provenienza

 

Cagliari era il luogo di nascita del 38% dei senatori sardi, ma nella capitale dell’isola nel 1861 abitava soltanto il 5,5% della popolazione sarda e sessant’anni dopo il 7,4%.  La provenienza urbana dei senatori non è dunque proporzionale alla distribuzione generale della popolazione nel territorio isolano, come è confermato anche dal dato di Sassari dove, al momento dell’Unità, abitava il 4,2% della popolazione sarda e l’anno prima della marcia su Roma il 4,9%, mentre la seconda città della Sardegna diede i natali a quasi il 15% dei senatori[27]. Non si dispone di un simile calcolo per le altre regioni d’Italia, e quindi non è per ora possibile avanzare un confronto.

Grafico1. Città e comuni di nascita dei senatori sardi

 

La considerazione, forse più ovvia, richiama la relazione che esisteva fra classi alte, a cui appartenevano (chiaramente) i senatori sardi, e la dicotomia città/campagna. Anche in un’isola trainata da un’economia agricola, le città erano storicamente la sede privilegiata dall’élite dominante, il luogo dove si raccoglieva, e si esercitava, il potere, e in particolare quello politico. Cagliari, anzitutto, ma anche Sassari aveva un’élite diversa rispetto a quella delle campagne[28]. Maggiormente interessate alla politica e ai “grandi” avvenimenti dello Stato, le classi alte cittadine erano proiettate sul campo nazionale. In loro c’era, anche se in alcuni momenti sembra più appannato e in altri più vivace, un orientamento politico-culturale che le connetteva ai movimenti e ai partiti, più in generale alle ideologie che animavano la vita politica. D’altronde, Cagliari e Sassari erano anche le due città universitarie, e il ruolo degli atenei nella formazione di una cultura generale, e quindi anche politica, non va sottovalutato[29]. In fondo, considerata la scarsissima mobilità sociale, è quasi naturale che gran parte dei senatori nascesse proprio nelle città. E anche questo forse potrebbe spingere verso l’ipotesi di un Senato delle élites cittadine.

 

 

4. – La formazione

 

Per una parte dei senatori sardi il comune di nascita non era né il luogo principale della formazione né quello della professione. Ciò vale, fra gli altri, per i militari Gioachino Boyl, Ernesto Presbitero e Giovanni Sechi, per il diplomatico Salvatore Pes di Villamarina, per il prefetto Giuseppe Campi Bazan, per i professori universitari Gian Pietro Chironi e Antonio Ponsiglioni, per i magistrati Giuseppe Musio e Pietro Lissia. Certo si trattava di professioni che prevedevano una certa mobilità, ma c’è un caso anche tra gli avvocati. Nella seduta del 4 luglio 1916 la Camera vitalizia commemorò in aula il senatore sardo Salvatore Parpaglia. Prima intervenne Carlo Fadda e poi Filippo Garavetti, che in apertura del suo discorso sottolineò che egli era l’unico senatore sardo residente nell’isola. Anche l’avvocato Giordano Apostoli, infatti, si era definitivamente trasferito nella capitale, dove, peraltro, sarebbe stato assessore comunale.

Un dato sembra incontestabile: l’alta formazione era un comune denominatore dei senatori sardi. La percentuale dei laureati in Giurisprudenza supera il 60% del totale, dato che conferma come gli studi giuridici rappresentassero la strada maestra per la formazione della classe dirigente. La maggior parte dei senatori si era formata nelle Università sarde, ma non mancò chi scelse la penisola: Fadda, ad esempio, optò per la facoltà di Giurisprudenza di Torino. Se il titolo di studio non può essere sufficiente per concludere che i senatori sardi costituissero un’èlite colta, si tratta comunque di un indizio significativo e non trascurabile, a cui possono sommarsi altri elementi rivelatori.

Uno di questi è la produzione scientifica dei senatori. I professori universitari sardi che sedettero nei banchi della Camera alta appartenevano all’élite accademica. Chironi, Fadda e Loru erano dei riconosciuti maestri. I primi due, in particolare, lasciarono un segno profondo nelle rispettive discipline[30]. Un saggio di Luisa Piccinno dimostra l’importanza dell’opera scientifica del senatore sardo Antonio Ponsiglioni, «uno dei personaggi di maggior spicco della cultura economica ligure di fine Ottocento»[31]. Anche Gavino Scano, che ingiustamente risulta piuttosto trascurato, era una personalità di un certo rilievo. Professore di diritto penale e procedura civile e criminale, preside della Facoltà giuridica e rettore dell’Ateneo cagliaritano per l’anno accademico 1882-1883, Scano esercitò anche la professione di avvocato e diresse il giornale «Corriere di Sardegna».

La formazione prevalente era sia giuridica che umanistica. Al diritto si affiancavano la storia, i classici della filosofia, la letteratura. I casi che si possono richiamare sono numerosi. Il magistrato Giuseppe Manno è fra gli esempi più emblematici. La sua opera è nota, largamente studiata, e qui non sembra opportuno soffermarsi su di lui[32]. Vale la pena ricordare, invece, la formazione di Edmondo Sanjust di Teulada e Antonio Cao Pinna, che rappresentavano un’eccezione: erano, infatti, laureati in ingegneria. Il primo, in particolare, ebbe una carriera professionale e politica di una certa importanza. Lasciò la sua impronta in numerose opere: dal ponte di ferro sul Flumendosa all’ampliamento dei porti di Bosa, Cagliari, Carloforte, Tortolì e ai lavori di bonifica di Sanluri. Diventato ingegnere capo di 1° classe del genio civile di Milano, diresse lì i lavori del Palazzo delle Poste e diversi interventi idraulici, anche sul fiume Po. Qualche anno dopo, trasferitosi a Roma, ricevette l’incarico dal sindaco, Ernesto Nathan, di elaborare il nuovo piano regolatore della città. Il suo lavoro fu largamente apprezzato. Gli commissionarono progetti simili le amministrazioni comunali di Albano, Udine, Salerno, Messina, Reggio Calabria[33].    

Anche i senatori militari avevano una formazione diversa rispetto a quella dominante. A parte Giovanni Antonio Pagliaccio (o Pagliacciù) della Planargia, che apparteneva alla tradizione settecentesca dei nobili-militari, gli altri tre, Gioachino Boyl, Ernesto Presbitero e Giovanni Sechi, avevano frequentato le scuole militari. In particolare Sechi, che fra l’altro divenne ministro della Marina nel primo e secondo Governo Nitti e nel quinto Governo Giolitti, era anche docente della Regia accademia navale. Scrisse qualche articolo nella «Rivista d’Italia e d’America» (Gli Stati Uniti e il disarmo da Washington a Locarno et ultra), nella «Nuova Antologia» (Il trattato di Locarno e l’equilibrio del Mediterraneo) e diede alle stampe un manuale in due volumi, Elementi di arte militare marittima[34] per la formazione degli allievi[35].

Non è stato accertato il titolo di studio di sette senatori, ma fra questi c’erano personalità di riconosciuta autorevolezza, anche sotto il profilo culturale[36]. Il nobile Ignazio Aymerich molto probabilmente non possedeva la laurea. D’altronde, alla fine del Settecento e nella prima metà dell’Ottocento non era così scontato che i giovani aristocratici si formassero nelle università statali[37]. In ogni caso, Aymerich aveva un’alta formazione. Attento alle questioni della terra, dei trasporti e delle comunicazioni, era un esperto dei problemi economici che riguardavano la Sardegna. La classe politica al potere lo considerava un interlocutore privilegiato. Fu autore, fra l’altro, di diverse opere sulle ferrovie, sulla perequazione dell’imposta prediale, sulla proprietà fondiaria e sull’agricoltura[38].

 

 

5. – Le professioni

 

La distribuzione delle professioni, sempre all’interno dell’insieme dei senatori sardi, dimostra la prevalenza dei magistrati (12), in numero doppio rispetto ai professori universitari, comunque ben rappresentanti, più che doppio rispetto ai militari e triplo rispetto agli avvocati (assenti, invece, altre professioni di notevole prestigio sociale, come medici o notai).

 

Grafico 2. Le professioni dei senatori

 

È difficile offrire una spiegazione che giustifichi questa netta prevalenza dei magistrati, se non ricorrendo a considerazioni di carattere generale. Qualche anno fa Francesco Soddu ha ribadito che la presenza dei magistrati era considerata «auspicabile» nella Camera alta[39]; ma ancora prima Pietro Saraceno aveva notato che, se l’ingresso alla Camera dei deputati era stato ristretto e le leggi elettorali avevano posto precisi limiti ai magistrati, le porte del Senato rimasero per loro sempre spalancate[40]. In effetti, ben 6 delle 21 categorie dello Statuto (art. 33) furono riservate ai magistrati (ordinari, amministrativi e contabili). Inoltre diversi magistrati vennero nominati per altre categorie. È il caso, ad esempio, dei senatori sardi, Giuseppe Grixoni e Pietro Lissia, rispettivamente giudice della Reale Udienza di Cagliari e consigliere di Stato, entrambi nominati nella 3a categoria (i deputati dopo tre legislature, o sei anni di esercizio), e di Nicola Pasella, presidente di sezione della Corte d’appello di Ancona ma nominato nella 16 categoria (i membri dei Consigli di Divisione, dopo tre elezioni alla loro presidenza)[41].

Quasi due terzi dei senatori sardi, e precisamente 22 su 34, avevano ricoperto un incarico politico già prima della nomina. Gli ex-deputati (17) erano il gruppo più numeroso e più o meno omogeneamente distribuito. Sia durante l’età della Destra storica sia durante l’età giolittiana, infatti, cinque senatori su sei erano ex-deputati (dal 1861 al 1876: Boyl, Falqui Pes, Grixoni, Serra[42], Siotto Pintor; dal 1901 al 1914: Chironi, Garavetti, Giordano Apostoli, Ponsiglioni, Solinas Apostoli). Avevano invece ricoperto la carica di sindaco: Ignazio Aymerich, sindaco di Laconi, Salvatore Parpaglia, sindaco di Oristano, Giampietro Chironi, sindaco di Torino, Nicola Pasella e Filippo Garavetti, sindaci di Sassari. Evidentemente questi dati spingono più verso l’interpretazione di una componente sarda politicizzata, direttamente partecipe o comunque coinvolta nel dibattito politico del tempo, piuttosto che verso l’ipotesi di una componente «tecnica», poco attenta agli equilibri in gioco nel Parlamento del Regno.

 

Grafico 3. Cariche politiche e amministrative ricoperte dai senatori sardi

 

Al dato dei funzionari pubblici (grafico 2), volendo comprendere l’incidenza della burocrazia[43], si può aggiungere almeno un altro elemento, rappresentato dall’unico prefetto della componente sarda, Giuseppe Campi Bazan. Nato nel 1817, aveva cominciato la sua carriera in giovane età come commissario governativo della provincia di Reggio Emilia (Cavour lo stimava particolarmente). Fu poi promosso prefetto di Ascoli Piceno, e quindi passò a Macerata, Forlì, Bari, Pavia, Verona e Parma. Durante il periodo trascorso alla guida della prefettura di Forlì si impegnò nella realizzazione di un’opera, intitolata Monografia statistica, economica, amministrativa della provincia di Forlì[44], che si inseriva nelle trattazioni compiute dai prefetti per illustrare, seguendo un approccio quantitativo, la realtà della provincia[45].

La componente sarda nel suo complesso non si caratterizzava per essere una proiezione della nobiltà di origine feudale. In una società quasi esclusivamente agricola si conservavano sostanzialmente inalterati il prestigio e il potere dei grandi proprietari terrieri discendenti dalle famiglie baronali. Nella Sardegna dell’Ottocento la nobiltà era il nucleo dell’élite economica e sociale isolana[46]. Eppure al momento della nomina esibirono titoli nobiliari 17 senatori, 9 dichiararono di non essere nobili, gli altri 8 non presentarono titoli nobiliari[47]. In linea con un andamento del Senato nel suo insieme (la percentuale dei nobili, in un primo momento più consistente, poi si attenua[48]), si registra una tendenza decrescente dei senatori sardi con titoli nobiliari: nel 1848 erano nobili 4 su 5, al momento dell’Unità 5 su 7, mentre all’avvento del fascismo solo 1 su 5.

Ricostruire i gradi di parentela dei senatori sardi richiede una lunga attività di scavo, tuttavia, non sembra evidente l’esistenza di “grandi dinastie”, cioè di famiglie a vocazione politica rappresentate con continuità alla Camera alta. Secondo Antonio Ponsiglioni, il Governo si trovava in difficoltà nella scelta dei sardi da nominare, «non potendo, si può quasi dirlo in modo assoluto, ricorrere alla categoria del censo dopo lo sfacelo degli antichi patrimoni nobiliari e la mancanza della grande industria»[49]. In realtà, sembra che il Governo nella ricerca dei candidati al laticlavio valutasse, ancor prima della famiglia di appartenenza, dell’estrazione sociale o della ricchezza materiale, la cultura politica e l’orientamento “partitico”, la fedeltà alla monarchia e al sistema liberale. In alcuni periodi, come ad esempio negli anni del primo dopoguerra, la valutazione tenne conto soprattutto dei meriti patriottici e delle imprese compiute durante il triennio bellico[50]. Nel 1917, infatti, divenne senatore Ernesto Presbitero, viceammiraglio pluridecorato, con all’attivo un ruolo importante nella campagna d’Africa, in estremo oriente, nella guerra italo-turca e nella prima guerra mondiale[51]. Nel 1919, come si è detto, sarebbe diventato senatore Giovanni Sechi, controammiraglio anch’egli pluridecorato.

