Memorie-2019

 

 

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DA ROMA ALLA TERZA ROMA

XXXVIII SEMINARIO INTERNAZIONALE DI STUDI STORICI

Campidoglio, 20-21 aprile 2018

 

 

Alzati-Foto -1Cesare Alzati

Accademia Romena

Bucarest

 

 

IMPERO UNIVERSALE E LIMITI TERRITORIALI*

 

 

SOMMARIO: 1. Imperium sine fine: l’età augustea. – 2. Le titolature imperiali: da Roma alla nuova Roma. – 3. L’Occidente medioevale: l’Impero dal kósmos alla Christianitas. – 4. L’Impero e i suoi assetti territoriali: Ῥωμανία / Romānĭa. – 5. Universalità dottrinale della Basileia nella Nuova Roma e precarietà fattuale dei suoi limiti. – 6. L’«antica ideologia cesarea» e l’articolata complessità della Christianitas occidentale. 7. Il «paradigma romano», la sua duplice declinazione e la Russia delle riforme petrine.

 

 

1. – Imperium sine fine: l’età augustea

 

«His ego nec metas rerum nec tempora pono: imperium sine fine dedi[1] / A costoro non fisso limiti, né quanto ai possessi, né quanto ai tempi: ho assegnato loro un Impero senza fine». Queste parole, poste da Virgilio sulle labbra di Iuppiter, con riferimento alla discendenza di Enea, esprimono efficacemente la percezione che in età augustea si aveva dell’Impero di Roma: una percezione in cui la sconfinata dilatazione dell’egemonia romana si associava alla convinzione ch’essa fosse destinata a perpetuarsi indefinitamente nel tempo.

Non a caso universalità ed aeternitas sono due aspetti della realtà istituzionale della Roma Vetus, ch’essa ha trasmesso alla Nuova Roma e alla Terza Roma, aspetti che sono stati oggetto di accurate indagini fin dall’inizio dei Seminari capitolini dedicati alla continuità ideale e istituzionale di Roma a Costantinopoli e a Mosca. In effetti il volume degli Atti del primo Seminario (1981) si apre con lo splendido contributo di Robert Turcan sul concetto romano di aeternitas[2]; e, nel terzo Seminario (1983), lo “spazio romano” costituisce il centro focale attorno al quale gravita l’insieme delle ricerche, raccolte nel corposo volume di Atti apparso nel 1986 [3].

Se le parole virgiliane sopra citate ben rappresentano l’ammirato stupore con cui si guardava e si viveva la realtà dell’imperium populi Romani in età augustea, le Res gestae divi Augusti riflettono le idealità istituzionali con cui il fattivo esercizio di quell’imperium sine fine era attuato dal princeps. E in tale contesto, quale momento qualificante sono presentate la chiusura per tre volte del bellicoso tempio di Giano (evento che dal primo consolato di Tito Manlio Torquato, nel 235, mai si era riproposto) e la decisione del Senato nel 13 a. C. di edificare l’Ara Pacis Augustae: una decisione che ebbe compimento dopo circa quattro anni e che, di fatto, venne a orientare indelebilmente l’idea stessa d’Impero[4].

