Note & Rassegne

 

                                                                                 

Melnichuk Foto 15 2017 - CopiaI Tarquini: anziani, sacerdoti, giudici e re

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YAROSLAV V. MELNICHUK

Dipartimento di Teoria e Storia dello Stato e del Diritto

Accademia del Lavoro e delle Relazioni Sociali

Mosca

 

 

 

SOMMARIO: 1. Tarcone nella Geografia di Strabone: problemi e questioni. – 2. Le funzioni politico-giuridiche del re di Roma. – 3. Le funzioni politico-giuridiche del re di Omero (anax e basileus). – 4. I Tarquini nell’area indoeuropea. Il significato del nome. – 5. Conclusioni. – Abstract

 

 

1. – Tarcone nella Geografia di Strabone: problemi e questioni

 

Il fenomeno del potere pubblico rimane uno dei temi più importanti per gli studi umanistici. L’analisi dei capisaldi di fondazione del potere supremo e quelli della base sociale di leaderismo (the chiefdom) richiede riferimento alle origini di questo fenomeno. Per comprendere i processi complessi della genesi dei concetti sociali e politici più famosi come democrazia e dittatura, diritto e l'autorità, potere pubblico e quello privato, sono rivelanti per noi i popoli Indoeuropei arcaici e loro vicini mediterranei. A corso di millenni questi popoli fanno la direzione di sviluppo di molte civiltà. La determinazione del vettore di trasgressione delle istituzioni sociali e politiche da una società mediterranea alle altre, e anche la chiarificazione delle cause di assenza principiale di questa trasgressione, ci permette di dare uno sguardo fresco a molti aspetti della vita politico-sociale moderna. La formulazione di questi problemi richiede riferimento ai dettagli specifici della struttura socio-politica di Grecia antica, Roma e Medio Oriente allo studio degli attori del tempo, in particolare, alla storia della gens etrusca dei Tarquini, che ha giocato un ruolo chiave nello sviluppo politico mediterraneo.

Il significato di gens Tarquiniorum (Livius 2.5.2) nella storia Romana primordiale è stata a lungo l’oggetto di ricerca[1]. Il geografo antico Strabone riporta un mito che un lido Tarcone, ossia un’uomo di gran intelligenza e, quindi, grigio dall'infanzia (Strabonus, Geogr. 5.2.2: ν δι τν κ παίδων σύνεσιν πολιν γεγεννσθαι μυθεύουσι) ha arrivato in Italia e là è stato l'organizzatore della Dodecapolis etrusca, il capitale della quale viene ricevuto in suo onore il nome di Tarquinia (Tάρκωνα, φo Tαρκυνία πόλις). Il lessicografo del II secolo d.C. Sesto Pompeo Festo (Festus, De verb. sign., v. Sardi p. 430 L, 322 M) ha scritto anche: «si ritiene di solito che i re provengano dagli Etruschi, i quali sono chiamati ‘Sardi’, perché la ‘gente’ etrusca discende dalla città di Sardi in Lidia» (reges soliti sunt esse Etruscorum, qui Sardi appellantur, quia Etrusca gens orta est Sardibus ex Lydia).

I capelli di Tarcone, grigi dall’infanzia, indicano chiaramente la sua appartenenza alla categoria di ‘anziani di clan’. Dallo stesso nome di Τάρκων avviene un’altro – Tarchūnas, che contiene una radice comune di *tarχ-. Come ha notato ricercatore russo Alexandr Nemirovski, «lo stesso nome di Tarcone ci porta all’Anatolia del II millennio a.C., dove incontriamo nella mitologia ittita Tarcuno, il Dio del tuono, la divinità principale del pantheon, e nella mitologia luvia è Tarcunto». Secondo lo stesso storico, «gli Etruschi non potevano sapere di Tarcone dai Greci, o adottare quel nome da una popolazione locale d’Italia; abbiamo un caso in cui la tradizione mitologica ha conservato il ricordo della patria anatolica degli Etruschi»[2]. Il riavvicinamento degli Etruschi ai popoli Anatolici corrisponde alla convinzione di Nemirovski circa l’origine mediorientale dei Tirreni venuti nella regione di Toscana alla fine del VIII secolo a.C.[3]

Lo scopo di questo articolo è determinare lo stato sociale originale e la casa ancestrale di una delle più grandi gentes etrusche sacerdotali e regie, ossia i Tarquini.

Scoperta in Toscana nel borgo di Vulci, la Tomba François etrusca con una pittura contenente l’iscrizione 'Tarχu Rumaχ', interpretata nel secolo XIX come 'Tarquinius Romanus'[4]. Quindi, la tradizione di familia Tarquiniorum è stata riconosciuta come l’autentica e basata sui dati archeologici. Ultimamente, ci sono molti nuovi ritrovamenti archeologici che confirmano l'autenticità dei miti antichi sul periodo di dominazione Tarquinia a Roma. In particolare, nell’autunno di 2009, è stato scoperto il ‘palazzo dei Tarquini’ in Gabii – una città della Lega Latina e vecchia colonia di Alba Longa, dove i Tarquini hanno vissuto in esilio dopo la caduta el 509 a.C.[5] Ma non sono risultati isolati: ora possiamo parlare di qualche complesso archeologico intero relativo all'esistenza degli Etruschi nel territorio Romano in periodo dei secoli VI e V a.C.[6]

Tenendo conto l'origine non-romana dei Tarquini, così come la posizione che questo clan ha preso a metà del VII secolo a.C. nel cerchio aristocratico romano primo – uno stato che le permise di pretendere a leaderismo – dovrebbe sollevare la questione: Quali motivi avevano i Tarquini per le ambizioni regie? Dopo tutto, i casi descritti nella tradizione (Livius 1.34; Dionysius Hal. 3.46-47; Strabo 5.2.2 et 8.6.20) che caratterizzano il grado di convergenza di Tarquinio Prisco col re Romano Anco Marzio, non sono sufficienti come per la conferma pubblica di rivendicazione dei Tarquini per la sella curule[7], tanto per il mantenimento del potere supremo in futuro.

Prima di avvicinarci alla soluzione di questo problema, bisogna studiare le fonti principali dell’autorità romana suprema in relazione a situazioni analogiche in altre società indo-europee e più ampi – nelle società mediterranee, tenendo conto di: a) loro affinità fasica e culturale; b) l’eventuale origine mediorientale degli Etruschi. In entrambi casi abbiamo in mente l'osservazione metodologica del folclorista russo Vladimir Propp: «Gli sbagli dei ricercatori spesso si trovano nel fatto che limitano il loro materiale a un soggetto o una cultura o altre delimitazioni artificialmente create [...]. Tale estensione è necessaria anche per motivi di studi speciali»[8]. Quindi, l’ignorare il materiale comparativo disponibile su nostro problema non sarebbe ragionevole.