 

 

6. – Gli orientamenti politico-culturali

 

I senatori sardi della generazione del Risorgimento erano espressione fedele della cultura dominante dell’epoca. Essi parteciparono al maturare delle idee liberali, portando alla Camera alta la visione di una società essenzialmente rurale, scrupolosa nel rispetto del diritto di proprietà, attenta all’instaurazione del regime di libero scambio, interessata alla promozione delle infrastrutture, come ad esempio la costruzione delle ferrovie. Dal dibattito che si tenne al Senato sull’abolizione degli ademprivi, terreni in cui gli abitanti dei comuni esercitavano gli usi di pascolo, semina e legnatico, si possono ricavare molti elementi che permettono di comprendere la cultura dei senatori sardi dell’età del Risorgimento[52].

I discorsi di Cristoforo Mameli, Giuseppe Musio, Giovanni Siotto Pintor, ma anche quelli del filogovernativo Francesco Maria Serra, rivelano, oltre ad un’abilità argomentativa e ad una vasta erudizione, il tentativo di analizzare la realtà con un approccio che sarebbe riduttivo definire conservatore[53]. Si trattava, certo, di personalità con una cultura fondata sul rispetto degli equilibri sociali consolidati, sull’ordine e sulla deferenza nei confronti degli interessi proprietari, ma era anche una cultura per certi versi innovativa perché tendeva al superamento dello Stato di Antico regime[54]. L’azione politica dei senatori sardi era rivolta anche a cambiare l’esistente e non semplicemente a conservare le posizioni di privilegio. Nei loro interventi, infatti, riconoscevano l’importanza del nuovo corso, sancito dalla concessione dello Statuto, e anche se non tutti erano disposti ad ammetterlo sostanzialmente aderivano al modello filosofico e politico della borghesia. Come si possono interpretare la fiducia nelle potenzialità della “proprietà perfetta”, i tentativi di modificare l’economia tradizionale e di avviare una modernizzazione nelle campagne? I senatori sardi erano ideologicamente legati più alla classe sociale in ascesa che alla vecchia aristocrazia di origine feudale.

La visione della generazione del Risorgimento si ritrova, in larga misura, nelle generazioni successive. Anche dopo l’età depretisiana prevalse la linea liberal-moderata tendente alla diffidenza nei confronti delle riforme sociali direttamente o indirettamente rivolte all’emancipazione delle classi più basse. Questo non vuol dire che gli uomini destinati a diventare senatori auspicassero l’arretratezza piuttosto che il progresso. Dominava allora l’idea che nessun progresso dovesse avvenire a scapito della stabilità dell’ordine costituito. La preoccupazione che un cambiamento potesse aprire la strada ad una svolta rivoluzionaria in grado di sconvolgere l’assetto liberale spingeva i senatori verso l’opposizione per ogni forma di conflitto sociale.

È paradigmatico il dibattito che si tenne al Senato all’indomani dei moti popolari del maggio 1906. Agli scioperanti, soprattutto operai e pastori, che reclamavano migliori condizioni di vita avevano risposto carabinieri e soldati sparando sulla folla, uccidendo due dimostranti e ferendone centinaia[55]. Il senatore sardo Michele Carta Mameli[56] presentò un’interpellanza, il cui titolo è già di per sé evocativo: «sui provvedimenti di prevenzione e di repressione ivi adottati a tutela dell’ordine pubblico e della proprietà manomessa»[57]; poi durante la discussione affermò che le autorità si erano dimostrate troppo morbide e «nulle» nella repressione. Bisognava, invece, avere una «mano di ferro» nella tutela dell’ordine[58]. Anche se queste dichiarazioni non possono portare a conclusioni generali, sono il segnale di una componente sarda che non si sforzava di comprendere fino in fondo la complessità della società dei primi del secolo né si faceva portavoce di un’evoluzione del rapporto fra istituzioni e classi emergenti.

Alla protesta dei lavoratori, che si espresse in manifestazioni rilevanti persino in campo nazionale (si pensi all’eccidio dei minatori di Buggerru che fu all’origine dello sciopero generale del 1904),  non seguì una qualche forma di coinvolgimento politico. Il ricambio, proprio come il sistema delle categorie disciplinava, ebbe gli aspetti di una “sostituzione” fra simili. È il caso, ad esempio, di Antioco Loru, professore universitario di diritto romano e già deputato nella II legislatura, che divenne senatore nel 1883[59]. Anni dopo, in età giolittiana, sarebbe stato nominato anche uno dei sui allievi più bravi, Gian Pietro Chironi, anch’egli professore di diritto romano e civile e già deputato nella XVIII legislatura, «appartenente alla generazione di giuristi che, nutrita di valori e miti risorgimentali, assunse il compito di formare una “scienza nazionale”, una “scuola del diritto civile italiana”»[60].  

In questa prevalente tendenza politica liberal-moderata, seppure di tanto in tanto aperta, cautamente, verso il progresso economico, si può considerare quasi un’eccezione,  tenendo presente le idee di partenza, Filippo Garavetti, avvocato e poi anche professore di diritto commerciale nell’Università di Sassari. Repubblicano, leader della sinistra sassarese, fu eletto deputato nel 1887[61]. Alla Camera, dove sarebbe rimasto sino al 1904, si schierò con l’Estrema sinistra, tanto che Farini lo apostrofò come l’«anima dannata di Cavallotti»[62]. È ancora da comprendere meglio come nacque e come si realizzò, nel gennaio 1910, la sua nomina a senatore, che gli valse l’appellativo ironico di «repubblicano del re»[63]. A ben vedere, però, il suo profilo biografico si differenziava da quello dei suoi colleghi sardi meno di quanto possa sembrare. «All’infuori della generica adesione alle posizioni cavallottiane», Garavetti era «schivo di atteggiamenti rivoluzionari e amante dell’ordine», tanto che avrebbe aderito al fascismo sin dal primo momento della sua affermazione[64].

Merita di non essere trascurato il rapporto dei senatori sardi con la cultura cattolica. In generale, il Risorgimento aveva segnato un calo dell’influenza del cattolicesimo nella vita politica italiana e lo sviluppo di sentimenti anticlericali nel ceto parlamentare. I senatori sardi, invece, rimasero sostanzialmente fuori dall’ondata di anticlericalismo. C’era chi, come il proprietario terriero, magistrato e letterato, Giovanni Siotto Pintor, difendeva con tenacia il diritto di proprietà della Chiesa e si schierava contro i tentativi dello Stato di appropriarsi dei beni ecclesiastici[65]. Nella prima generazione di sardi alla Camera alta ebbero un’attrazione significativa le tendenze giobertiane. In alcuni casi, come ad esempio in Cristoforo Mameli, il cattolicesimo era parte integrante della formazione e dell’azione politica. Dopo la laurea in Giurisprudenza nel 1817, Mameli si era ritagliato una discreta fama di esperto di diritto ecclesiastico che gli aveva consentito di diventare assessore della curia vescovile cittadina[66]. In qualità di ministro della Pubblica istruzione (marzo 1849-novembre 1850) si era impegnato perché la Chiesa conservasse un ruolo di primo piano nell’insegnamento. Da deputato e poi da senatore si era opposto al progetto di legge per la soppressione delle decime, alla legge sul matrimonio civile, al progetto di abolizione degli ordini religiosi e al trasferimento della capitale a Roma[67]. In realtà, nessun senatore sardo sembrava disposto a mettere in completa discussione il ruolo della Chiesa nella società italiana, anche se in alcuni, come in Musio, prevaleva una concezione profondamente laica dello Stato[68] (e tuttavia Musio prima di morire chiese e ottenne i conforti religiosi[69]).

All’atto di costituzione del Partito popolare italiano, vi avrebbe aderito Edmondo Sanjust di Teulada, che già alle elezioni del 1913 aveva avuto un aiuto importante da parte dei vescovi, i quali si erano impegnati ad orientare i voti dei cattolici a suo favore. Nelle prime elezioni con la proporzionale e con il collegio unificato (Cagliari-Sassari), grazie al supporto dei cattolici che risposero all’appello del clero, fu riconfermato con 18.010 preferenze: «il che sta a significare – ha osservato Giampaolo Pisu – come il Sanjust raccogliesse simpatie e consensi non solo tra le forze popolari ma anche tra strati cittadini «clericali» e strati di antica borghesia clerico-moderata»[70]. Affezionato ai valori della tradizione cattolica conservatrice, ma anche a quelli della patria e dell’ordine, rimase affascinato dall’avvento del fascismo. La leaderschip di Mussolini, in particolare, gli sembrava avesse finalmente rivitalizzato sia il sentimento nazionale che quello religioso. A pochi giorni dalle elezioni del 1924, sottoscrisse un appello, insieme a 150 personalità, a favore di un reale appoggio al Governo Mussolini, in nome della concretezza politica e del senso di responsabilità[71].

Al fascismo era strettamente legato, forse più di qualunque altro senatore sardo, Pietro Lissia. Dopo la laurea in Giurisprudenza conseguita nell’Università di Sassari, entrò nell’amministrazione pubblica, diventando, poco dopo la grande guerra (era stato ferito gravemente sul Carso), primo segretario dell’amministrazione centrale dell’Interno. Cominciata la carriera politica nel 1910 come consigliere provinciale, si candidò alle elezioni del 1919 per il rinnovo della Camera dei deputati nella lista del Fascio parlamentare. Eletto, aderì al gruppo radicale e si sforzò di conquistare le attenzioni governative con l’intento di affrontare i problemi della Sardegna (trasporti e comunicazioni, sicurezza nelle campagne, bonifiche e trasformazione dei terreni), ma rimase all’interno di una tradizione rivendicazionista di origine ottocentesca che ormai mostrava evidenti segnali di debolezza[72]. Superate con un buon successo personale le elezioni del 1921, si iscrisse al gruppo della Democrazia sociale ed entrò nel primo Governo Facta, ricoprendo la carica di sottosegretario al ministero della Guerra. Fu poi sottosegretario alle Finanze dalla costituzione del Governo Mussolini sino alle elezioni del 1924 (sarebbe stato richiamato una seconda volta, per ricoprire lo stesso incarico, dal 1941 al 1943). Intanto aveva richiesto, e ottenuto, la tessera del Pnf e mosso i primi passi per conquistare più larghi consensi, attraverso il coinvolgimento nella “rivoluzione” fascista sia dei combattenti sia degli uomini della destra liberale[73], fra i quali c’era Antonio Cao Pinna alla ricerca di sostegni per ottenere quello a cui ambiva, la nomina a senatore. Le elezioni del 1924, dove raccolse un numero di preferenze notevole (oltre 23.000), lo proclamarono leader indiscusso del fascismo del Nord Sardegna[74].

 

 

7. – L’età di nomina e la permanenza in carica

 

Lo Statuto stabiliva, all’articolo 33, che per accedere al Senato occorreva avere «l’età di quarant’anni compiuti», in un paese in cui, secondo i dati Istat ora a disposizione[75], nel 1863 la speranza di vita per un maschio adulto arrivava a quasi 49 anni (dato che poi sarebbe lentamente cresciuto sino ad arrivare nel 1943 a 65 anni)[76]. La costituzione francese del 1814, che aveva rappresentato un modello per il Consiglio di Conferenza, fissava l’ingresso nella Camera dei pari a 25 anni e voto deliberativo solo a 30[77].

 

Tab. 5. Fasce d’età dei senatori sardi al momento della nomina

Fasce d’età

40-49

50-59

60-69

70-79

80-89

Numero dei senatori

3

9

15

6

1

 

Quasi la metà dei senatori sardi ricevettero la nomina nella fascia d’età compresa fra i 60 e i 69 anni, quindi in un’età per quei tempi piuttosto avanzata. Nella valutazione dei candidati al laticlavio l’età anagrafica non si considerò attentamente. Gli spostamenti dalla Sardegna alla capitale per la partecipazione alle sedute richiedevano uno sforzo anche fisico che un anziano poteva reggere con maggiore fatica con conseguenze sulle presenze, sul numero legale dell’assemblea e dunque sull’attività legislativa. L’età media di nomina non subì significativi mutamenti negli anni considerati: anzi, piuttosto che diminuire, dal 1900 in poi, aumentò leggermente. Che l’età anagrafica non fosse ritenuta un grande limite lo possono dimostrare, ad esempio, la nomina nel 1890 del settantanovenne, magistrato e professore universitario, Pietro Salis (ma anche Falqui Pes, Giordano Apostoli, Manno, Scano, Solinas Apostoli, Emanuele Pes di Villamarina divennero senatori dopo aver compiuto i 70 anni), e quella di Cao Pinna, che aveva addirittura quasi 82 anni[78].

