Memorie-2017

 

 

Giovannelli-Flaminia - CopiaFlaminia Giovanelli

Sotto-Segretario

Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace

Stato della Città del Vaticano

 

 

DISCORSO *

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Sommario: 1. Premessa. – 2. Interesse della Chiesa per il debito dei Paesi poveri. – 3. Complessità della questione dai risvolti primariamente etici. – 4. Impegno del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace.

 

 

1. – Premessa

 

Desidero ringraziare vivamente l’Unità di Ricerca “Giorgio La Pira”, nella persona del Prof. Pierangelo Catalano, per l’invito a prendere la parola in questa sessione di apertura del X Seminario di Studi “Tradizione repubblicana romana” in rappresentanza del – ancora per qualche giorno – Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Desidero anche portare un cordiale saluto da parte del Presidente del Pontificio Consiglio, Cardinale Peter K. A. Turkson, Prefetto, a partire dal 1° gennaio prossimo, del nuovo Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale.

 

 

2. – Interesse della Chiesa per il debito dei Paesi poveri

 

Come ben sanno gli studiosi qui riuniti, è grande l’interesse della Chiesa e della Santa Sede per il tema generale dell’Incontro, quello del debito internazionale dei Paesi poveri, e in particolar modo lo è quello del Pontificio Consiglio. In realtà, sarebbe lecito chiedersi perché un problema, almeno a prima vista, essenzialmente “tecnico” stia così a cuore alla Chiesa, tanto che essa ha addirittura raccomandato più volte ai fedeli di pregare per la sua soluzione.

Oltre alle motivazioni etiche che hanno radici bibliche e che indicano la necessità di sanare i “guasti” prodotti dal tempo e in specie quelli prodotti nel tempo dal debito, il fatto è che questo problema è un simbolo, «un simbolo di squilibri e di ingiustizie»[1] e, allo stesso tempo, è più di un simbolo. Affrontarlo, dunque, per la Chiesa, seppure senza proporre soluzioni tecniche, è imprescindibile per dare concretezza e fattività a quell’opzione preferenziale per i poveri, messa in evidenza dal Concilio Vaticano II e tante volte richiamata da Papa Francesco, e a quell’impegno per la giustizia e per la pace che fanno parte integrante della sua missione evangelizzatrice[2] .

In definitiva, con la questione del debito è la dignità stessa dell’uomo che è in gioco. Infatti, nella prospettiva biblica che evocavo poc’anzi e che considera, come è ben risaputo, tale questione nel quadro del Giubileo, questa istituzione, il Giubileo, non prospetta come un’utopia ultraterrena il futuro solidale e rispettoso della dignità di ognuno, anche dei più poveri, ma spinge alla liberazione dalla schiavitù attraverso dinamiche di solidarietà concreta che costituiscono per chi è più fortunato un appello a non dimenticare il dono originario e, per chi versa in situazioni di difficoltà, un sostegno per tenere accesa la speranza[3].

 

 

3. – Complessità della questione dai risvolti primariamente etici

 

Un problema, quello del debito, non solo tecnico, ma anche estremamente complesso. Esso ha implicazioni di carattere economico, sociale, giuridico e politico oltre che etico. Implicazioni che vanno tenute tutte presenti anche se, in definitiva, è a livello politico che possono essere prese iniziative risolutive o almeno in qualche modo efficaci. Per molti anni si è privilegiato l’aspetto economico della questione – da parte dei creditori e da parte dei debitori –  e l’aspetto sociale da parte dei debitori; poi, pure una parte dei creditori, almeno le istituzioni finanziarie internazionali, con le loro iniziative per l’alleggerimento del debito, hanno considerato la questione anche da detto punto di vista. In generale, sembrano essere stati piuttosto trascurati, o meglio, non tenuti nella dovuta considerazione i risvolti giuridici della questione, che giocano decisamente a favore dei debitori, salvo da parte latino-americana e da parte del gruppo di studiosi riunito intorno alla Carta di Sant’Agata dei Goti, ben rappresentato in questa sala.

 

 

4. – Impegno del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace

 

La Chiesa ha contribuito con un certo successo a mettere in rilievo l’aspetto etico del problema senza tralasciarne i risvolti economici e sociali.

Il Consiglio Giustizia e Pace ha lavorato in questo campo in due fasi successive, accompagnando l’evoluzione storica dei fatti. In una prima fase l’impegno si è concentrato nelle riflessioni sui principi e in una seconda nel mettere a fuoco l’esigenza di una riforma del sistema economico-finanziario e dei suoi meccanismi che, con la globalizzazione, si sono andati dilatando e progressivamente imbarbarendo.