Per risolvere questo problema bisogna distinguere le le più importanti fonti del potere regio, le quali i Tarquini dovevano avere come candidati alla sella curule, oppure ai criteri delle quali avrebbero dovuto conformarsi. Quindi, rispondiamo alla questione: quali aspetti del potere supremo sono stati considerati dai Romani come prioritari? Dopo tutto, tranne i Tarquini, altre gentes etrusche vissero nella Roma del VII sec. a.C. senza avere alcuna pretesa al trono prima o dopo. Anche se, come è giustamente detto da Telemaco (Homerus, Odyss. 1.394-396),

 

λλ τοι βασιλες χαιν εσ κα λλοι

πολλο ν μφιλ θκ, νοι δ παλαιο,

τν κν τις τδ χσιν, πε θνε δος δυσσες·

 

tra gli Achei della circondata da onde Itaca

molti son basilei giovani e vecchi,

di cui eleggiamo l’unico, se morto il divino Odisseo.

 

 

2. – Le funzioni politico-giuridiche del re di Roma

 

Nel modello di Livio – Dionigi d’Alicarnasso – Plutarco[9] si presume le due linee parallele di formazione della comunità romana: a) l’isolamento della squadra di Romolo (grex: Livius 1.4.9) dal ‘regno’ di Alba Longa; b) il collegamento degli esuli alla comunità (aprendo il rifugio, asylum), i quali si sono trasformati nel fondamento della popolazione romana[10]. La denominazione liviana del distacco di Romolo come grex, i. e. una milizia primitiva, non è un caso isolato. Gli etnologi sono già da tempo giunti alla conclusione sulla prevalenza dell’aspetto militare in qualsiasi società arcaica (compresa quella di Romolo)[11]. Nella letteratura etnologica russa uno dei modi principali per creare l’organizzazione politica in tempi antichi considera anche l’aspetto militare. Teoricamente, è successo in questo modo: «All’inizio un leader militare si è nominato grazie alle sue capacità organizzative e tattiche [...], ma i suoi poteri erano efficaci solo durante le campagne militari»[12] (cfr.: Livius 1.4). In altre parole, nella fase iniziale di formazione dell’istituzione di rappresentanza suprema di tribù, la funzione regia principale era quella militare. Invece, se questa funzione poteva essere l’unica e l’importantissima per ottenere la sella curulis?

Per rispondere a questa domanda, ci rivolgiamo alla etimologia della parola ‘rex’. Il linguista francese Émile Benveniste ha scritto del concetto generale del re indoeuropeo (un leader della comunità): «il rex latino dovrebbe essere considerato non tanto un autocrate, come la persona che dipinge linee dei confini o spiana una strada, il quale simboleggia allo stesso tempo lo tutto ció che si riferisce al diritto... Il rex indoeuropeo è un concetto più religioso, che politico. L’obbligazione del rex non è comandare, né usare il potere, ma stabilire le regole e definire tutto ciò che si appartiene al diritto nel vero senso di questa parola. Quel così definito, il rex sta molto più vicino al sacerdote che a l’autocrate. [...] Questo significato è stato associato ai collegi sacerdotali influenti, loro compito era stretta sorveglianza sui riti religiosi. Ovvero, per la nascita di concetto del potere regio di tipo classico basato esclusivamente su stesso potere, bisognava un lungo periodo di sviluppo e di rottura fondamentale della idea regale, così come per la graduale separazione del potere politico da quello religioso...»[13].

Quindi, Benveniste attira la nostra attenzione sull’aspetto giuridico delle fonti del potere supremo, considerando questo aspetto come una parte della base sacrale del potere stesso. Tuttavia, è evidente che la fonte della potenza militare del rex e quella giuridico-sacrale sarebbero decisamente strette.

Invece, il capopopolo Romano è prima un comandante supremo militare, e di conseguenza – capo delle forze armate e dell’assemblea popolare. Formalmente, è stato eletto dal popolo: «la risposta unanime degli armati assicurò il nome e il potere del re» (Livius 1.6.2). Tuttavia, più tardi, in seguito agli sconvolgimenti politici, sono venuti al potere non solo i reges eletti dal popolo (Livius 1.41.6), ma anche quelli che non avevano neppure l’approvazione dei senatori (Livius 1.47.10, 1.49.3), ossia i re tiranni (the Tyrant Kings). Come capi supremi della comunità romana, questi tiranni, senza tener conto dell’opinione di Senato, hanno diviso le terre ostili occupate tra i cittadini armati poveri (Livius 1. 46.1, 1.47.11). Nel confronto con i senatori, i re si avvalevano del sostegno dell'esercito dei celeres o successivamente di quello centuriato (Livius 1.15.8, 1.46.2, 1.49.7).

Il re come giudice ha emesso leggi al suo nome (Livius 1.42.4), tra le cui e leggi sacrali (Livius 1.32.2: leges sacratae[14]), e le ha presentato all’Assemblea militare (Livius 1.8.1). A nome di sua comunità il re promulga i trattati internazionali (Livius 1.13.4), decide le questioni di guerra (Livius 1.32.11) e di pace (Livius 1.38.1-2). Le indicazioni principali della politica regia interna ed estera devono essere concordati col Senato (Livius 1.9.2; 1.49.7). In tempo di pace (Livius 1.41.5-6) il compito principale del re divenne l’amministrazione della giustizia (Livius 1.26.5; 1.50.8). Il re giudice aveva l'autorità d’interpretare leggi (Livius 1.26.8). In alcuni casi il monarca esercitò il giudizio da solo (Livius 1.49.4-5), con qualche mormorio da parte dei senatori (Dionys. Hal. 2.56.3), o il re ha delegato le sue funzioni giudiziarie agli assistenti o assessori (Livius 1.26.5). Comunque, l'appello supremo è sempre stata l’Assemblea militare (Livius 1.26.6).

Come fuori, in guerra, tanto in Roma il re ha dovuto effettuare i riti sacri più importanti, perché era sacerdote supremo della comunità (Livius 1.20.1)[15]. Quindi, la conferma della sua carica il monarca la ha ricevuto dai sacerdoti, mediante la cerimonia della inauguratio (Livius 1.18. Livius 1.9-10)[16]. Il re nominava personalmente alcuni sacerdoti (Livius 1.19.5; 1.21.5), tra cui quelli di più alto rango (i pontefici: Livius 1.20.5-7). A nome della comunità Romana il re pronunciava i voti pubblici (Livius 1.12.4-5); celebrava i sacrifici (Livius 1.7.3; 1.28.1) e fondava i santuari (Livius 1.10.5-6; 1.53.3). L'intero complesso dei poteri del re romano è visibile più chiaramente dal punto di vista linguistico: «...in Roma rex è una incarnazione della divinità e vestito della stessa autorità divina, che un raj- in India»[17]. Tuttavia, i sacerdoti che curavano i culti gentilizi (Livius 1.7.12: Potitii et Pinarii; Livius 1.26.13: Horatii) come rappresentanti delle gentes, entrarono in conflitto con il re per motivi religiosi e politici (Livius 1.36.2-6)[18], perché l'unificazione del culto religioso è diventata l’equivalente dell’unificazione del sistema amministrativo[19].

Vladimir Sergeev ha descrito la sfera amministrativa della comunità romana come un cosmo, e in qualità di modello ha preso i rapporti potestari all'interno della gens: «Alla testa della comunità era un anziano tribale, ‘il duce della gens’ (princeps o dux gentis), che sia in stesso tempo un leader militare, sacerdote e giudice. In casi importanti l’anziano del “clan” convocava il consiglio dei patres di famiglia o il senato [...] e l’assemblea di tutti i gentiles plenipotenziari»[20]. Quindi, il rex è un leader delle gentes in relazione a tutta la comunità romana. Modello di questi rapporti giuridici in entrambi casi è stato lo stesso (su Sergeev):

rex Romanus Senatus populus

dux gentis senatus gens.