La durata media del mandato dei senatori sardi fu di quasi quindici anni, un periodo sufficiente per maturare una significativa esperienza. Aymerich sarebbe rimasto in carica per 33 anni, superando persino Sechi, il secondo più longevo, che arrivò a 29 anni. Questi ultimi, in realtà, erano dei casi limite, come lo era, nel senso opposto, per la brevità del mandato, Falqui Pes, nominato a maggio del 1863 e morto a febbraio del 1864.

 

Tab. 6. Durata in carica dei senatori sardi       

Durata della carica in anni

0-9

10-19

20-29

30-39

Numero dei senatori

9

15

9

1

 

Non tutti i senatori sardi conclusero il mandato al momento del decesso. Quelli ancora in carica dopo l’armistizio dell’8 settembre furono deferiti all’Alta corte di giustizia per le sanzioni contro il fascismo. Oltre a Giovanni Sechi, ma per il suo caso l’Alta corte non si pronunciò per la decadenza[79], bisogna considerare anche Pietro Lissia, Antonio Andreoni, Luigi Arborio Mella di Sant’Elia e Rodolfo Loffredo. Lissia fu colpito dall’ordinanza di decadenza dalla carica di senatore per aver partecipato, come sottosegretario di Stato al ministero delle Finanze, ad un Gabinetto fascista dopo il 3 gennaio 1925, «per avere contribuito a mantenere il regime fascista e a rendere possibile la guerra facendo funzionare il Senato con la partecipazione ai lavori degli Uffici prima e poi delle Commissioni legislative»[80]. Lissia, tuttavia, presentò ricorso davanti alle Sezioni unite civili della Cassazione e ottenne l’annullamento della decadenza, seppure dopo la soppressione del Senato regio[81].

Una sorte analoga ebbero Arborio Mella e Loffredo, anche se entrambi non avevano mai ricoperto cariche di governo e avevano avuto un ruolo politico meno significativo rispetto a quello di Lissia. Inizialmente accusati di avere contribuito con i voti e gli atti al mantenimento del fascismo e di avere reso possibile la guerra e quindi dichiarati decaduti, poi in un certo senso riabilitati dalla Sezioni unite civili della Cassazione, che avrebbe annullato la decadenza quando il Senato del Regno era però già stato soppresso[82]. Andreoni, invece, che aveva presentato ricorso contro la decadenza (ordinata per «aver mantenuto il fascismo e resa possibile la guerra sia con i voti sia con azioni individuali, tra cui propaganda esercitata dentro e fuori il Senato»[83]), si vide negare dalle Sezioni unite penali della Corte di Cassazione l’ammissibilità del ricorso il 15 gennaio 1946[84].

 

 

8. – Le categorie

 

La scelta dei senatori era, in qualche misura, delimitata. Per fare parte della Camera alta occorreva essere già delle importanti personalità, fare parte di un’élite. L’articolo 33 dello Statuto stabiliva che per essere nominato senatore era necessario appartenere almeno ad una delle ventuno categorie elencate: 1a. Arcivescovi e vescovi dello Stato; 2a. Presidenti della Camera dei deputati; 3a. Deputati dopo tre legislature o sei anni di esercizio; 4a. Ministri; 5a. Ministri segretari di Stato; 6a. Ambasciatori; 7a. Inviati straordinari, dopo tre anni di tali funzioni; 8a. Primi presidenti e presidenti del magistrato di Cassazione e della Camera dei conti; 9a. Primi presidenti dei magistrati d’appello; 10a. Avvocato generale presso il magistrato di Cassazione e procuratore generale, dopo cinque anni di funzioni; 11a. Presidenti di classe di magistrati di appello, dopo tre anni di funzioni; 12a. Consiglieri del magistrato di Cassazione e della Camera dei conti, dopo cinque anni di funzioni; 13a. Avvocati generali e fiscali generali presso i magistrati d’appello, dopo cinque anni di funzioni; 14a. Ufficiali generali di terra e di mare (maggiori generali e contrammiragli con cinque anni di attività); 15a. Consiglieri di Stato con cinque anni di funzioni; 16a. Membri dei consigli di divisione (organi che, dopo il decreto legislativo del 23 ottobre 1859, n. 3702, presero il nome di Consigli provinciali), dopo tre elezioni alla presidenza; 17a. Intendenti generali, dopo sette anni di esercizio; 18a. Membri della Regia accademia delle scienze, dopo sette anni di nomina; 19a. Membri ordinari del Consiglio superiore d’istruzione pubblica, dopo sette ani di esercizio; 20a. Coloro che con servizi o meriti eminenti avevano illustrato la patria; 21a. Persone che pagavano da tre anni tre mila lire d’imposizione diretta in ragione dei loro bene e della loro industria[85].

Questo articolo indirizzò la selezione dei senatori verso l’élite sarda (o di origine sarda) di livello nazionale, tanto che può sembrare, considerate le carriere dei senatori sardi, che distinguersi all’interno del contesto locale o soltanto isolano non fosse una condizione sufficiente. All’interno della Camera vitalizia sino al 1882 la 21a categoria fu quella più numerosa rispetto alle altre[86]. In tutta la storia del Senato del Regno, invece, furono soltanto tre i senatori sardi nominati per la 21a – Aymerich, Arborio Mella e Ponsiglioni –, e non furono mai maggioranza.

Nel gruppo dei trentaquattro senatori sardi la categoria di gran lunga prevalente (cfr. la tabella sotto) fu la 3a, quella degli ex deputati[87]. Ma anche se si raccolgono in un insieme unico tutti i senatori nominati tra il 1848 e il 1943 la categoria dominante risulta la 3a [88]. Nel Commento allo Statuto, Ignazio Brunelli e Francesco Raccioppi scrissero che «la qual cosa è agevole a intendere, quando si pensi che per le loro stesse funzioni i deputati si trovano in più frequenti rapporti coi ministri dei diversi consecutivi Gabinetti, onde riescono più facilmente ad ottenere la designazione al re per la nomina senatoria»[89]. Peraltro erano ex-deputati, anche se non furono nominati nella 3a categoria, anche Antioco Loru, Cristoforo Mameli, Arborio Mella, Ponsiglioni e Pietro Salis.

La netta prevalenza della 3a categoria, secondo Fabio Grassi Orsini, «conferiva al Senato una derivazione seppur indirettamente elettiva e dava ad esso quel carattere di democraticità negato alla Camera alta da tanti critici del sistema delle categorie»[90]. Certo, il senatore già deputato aveva conquistato più volte (lo Statuto specifica, infatti, dopo tre legislature o sei anni di esercizio) la fiducia degli elettori. Si era misurato con il corpo elettorale e aveva un curriculum parlamentare che permetteva al Governo di prevedere con buona approssimazione il comportamento politico-istituzionale. La prevalenza fra i senatori degli ex-deputati, insomma, rafforza l’ipotesi che la scelta dei candidati al laticlavio fosse determinata anzitutto da una valutazione politica.

 

Grafico 4. Categorie di nomina dei senatori sardi dal 1848 al 1943

* Un senatore poteva essere nominato per più categorie.

 

Come si può intuire, soffermarsi sulle categorie di nomina può essere fuorviante per comprendere il profilo socio-professionale dei senatori. Ad esempio, Aymerich e Ponsiglioni, entrambi collocati nella 21a categoria («le persone, che da tre anni pagano tremila lire d’imposizione diretta in ragione de' loro beni, o della loro industria»), avevano un curriculum assai differente. Il primo era un ricco proprietario terriero, discendente da un’antica famiglia catalana, e aveva il titolo di marchese[91]. Il secondo, che non aveva titoli nobiliari, era un economista di fama nazionale che insegnò nell’Università di Siena e poi di Genova[92]. La Commissione per la convalida dei titoli dei nuovi senatori precisò, attenendosi alla lettera dello Statuto, che Ponsiglioni non aveva i requisiti previsti dall’articolo 33, cioè non pagava 3.000 lire d’imposizione diretta in ragione dei suoi beni e della sua industria. Non si poteva ritenere, perciò, un «rappresentante» della «ricchezza», ma un professore universitario. Una parte dei commissari, i cui nomi non risultano dal verbale, sostenne che «lo spirito della legge fondamentale del Regno» non comprendeva nella valutazione del censo la ritenuta di ricchezza mobile per un impiego governativo (in questo specifico caso, la ritenuta sullo stipendio di professore universitario). L’altra parte dei commissari, invece, replicò che lo Statuto si riferiva all’«imposizione in ragione dei beni e dell’industria», e pertanto non sembrava «giusto che i beni e l’industria proveniente dal lavoro intellettuale [fossero] meno considerati di quelli provenienti dal lavoro manuale». Non raggiunta l’unanimità in Commissione, come prevedeva il regolamento, l’esame del profilo di Ponsiglioni passò al Comitato segreto, che approvò l’ammissione del senatore sardo a larga maggioranza ammettendo che anche un professore universitario potesse rappresentare «capitale e ricchezza», e quindi essere inserito nella 21a categoria[93].

 

 

9. – La partecipazione alle prime fasi del procedimento normativo

 

I senatori potevano esercitare il diritto di iniziativa legislativa sia singolarmente che in gruppo. Dal 1861 al 1922 nessun senatore sardo, che non fosse contemporaneamente membro del Governo, presentò una specifica proposta di legge.

Nell’interpretare questo dato, che potrebbe confermare l’ipotesi di una componente inoperosa, occorre tenere conto che nel Parlamento dell’Italia liberale l’iniziativa legislativa parlamentare, e in particolare quella dei senatori, fu esercitata con scarsa, scarsissima frequenza. Francesco Soddu ha contato, in riferimento al periodo 1861-1924, appena 62 proposte di legge presentate dai senatori (nella sola VIII legislatura i deputati, invece, presentarono 140 proposte di legge)[94]. Anche se la costituzione formale riconosceva ai senatori gli stessi poteri di iniziativa legislativa dei deputati, i primi risentivano del compito, che gli era stato originariamente assegnato dalla classe dirigente piemontese e poi confermato da quella italiana, di esercitare anzitutto una funzione di controllo sull’operato della Camera elettiva. E questa funzione, ancora prima che in aula, veniva svolta negli Uffici, organi composti da un numero di senatori estratti a sorte che procedevano ad un primo esame del disegno di legge (concluso l’esame, i cinque Uffici nominavano un commissario che andava a comporre l’Ufficio centrale, quest’organo riesaminava il disegno di legge e nominava un relatore, il quale aveva il compito di redigere una relazione e riferire in aula).

Una valutazione più completa del ruolo svolto dai senatori sardi nei lavori della Camera alta, dunque, non può trascurare i primi organi del procedimento legislativo: gli Uffici e, soprattutto, l’Ufficio centrale. La ricerca su questa grande mole di documenti, però, va ben al di là delle forze che un singolo ricercatore può mettere in campo. Dai dati presenti negli indici degli atti parlamentari, perché evidentemente risulta impossibile esaminare ogni singolo atto della serie Documenti, si ricava un quadro che non è di facile interpretazione e comunque bisogna prendere con prudenza, perché si tratta di una rilevazione quantomeno parziale (gli indici non permettono di ricavare i dati dei parlamentari che non presero la parola in assemblea pur avendo ricoperto una precisa carica – membro o presidente dell’Ufficio centrale etc.)[95].

Gli ex-deputati, che avevano una certa esperienza parlamentare, tendevano a ricoprire incarichi di primo piano (come, ad esempio, il ruolo di relatore), ma non si tratta di una tendenza assai marcata. In questo senso, una risposta definitiva sarebbe forse azzardata. È infatti necessario considerare anche altre variabili, probabilmente altrettanto rilevanti nell’accesso alle cariche, come le presenze ai lavori del Senato, fattore quasi certamente decisivo nella scelta dei senatori a cui affidare gli incarichi. Da una lettera di Ponsiglioni a Giolitti si ricava che i senatori Loru e Scano, entrambi ex-deputati, non ricoprirono mai un incarico, perché il primo era stato colpito da un male invalidante e il secondo, a causa dell’età troppo avanzata, riusciva a recarsi nella capitale soltanto di rado[96]. Carta Mameli, viceversa, che non era stato deputato ma capo di gabinetto al ministero dell’Interno e consigliere di Stato, era molto presente ai lavori del Senato e forse proprio per questo, e per le competenze personali, fu tra i senatori sardi che ricoprì più incarichi.

Oltre la metà dei senatori sardi rimasero esclusi dagli incarichi di presidente, vicepresidente, segretario dell’Ufficio centrale e relatore. Occorre tenere conto, però, che Manno fu vicepresidente nel 1848 e poi presidente del Senato quasi ininterrottamente dal 1849 al 1855 e nuovamente dal 13 ottobre 1864 al 7 settembre 1865; Serra vicepresidente del Senato dal 6 novembre 1873 al 21 febbraio 1876; Sechi fu ministro della Marina dal 23 giugno 1919 al 4 luglio 1921; Lissia sottosegretario al ministero delle Finanze dal 18 febbraio 1941 al 13 febbraio 1943.