Fin dagli anni ‘80 il Consiglio Giustizia e Pace si è occupato della questione del debito, per espresso desiderio del Papa, di San Giovanni Paolo II, e il documento che pubblicò nel 1986 intitolato “Al servizio della comunità umana: un approccio etico al debito internazionale” è stato il punto di riferimento iniziale di tutta la riflessione sulle implicazioni etiche della questione. L’impostazione del ragionamento si basava sulla condivisione delle responsabilità all’origine della grave situazione debitoria di molti Paesi – all’epoca principalmente latino-americani – e sulla necessità di una condivisione delle responsabilità anche nel trovare la soluzione. Fu proprio questo documento che dette vita al colloquio, poi proseguito negli anni e in circostanze diverse, sia negli uffici di Washington che sia in quelli di Palazzo San Calisto, con i responsabili a vari livelli della Banca Mondiale e del Fondo Monetario. Un colloquio che si innescò, in quei tempi, anche a livello regionale, come, ad esempio, con gli incontri che si svolgevano regolarmente fra il CELAM e le Istituzioni Finanziarie o a livello nazionale con alcune Chiese locali che hanno partecipato alla stesura dei piani dei Governi che le Istituzioni chiedevano fossero elaborati con l’apporto della società civile.

Sul piano dei principi etici, per attuare la giustizia, la Carta di Sant’Agata dei Goti offrì ed offre un notevole contributo nella consapevolezza che «l’indispensabile sforzo di precisazione etica da solo non basta (e che) occorre che le istanze più fondamentali trovino risposte anche in affermazioni di diritto, che riconosciute e tutelate – a livello sia nazionale che internazionale –, determinino concretamente i rapporti e i progetti di bene comune»[4].

Il passaggio fra la prima e la seconda fase dell’impegno del Pontificio Consiglio, cui accennavo prima, si è fatto attraverso la porta santa del grande Giubileo del 2000. Infatti, in un crescendo di interventi, il Papa, i Vescovi, individualmente o collegialmente, le Chiese locali attraverso i loro organismi propri, i religiosi, le religiose, le Organizzazioni e le associazioni cattoliche hanno fatto della questione debitoria un impegno prioritario che era stato solennemente espresso da San Giovanni Paolo II al n. 51 della Tertio Millennio Adveniente: «nello spirito del Libro del Levitico (25, 8-28), i cristiani dovranno farsi voce di tutti i poveri del mondo, proponendo il Giubileo come un tempo opportuno per pensare, tra l'altro, ad una consistente riduzione, se non proprio al totale condono, del debito internazionale, che pesa sul destino di molte Nazioni». Queste parole hanno suscitato vasta eco anche in numerosi cristiani di altre confessioni che le hanno fatte proprie.

Il contributo del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace – come è o era nel mandato ricevuto – ha incoraggiato le Chiese locali a prendere l’iniziativa per dare concretezza alla proposta del Giubileo. In Italia, ad esempio, con il successo avuto presso il Governo nazionale della raccolta di fondi per la cancellazione del debito contratto verso l’Italia da Zambia e Guinea.

La crisi finanziaria globale originatasi nel mercato dei mutui subprime negli Stati Uniti e poi dilagata a partire dal 2008, le cui ripercussioni sono ancora presenti, ha indotto il Pontificio Consiglio a disegnare i contorni di quell’esigenza di riforma del sistema finanziario e monetario internazionale già manifestata alla fine degli anni novanta. Tale riforma venne tratteggiata prima con una breve nota redatta in occasione della Conferenza sul finanziamento allo sviluppo promossa dall’ONU a Doha, in cui già si denunciava a chiare lettere il fenomeno perverso della finanziarizzazione dell’economia per cui la finanza ha tradito la sua natura che è quella di “ponte” fra il risparmio e l’economia reale[5].

Il perdurare e l’incattivirsi della crisi con l’approfondimento delle ineguaglianze all’interno delle nazioni e fra le nazioni, indusse ad approfondire la riflessione con una seconda e più articolata proposta contenuta nel documento “Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale[6]. Ripercorsi brevemente l’itinerario e le cause della crisi fino ad allora, la nota tratteggiava, ispirandosi al magistero della Caritas in Veritate, un governo della globalizzazione di tipo sussidiario, affermando che «logica vorrebbe che il processo di riforma si sviluppasse avendo come punto di riferimento l’Organizzazione delle Nazioni Unite, in ragione dell’ampiezza mondiale delle sue responsabilità, della sua capacità di riunire le Nazioni della terra e della diversità dei suoi compiti e di quelli delle sue Agenzie specializzate. Il frutto di tali riforme dovrebbe essere una maggiore capacità di adozione di politiche e scelte vincolanti poiché orientate alla realizzazione del bene comune a livello locale, regionale e mondiale. Tra le politiche appaiono più urgenti quelle relative alla giustizia sociale globale: politiche finanziarie e monetarie che non danneggino i Paesi più deboli; politiche volte alla realizzazione di mercati liberi e stabili e ad un’equa distribuzione della ricchezza mondiale mediante anche forme inedite di solidarietà fiscale globale». Si tratta di una presa di posizione netta, che è stata accolta e fatta propria da molte istanze, cristiane e non, sulla necessità di nuove strutture costruite su principi etici rinnovati, in assenza delle quali nessuna soluzione della crisi è possibile, neanche sotto l’aspetto debitorio.