 

 

3. – Le funzioni politico-giuridiche del re di Omero (anax e basileus)

 

Quasi la medesima sequenza dei rapporti si costruisce sull'analisi (realizzata da Benveniste[21]) dei dati linguistici dell’Iliade e Odissea:

 

ʷάναξ βασιλες γένος / λάος[22] .

 

Il carattere dei poteri del βασιλες e dell’ναξ è stato ben descritto già nell’epoca di Omero (Homerus, Odyss. 19.109-111)[23]:

 

ς τ τευ βασιλος μμονος, ς τε θεουδς

νδρσιν ν πολλοσι κα φθμοισιν νσσων (ʷάναξ)

εδικας νχσι.

 

puoi trasformarti nel βασιλεύς immacolato, pieno

di paura divina, e nell’ναξ di molte persone,

che realizza la giustizia.

 

Quindi, l’ναξ (ʷάναξ) è un capopopolo, ma i basilei (βασιλες) sono in origine capi minori, ossia i capi di clan. L’analisi delle componenti principali del potere del βασιλες e del ʷάναξ secondo i dati dell’Iliade e dell’Odissea è stata già formulate nel secolo passato. Tanto nella Grecia omerica, come nella Roma primordiale, il potere regio nel tempo di pace è stato severamente limitato dal Consiglio di anziani, ma comunque l'influenza delle assemblee tribali era grande: «qualsiasi idea che apparve nella testa del re, prima della sua attuazione doveva essere oggetto di dibattito in seno del Consiglio; ciascuna decisione del re e suo Consiglio non avrebbe potuto essere applicata senza il consenso comune del popolo [...]»[24]. L’assemblea del popolo «non è solo un’assemblea composta da individui, in contrasto col re o il suo Consiglio, ma è un complesso, che unisce in sé e il re, e il Consiglio, e il popolo, perché quest’Assemblea è l’autorità suprema della società che decide tutto in ultima istanza [...]»[25]. Secondo Dmitri Petruševski, in Grecia omerica «il monarca prima di tutto è un capo tribale in Guerra [...]; quindi, è un giudice della tribù e, infine, un rappresentante della tribù presso i Dei, è un sommo sacerdote [...] Il re apparve prima di tutto come un capo militare dei gruppi tribali piccolissimi uniti solo per scopi militari»[26]. In questo caso, come risulta dal citato frammento dell’Odissea, dopo la funzione del re come dux provvisorio, al secondo posto segue la funzione di guidice, letteralmente – ‘realizzare la giustizia’ (εδικας νχσι). Tuttavia, il termine stesso βασιλες (un condottiere della parte armata di tribù = βαίνω + λεώς / λαός) non include etimologicamente i componenti pacifici di ‘regolare regnare realizzare la giustizia’ come quelli poi sono stati attribuiti al monarca di Roma.

 

ες βασιλες, δκε Κρνου πϊς γκυλομτεω

σκπτρν τ δ θμιστας, ν σφισι βουλεύῃσι.

 

Il βασιλες, al quale il figlio di Crono onniveggente

lo scettro ha consignato e le norme, per consigliarci!

 

In altre parole, secondo l’ultimo frammento dell'Iliade (Homerus, Iliad. 2.205-206), la funzione principale di βασιλες in tempo di pace, tanto nella sfera amministrativa come in quella di procedura, era rispettere le norme giuridiche tradizionali (θμιστας) e consultare i sudditi sulle norme di diritto (o l’impartire consigli) o guidare il Consiglio tribale (βουλεύῃσι): tutto questo ha significato ‘regnare’. La medesima formula che contiene il verbo βουλεω è presente in nono brano dell'Iliade, nel frammento riferito all'obbligo regio di giudicare secondo le norme tradizionali (θμιστας) e dare consigli legali o ‘dire diritto’ (βουλεύῃσθα); tuttavia, invece di usare frequentemente la parola di βασιλες, qui è stato ancora applicato il termine di ναξ primordiale (Homerus, Iliad. 9.98-99):

 

λαν σσι ναξ κα τοι Ζες γγυλιξε

σκπτρν τ δ θμιστας, ν σφισι βουλεύῃσθα.

 

sei l’ναξ di molti popoli, e Zeus ti ha consegnato

lo scettro e le norme, per consigliarci!

 

La ferma osservanza delle norme tradizionali (θμιστας) e lamministrazione della procedura, ma anche i successi militari hanno formato la base della venerazione (l’onore = τιμή, dell’agg. superl. τιμηστερος) del monarca e, quindi, dell’autorità regia (auctoritas), che diventa, a sua volta, una sorta di fonte supplementare di ricchezza dei βασιλες bellicosi (Homerus, Odyss. 1.392-393):

 

ο μν γρ τι κακν βασιλευμεν αψ τ ο δ

φνειν πλεται κα τιμηστερος ατς.

 

è certo che regnare non è male; la ricchezza

appare presto nella tua casa, e sei il più onorevole stesso.

 

Invece, la formula d’Omero di ‘dire diritto’ (βουλεύῃσι, βουλεύῃσθα) non è trasformata nel privilegio esclusivo dell’ναξ o del βασιλες. Gli altri anziani (γερντες) proprio (come i superiori, νάκτες) avevano l'onore di consultare (βουλ) e trasmettere miti (μθοισι). Allora, Nestore ha detto ironicamente su di sé e chiaro – sulla sua gioventù: «Incoraggerò loro / col mio consiglio o con i miei racconti – è un’onore reso agli anziani» (Homerus, Iliad. 4.322–323: κελεσω / βουλ κα μθοισι· τ γρ γρας στ γερντων). Quindi, il dovere regio è presiedere in campagne (βασιλευμεν), ma l’onore degli anziani è comporre miti eroici e militari. I frammenti citati da Omero indicano una piccola, ma fondamentale differenza tra la posizione regia e quella degli anziani. Si ail re, sia gli anziani possono consultare (βουλεύῃσθα o βουλ): per un monarca questi consigli sono quasi un’obbligo e una base dell’autorità (τιμή), ma per gli anziani (o γερντων) sono solo un’onore (τ γρας)[27]. Tuttavia, la stessa differenza degli stati politico-sociali, la quale oggi è considerata l’importante, non è stata in quel tempo ancora formalizzata. In periodo di pace, il capopopolo è stato solo il primo tra gli anziani uguali in stato (βασιλες), così primus inter pares, e tutti quanti governano insieme (letteralmente: gli anziani «annuiscono (alla risposta del principale, i. e. ναξ)» – κρανουσι: Homerus, Odyss. 8.390-391)[28]:

 

δδεκα γρ κατ δμον ριπρεπες βασιλες

ρχο κρανουσι, τρισκαιδκατος δ γ ατς·

 

la nostra gente è governata dai dodici basilei –

i capi rispettissimi, anch’io è il tredicesimo stesso.