 

 

10. – Gli interventi in aula

 

Ciascun senatore del Regno poteva prendere la parola in aula per presentare una proposta di legge o un emendamento, partecipare alla discussione generale e a quella dei singoli articoli di un disegno di legge, svolgere una mozione, un’interpellanza o un’interrogazione, fare una dichiarazione di voto, commemorare un collega defunto. Il diritto di intervenire non trovava specifici limiti, se non quello del rispetto dell’ordine del giorno.

In base alla quantità degli interventi in aula si potrebbero dividere i senatori sardi in due gruppi: uno, composto da quasi la metà, che intervenne molto raramente (cioè in totale meno di cinque volte); l’altro che prese la parola con relativa frequenza. Se in alcuni c’era, evidentemente, una scarsa disposizione ad intervenire di fronte ad un’ampia platea (parlare in pubblico era sino a pochi anni prima della concessione dello Statuto considerato «sconveniente per un aristocratico»[97]), in altri fu determinante lo stato di salute (ad esempio, Emanuele Pes di Villamarina era sordo[98]). E tuttavia l’illustre romanista e noto avvocato, Carlo Fadda, che pure godeva di buona salute e, secondo gli allievi che avevano seguito le sue lezioni universitarie, aveva grandi capacità oratorie ed espositive[99], intervenne in aula soltanto due volte: sul disegno di legge «Provvedimenti straordinari a favore della Sardegna» (13 luglio 1914) e per commemorare il senatore sardo Parpaglia (4 luglio 1916). Forse per Fadda possono valere le osservazioni più generali di Francesco Soddu, il quale ha scritto che «l’abilità retorica professionale di avvocati e accademici non si traduceva necessariamente in efficace oratoria parlamentare»; e ha aggiunto che «l’intervento in aula sembrava indurre una sorta di soggezione psicologica anche in persone abituate a parlare in pubblico»[100].

Frequenti e spesso articolati, invece, furono i discorsi di Giuseppe Musio. La sua partecipazione alle discussioni parlamentari riusciva ad avere un’eco nella stampa, come accadeva a pochi senatori. I suoi dotti interventi erano non di rado il risultato di uno studio approfondito: esposizioni preparate con cura, il cui successo era certo dovuto anche alle posizioni piuttosto radicali e foriere di polemiche, spesso in contrasto con quelle governative. Musio non fece mancare la sua partecipazione ai dibattiti parlamentari importanti per la sua isola, come quello sugli ademprivi, ma svolse un ruolo di primo piano soprattutto nei lavori sull’ordinamento giudiziario e sulla codificazione penale. Le sue riconosciute competenze giuridiche, e anche la sua assidua presenza alle sedute, gli permisero di ricoprire incarichi prestigiosi, come quello di presidente della Commissione per il progetto del nuovo Codice penale. Egli però fu più il rappresentante di una precisa posizione che dell’opinione comune. E non fu un caso se raccolse la stima del deputato Giorgio Asproni, quasi sempre molto sprezzante nei confronti dei parlamentari isolani[101].

In generale, si può dire che i senatori sardi della generazione del Risorgimento si distinsero per la frequenza con cui intervennero in aula e per la qualità degli interventi. Mameli, ad esempio, partecipò in particolare alle discussioni che riguardavano direttamente la Sardegna e a quelle dove poteva dimostrare le sue specifiche competenze di giurista, esperto di diritto ecclesiastico. Furono memorabili soprattutto i suoi coraggiosi discorsi in difesa del ruolo della Chiesa, del clero e del pontefice, in un’assemblea orientata prevalentemente in senso anticlericale. Nella seduta del 17 marzo 1865, durante la discussione dello schema di legge sull’unificazione legislativa, Mameli intervenne contro l’ipotesi, avanzata dai fautori di una rigida separazione fra Stato e Chiesa, che il matrimonio religioso non avesse alcun effetto sul matrimonio civile[102]. Il suo discorso sull’accettazione del plebiscito delle Provincie romane divenne rappresentativo di una posizione, fu stampato in un opuscolo ed ebbe una certa diffusione[103]. Mameli accusava il Governo di una «flagrante violazione del diritto di natura e delle genti», di «profittare delle difficili contingenze nelle quali versava la generosa Nazione francese», «amica ed alleata», di commettere «una enorme ingiustizia», «un grave scandalo per tutto il mondo»[104].

Grande notorietà raggiunsero i discorsi di Giovanni Siotto Pintor. Intellettuale raffinato e oratore brillante «con il dono della bella voce»[105], era capace di intervenire, senza sfigurare, su temi e problemi assai diversi fra loro: dall’affrancamento dei canoni enfiteutici alle strade nazionali, dalle tasse universitarie alle questioni di bilancio dello Stato, dall’armamento della guardia nazionale alle norme del codice penale, dalla tassa sul macinato al trasferimento della sede del Governo a Roma. Non mancò di intervenire nelle discussioni che riguardavano la Sardegna, ma non era un senatore soprattutto orientato sulle problematiche locali. Significativi i suoi richiami all’«utilità nazionale» e al rispetto del «diritto pubblico universale» e della coerenza nel legiferare[106]. Le sue stesse parole forse descrivono bene il suo atteggiamento in aula: «io piglio sul serio la libertà della parola e l’adopero largamente ogni volta che mi paia necessaria o soltanto utile e opportuna»[107]. Capitò più volte, tuttavia, che colleghi e uomini di governo lo accusassero di usare un linguaggio iroso, aggressivo, troppo appassionato.

Dopo la generazione di Siotto Pintor, bisogna passare all’età giolittiana per ritrovare frequenti interventi di senatori sardi che lasciarono il segno nei lavori parlamentari. Uno di questi fu Carta Mameli. Nei suoi sette anni al Senato (giurò il 25 giugno 1900 e morì il 23 maggio 1907) prese spesso la parola nei dibattiti che in qualche modo riguardavano la Sardegna. Egli aveva una percezione dei problemi in discussione mai localistica ed era capace di intervenire anche su temi lontani dai suoi studi propriamente giuridici. L’esperienza maturata in Commissione finanze gli permise di svolgere un ruolo tecnico di primo piano nelle discussioni sui bilanci dei ministeri. È questo un aspetto che rende la biografia parlamentare di Carta Mameli originale nell’insieme dei senatori sardi. In lui prevalse – forse più che in ogni altro – la precisione del tecnico, la riflessione puntuale e rigorosa sulle misure normative in discussione, piuttosto che la visione ideale, la passione e la retorica del politico. 

Un altro senatore sardo che in età giolittiana si distinse per i suoi interventi in aula fu Salvatore Parpaglia. Avvocato, deputato dal 1870 al 1895, Carlo Fadda lo avrebbe ricordato «sempre sulla breccia tutte le volte che era in questione un interesse isolano» […] «mai però fu affetto da predilezioni o sentimenti regionali»[108]. In effetti i suoi interventi sulla Sardegna furono solo una minima parte del totale. Prese la parola, fra l’altro, sullo scioglimento dei consigli provinciali e comunali, sul bilancio dei ministeri, sul credito agrario (e presentò su questo tema anche un ordine del giorno), sulle imposte, sui lavori pubblici, sull’impiego dei condannati nei lavori di bonifica dei terreni incolti e malarici, sulle guarentigie della magistratura. Uno dei discorsi più importanti che tenne dai banchi del Senato fu quello dedicato alla riforma elettorale. Nella seduta del 25 giugno 1912, in un’aula consapevole che si stava compiendo un passaggio significativo della storia d’Italia, Parpaglia sostenne convintamente il progetto di legge elettorale che avrebbe affermato il suffragio universale maschile e si pronunciò, talvolta con tono polemico, contro gli oppositori. Legava strettamente l’estensione del suffragio alla modernità. Coglieva molto meglio di altri parlamentari l’aria di cambiamento che si respirava nell’Italia giolittiana e non era affatto spaventato dalle previsioni drammatiche dei conservatori sulla partecipazione al voto degli analfabeti, né era preoccupato, come molti altri, delle ripercussioni negative sulle istituzioni, sui partiti, sul sistema politico. Difendeva la partecipazione delle classi basse alla vita politica, sicuro che avrebbe generato soprattutto effetti positivi[109].

Uno sguardo d’insieme ai discorsi dei senatori sardi può dare l’impressione che essi abbiano avuto un’involuzione. Durante i primi decenni post-statutari si riscontrano discorsi più articolati, costruiti nel dettaglio (o comunque non improvvisati) con ampi riferimenti – forse a volte anche eccessivi – alla storia, alla filosofia, ai classici per corroborare il ragionamento. Forte il richiamo agli ideali, incisivo l’appello alla responsabilità e al senso del dovere nei confronti della nazione[110]. Il senatore sardo era coinvolto nel dibattito, a volte anche emotivamente. Ciò gradualmente scemò. Dall’età della Sinistra in poi i discorsi sarebbero stati tendenzialmente meno articolati.

 

 

11. – La funzione ispettiva

 

Nel Parlamento del Regno la funzione ispettiva si espletava attraverso le interrogazioni, le interpellanze, le mozioni, gli ordini del giorno e le inchieste. È nota la partecipazione di alcuni senatori alle inchieste parlamentari. Salvatore Parpaglia fu presidente della Commissione per l’inchiesta sulle condizioni degli operai delle miniere della Sardegna che, istituita il 1° dicembre 1906, concluse i lavori con la pubblicazione della relazione il 29 settembre 1913 [111]. Sandro Ruju, autorevole studioso della questione mineraria sarda, ha sostenuto che si trattò di «una delle indagini più approfondite e di maggiore respiro fra quelle condotte in Italia in età giolittiana (e non soltanto […]) e di una fonte storiografica di estremo interesse per chiunque voglia confrontarsi con i risvolti sociali della realtà mineraria»[112]. Non così positiva l’interpretazione di Maria Rosa Cardia, la quale ha sottolineato che la Commissione procedette lentamente, avanzò proposte «assai moderate» e non si preoccupò di accertare gli utili realizzati dalle singole società minerarie, cioè una delle questioni centrali che avrebbe potuto aprire un dibattito sulla retribuzione del lavoro operaio e quindi sul miglioramento della qualità della vita dei minatori[113]. Si può riconoscere, comunque, che né Parpaglia, che non aveva mai dimostrato una propensione verso il mondo dell’industria mineraria ma aveva dalla sua parte un’esperienza parlamentare di lungo corso, né gli altri cinque membri della Commissione[114], riuscirono a sfruttare fino in fondo le potenzialità dell’istituto. Come in altri casi, anche quella sarda rimase un’indagine conoscitiva di grande interesse ma non produsse nell’immediato risultati concreti particolarmente apprezzabili sotto il profilo legislativo (e non ebbe, rispetto ad altre inchieste, larga risonanza).

Filippo Garavetti, invece, fu membro della Commissione parlamentare d'inchiesta sulle spese di guerra. Istituita con la legge del 18 luglio 1920 n. 999, la Commissione (composta da quindici deputati e quindici senatori) aveva l’incarico di accertare le spese effettuate dalle amministrazioni pubbliche, di procedere alla verifica e alla revisione dei contratti, di proporre provvedimenti per reintegrare l’erario di lucri indebiti o eccessivi. L’attività di Garavetti, che andrebbe approfondita meglio attraverso le carte dell’ampio fondo conservato nell’Archivio storico della Camera dei deputati[115], non sembra avesse conquistato uno speciale rilievo politico né ebbe grande attenzione da parte dell’opinione pubblica.

Nel Senato le interrogazioni non erano previste sino alla revisione del regolamento interno avvenuta durante il primo conflitto mondiale, quando furono introdotte, con alcune modifiche, le norme sulle interrogazioni adottate dalla Camera[116]. Analoghe per diversi aspetti alle interpellanze, ma destinate ad avere un’eco politica minore, le interrogazioni erano indirizzate al Governo con l’intento di verificare notizie specifiche, ricavate spesso dalla stampa, o raccogliere nuove informazioni[117]. Si esaurivano in una domanda precisa, non potevano diventare un discorso articolato né portare ad una discussione[118]. Soltanto un caso mi è dato riscontare che riguarda un senatore sardo firmatario di un’interrogazione. Nella tornata del 1° dicembre 1921 il ministro del Tesoro, Giuseppe De Nava, rispose in aula ad un’interrogazione dei senatori Presbitero, Mosca e Artom, sull’estensione all’Eritrea e alla Somalia dei benefici del già annunciato disegno di legge che avrebbe dovuto agevolare la colonizzazione agricola della Tripolitania e della Cirenaica[119].