E’ qui che si inserisce opportunamente l’iniziativa avente come scopo, sulla base delle formulazioni della Carta di Sant’Agata de’ Goti, che «l’Assemblea generale delle Nazioni Unite giunga a formulare l’auspicata richiesta di parere alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja sui principi e sulle regole applicabili al debito internazionale, nonché al debito pubblico e privato, al fine della rimozione delle cause delle perduranti violazioni dei principi generali del diritto e dei diritti dell’uomo e dei popoli»[7].

La Santa Sede da parte sua non manca di intervenire tramite i suoi rappresentanti, il più autorevole dei quali Papa Francesco (la Santa Sede in senso proprio), per invitare le istituzioni internazionali ad adeguarsi al fine di favorire la giustizia. Nel memorabile discorso alle Nazioni Unite il Santo Padre sottolineava con vigore che «la necessità di una maggiore equità, vale in special modo per gli organi con effettiva capacità esecutiva, quali il Consiglio di Sicurezza, gli Organismi finanziari e i gruppi o meccanismi specificamente creati per affrontare le crisi economiche. Questo aiuterà – affermava ancora Papa Francesco – a limitare qualsiasi sorta di abuso o usura specialmente nei confronti dei Paesi in via di sviluppo. Gli organismi finanziari internazionali devono vigilare in ordine allo sviluppo sostenibile dei Paesi e per evitare l’asfissiante sottomissione di tali Paesi a sistemi creditizi che, ben lungi dal promuovere il progresso, sottomettono le popolazioni a meccanismi di maggiore povertà, esclusione e dipendenza»[8].

Altra opportunità da non lasciarsi sfuggire è quella offerta dall’Agenda 2030, che la Comunità internazionale si è data per raggiungere entro i prossimi quattordici, oramai tredici anni, gli obiettivi di sviluppo sostenibile. L’obiettivo 17, al punto 4, conferma l’intento di trovare soluzione alla questione debitoria «Assist developing countries in attaining long-term debt sustainability through coordinated policies aimed at fostering debt financing, debt relief and debt restructuring, as appropriate, and address the external debt of highly indebted poor countries to reduce debt distress.».

Non è senza interesse segnalare che il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, creato da Papa Francesco il 17 agosto del 2016, pubblicherà a breve la Nota presentata dalla Santa Sede alla 71.ma Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel primo anniversario dell’adozione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Questa Nota  esprime la posizione della Santa Sede stessa in merito all’Agenda 2030 ed è comprensiva di alcune importanti puntualizzazioni in merito.

 

 

 



 

[Un evento culturale, in quanto ampiamente pubblicizzato in precedenza, rende impossibile qualsiasi valutazione veramente anonima dei contributi ivi presentati. Per questa ragione, gli scritti di questa parte della sezione “Memorie” sono stati valutati “in chiaro” dai promotori del X Seminario di studi “Tradizione Repubblicana Romana”, dal curatore della pubblicazione e dalla direzione di Diritto @ Storia]

 

* Discorso pronunciato nella Sessione del 16 dicembre 2016 [“CONTRO L’USURA: DEBITO E CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA”] del X Seminario di studi "TRADIZIONE REPUBBLICANA ROMANA", organizzato dall’Unità di ricerca “G. La Pira” di Sapienza-Università di Roma e del Consiglio Nazionale delle Ricerche, diretta dal professore Pierangelo Catalano, con il patrocinio di Roma Capitale. Roma – Sede de CNR.

 

[1] GIOVANNI PAOLO II, Alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, 1989.

 

[2] GIOVANNI PAOLO II, Sollicitudo Rei Socialis, n. 41.

 

[3] Cfr. COSTA G., Giubileo della misericordia: alle radici della solidarietà, in Aggiornamenti sociali, aprile 2015, editoriale.

 

[4] Carta di Sant’Agata dei Goti - Dichiarazione su usura e debito internazionale, 29 settembre 1997.

 

[5] Cfr. Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Un nuovo patto finanziario internazionale, 18 novembre 2008.

 

[6] La suddetta nota venne pubblicata nel 2011 ed ebbe notevole eco.

 

[7] Osservazioni da un Seminario Romano, Università Tor Vergata, 18 dicembre 2015.

 

[8] PAPA FRANCESCO, Discorso alle Nazioni Unite, 25 settembre 2015.