 

Tanto nell’ultimo, come nell’altri frammenti di Omero, contenenti i termini o le formule processuali, manca la parola ‘giudice’. In essi si trattano dell’ναξ o degli anziani (o γερντων) o, nell’ultimo caso, dei «capi rispettissimi [di tribù]» (ριπρεπεςρχο), i quali devono essere dodici o tredici.

Lo stesso procedimento è così primitivo, così immanente a tutte le società tradizionali dalla Corsica e Sardegna al Caucaso, dall'Età di Bronzo all’epoca Moderna[29]. Questo processo, come è noto a tutti, è stato dipinto da Omero sullo scudo d’Achille, che è conosciuto come re bellicoso, ma non giudice (Homerus, Iliad. 18.503–508):

 

…ο δ γροντες

εατ᾽ἐπ ξεστοσι λθοις ερ ν κκλ,

σκπτρα δ κηρκων ν χρσ᾽ἔχον εροφνων·

τοσιν πειτ᾽ἤϊσσον, μοιβηδς δ δκαζον.

κετο δ᾽ἄρ᾽ἐν μσσοισι δω χρυσοο τλαντα,

τ δμεν ς μετ τοσι δκην θντατα εποι.

 

…e gli anziani

su pietre squadrate si siedono in silenzio nel cerchio sacro,

i scettri in mano accettano dai messaggeri vocesquillanti;

col scettro si alzano e un dopo l'altro pronuncia sentenza.

In cerchio davanti a loro si trovano due talenti pur’ oro –

il pagamento per chi, il quale darà la più giusta sentenza.

 

Come si vede, il ruolo del collegio di giudici si realizzava proprio dagli anziani (ο γροντες) seduti nel cerchio sacro (ερ ν κκλ), i. e. nel τέμενος, che facevano qualcosa indipendentemente, senza re a capo. Gli anziani «dicono diritto» (δκαζον), e l’oro sarà ricevuto non a quello anziano che dimostra qualcosa giusta, ma a quello chi avrebbe mostrato a tutti quanti la formulaκην) di azione[30], quella la più adatta (θντατα) per il caso proposto. Nell’opera d’Omero si descrive uno procedimento primordiale nominato dai Romani la legis actio sacramento in rem (cfr: Gaius, Inst. 4.11). Una parte d’oro sarà recevuta il saggissimo degli anziani. Al contrario delle vicende di guerra, tali procedure sono state una delle fonti permanenti di ricchezza dei re e degli anziani (Homerus, Odyss. 1.392–393). Gli aspetti sacrali di questo processo sono stati esaminati dal giurista francese Henri Lévy-Bruhl[31], e poi dal giurista spagnolo Manuel Jesús García Garrido[32].

I ricercatori dell’Iliade hanno sottolineato più volte il fatto che l’autorità legale aveva una grande importanza nella società omerica, perché è diventata la «base della popolarità regia»[33]. Curiosamente, nel caso dei re romani, la funzione giudiziaria aveva giocato uno scherzo crudele a qualcuno di loro: Dionigi d’Alicarnasso ci ha conservato la storia leggendaria di Romolo ucciso dagli anziani scontenti dell’arbitrarietà mostrata nel tribunale supremo (Dionys. Hal. 2.56.3).

Confrontando i dati sulle funzioni del βασιλες di Omero con quelle di Romolo, si può assumere che rex è già stato qualcosa di più del βασιλες, ma non ancora il τύραννος dell’epoca etrusca[34]. In questo caso possiamo parlare di un periodo di transizione (nella prima monarchia) che è quasi impercettibile nella storia della Grecia di Omero.

 

 

4. – I Tarquini nell’area indoeuropea. Il significato del nome

 

Allora, nell’epoca tribale il monarca Romano ha avuto funzioni che hanno formato una sorta di tripartizione e che si sono realizzate in tre grandi ambiti di quella società: la prima è militare, ossia nella politica estera; la seconda è giuridica, vale a dire intracomunitaria (entrambe lineamenti orizzontali); la terza è sacrale (lineamenti verticali). Nella narrazione di Tito Livio, il re di Roma è raffigurato allo stesso tempo come giudice di ultima istanza, come capo militare e come sommo sacerdote[35]; nominato dal Senato ed approvato dalla Assemblea popolare (intesa come organizzazione militare: Livius 1.6.1, 1.8.1, 1.17.4 et 1.28.2).

I dati della tradizione antica rafforzano quelli linguistici: il re romano comanda l'esercito, celebra i rituali, ‘stabilisce le regole’ e ‘proclama il diritto’. Quest'ultimo è caratteristico per i popoli indoeuropei mediterranei, mentre che per i semiti mediterranei fu importante la componente sacrale.

Al fine di scoprire il quale di questi tre ambiti è stato considerato più importante nel periodo etrusco di Roma – in altre parole: quale di queste condizioni irreversibili era la più coerenta alla gens Tarquiniorum, ci rivolgiamo alla etimologia del nome della dinastia etrusca. Nemirovski traccia già qualche connessione tra tarχu etrusco, la regione anatolica e la piante caucasica tarχūn (l’estragone), ma la località ancestrale non è stata identificata da questo ricercatore russo.

Andiamo avanti con l’obiettivo di capire alcune relazioni linguistiche di tarχu nell’area anatolica.

Come risultato di nostra ricerca è stato scoperto un punto fermo nel ramo iraniano degli indoeuropei, vale a dire, nella lingua osseta; gli Osseti sono discendenti degli Sciti e Alani. Così, nel Dizionario storico-etimologico della lingua osseta di Vassili Abaev[36] c'è un parallelo tra Tarquinio in etrusco e un tærxon (pronunciare: tǟrχon) in osseto, i. e. un anziano giudice. Questi anziani come sacerdoti di clan hanno amministrato la giustizia nei luoghi sacri presso i templi e I cimiteri. Abaev ha trovato un legame del tærxon osseto con *tark- della lingua degli Ittiti, inteso come ‘interpretare’ ‘l’interprete di leggi tradizionali’ il ‘giudice’) e l’ha tratta da *tŗkāna- o *tarkāna- [37]. Per la spiegazione del termine tærxon il inguista russo-osseto Abaev indica in particolare il nome etrusco Tarχon (Tarchō: Vergilius, Aen. 11.727, 730, 746, 758, cfr. 11.834-835, Tarcon = Tarquinius), citando qualche ricerca linguistica inglese, che riunivano Tarchon col termine tarχān[38]. Da qui non è lontano a Tάρκων, i. e. il nome di un lido grigio dall’infanzia arrivato all’Etruria[39].

Tuttavia, Abaev osserva: «È certo che bisogna tenere a mente una possibilità di consonanza accidentale. Ma se consideremmo che l'uso di questo lessema in nomi personali ha una profonda tradizione linguistica (nello tracio, sogdiano, khazar e altre lingue; cfr. ancora i cognomi Tarxnišvili in georgiano e Tarkhanov in russo) e se ricordassimo i rapporti antichi degli Sciti con gli ‘Italici’ [...], – la conformità di tærxon osseto a Tarchon etrusco-latino sarebbe nella stessa livea come l’osseto Wærgon // Volcānus»[40]. Il riavvicinamento fatto da Abaev è presto supportato da qualche ricerca del livello di generalizzazioni superiori. Così, uno dei risultati della ricerca linguistica dell’Accademico russo Vjačeslav Vs. Ivánov conduce a questa conclusione: «…dal punto di vista linguistico la tradizione etrusca nonostante tutti gli elementi indoeuropei attestati continua la tradizione del Caucaso Settentrionale primigenia e vicina alla tradizione hurrica»[41]. Quindi, la consonanza accidentale presunta da Abaev è ora esclusa.