Non mi risulta alcun senatore sardo che abbia promosso o firmato una mozione «originale», atto non preceduto da un’interpellanza e rivolto a promuovere una deliberazione da parte dell’assemblea, né una mozione consecutiva ad un’interpellanza. D’altronde, sino al 1888, la mozione non aveva norme particolari che la regolassero e spesso la si trova negli atti parlamentari «come sinonimo di interpellanza o di interrogazione, più raramente di risoluzione, mentre manca perfino nel linguaggio d’assemblea una chiara distinzione con la «mozione d’ordine”»[120]. Dalla miniera di carte parlamentari però potrebbero emergere novità anche in questo senso, e quindi sarebbe meglio essere prudenti. È certo, invece, che alcuni senatori sardi si servirono dell’ordine del giorno, usato soprattutto al fine di raccomandare qualche specifica linea di condotta. Parpaglia, ad esempio, in occasione della discussione sul disegno di legge «Provvedimenti relativi ad alcune operazioni di credito agrario», presentò un ordine del giorno che invitava il Governo a tenere conto nella fase di stesura del regolamento di un limite alle somme impiegate per il credito agrario dalla Cassa di risparmio di Napoli[121]. Tuttavia sin dalle origini del Parlamento del Regno di Sardegna l’istituto ispettivo maggiormente usato dai senatori sardi fu l’interpellanza. Vale la pena soffermarsi un attimo.

Ciascun senatore poteva rivolgere ad un ministro un’interpellanza attraverso una formale presentazione al presidente dell’assemblea. L’interpellanza poteva riguardare sia gli atti compiuti dal ministro sia l’indirizzo politico che intendeva intraprendere[122]: era uno strumento che il senatore poteva usare liberamente al fine di stabilire una relazione diretta e ufficiale con un membro dell’esecutivo, conoscere anzitutto fatti e motivazioni, ma non soltanto, anche acquisire gli elementi per comprendere le scelte passate e quelle future del Governo, e quindi influenzarle. L’interpellanza era un istituto della lotta parlamentare, uno dei pochi di cui disponevano i senatori, a volte concretamente privati della facoltà di emendare il testo del disegno di legge già approvato dalla Camera dei deputati per evitare un ulteriore passaggio parlamentare.

La storiografia non ha ancora prestato particolare attenzione alla funzione ispettiva nel Senato del Regno. Il saggio di Salvatore Botta, Il Governo in Parlamento. Sull’uso dell’interpellanza nel Regno d’Italia[123], è uno dei pochi contributi dedicati interamente alle interpellanze, se si escludono (naturalmente) le voci enciclopediche[124]; ma si tratta di una ricerca orientata quasi esclusivamente sulla Camera. Allo stato attuale, insomma, non sono a disposizione studi di carattere generale che avrebbero permesso di confrontare i dati particolari sui senatori sardi con quelli dei senatori nel loro insieme. E non sono neppure disponibili statistiche sull’uso delle interpellanze da parte dei deputati che avrebbero permesso un raffronto.

I senatori sardi, come si ricava dagli indici dell’attività parlamentare, presentarono meno di un’interpellanza a testa, poco più di una interpellanza per legislatura, dati comunque piuttosto bassi per sostenere che il potere ispettivo fu utilizzato di frequente. Una parte consistente delle interpellanze, più della metà, riguardava problemi della Sardegna o in qualche modo collegati all’isola, come, ad esempio, l’interpellanza di Serra al ministro della Guerra sull’annuncio del richiamo del reggimento di stanza a Cagliari e la sua sostituzione con battaglioni distaccati; l’interpellanza di Pasella al ministro dei Lavori pubblici sull’esecuzione della convenzione con la società delle ferrovie sarde; e quella di Parpaglia al ministro dell’Interno e a quello dell’Agricoltura, industria e commercio per conoscere i provvedimenti che il Governo intendeva adottare nei confronti dei comuni del circondario di Oristano colpiti da un nubifragio.

Attraverso l’interpellanza i senatori sardi non si limitarono ad esercitare il loro diritto di controllo sulla condotta del Governo. Utilizzarono questo istituto per richiamare l’attenzione dell’esecutivo sui problemi e sui bisogni della Sardegna, sulle mancanze dello Stato, sulle inefficienze dell’apparato statale nell’isola, e spesso approfittarono del dibattito per proporre anche soluzioni, indicare possibili azioni che il Governo avrebbe dovuto intraprendere. Così l’interpellanza assunse per i senatori sardi una connotazione ben più significativa, che non si esauriva nell’azione d’indagine ma si legava strettamente alla più generale funzione rappresentativa degli interessi dell’isola. In assenza però di una forza contrattuale significativa che il gruppo dei senatori sardi, numericamente quasi irrilevanti per il passaggio dei progetti di legge, avrebbe potuto esercitare, i risultati concreti ottenuti con le interpellanze furono quantomeno modesti.

Non si pensi, tuttavia, ad un’attività ispettiva interessata esclusivamente (ed egoisticamente) alla Sardegna. Ad esempio, Siotto Pintor presentò un’interpellanza al ministro delle Finanze, tecnica e ragionata, «intorno agli sconci che provengono da una lamentabile dimenticanza nelle leggi 10 luglio e 4 agosto [1861] e nei regolamenti 28 luglio e 5 settembre dell’anno scorso intorno alla unificazione dei vari debiti dello Stato e specialmente per ciò che riguarda lo scambio dei titoli e le operazioni riferentisi alla ipoteca od alla alienazione di essi»[125]. Sempre Siotto Pintor inoltre annunciò un’interpellanza al presidente del Consiglio e al ministro degli Esteri «intorno alle condizioni della politica italiana all’interno e all’esterno»[126], che può essere considerata l’unica interpellanza rivolta a mettere in discussione l’operato del Governo nel suo insieme. Fu poi lo stesso senatore sardo che chiese di rimandarla: la sua interpellanza non fu perciò oggetto di dibattito[127].

 

 

12. – La questione assenteismo

 

La storiografia non ha mancato di soffermarsi sulle assenze dei senatori ai lavori della Camera alta. Cominciando dal 1992, che si può considerare un anno di svolta per gli studi sul Senato (grazie soprattutto alla prima importante storia del Senato del Regno di Nicola Antonetti, ma anche al lavoro di Francesco Soddu che per primo ha ricostruito la macchina amministrativa della Camera alta[128]), si potrebbero distinguere due interpretazioni prevalenti sull’assenteismo: una sostanzialmente, se non esclusivamente, rivolta ad evidenziarne le conseguenze negative; l’altra che, contestualizzandolo, offre un’analisi, se non positiva, certo meno negativa del fenomeno.

Roberto Martucci ha osservato che l’assenteismo parlamentare «diminuì la credibilità delle due Camere» e ha aggiunto che fu «un fenomeno strutturale che caratterizzò senza eccezioni l’intero periodo liberale fino al 1922» e che contribuì «a irrobustire quelle istanze antiparlamentari»[129]. Francesco Soddu, invece, ricordando quanto scrisse alla fine dell’Ottocento Domenico Zanichelli, ha sottolineato che nella concezione del sistema parlamentare del tempo «l’assenteismo poteva in fondo rivestire un carattere fisiologico, finendo anzi per rovesciarsi da elemento negativo in un fattore positivo, se non addirittura in una condizione essenziale di buon funzionamento»[130].

Nel saggio introduttivo al Repertorio biografico dei senatori dell’Italia liberale, Fabio Grassi Orsini ha legato le presenze dei senatori all’attività svolta «all’esterno del Senato». In particolare, ha notato che l’attività esterna fu una delle cause delle assenze dei diplomatici, dei militari, dei magistrati, ma anche dei professori universitari, che continuarono ad insegnare e avevano responsabilità di governo degli atenei, dei professionisti, avvocati e medici, che proseguirono la libera professione, e degli industriali e banchieri, che non abbandonarono le aziende e le banche all’indomani della nomina. Non va trascurata – ha rimarcato Grassi Orsini – l’attività amministrativa svolta dai senatori, cioè le cariche ricoperte nei Comuni e nelle Province, e gli incarichi nelle Camere di Commercio e nei Consorzi agrari[131]. E quindi prima di qualsiasi giudizio negativo sul numero delle assenze, che può portare a rafforzare l’interpretazione di un’èlite inoperosa, sarebbe indispensabile un’indagine sulle professioni e sui ruoli ricoperti dai senatori contemporaneamente al loro incarico parlamentare. 

Le fonti a disposizione, comunque, non permettono di ricostruire la partecipazione dei senatori alle sedute pubbliche della Camera alta per tutto il periodo che va dal 1848 al 1943. I Registri delle sedute del Senato, conservati presso l’Archivio storico del Senato, raccolgono le presenze dei senatori soltanto dal 1869 al 1909. Non si possono ricavare, dunque, i dati sui senatori sardi deceduti prima del 1869 e su quelli nominati dopo il 1909. A partire dai registri disponibili, si può osservare che Carta Mameli fu il senatore sardo più assiduo; Mameli, Musio, Parpaglia, Pasella e Serra furono presenti in almeno una legislatura a più di cento sedute; gran parte dei senatori sardi furono assenti ad oltre il 75% delle sedute[132].

È difficile dire con precisione quali furono le cause principali dell’assenteismo dei senatori sardi. Sicuramente per tutti (o per quasi tutti), almeno ad un certo punto della loro vita, influì lo stato di salute: il numero delle presenze tendeva generalmente a decrescere nelle ultime o nell’ultima legislatura (ma ciò probabilmente vale in generale per tutti i senatori). Si può inoltre ipotizzare, anche per i sardi, un elevato grado di incidenza sulle assenze delle attività svolte durante il mandato di senatore. Contemporaneamente per un certo periodo, ad esempio, Chironi fu sindaco di Torino, membro della giunta del Consiglio superiore della pubblica istruzione, vicepresidente dell'Accademia delle scienze di Torino; Mameli, consigliere provinciale di Cagliari, consigliere di Stato e presidente di sezione; Parpaglia, sindaco di Oristano; Siotto Pintor, presidente di sezione della Corte di cassazione di Milano[133].

Certo, influì particolarmente sulle presenze il trasferimento dall’isola alla capitale, a cominciare dai costi e dai limiti dei mezzi di trasporto dell’epoca. Maria Luisa Di Felice ha scritto che «solo dopo l’Unità, tra i primi anni sessanta e settanta, vennero istituiti i servizi che misero in comunicazione l’isola con la Corsica, Palermo, Napoli e Civitavecchia, e ci vollero ancora dieci anni perché fosse predisposto il collegamento giornaliero tra quest’ultimo porto e Terranova – poi sostituita da Golfo Aranci – e un servizio tra Cagliari e Porto Torres che, con cadenza trimestrale, faceva scalo in tutti i porti della Sardegna occidentale». Ma i trasporti marittimi gestiti in regime di monopolio sarebbero stati «sempre estremamente cari e allo stesso tempo molto insoddisfacenti»[134]. Diversi senatori sardi, anziché affrontare le fatiche del viaggio, scelsero di trasferirsi direttamente nella capitale e prendere lì la residenza. Si è visto il caso di Giordano Apostoli, ma anche Musio aveva la residenza abituale a Roma[135].

È inoltre altamente probabile che a questi fattori, in qualche misura esterni alla volontà del senatore, si aggiungesse in alcuni la disaffezione nei confronti della farraginosità delle istituzioni rappresentative. Il singolo senatore sardo, in modo forse non differente dagli altri, percepiva la difficoltà di incidere sulle scelte legislative; e quindi la sua presenza veniva avvertita (forse a volte perché lo era) improduttiva, quasi inutile, spesso non importante al punto da cambiare il corso dei lavori del Senato.

Sarebbe interessante, ma evidentemente ciò richiederebbe una équipe di ricercatori, “intrecciare” le presenze dei senatori sardi con i molti dati ricavabili dagli atti parlamentari, come anni fa ha suggerito Francesco Soddu[136]. Si potrebbe comprendere, fra l’altro, se esiste uno stretto legame fra l’oggetto della discussione in aula e la presenza dei senatori sardi. Perché, ad esempio, nella seduta del 24 agosto 1870 tutti e sei senatori sardi (Grixoni, Mameli, Musio, Pes di Villamaria, Serra e Siotto Pintor) erano in aula? Si dibatteva il progetto di legge «relativo ai provvedimenti per l’armamento», ma in realtà era in discussione la politica estera dell’Italia (l’alleanza con la Francia, da un lato, e l’ipotesi di intervento militare nei confronti di Roma, dall’altro), e alla fine della seduta era previsto il voto finale[137]. Non c’erano in gioco esclusivamente gli interessi della Sardegna. C’era molto di più. I senatori, evidentemente, avevano avvertito la necessità di partecipare e non fecero mancare la loro presenza ad un dibattito di straordinaria importanza per le sorti del Regno.

 

 

13. – Notabili di alto profilo

 

I senatori sardi possono essere considerati esempi paradigmatici di notabili di alto profilo. Influenti sulla vita e sull’attività di un gruppo più o meno numeroso di persone, autorevoli grazie al prestigio professionale, familiare e sociale, disponevano di una rete di relazioni, avevano una certa attitudine a praticare scambi di favori, cortesie e servizi e appagavano i fedeli o aspiranti sostenitori, anche attraverso l’utilizzazione di risorse pubbliche. I mezzi propri del notabile ottocentesco garantivano più efficacia rispetto alla comunicazione di scelte programmatiche e alla propaganda astratta fondata sui principi delle teorie politiche. I notabili erano, più di altre figure politiche, organici alla società sarda[138].