Allora, nella tradizione linguistica etrusca la componente propriamente del Caucaso Settentrionale ha dominato su quella indoeuropea comune; è evidente che la linguistica rifletta, a quanto pare, solo le realtà del II millennio a.C. I dati linguistici ottenuti da V. V. Ivánov rafforzano l'ipotesi, secondo la quale la casa dei Tarquini ha avuto la provenienza anatolico-caucasica. Il Caucaso conserva ancora le tracce linguistiche che sono state quasi cancellate nel suolo italiano. Fino ad ora, ‘tærxony læg’ dell’osseto moderno, i. e. un’uomo di categoria di ‘tærxon’ è: 1) un’uomo d'onore, un’anziano; 2) l'arbitro in procedimento; 3) l’esperto e l’interprete delle leggi tradizionali (o i costumi). Elena Štaerman nella descrizione delle ricerche italiane dell’anni ’80 di Storia di Roma antica ha sottolineato che il carisma regio è basato nella capacità d’interpretare la volontà degli Dei[42].

Quindi, con i nuovi dati linguistici, così come con le scoperte moderne nel campo dell’archeologia romana, e anche con le profonde osservazioni degli esperti nell’ambito della storia sociale arcaica del Mediterraneo, dobbiamo ammettere che Tάρκων greco, Tarχu etrusco e lo stesso Tarquinius Romanus (sia un clan regio, sia un nome etrusco comune) significarebbe «l'interprete della volontà degli Dei o l'interprete del diritto (o dei costumi tribali)». Ora è certo, perché nella leggenda di Strabone su Tarcone questo bellicoso Etrusco è descritto come uomo «saggio e dall'infanzia grigio»: era un giovane «quasi vecchio», ossia l’anziano. Saggezza e canizie infantile qui non sono segni particolari di un pirata anatolico, ma l'indicazione cifrata o l’allusione al rango altissimo di questo gruppo sociale a cui apparteneva lo stesso Tarcone. In questo modo, tarχu è simile a tærxony læg alano-osseto, a βασιλες dOmero, anche a rex Romanus, così come al giudice šophet di Vecchio Testamento e a Rāj vedico induista o, come gli annalisti romani dicevano, a lucumone etrusco.

Ora sono diventate trasparenti le cause, per le quali i Tarquini hanno acquisito una posizione speciale nella società romana, e inoltre un terreno nel τέμενος, nel futuro Campo Marzio[43]. I Tarquini come una gens nobile e arcaica potevano naturalmente aspirare alla sella curule. Invece, questa posizione non avrebbe potuto essere realizzata, se gli Etruschi non avessero conquistato la città di Roma. Questo fenomeno è stato ben descritto da Sergeev: «Nella storia del Lazio e di Roma ha svolto un ruolo decisivo la conquista etrusca che si è riflessa anche nel potere regio in senso di sua amplificazione. Secondo la tradizione, Roma fu conquistata a metà del VII secolo a.C. dai re lucumoni della città di Tarquinia, i quali hanno dominato a Roma e Lazio durante 150 anni»[44].

Senza metterci a discutere sul fatto della presa di Roma, notiamo che sarebbe dubbio che lo stato di lucumone come membro di collegio aristocratico sacerdotale possa essere assimilato allo stato del monarca Romano. Alla luce di nostra analisi comparativa è chiaro che i lucumoni (lauχme) dell’Etruria dovrebbero essere simili agli anziani (βασιλες), ma non agli νκτες. La stessa frase Serviana che nell’Etruria «furono dodici lucumoni, uno dei quali il principale» (Servius Hon., Verg. Aen. 8.475; cfr.: Idem, Verg. Aen. 10.202: singuli lucumones imperabant, quos tota in Tuscia duodecim fuisse manifestum est, ex quibus unus omnibus praeerat) avrebbe potuto essere piuttosto un contrassegno della famosa stampa d’Omero (Homerus, Odyss. 8.391) che la verità storica. Invece, l’utilizzando un’altra stampa d’Omero, possiamo fermamente dire che i tærχon o tarχu sono sicuramente inclusi nel ‘cerchio sacro’ dei lucumoni.

 

 

5. – Conclusioni

 

Dopo l’invasione etrusca a Roma (nel VII sec. a.C.) l’aspetto importante dell’attività regia è un ruolo di giudice supremo e di quello che potrebbe interpretare il diritto come volontà degli Dei (fas), ovvero un ruolo che è stato saldamente legato agli aspetti militari e sacerdotali (Tarquinio e Tanaquil), i quali furono così tipici per i sacerdoti governanti etruschi[45].

Tuttavia, tanto nella figura di rex Romanus, come in quella di βασιλες di Omero, questi aspetti non si sono stati ancora separati dalla massa di ‘competenze’ unitaria. Ma lo stesso non potrebbe dirsi a proposito dei leader etruschi: quindi, il termine comune per capopopolo etrusco non si è ancora formato. Dall'ambiente aristocratico-sacerdotale dei lucumoni sono venuti nell'arena politica i tarχu (in particolare, la gens Tarquinia), poi i lars bellicosi (per es., Porsenna), poi i zilath sacrosanti che erano simili al futuro rex sacrorum in Roma[46].

Il termine tarχu etrusco per la sua derivazione etimologica è simile a rex Romanus come “un’anziano, l’interprete e l’arbitro”. In futuro, è evidente che tarχu sarebbe stato solo uno dei titoli altissimi dell’aristocrazia etrusca. In ogni caso, alcune persone di categoria tarχu dal punto di vista religioso dei Tirreni potrebbe giustamente aspirare alla ‘carica’ del tiranno Romano.

 

 

Abstract

 

En el artículo se examina el contexto social y la ubicación geográfica original de la gens real de la Roma antigua, es decir, los Tarquinii. El punto de partida del análisis es un relato legendario del geógrafo griego Estrabón (5.2.2) sobre un hombre Lido llamado Tarcón, «cano desde la infancia», analizado en el contexto de la tradición literaria antigua en correspondencia de los datos lingüísticos modernos. Al tener en cuenta los numerosos hechos de la historia social, política y jurídica, y también las analogías culturológicas de la zona indoeuropea, el Autor define el hogar ancestral de los Tarquinios en el campo que va desde la Anatolia Oriental hacia el Cáucaso del Norte, donde vivían no sólo los pueblos indoeuropeos. El estado social de los alienígenas Tarquinios en Roma fue asegurado al alto estado religioso y legal de los ancianos de tribu, entre los que se encontraban originalmente los Tarquinios: el término tarχu significaba en la lengua etrusca tanto ‘anciano (senex)’, como ‘juez’. La posición de esa raza nóbil en la sociedad etrusca ha proporcionado a la gens Tarquinia el derecho de reclamar el poder real en la Roma de los siglos VII y VI a.C.

Palabras clave: la Roma antigua, gens Tarquinia, la Grecia de Homero, el rey-juez, el derecho romano sacro, el anciano de tribu, los Indoeuropeos.

 

 

 



 

[1] Per esempio, i riferimenti nell’articolo: T.N. GANTZ, The Tarquin dynasty, in Historia 24, H. 4, 1975, 539–554.

 

[2] A.I. NEMIROVSKI, Etruschi: dal mito alla Storia, Mosca 1983, 214-215 (Немировский А.И. Этруски: от мифа к истории. М., 1983. С. 214 – 215). Per il VIII sec. a.C. è archeologicamente stabilita già la comunicazione delle città costieri di Lazio con la regione egeo-anatolica: A.I. NEMIROVSKI, loc. cit., 213.

 

[3] A.I. NEMIROVSKI, Etruschi: dal mito alla Storia, cit., 190.

 

[4] V.S. SERGEEV, Saggi sulla storia di Roma antica, I, Mosca 1938, 37 (Сергеев В.С. Очерки по истории Древнего Рима. М., 1938. Т. 1. С. 37).

 

[5] I dati sulla scoperta archeologica (sulla direzione di Stefano Musco, dell’università Tor Vergata) del palazzo dell'ultimo re Romano Tarquinio il Superbo e suo figlio Sesto nella città di Gabii: Tyrant king palace found (http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/english/2010/02/25/visualizza_new.html_1708031707.html). Dopo l’espulsione del re Tarquinio, molti dei suoi gentiles sono a lungo rimasti a Roma. A quanto pare, secondo Diodoro Siculo, la gens Tarquinia è definitivamente eliminata nel 357 a.C., quando sono stati uccisi i 260 Taquini nel Foro Romano: Diod. Sic. 14.45.8.

 

[6] Lo studio nuovo fatto sui diversi materiali, tra cui anche archeologici: A. CARANDINI, Re Tarquinio e il divino bastardo: Storia della dinastia segreta che rifondò Roma, Milano 2010 (171 p.)

 

[7] Il commentatore della traduzione russa del libro primo di Tito Livio scrive quanto segue (N.E. BODANSKAJA. Commenti , in T. LIVIUS, Storia di Roma dalla sua fondazione, a cura di V.M. SMIRIN. I, Mosca 1989, 514 e nt. 113 = Боданская Н.Е. Комментарии // Тит Ливий. История Рима от основания Города. М., 1989. Т. 1. С. 514 и прим. 113): «Mescolare insieme le storie di Demarato da Corinto e Tarquinio da Etruria è una speculazione scolastica dei primi storici romani». Altrettanto: V.L. TSYMBURSKI, Il verbo greco TAPXΥΩ ‘seppellisco’ e il mito dell’Asia Minore sulla sconfitta del Dio vincitore, in Il messaggere della storia antica 1, 2007, 152–169 (Цымбурский В.Л. Греческий глагол TARXΥΩ «погребаю» и малоазийский миф о поражении бога-победителя // Вестник древней истории – ВДИ. 2007. № 1. С. 152 – 169). Quiesto linguista russo dopo Blümel e Kretschmer (R. BLŰMEL, Homerisch ταρχύω in Glotta 15, 1926, 78-84; P. KRETSCHMER, Die Stellung der lykischen Sprache, in Glotta 28, 1939, 104-106) qui vede anche le relazioni religiose e linguistiche con la tradizione dell’Asia Minore, particolarmente nei gentilizi etruschi di Tarxna e Tarxunies / Tarquinius. Inoltre, Tsimburski ha emfatizzato l’ipotesi di Pugliese Carratelli (G. PUGLIESE CARRATELLI, Tαρχύω, in Archivio glottologico italiano 39, 1954, 79-82) sull’eventuale riflessione nel verbo di ταρχύω qualche qualità «ctonica» del Dìo tonante dell’Asia Minore – i. e. Tarchunt / Tarchu. Tsymburski rende la conclusione sulla diversità dei contatti vivi dei greci dell’Asia Minore con il patrimonio ittito-luvico religioso, oltre la tradizione d’Omero (V.L. TSYMBURSKI, Il verbo greco TAPXΥΩ, cit., 169); e anche: «…molti delle forme nominative dell’Asia Minore parallele a ταρχύω hanno direttamente il carattere teonimico o teoforo» (V.L. TSYMBURSKI, Il verbo greco TAPXΥΩ, cit., 155). Gli scritti di Livio, Strabone (Strabo, Geogr. 5.2.2) e Dionigi d’Alicarnasso si ispirano alla tradizione annalistica romana. Ecco il frammento di Dionigi d’Alicarnasso (Dionys. Hal. 3.46.2): «Chi erano i genitori di Tarquinio, in quale patria egli è nato, per quali ragioni è venuto a Roma [...] io dico come l'ho trovato negli scritti degli storici locali». Cfr.: Herodotus 1.94, sulla provenienza lidica degli Etruschi / Tirseni.

 

[8] V.Ja. PROPP, Le radici storiche dei racconti di fate. San Pietroburgo, 4a ed., Mosca 2004, 19 (Пропп В.Я. Исторические корни волшебной сказки. СПб., 2004. 4-е изд. С. 19).

 

[9] Livius I; Dionysius Hal. I et II; Plutarchus Romulus et Numa.

 

[10] Livius 1.6.3, 1.8.5–6, cfr. 1.9.5; Dionysius Hal. 2.55; Strabonus 5.2; Florus, Epit. 1.1.9. Altrettanto: I.L. MAJAK, La Roma dei primi re: La genesi di polis Romana, Mosca 1983, 58 (Маяк И.Л. Рим первых царей: Генезис римского полиса. М., 1983. С. 58).

 

[11] I.L. MAJAK, La Roma dei primi re, cit., 113, cfr.: J.-N. LAMBERT, Les origines de Rome à la lumière du droit comparé: Romulus, in Studi in onore di Pietro De Francisci. I, Milano, 1956. Sull’analisi dello problema di amministrazione in Roma regia: I.L. MAJAK, La Roma dei primi re, cit., 233-254; A.V. COPTEV, La forma antica del dominio e dello Stato in Roma antica, in Il messaggero della storia antica 3, 1992, 9 (Коптев А.В. Античная форма собственности и государство в Древнем Риме // Вестник древней истории – ВДИ. 1992. № 3. С. 9); A.M. SMORČKOV, Regnum et sacrum: sul carattere del potere regio in Roma antica, in Ius antiquum – Древнее право 10, 2002, 51 sgg. (Сморчков А.М. Regnum et sacrum: о характере царской власти в Древнем Риме // Древнее право – Ius antiquum. 2002. № 10. C. 51 сл.)