Anche nelle città più grandi la dimensione collettiva della politica decollò faticosamente e non prima della nascita dei partiti organizzati. La politica rimaneva circoscritta ad una limitata cerchia di personalità. Francesco Pais Serra, che a metà degli anni Novanta avrebbe compiuto un’analisi dello stato della Sardegna, osservava, forse non senza qualche esagerazione, che la dominazione spagnola e le giurisdizioni feudali avevano «infiltrato nell’animo della popolazione uno scetticismo passivo». Un «graduale vassallaggio» aveva preso il posto di «un’antica soggezione feudale».

 

Meno che in pochi centri, e anche in una piccolissima minoranza, conservatori e liberali, democratici e radicali, sono parole senza contenuto, il socialismo e l’anarchia, ed il clericalismo politico non sono nemmeno conosciuti di nome: eppure i partiti sono vivi, tenaci, intransigenti, battaglieri; ma non sono partiti politici, né partiti mossi da interessi generali e locali, sono partiti personali, consorterie, nello stretto senso della parola. Che a Roma prevalga questo o quel programma politico poco importa; importa ancor meno che l’uno e l’altro dei partiti parlamentari predomini. Ciò che importa è che il loro capo partito sia influente presso il Governo centrale, così che egli possa dominare in Sardegna; e quivi dominando, siccome conquistatore, benefichi i vincitori, annienti i vinti[139].

 

Nei primi decenni post-unitari la scena cagliaritana fu occupata da un gruppo di potere piuttosto ristretto di notabili filogovernativi, liberali più per opportunità che per convinzione, comunemente identificati come «la camarilla». Ne facevano parte, fra gli altri, i senatori Manno, Serra, Falqui Pes e Grixoni (in una posizione defilata Siotto Pintor)[140]. Le istituzioni furono utilizzate anche come canali primari per l’acquisizione e il controllo del consenso politico, come strumenti per arrivare agli elettori, soddisfare i loro bisogni o toccare i loro interessi. Molto severo il giudizio del deputato di orientamento democratico Giuseppe Sanna Sanna: la «camarilla» era una «congrega di uomini o ignoranti o perversi, che, avidi d’oro, d’onori e di comando, non aspiravano ad altro che al monopolio di tutte le amministrazioni dell’isola sieno economiche, sieno giuridiche, sieno di polizia o di pubblica istruzione, imperocché da questo monopolio essi si procacciano oro, onori e comando»[141].

La Sassari dell’età liberale, invece, si caratterizzò come città «repubblicana». Un gruppo di potere orientato in senso progressista, prevalentemente composto da intellettuali e liberi professionisti, diffuse con continuità le idee mazziniane fra gli artigiani, il proletariato più evoluto, gli studenti[142]. Nell’età giolittiana il gruppo radical-repubblicano aveva una forte base cittadina: ne facevano parte, fra gli altri, gli avvocati Pietro Satta Branca (sindaco di Sassari dal 1902 al 1910 e deputato nella XXV legislatura) Enrico Berlinguer (nonno del futuro segretario del Pci e fondatore della «Nuova Sardegna»), e Filippo Garavetti, come si è detto nominato senatore, carica che si sarebbe sommata a quella di sindaco negli anni 1910-1913, presidente del Consiglio provinciale dal 1912 al 1913 e dal 1922 al 1923 e poi consigliere comunale dal 1920 al 1923. Certo egli ricoprì tutti questi incarichi anche per la sua capacità di adattarsi agli orientamenti politici più diversi. Repubblicano quando i repubblicani a Sassari dominavano la vita cittadina; liberal-conservatore dopo la nomina a senatore e fascista all’avvento del regime. La sua flessibilità (o se si preferisce fedeltà “mobile” ad un ideale), evidentemente, non era un limite che la società del tempo avvertiva con particolare fastidio.

Eppure sarebbe riduttivo, come la storiografia più recente non ha mancato di rilevare, evidenziare esclusivamente il profilo più negativo del notabile. I senatori erano importanti riferimenti all’interno alla comunità locale. Nei momenti di crisi, quando il malumore e la tensione sociale sfociavano in aperta contestazione e manifestazioni di piazza, l’azione dei notabili otteneva spesso importanti successi là dove quella dello Stato (in particolare quella dei carabinieri) falliva, perché si fondava sui rapporti personali, su un’estesa rete di parentele, amicizie e comparaggi, sul rispetto di antiche relazioni d’affetto, sulla conoscenza profonda dei problemi e della popolazione che evidentemente un funzionario statale, inviato a volte nell’isola per punizione più che per meriti professionali, non aveva. 

Il notabile rappresentava un intermediario affidabile tra la comunità locale e il mondo esterno. Come altri parlamentari (Francesco Cocco Ortu, ad esempio), i senatori sardi possono essere collocati fra i “grandi notabili” che svolgevano due funzioni principali: quella “classica” di patronage presso la sede delle decisioni e quella di legittimazione del sistema di potere su più livelli. La loro azione metteva in relazione la società sarda con lo Stato. Il loro intervento permetteva alle istanze della periferia di raggiungere il centro con relativa rapidità e garanzia di riuscita; mentre l’apparato istituzionale, farraginoso e ingessato, non rappresentava per la comunità locale una via altrettanto efficace.

 

 

14. – Conclusioni

 

Nel concludere questa prima analisi si può affermare, pure con le dovute cautele, che già prima della nomina i senatori sardi mostravano numerosi elementi di omogeneità: erano autorevoli membri della classe dirigente; avevano un elevato livello culturale raggiunto attraverso una formazione più spesso umanistica e giuridica; professavano la fede cattolica o comunque non erano anticlericali; dimostravano la loro fiducia nelle teorie economiche della scuola classica e mostravano una marcata diffidenza nei confronti dei mutamenti sociali. L’ideale per cui si battevano era l’ordine e vedevano nei conflitti di classe soltanto gli aspetti negativi.

Nella società del tempo erano personalità di riconosciuto prestigio, che aveva avuto origine – si presume – più dalle esperienze professionali o istituzionali che dalla ricchezza economica di cui disponevano. I senatori sardi inoltre si caratterizzavano per avere una dimensione nazionale, nel senso che avevano o erano capaci di istituire collegamenti con l’élite della penisola per via della loro formazione, professione, cultura o attività politica. Sarebbe perciò sbagliato pensare ad un’élite provinciale, localistica, portatrice esclusivamente degli interessi della Sardegna. Il senatore sardo si sentiva a tutti gli effetti parte di un’élite italiana, chiamata a confrontarsi, piuttosto che con le questioni della propria regione, con i problemi dello Stato nel suo insieme.

La scelta dell’espressione «élites politiche» in riferimento ai senatori sardi, utilizzata nel titolo di questo lavoro, sembra dunque giustificata da una serie di ragioni. L’aggettivo «politiche» riesce con maggiore approssimazione – rispetto all’aggettivo «tecnica» –  a sintetizzare i caratteri biografici comuni della gran parte dei senatori sardi. La loro fu essenzialmente un’attività politica. Lo stretto rapporto con il territorio di provenienza portò i senatori sardi a sentirsi, oltreché rappresentanti della nazione, anche i rappresentanti della Sardegna, i riferimenti politici “naturali” dei sardi nel Senato del Regno. L’assenza di una diretta legittimazione elettorale fu interpretata più come un privilegio che come un limite. Dispensato dalla “rozza” ricerca del voto, il senatore si sentiva il delegato che trovava legittimazione direttamente dall’alto, che non aveva sottoscritto alcun patto con l’elettorato di un collegio ma era stato insignito in virtù di speciali requisiti. All’interno del gruppo dei senatori sardi non è stato constatato neppure un singolo caso di senatore che avvertì nella nomina al laticlavio una sorta di delusione, dovuta alla perdita del proprio ruolo in un ambiente politico, come poteva essere la Camera dei deputati, o professionale, quale il mondo degli alti studi scientifici, reputato più prestigioso. Anzi, la nomina fu più spesso desiderata, ricercata e accolta con grande soddisfazione. Fu generalmente considerata un nobile riconoscimento, un segno del livello di autorevolezza raggiunto.

 

 

Abstract

 

This paper aims to analyze the profile of the parliamentary class, and in particular of the Senators of Sardinia  from 1848 to 1943. The research has conducted mainly to archival sources (Archivio Storico del Senato della Repubblica, Archivio Centrale dello Stato) and printed sources (Parliamentary papers), kept in the library of Italian Parliament. During the period considered, the Senators of Sardinia were 34 on 2.362 (only 1,4%). They were an “political élite”. They had a high cultural level. Their parliamentary activity was important. They were attentive to the interests of their island, but they had an overview of the problems of the State.

 

 

 



 

[Per la pubblicazione degli articoli della sezione “Contributi” si è applicato, in maniera rigorosa, il procedimento di peer review. Ogni articolo è stato valutato positivamente da due referees, che hanno operato con il sistema del double-blind]

 

[1] Desidero ringraziare Antonello Mattone, Sandro Ruju, Francesco Soddu e Giuseppe Zichi che hanno letto il testo, offrendomi preziosi suggerimenti. Sono grato al prof. Fabio Grassi Orsini che mi ha incoraggiato a scrivere questo articolo. Un ringraziamento particolare va alle archiviste dell’Archivio Storico del Senato della Repubblica, in particolare alla dott.ssa Elisabetta Lantero. Ho anticipato alcuni riferimenti d’insieme sui senatori della Sardegna (anche se la ricerca allora era appena cominciata) nella relazione svolta alla 63a Conference of the International Commission for the History of Representative and Parliamentary Institutions (Cadice, 5-8 settembre 2012), poi diventata il capitolo Per un’analisi del profilo dei parlamentari sardi. I senatori dal 1861 al 1922, in Las Corte de Cádiz y la Historia Parlamentaria. The Cortes of Cádiz and Parliamentary History, a cura di D. REPETO GARCÍA, Cádiz, Universidad de Cádiz, 2012, 541-551.

 

[2] N. ANTONETTI, Gli invalidi della Costituzione. Il Senato del Regno 1848-1924, Roma, Laterza, 1992; F. SODDU, L’amministrazione interna del Senato Regio. 1. Dallo Statuto albertino alla crisi di fine secolo, Sassari, Libreria Dessì, 1992; ID., Il Parlamento di Giolitti. Camera e Senato nella XXII legislatura (1904-1909), Sassari, Unidata, 1999; ID., In Parlamento. Deputati e senatori nell’età della Destra, Sassari, Edes, 2004. Ancora prima degli studi di Antonetti e Soddu, erano comparsi il saggio di P. AIMO, Strutture e funzioni del Senato Regio, in Il Parlamento italiano 1861-1988. L’unificazione italiana 1861-1865, Milano, Nuova Cei, 1988, vol. I, 109-126, e il numero della rivista «Trimestre», 1988, n. 1-4, intitolato Materiali per una storia del Senato.

 

[3] R. FERRARI ZUMBINI, Tra idealità e ideologia. Il Rinnovamento costituzionale nel Regno di Sardegna fra la primavera 1847 e l’inverno 1848, Torino, Giappichelli, 2008, 228.

 

[4] F. GRASSI ORSINI, Incontro ravvicinato con il Senato del Regno in età liberale, in Repertorio biografico dei senatori dell’Italia liberale, a cura di F. GRASSI ORSINI, E. CAMPOCHIARO, Napoli, Bibliopolis, 2009, vol. 1, LXXV-CCCVI.

 

[5] Durante i 150 anni di storia del Parlamento italiano le iniziative rivolte a realizzare un dizionario biografico dei parlamentari italiani non hanno avuto successo. Negli ultimi due decenni del Novecento, tuttavia, compaiono i primi lavori che privilegiano la dimensione regionale, come, ad esempio, lo studio di MARIA SERENA PIRETTI e GIOVANNI GUIDI (L’Emilia Romagna in Parlamento (1861-1919). Collegi, elezioni, comportamento parlamentare, vol. I, Bologna, Centro Ricerche storia politica, 1992; Dizionario dei deputati, vol. II, Bologna, Centro Ricerche storia politica, 1992), e quello, relativo alla Sardegna, di TITO ORRÙ (Dizionario biografico dei parlamentari sardi, a cura di M. BRIGAGLIA, con la collaborazione di A. Mattone e G. Melis, La Sardegna. 3. Aggiornamenti, cronologie e indici generali, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1988, vol. III, 336-402). Negli ultimi anni si sono compiuti passi avanti significativi, grazie soprattutto all’opera dell’Archivio Storico del Senato. Ora è a disposizione degli studiosi un repertorio biografico dei senatori: Repertorio biografico dei senatori dell’Italia fascista, a cura di E. GENTILE, E. CAMPOCHIARO, Napoli, Bibliopolis, 2003, voll. 1-5; Repertorio biografico dei senatori dell’Italia liberale. Il Senato subalpino, a cura di F. GRASSI ORSINI, E. CAMPOCHIARO, Napoli, Bibliopolis, 2005, voll. 1-2; Repertorio biografico dei senatori dell’Italia liberale, cit., voll. 1-9. Per un’analisi sullo stato degli studi sul Parlamento italiano, F. SODDU, The Italian Parliament between the Nineteenth and the Twentieth Century. Paths of research, in Ricordo di Antonio Marongiu. Giornata di Studio – Roma, 16 giugno 2009, a cura di M.S. CORCIULO, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2013, 115-121; S. TABACCHI, Il Parlamento del Regno d’Italia: rinnovamento storiografico e percorsi di ricerca, in «Memoria e Ricerca», 2008, n. 27, 145-168; G. MELIS, Fonti parlamentari e ricerca storica. Il punto di vista degli storici delle istituzioni, in Le fonti archivistiche della Camera dei deputati per la storia delle istituzioni. Convegno organizzato dall’Archivio storico della Camera dei deputati (Roma, 20 giugno 1995), Roma, Camera dei deputati, 1996, 45-61.