 

[12] V.P. ALEXEEV, O.Yu. ARTÖMOVA, L.E. KUBBEL ed al. La storia della società primitiva, III, Mosca 1988, 230-231 (Алексеев В.П., Артёмова О.Ю., Куббель Л.Е. и др. История первобытного общества. М., 1988. Кн. 3. С. 230–231). Nella letteratura europea si tratta delle due funzioni principali del re romano: P. DE FRANCISCI, La communità rurale nel Lazio primitivo, in Atti del X congresso internazionale di scienze storiche, 4-11 sett. 1955, VII, Roma, 151 sgg.): la funzione prima è un leader militare provvisorio, la seconda è un re come l’autorità sacerdotale, i. e. quella era una base costante del potere regale. Cicerone ha spiegato l'elezione di re e, in conseguenza, l’assenza in Roma primordiale del potere sovrano ereditario, dicendo che agli albori della sua storia i Romani erano consapevoli del fatto che la natura è riposa a volte sulla prole (Cicero, Rep. 2.12.24: Nostri illi etiam tum agrestes viderunt virtutem et sapientem rege non progeniem quaeri oportere). V. anche delle funzioni del re Romano: A.I. NEMIROVSKI, Storia di Roma primordiale e Italia, Voronezh 1962, 150 sgg. (Немировский А.И. История раннего Рима и Италии. Воронеж, 1962. С. 150 сл.) Tuttavia, prima nella letteratura storica ci sono ricerche (come si è scoperto in seguito), nelle quale si assolutizza il potere di re Romano, per esempio: U. COLI, Regnum, Roma 1951.

 

[13] É. BENVENISTE, Dizionario dei termini sociali indo-europei, Mosca 1995, 249 e 252–253 (Бенвенист Э. Словарь индоевропейских социальных терминов. М., 1995. С. 249, 252–253).

 

[14] Leges regiae / a cura di G. FRANCIOSI. Napoli 2003; L.L. KOFANOV, Il diritto sacrale e l’evoluzione di cosiddette ‘leggi del re’ nei VIII–VI secoli a.C., in Il messaggero della storia antica = Vestnik drevnei istorii 1, 2006, 48 – 52 (Кофанов Л.Л. Сакральное право и эволюция так называемых «царских законов» в VIII–VI вв. до н. э. // ВДИ. 2006. № 1. С. 48–52).

 

[15] V.I. MODESTOV, Il sistema di scrittura Romana nel periodo regio, in Annali scientifici dell’Università di Kazan 1867. Le parti V e VI (Модестов В.И. Римская письменность в период царей // Ученые записки Казанского университета. 1867. Вып. V–VI). Nel periodo repubblicano le funzioni sacrali regie sono state affidate al sacerdote special, i. e. il re di sacrificio (Festus, De verb. sign., v. Sacrificulus rex, p. 319 M., 423 L.): FR. BLAIVE, Rex sacrorum: recherches sur la fonction religieuse de la royauté romaine, in Revue Internationale des Droits d’antiquité – RIDA 42, 1995, 125–154. Secondo la tradizione, il re Servio Tullio ha trascorso i primi quattro lustra Romana, i. e. le cerimonie sacrali che comprendevano tutta la sfera politico-sociale della società (Valerius Maximus 3.4.3).

 

[16] FR. BLAIVE, De la designatio а l’inauguratio: observations sur le processus de choix du rex Romanorum, in Revue Internationale des Droits d’antiquité – RIDA 45, 1998, 63–87. Un rito simile d’inaugurazione del re giudice si ha praticato dagli Israeliti arcaici: «Giosuè, figlio di Nun, era pieno dello spirito di saggezza, perché Mosè aveva imposto le mani su di lui, e figli d'Israele si obbedivano a lui» (Deuteronomium 34.9).

 

[17] É. BENVENISTE, Dizionario dei termini sociali indo-europei, Mosca 1995, 263.

 

[18] L’opposizione del potere regale si è concentrata nella Curia. Da uno lato, il Senato si ha formato dal re dei rappresentanti delle gentes patrizie (Livius 1.8.6-7), dall'altro – il Senato stesso formava e approva le decisioni dell'Assemblea Elettiva di un nuovo re (Livius 1.17.9, 1.22.1, 1.32.1, 1.35.6 et 1.46.1). Nei VIII – VII secoli a.C. l’organizzazione gentilicia era ancor abbastanza forte in situazioni, quando gli anziani eliminavano i re indesiderati, spiegando la loro morte come un punizione del Cielo (Livius 1.16.1-4 et 1.31.8). Ma verso la metà del VI secolo a.C. i re sono andati fuori il controllo della nobiltà gentilicia e poi hanno andato all'offensiva. Quelli erano già tiranni veri come Servio Tullio o Tarquinio il Superbo, che non prendono già in considerazione qualsiasi interesse dell'aristocrazia.

 

[19] Cfr. il ruolo del sacerdozio in Israele arcaico: le funzioni sacerdotali sono ereditari e gentilici (il sommo sacerdote ed i leviti in generale: Deuteronomium 10.6 et 8); il sacerdote giudice ha avuto una decima per ogni tre anni (Deuteronomium 14.28-29). Tuttavia, la legge di Mosè si consiglia vivamente di avere l’unico altare (Deuteronomium 12.5-7, 12.11-14, 12.26, 16.5-7 et 16), perché la costruzione d’altri altari è vista come un tradimento del Dìo e la manifestazione del separatismo (Iesus Nun. 22.16 et 18). I ricercatori vedono qui un'allusione alla riforma religiosa del re Giosia del 622 / 621 a.C. Per esempio: L.S. FRIED, The High Places (Bāmôt) and the Reforms of Hezekiah and Josiah: An Archaeological Investigation, in Journal of the American Oriental Society 122, 3, 2002, 437–464. Il risultato di quell’articolo: la distruzione di ‘alberi sacri’ e altari pagani sulle altezze di colline (bāmôt) si è verificata intorno al 701 a.C., il quale è terminus post quem della compilazione di Deuteronomio. Sul grado di vicinanza cronologica della società descritta in questi libri di Bibbia alle società omerica e primarepubblicana Romana: J.M. BLÁZQUEZ MARTÍNEZ, J. CABRERO PIQUERO, La storicità dei libri di Vecchio Testamento alla luce dell’archeologia contemporanea, in Il messaggere della storia antica 1, 2008, 101–105 (Бласкес Мартинес Х.-М., Кабреро Пикеро Х. Историчность книг Ветхого Завета в свете современной археологии // ВДИ. 2008. № 1. С. 101–105). Altrettanto: J.C. GEOGHEGAN, ‘Until This Day’ and the Preexilic Redaction of the Deuteronomistic History, in Journal of Biblical Literature 122, 2, 2003, 201–227: la base di Deuteronomio (i capitoli da 12 a 26) è scritta cerca dell’anno 622 a.C., e il ‘Libro del Giosuè, figlio di Nun’ scritto nel VI o nell’inizio del V sec. a.C.

 

[20] V.S. SERGEEV, Saggi sulla storia di Roma antica, I, cit., 41 (enfatizzato da Sergeev) (Сергеев В.С. Указ. соч. Т. 1. С. 41; выделено В. С. Сергеевым). Cfr. la descrizione analogica nella Politica di Aristotele: Aristoteles Politica, 1, p. 1259: «il despota ha avuto con i suoi sudditi gli stessi rapporti di un capo famiglia con i suoi figli».

 

[21] Sulle direzione di rapporti: É. BENVENISTE, Dizionario dei termini sociali indo-europei, cit., 264: «Studiando parole relative alla descrizione di potere regio nello greco antico, è possibile osservare che nei verbi e sostantivi, nello quali esprime l'idea di ‘regnare’, c’è un rapporto unidirezionale: i verbi principali sono formati dai sostantivi, ma non viceversa».

 

[22] È evidente che λαός ossia ‘la comunità masculine e militare’, i. e. la quella che non include tre gruppi: anziani, donne e bambini: É. BENVENISTE, Dizionario, cit., 295, 296.

 

[23] Qui e poi vediamo che Omero non distingue già la forma primordiale, i. e. ʷναξ (il re o il capo di tribù) e la forma successiva di βασιλες (il capo della gens).

 

[24] D.M. PETRUŠEVSKI, La società e lo Stato di Omero, Mosca 1913, 8 (Петрушевский Д.М. Общество и государство у Гомера. М., 1913. С. 8).

 

[25] D.M. PETRUŠEVSKI, loc. cit., 25 – 26.

 

[26] D.M. PETRUŠEVSKI, loc. cit., 6.

 

[27] Sui rapporti tra la τιμή e il potere regio, tra τ γρας e l’autorità degli anziani: É. BENVENISTE, Dizionario, cit., 269-276.

 

[28] Il problema del componente giuridico di quel verbo è stato ben studiato: É. BENVENISTE, Dizionario, cit., 264–268 (il capitolo Il potere regio, spec. 268). Cfr. i frammenti così analogici al commento di Servio Onorato sulla situazione in Etruria (Servius Hon., Verg. Aen. 8.475): nam Tuscia duodecim lucumones habuit, id est reges, quibus unus praeerat. E ancora: propter duodecim populos Tusciae, duodecim enim lucumones, qui reges sunt lingua Tuscorum, habebant (Servius Hon., Verg. Aen. 2.278).

 

[29] È rappresentativa una collezione caratterizzante di quelle società analoghe del Mediterraneo anche in periodo dal XVI a l’inizio del XIX secoli d.C. mostrata nel libro: F. BRAUDEL, La Méditerranée et le monde méditerranéen à l’époque de Philippe II (9 éd.) [Parte 1: Il ruolo dell'ambiente], Mosca 2002, 51 (Бродель Ф. Средиземное море и средиземноморский мир в эпоху Филиппа II. М., 2002. Ч. 1: Роль среды. С. 51 и сл.).

 

[30] Sui rapporti tra il termine δική e la formula processuale (la dichiarazione formale) indicò É. BENVENISTE, Dizionario, cit., 304–305. Il termine δική ha gradualmente liberato dal componente etico (‘l’equità / giustizia’), significando poi proprio ‘il diritto’.

 

[31] H. LÉVY-BRUHL, Recherches sur les actions de la loi, Paris 1960.

 

[32] M.J. GARCÍA GARRIDO, Proceso arcáico y legis actiones (a propósito de las ‘Recherches’ de Lévy-Bruhl), in Studia et Documenta Historiae et Iuris – SDHI 1961, P. 352 sgg.

 

[33] D.M. PETRUŠEVSKI, loc. cit., 12, cfr.: Homerus, Odyss. 19.109–114.

 

[34] Nemirovski (A.I. NEMIROVSKI, Etruschi: dal mito alla storia, Mosca 1983, 191), citando l’articolo di Pfiffig (A. PFIFFIG, Religio Etrusca, Graz 1975, 263), deduce il termine pregreco *τύραννος < anatolico *turanna, i. e. «l’amministratore, datore dei beni» dalla radice indoeuropea commune *tur- , i. e. ‘dare’.

 

[35] Lo studio speciale su potere reale in società primitive: A.M. HOCART, Kingship, London 1927, Chap. 7. «Hocart ha più volte sottolineato che il re è una parte del sistema amministrativo solo nella fase avanzata di sviluppo, ma in precedenza il re gioca un ruolo puramente simbolico» – dice l’etnologo armeno Levon Abramian: L.A. ABRAMIAN, La festa primitiva e la mitologia, Yerevan 1983, 43 (Абрамян Л.А. Первобытный праздник и мифология. Ереван, 1983. С. 43).

 

[36] Notiamo che i primi tre volumi del Dizionario di Abaev sono editi prima dell’anno 1980, i. e. per qualche anno prima del libro di A.I. Nemirovski (dell’anno 1983), ma l’ultimo Autore non ha preferito inspiegabilmente citare questo Dizionario.

 

[37] V.I. ABAEV, Dizionario storico-etimologico della lingua osseta, 3, Leningrado 1978, 275 sgg. (Абаев В.И. Историко-этимологический словарь осетинского языка. Л., 1978. Т. 3. С. 275 и сл.).

 

[38] F.W. THOMAS, H. BEVERIDGE, Tarkhān and Tarquinius, in Journal of the Royal Asiatic Society of the G. Britain and Ireland Januar 1918, 122–123; April 1918, 314–316.

 

[39] L. ZGUSTA, Kleinasiatische Personennamen, Prag 1964, 489: l'elenco dei nomi di persona con una radice ‘Tarc(h)-’ ha 23 variazioni.

 

[40] V.I. ABAEV, Dizionario, cit., 277.

 

[41] V.V. IVÁNOV, I dati nuovi sul rapporto tra la tradizione scritta liciaca dell’Asia Minore, etrusca e romana. La designazione dei numeri, in Il messaggere della storia antica 3, 1982, 200 (Иванов Вяч.Вс. Новые данные о соотношении малоазиатской ликийской, этрусской и римской письменных традиций. Обозначение чисел // ВДИ. 1982. № 3. С. 200). Cfr.: R. GUSMANI, Il lessico ittito, Napoli 1968, 79-80.

 

[42] E.M. ŠTAERMAN, Alcune nuove ricerche italiane della storia socio-economica della Roma antica, in Il messaggere della storia antica 3, 1982, 151 (Штаерман Е.М. Некоторые новые итальянские работы по социально-экономической истории древнего Рима // ВДИ. 1982. № 3. С. 151).

 

[43] Servius Hon., Verg. Aen. 9.272: Mos fuerat, ut viris fortibus sive regibus pro honore daretur aliqua publici agri particula, ut habuit Tarquinius Superbus in campo Martio – «Fu da tempo l’usanza di fornire per gli uomini forti o per i re, come premio onorario, uno piccolo terreno nel campo pubblico, che ha avuto Tarquinio il Superbo nel Campo Marzio». Per esempio: Ya.V. MELNICHUK, La nascita della Censura Romana. Lo studio sulla tradizione antica nell’ambito della storia di amministrazione civica di Roma, Mosca 2010, 172–174 (Мельничук Я.В. Рождение римской цензуры: Исследование античной традиции в области истории гражданского управления Древнего Рима. М., 2010. С. 172–174).

 

[44] V.S. SERGEEV, Saggi sulla storia di Roma antica, I, cit., 36 (sottolineato dallo stesso Sergeev).

 

[45] V.S. SERGEEV, Saggi sulla storia di Roma antica, I, cit., 14, 19 e 20; J.J. BACHOFEN, Die Sage von Tanaquil. Eine Untersuchung über den Orientalismus in Rom und Italien, Heidelberg 1870. Il nome femminile popolare Θanaχvil < Θana-aχvil, i. e. ‘il dono per la dea Tana’.

 

[46] R.M. OGILVIE, Early Rome and the Etruscans, London 1976, 86: il zilaθ purθne ha significato un magistrato etrusco eponimo.