 

[6] A. MATTONE, Giuseppe Manno, magistrato, storico, letterato tra Piemonte della Restaurazione e Italia liberale, Napoli, ESI, 2009.

 

[7] Si ricava poco dal libro di A. SATTA BRANCA, Rappresentanti sardi al Parlamento subalpino, Cagliari, Fossataro, 1975, e in particolare dal capitolo intitolato La Sardegna in Senato, 157-166.

 

[8] Ho ricavato i dati dal sito http://notes9.senato.it/Web/senregno.NSF/Senatori?OpenPage, a cura dell’Archivio storico del Senato (agosto 2015).

 

[9] Il primo fu nominato il 3 aprile 1848, ma non prestò giuramento a causa di problemi di salute. Il secondo, sacerdote, intellettuale, figura di primo piano del mondo culturale sardo dell’Ottocento, fu nominato il 15 novembre 1871, in un momento drammatico per i rapporti tra Stato e Chiesa. La scelta di non giurare si può interpretare come una reazione all’invasione e alla conquista di Roma (cfr. G. ZICHI, I cattolici sardi e il Risorgimento, Villanova Monteleone, Soter, 2008, 288-340; ID., I cattolici sardi e il Risorgimento, introduzione di F. Malgeri, Milano, FrancoAngeli, 2015, 297-298 (d’ora in poi sarà citata quest’ultima edizione). A proposito di Spano, gli studi più recenti di Luciano Carta: Giovanni Spano e i suoi corrispondenti 1832-1842, saggio introduttivo e cura di L. CARTA, Nuoro, Ilisso, 2010, vol. I; Giovanni Spano e i suoi corrispondenti 1843-1855, a cura di L. CARTA, Nuoro, Ilisso, 2015, vol. II.

 

[10] N. ANTONETTI, Gli invalidi della Costituzione, cit., 62-63.

 

[11] E. ROTELLI, La Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il problema del coordinamento dell’amministrazione centrale in Italia (1848-1948), Milano, Giuffrè, 1972, 73-87.

 

[12] Cfr. N. ANTONETTI, Gli invalidi della Costituzione, cit., 63 e 191; P. COLOMBO, Il Re d’Italia. Prerogative costituzionali e potere politico della Corona (1848-1922), Milano, FrancoAngeli, 2007, 250-261; F. GRASSI ORSINI, Incontro ravvicinato, cit., CXXIII-CXXVI.

 

[13] In generale, sulla figura di Cocco Ortu, F. ATZENI, Francesco Cocco Ortu, un profilo politico, in La Sardegna contemporanea. Idee, luoghi, processi culturali, a cura di L. MARROCU, F. BACHIS, V. DEPLANO, Roma, Donzelli, 2015, 261-286; G. SANNA, La giovinezza di Francesco Cocco Ortu (1842-76), in La Sardegna nel Risorgimento, diretta da F. ATZENI e A. MATTONE, Roma, Carocci, 2014, 753-762; F. COCCO ORTU, Memorie autobiografiche 1842-1886, a cura di M. FERRAI COCCO ORTU, T. ORRÙ, Cagliari, AM&D, 2012; Francesco Cocco Ortu nel centenario del testo unico del 1907 sulla legislazione speciale per la Sardegna (atti del Convegno, Cagliari 28 febbraio 2008), a cura DI M. FERRAI COCCO ORTU, Cagliari, AM&D, 2008; G.G. ORTU, Tra Piemonte e Italia. La Sardegna in età liberale (1848-96), in Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità ad oggi. La Sardegna, a cura di L. BERLINGUER E A. MATTONE, Torino, Einaudi, 1998, 266-275; L. DEL PIANO, Francesco Cocco Ortu. Contributo ad una biografia, in «Archivio Storico Sardo», 1999, n. 40, 465-588; G. SERRI, Cocco Ortu Francesco, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 1982, vol. XXVI, 452-456.

 

[14] D. FARINI, Diario di fine secolo, a cura di E. MORELLI, Roma, Bardi, 1962, vol. II, 1370.

 

[15] Archivio centrale dello Stato (d’ora in poi ACS), Carte Giolitti, b. 8, f. 112 (Candidati senatori – elenco – 1882), c. 83, Lettera di Francesco Pais Serra a Giovanni Giolitti, 13 settembre 1892.

 

[16] N. GABRIELE, Pais Serra Francesco, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 2014, vol. 80, ad vocem; M. BRIGAGLIA, Premessa, in Le inchieste parlamentari sulla Sardegna dell’Ottocento, II, L’inchiesta Salaris e la relazione Pais Serra, a cura di M. BRIGAGLIA, Sassari, Edes, 1990, in particolare, 23-36.

 

[17] ACS, Carte Orlando, b. 55, f. 1525 (Corrispondenza relativa a segnalazioni per la nomina a senatore ott. 1917- apr. 1920), c. senza numero, Lettera di Francesco Dore a Vittorio E. Orlando, 27 dicembre 1918. Su Francesco Dore, L. DORE, Francesco Dore. Un medico dalla Barbagia al Parlamento, prefazione di G. Melis, postfazione di M. Brigaglia, Nuoro, Ilisso, 2015.

 

[18]ACS, Carte Orlando, b. 55, f. 1525 (Corrispondenza relativa a segnalazioni per la nomina a senatore ott. 1917- apr. 1920), c. 20, Lettera del deputato sardo Antonio Cao Pinna a Vittorio E. Orlando, 27 aprile 1920.

 

[19] ACS, Carte Giolitti, b. 8, f. 112 (Candidati senatori – elenco – 1882), c. 83, Lettera di Francesco Pais Serra a Giovanni Giolitti, 13 settembre 1892.

 

[20] F. LAMPERTICO, Lo Statuto e il Senato, Roma, Forzani, 1886, 236-237.

 

[21] Tab. A. Numero dei senatori piemontesi e liguri in rapporto alla popolazione

Leg.

I

II

III

IV

V

VI

VII

Piemonte

59/1.63

58/1.60

63/1.85

86/2.35

78/2.13

68/1.83

65/1.75

Liguria

11/1.48

11/1.48

15/2.01

16/2.12

16/2.12

17/2.22

20/2.59

Ibidem.

 

[22] Ivi, 238.

 

[23] Fig. 10. Distribuzione percentuale dei senatori secondo la regione di nascita dopo la riforma della legge elettorale, 18 febbraio1861; Fig. 11. Distribuzione percentuale dei senatori secondo la regione di nascita dopo la riforma della legge elettorale, 22 novembre1882; Fig. 12. Distribuzione percentuale dei senatori secondo la regione di nascita dopo la riforma della legge elettorale, 27 novembre 1913; Fig. 13. Distribuzione percentuale dei senatori secondo la regione di nascita dopo la riforma della legge elettorale, 1° dicembre 1919, in N. ANTONETTI, Gli invalidi della Costituzione, cit., 279-281

 

[24] Cfr. anche F. GRASSI ORSINI, Incontro ravvicinato, cit., Quadro statistico territoriale delle nomine, p. CCLV. Nel prospetto sotto le nomine in relazione ai governi.

 

Nomine

 

 

Nomine

Governo Balbo

5 (Aymerich, Manno, Musio,

Pagliaccio della Planargia,

E. Pes Di Villamarina)

 

Governo Lanza

1 (Boyl)

Governo Boselli

1 (Presbitero)

 

Governo Menabrea II

1 (Grixoni)

Governo Cavour I

1 (Mameli)

 

Governo Minghetti I

1 (Falqui Pes)

Governo Cavour II

1 (S. Pes di Villamarina)

 

Governo Minghetti II

1 (Pasella)

Governo Crispi

2 (Salis, Scano)

 

Governo Mussolini

6 (Andreoni, Arborio Mella, Cao Pinna, Lissia,

Loffredo, Sanjust)

Governo Depretis IV

1 (Campi Bazan)

 

Governo Nitti I

1 (Sechi)

Governo Depretis V

1 (Loru)

 

Governo Pelloux II

1 (Carta Mameli)

Governo Depretis VI

1 (Farina)

 

Governo Ricasoli I

2 (Serra, Siotto Pintor)

Governo Di Rudinì V

1 (Parpaglia)

 

Governo Sonnino II

1 (Garavetti)

Governo Giolitti III

3 (Chironi, Giordano Apostoli,

Solinas Apostoli)

 

Governo Zanardelli

1 (Ponsiglioni)

Governo Giolitti IV

1 (Fadda)

 

 

[25] Su Serra, cfr. il profilo biografico in I. BIROCCHI, Per la storia della proprietà perfetta in Sardegna. Provvedimento normativi, orientamenti di governo e ruolo delle forze sociali dal 1839 al 1851, Milano, Giuffrè, 1982, 499-505; diversi cenni nelle opere di carattere generale, come Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità ad oggi. La Sardegna, cit., passim; L. DEL PIANO, La Sardegna nell’Ottocento, Sassari, Chiarella, 1984; A. BOSCOLO, M. BRIGAGLIA, L. DEL PIANO, La Sardegna contemporanea. Dagli ultimi moti antifeudali all’autonomia regionale, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1995 (prima ed. 1974); A. ACCARDO, N. GABRIELE, Scegliere la patria. Classi dirigenti e Risorgimento in Sardegna, Roma, Donzelli, 2011; La Sardegna nel Risorgimento, cit.

 

[26] Nell’età della destra erano magistrati quattro su sei e (in ordine di nomina), appartenevano alla destra, Francesco Maria Serra, Giuseppe Grixoni e Nicola Pasella. In età giolittiana erano orientati a sinistra gli avvocati Gian Maria Solinas Apostoli e Filippo Garavetti, i professori universitari Antonio Ponsiglioni, Giampietro Chironi e Carlo Fadda.

 

[27] Mie elaborazioni su dati Istat http://seriestoriche.istat.it (20 ottobre 2012).

 

[28] A. ACCARDO, Cagliari, Roma-Bari, Laterza, 1996; G.G. ORTU, Tra Piemonte e Italia. La Sardegna in età liberale (1948-96), in Le regioni dall’Unità a oggi. La Sardegna, cit., 254-258; ID., Cagliari. Tessiture di luoghi tra età medioevale e contemporanea, in La Sardegna contemporanea. Idee, cit., 129-151.

 

[29] Cfr. M. BRIGAGLIA, Sassari e il suo Ateneo: un legame profondo, in Le origini dello Studio generale sassarese nel mondo universitario dell’età moderna, sotto la direzione di G.P. BRIZZI e A. MATTONE, Bologna, Clueb, 2013, pp. 473-477; ID., La classe dirigente a Sassari da Giolitti a Mussolini, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1979; ID., La Sardegna dall’età giolittiana al fascismo, in Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi. La Sardegna, cit., 508-525.

 

[30] Cfr. G. CAZZETTA, Chironi Gian Pietro, S. Solimano, Fadda Carlo, G. De Giudici, Loru Antioco, in Dizionario biografico dei giuristi italiani (XII-XX secolo), diretto da I. BIROCCHI, E. CORTESE, A. MATTONE e M.N. MILETTI, Bologna, il Mulino, 2013, ad vocem.

 

[31] L. PICCINNO, Il pensiero economico di Antonio Ponsiglioni, cit., 1.

 

[32] La più completa e aggiornata biografia di Manno è quella, già citata, di A. MATTONE, Giuseppe Manno, cit. Tra i tanti profili biografici, soprattutto: A. MATTONE, Manno Giuseppe, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 2007, vol. LXIX, ad vocem; G. RICUPERATI, L’esperienza intellettuale e storiografica di Giuseppe Manno fra le istituzioni culturali piemontesi e la Sardegna, in Intellettuali e società in Sardegna tra Restaurazione e Unità d’Italia, a cura di G. SOTGIU, A. ACCARDO, L. CARTA, Oristano, S’Alvure, 1991, vol. I, 57-86; ID., Giuseppe Manno lettore: un intellettuale funzionario fra storia e letteratura, in «Rivista storica italiana», 2006, n. 1, 219-240; G. SIOTTO PINTOR, Storia della vita di Giuseppe Manno, Torino, Tip. Bellardi, Appiotti e Giorsini, 1869; Giornata di studi su Giuseppe Manno politico storico e letterato (Atti del Convegno tenutosi a Cagliari il 15-16 gennaio 1988), Cagliari, Press Color, 1989. Sul ruolo svolto da Manno in Sardegna: I. BIROCCHI, Per la storia della proprietà perfetta in Sardegna. Provvedimenti normativi, orientamenti di governo e ruolo delle forze sociali dal 1839 al 1851, Milano, Giuffrè, 1982; A. MATTONE, «Leggi patrie» e consolidazione del diritto nella Sardegna sabauda (XVIII-XIX secc.), in Il diritto patrio tra diritto comune e codificazione (secoli XVI-XIX). Atti del Convegno internazionale (Alghero, 4-6 novembre 2004), a cura di I. BIROCCHI, A. MATTONE, Roma, Viella, 2006, 527-538. Sull’attività di Manno senatore, F. SODDU, La Sardegna in Parlamento. Caratteri e profili di parlamentari in età liberale, Sassari, Edes, 2008, 29-53. Tre le fonti edite: T. ORRÙ, Contributo all’epistolario di Giuseppe Manno (lettere inedite dei carteggi con Giovanni Siotto Pintor e Salvator Angelo De Castro 1839-1846), in Studi-economico giuridici pubblicati per cura della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Cagliari, 1966, n. 2, 588-601; Le lettere inedite di Pietro Martini a Giuseppe Manno, a cura di A. ACCARDO, in «Archivio sardo del movimento operaio contadino e autonomistico», 1991, nn. 35-37, 267-275; Carteggio Manno – Vieusseux (1830-1846), a cura di N. NADA, Firenze, Le Monnier, 2000; G. MANNO, Lettere a Tarsilla, Cagliari, Aisara, 2006.

 

[33] Archivio Storico del Senato (d’ora in poi ASS), Fascicoli personali dei senatori, Sanjust di Teulada ing. Edmondo, f. 2006; G. PISU, I cattolici e il Partito popolare in Sardegna, in F. MANCONI, G. MELIS, G. PISU, Storia dei partiti popolari in Sardegna 1890-1926, a cura di L. BERLINGUER, Roma, Editori Riuniti, 1977, passim; M. BRIGAGLIA, Classe dirigente a Sassari, cit., passim; V. FIORELLINI, Edmondo Sanjust di Teulada. Legge Zanardelli per la Basilicata, leggi per la Sardegna, piani regolatori, Potenza, Stes, 2010; Servitori dello Stato. Centocinquanta biografie, a cura di G. MELIS, prefazione di R. Brunetta, Roma, Gangemi Editore, 2011, 451-453.

 

[34] Livorno, Tipografia di Raffaello Giusti, 1903-1906 (il primo volume è intitolato La guerra marittima e la grande guerra; il secondo Preparazione e condotta della guerra marittima).

 

[35] ASS, Fascicoli personali dei senatori, Sechi Giovanni, f. 2060; E. GENTILE, Il totalitarismo alla conquista della Camera alta, in Il totalitarismo alla conquista della Camera alta. Inventari e documenti dell’Unione fascista del Senato e delle carte Suardo, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2002, 104; F. LEDDA, La formazione dei militari nel Regno d’Italia, in Formare alle professioni. La cultura militare tra passato e presente, a cura di E. BECCHI e M. FERRARI, Milano, FrancoAngeli, 2011, 231; Giovanni Sechi, in «Rivista sarda», 1919, n. 5-6-7, 142-144.

 

[36] Campi Bazan, Falqui Pes, Grixoni, Arborio Mella di Sant’Elia, Pagliaccio della Planargia, Pasella e Emanuele Pes di Villamarina.

 

[37] Neppure il nobile Luigi Arborio Mella di Sant’Elia, che pure apparteneva ad una generazione successiva (era stato nominato senatore nel 1939), aveva conseguito la laurea. Era però un importante uomo di corte. A soli venticinque anni, divenne Gran maestro delle Cerimonie alla corte di Vittorio Emanuele II. Fu anche confidente della regina Margherita di Savoia.

 

[38] G. SORGIA, Aymerich, Ignazio, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 1962, ad vocem; Dal Senatore Aymerich proposte di rinascita. Il problema della terra nella Sardegna dell’Ottocento, in «Sardegna economica», 2009, n. 4, pp. 47-55. Numerosi i cenni su Aymerich nelle opere di carattere generale dedicate alla storia della Sardegna dell’Ottocento, in relazione soprattutto al problema della rete ferroviaria isolana (cfr., ad esempio, L. ORTU, La questione sarda tra Ottocento e Novecento. Aspetti e problemi, Cagliari, Cuec, 2005, passim). Tra gli scritti di Aymerich: Lettere del marchese di Laconi, senatore del regno, al marchese di Cavour, deputato al Parlamento, sul tracciato delle ferrovie della Sardegna, [s.l], [s.n.], [s.d.]; Considerazioni sul tracciato di ferrovia nell'Isola di Sardegna, Torino, Tip. Botta, 1861; Nuovi riflessi sul tracciato delle ferrovie in Sardegna, Cagliari, Tip. Timon, 1862; Sul progetto di perequazione dell'imposta prediale nel regno d'Italia. Osservazioni, Cagliari, Tip. Timon, 1863; Stato della Sardegna e suoi bisogni, specialmente riguardo alla proprietà e all'agricoltura, Cagliari, Tip. Timon, 1869 (con Sulle proprietà delle miniere, ora in L’inchiesta Depretis, a cura di F. MANCONI, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1984); Inchiesta sulle condizioni dell'isola di Sardegna, [s.l], [s.n.] 1869.

 

[39] F. SODDU, La presenza e il ruolo dei magistrati nel Parlamento liberale, in «Le Carte e la Storia», 2007, n. 2, 35; ma anche, F. SODDU, Magistrates in the Italian Parliament: the presence and role of magistrates in both houses during the Liberal Age, in «Parliaments, Estates and Representation», 2009, n. 29/1, 133-141

 

[40] P. SARACENO, Alta magistratura e classe politica dalla integrazione alla separazione, Roma, Edizioni dell’Ateneo & Bizzarri, 1979, 30-35; più in generale, A. MENICONI, Storia della magistratura italiana, Bologna, il Mulino, 2012.

 

[41] Francesco Maria Serra e Giovanni Siotto Pintor erano stati nominati sia per le categorie riferibili alla magistratura (il primo nella 9a, i primi presidenti dei magistrati d'appello; il secondo nella 12a, i consiglieri del magistrato di Cassazione e della Camera dei conti, dopo cinque anni di funzioni), sia per quella riservata agli ex deputati dopo tre legislature o sei anni di servizio (entrambi nella 3a, Serra anche nella 16a, i membri dei Consigli di divisione, dopo tre elezioni alla loro presidenza).

 

[42] Serra, in realtà, fu nominato senatore mentre ricopriva la carica di deputato.

 

[43] In generale, A. MENICONI, I burocrati nel Senato regio, in «Le Carte e la Storia», 1998, n. 2, 71-81; EAD., I burocrati nel Senato regio, in L’istituzione parlamentare nel XIX secolo. Una prospettiva comparata, a cura di A.G. MANCA e W. BRAUNEDER, Bologna, Il Mulino, 2000, 361-389; G. MELIS, La partecipazione dell’alta burocrazia italiana al Senato nell’epoca liberale, in «Trimestre», 1988, n. 1-4, 211-236.

 

[44] Vol. I-III, [s.n.], Forlì, 1866-67. Gli unici cenni rinvenuti su quest’opera in L. GAMBI, Le «statistiche» di un prefetto del Regno, in «Quaderni storici», 45, 1980, n. 45, 829 e 853.

 

[45] Ivi, 827-829.

 

[46] F. FLORIS, S. SERRA, Storia della nobiltà in Sardegna, presentazione di A. Boscolo, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1986, 129.

 

[47] Questi numeri sono determinati anche dal rapporto fra nobiltà sarda e monarchia: più stretto nel 1861 si allentò gradualmente con l’espandersi del Regno.

 

[48] G.C. JOCTEAU, Nobili e nobiltà nell’Italia unita, Roma-Bari, Laterza, 1997, 4-5.

 

[49] ACS, Carte Giolitti, b. 8, f. 112 (Candidati senatori – elenco – 1882), c. 83, Lettera di Ponsiglioni a Giovanni Giolitti.

 

[50] ACS, Carte Orlando, b. 55, f. 1525, (carta non numerata), Lettara di Francesco Dore a V.E. Orlando, 27 dicembre 1918. 

 

[51] Nel 1911 Presbitero fu incaricato, per un breve periodo, delle funzioni di capo di Stato maggiore della Marina. Fu presidente del Consiglio superiore della Marina e presidente della Lega navale. Oltre ai documenti in ASS, Fascicoli personali dei senatori, Presbitero Ernesto, f. 1818, qualche cenno su Presbitero, in G. MOSCA, Discorsi parlamentari, Bologna, Il Mulino, 2003, 285; Cronologia della pubblica amministrazione 1861-1992, a cura di G. MELIS, F. MERLONI, Bologna, Il Mulino, 1995, 142; E. CERNUSCHI, V.P. O’HARA, Italy: Regia Marina, in To Crown the Waves. The Great Navies of the First World War, edited by V.P. O’HARA, W.D. DICKSON, R. WORTH, Annapolis, Naval Institute Press, 2013, 183; C. STEPHENSON, A Box of Sand. The Italo-Ottoman War 1911-1912, Ticehurst, Tattered Flag Press, 2014, 63; G. VITALI, G. MONALDI, Le guerre italiane in Africa, Milano, Sonzogno, 1936, 151 e 158.

 

[52] Sugli ademprivi soprattutto i recenti studi di A. MATTONE, Salti, ademprivi, cussorgie. I domini collettivi sul pascolo nella Sardegna medievale e moderna (secoli XI-XIX), in A. MATTONE, P. F. SIMBULA, La pastorizia mediterranea. Storia e diritto (secoli XI-XX), Roma, Carocci, 2011, 170-253; ID., Nel crepuscolo degli usi collettivi in Sardegna. Dall’introduzione della “proprietà perfetta” all’abolizione dei diritti di ademprivio (1920-65), in La Sardegna nel Risorgimento, diretta da F. ATZENI e A. MATTONE, Roma, Carocci, 2014, 481-589; mi permetto di rimandare anche al mio Il dibattito sulla proprietà fondiaria in Sardegna nel Parlamento del Regno d’Italia (1861-65), ivi, 609-633.

 

[53] Su Mameli, C. BERSANI, Mameli Cristoforo, in Il Consiglio di Stato nella storia d’Italia. Le biografie dei magistrati (1861-1948), a cura di G. MELIS, Milano, Giuffrè, 2006, vol. I, 32-40; P. BERNASCONI, Mameli Cristoforo, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 2007, vol. LXVIII, 371-373; E. MURA, Cristoforo Mameli, in Avvocati sardi, a cura di A. MATTONE, in Avvocati che fecero l’Italia, a cura di S. BORSACCHI, G.S. PENE VIDARI, Bologna, Il Mulino, 2011, 818-820; E. MURA, Mameli, Cristoforo, in Dizionario dei giuristi italiani, cit., ad vocem. Su Musio, I. BIROCCHI, Per la storia della proprietà perfetta in Sardegna, cit., 473-484; ID., Musio, Giuseppe, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 2012, vol. LXXVII, ad vocem; ID. e con M. MELIS, Musio, Giuseppe, in Dizionario dei giuristi italiani, cit., ad vocem; M. CORONA CORRIAS, Giuseppe Musio nello Stato assoluto e in quello costituzionale, in La Sardegna nel Risorgimento, cit., 195-215; A. ACCARDO, N. GABRIELE, Scegliere la Patria, cit., 229-230; C. CATTANEO, Della Sardegna antica e moderna, a cura di A. TROVA, Nuoro, Ilisso, 2010, 136-155. Su Siotto Pintor, I. BIROCCHI, La questione autonomistica dalla “fusione perfetta” al primo dopoguerra, in Storia d’Italia, cit., 146-147; G. DE GIUDICI, Siotto Pintor Giovanni, in Dizionario dei giuristi italiani, cit., ad vocem; T. ORRÙ, Cenni sulla vita, le opere e l’attività politica di Giovanni Siotto Pintor (con appendice bibliografica), in Istituto per la Storia del Risorgimento italiano. Comitato di Cagliari, Giovanni Siotto Pintor e i suoi tempi. Giornata di studi (Cagliari, 5 marzo 1983), Cagliari, Prestampa, 1985, 13-50; ID., Giovanni Siotto Pintor, scrittore e uomo politico. Bibliografia ragionata e notizie sugli inediti, Sassari, Gallizzi, 1966; ID., Giovanni Siotto Pintor. Saggio bibliografico, in «Ichnusa», 1959, n. 31, 21-57.

 

[54] Cfr., a proposito del conservatorismo del Senato, A.C. JEMOLO, Camera e Senato: rapporti e contrasti, in Il Centenario del Parlamento. 8 maggio 1848-8 maggio 1948, Roma, Segretariato generale della Camera dei deputati, 1948, 358.

 

[55] M. BRIGAGLIA, La Sardegna dall’età giolittiana al fascismo, cit., 525-534; ma anche M. CARDIA, I moti del 1906 nell’Iglesiente e l’inchiesta parlamentare sulle condizioni degli operai delle miniere della Sardegna, in Quel maggio del 1906. I moti sociali nella Sardegna giolittiana, a cura di G. MURGIA, [s.l], Grafica del Parteolla, 1999, 43-66.