Peraltro va detto che tale interpretazione dell’imperium populi Romani, concepito quale imperium sine fine per estensione e per stabilità nel tempo, non si genera con il momento augusteo, indubbiamente straordinario, ma si evidenzia già nei due secoli precedenti. Mario Mazza ha osservato come, di per sé, il concetto di imperium non comportasse una vocazione all’universalità, che egli ritiene «creazione di quegli ambienti politico-culturali, che orientarono l’espansione di Roma e la sua egemonia politica sul mondo ellenistico»[5]; al riguardo lo studioso segnala la prospettiva di storia universale di Polibio (che configura l’avvento di Roma come un potere che non ha limiti: «ἡγεμονία τῶν ὅλων[6] / governo di tutti»), ma ricorda altresì le istanze etico-politiche di Panezio e del Medio Stoicismo (connesse agli ideali di pace, ordinata convivenza e giustizia: ideali riproposti successivamente, ad esempio nell’Encomio di Roma di Elio Aristide nell’età degli Antonini[7]). Queste premesse alle tematiche, da cui sarebbe stata poi segnata l’età di Augusto, sono state illustrate anche da Attilio Mastino nel Seminario del 1983, attraverso una sistematica, imponente analisi lessicale di testi letterari ed epigrafici, latini e greci[8]. In tale documentazione particolarmente rimarchevole risulta, tra l’altro, il rilievo assunto dal richiamo ad Alessandro Magno, riscontrabile in ambito romano da Scipione Africano a Pompeo (che si vantava di essere il solo romano ad aver trionfato sulle tre parti dell’universo: Europa, Africa, Asia[9]), a Cesare (cui Svetonio attribuisce un pianto a Cadice davanti alla statua di Alessandro[10] e che nell’isola di Kéa risulta essere stato esaltato come «θεὸς καὶ αὐτοκράτωρ καὶ σωτὴρ τῆς οἰκουμένης / il dio e autocrate e salvatore dell’ecumene»[11]).

 

 

2. – Le titolature imperiali: da Roma alla nuova Roma

 

Segnatamente l’analisi delle titolature imperiali, che Attilio Mastino ha condotto, mostra come già con Augusto trovi piena affermazione «l’ideale di un Impero, ormai unificato, esteso a tutto il mondo, affidato a un unico principe». Sotto tale aspetto Augusto risulta essere stato colui che ha tracciato le linee di una nuova concezione politica, in cui l’imperatore viene configurandosi come il signore dello spazio e del tempo: una concezione di cui nello studio di Mastino vengono documentati i compiuti sviluppi nel II e III secolo, mostrando il progressivo arricchimento degli attributi di carattere cosmocratico, cui l’Oriente greco contribuì in modo determinante. Col secolo IV assolutamente decisivo risulta, a tale riguardo, il ruolo di Costantino e dei suoi immediati successori quanto a «originalità e ricchezza delle innovazioni introdotte nella titolatura imperiale in lingua latina», con marcata insistenza sulla dimensione ecumenica dell’autorità di colui che, non soltanto è invictus, magnus, semper augustus, ma il cui impero è di volta in volta aeternus, perpetuus, sempiternus, essendone egli l’amplificator, il conditor, l’instaurator, il propagator. In questo senso, implicazioni del tutto specifiche appare assumere la fondazione della nuova capitale sul Bosforo, intesa come segno della ἀνανέωσις τῆς οἰκουμένης / del rinnovamento dell’ecumene[12].

Nell’iscrizione dell’obelisco eretto nel 357 in occasione del trionfo di Costanzo II per la vittoria su Magnenzio nel 353, l’imperatore è detto dominus mundi, e quali suoi riferimenti spaziali, ma anzitutto ideali, appaiono l’Urbs, l’orbis e il mundus[13].

Questo patrimonio di idealità, connesse all’istituzione imperiale romana, trovò piena continuità nella Nuova Roma, che per gli Slavi divenne la Città dell’imperatore per eccellenza (Car’grad), dove la Βασιλεία τῶν Ῥωμαίων ebbe una continuità senza cesure per un lungo corso di secoli, plasmando uno specifico ambito di civiltà, istituzionalmente d’impronta romana e religiosamente di matrice greca, ma in grado di aggregare – romanamente – popoli con tradizioni linguistiche e appartenenze istituzionali diverse.

Per molti aspetti emblematica al riguardo può considerarsi la ben nota lettera inviata attorno al 1393 dal patriarca ecumenico Antonios IV al gran principe moscovita Vasilij I, nella quale da una Costantinopoli ormai agonizzante, si riafferma con forza l’ecumenicità dell’autorità dell’«imperatore dei Romani, ossia di tutti i cristiani», tanto da non potersi concepire la Chiesa senza di esso, sicché nessun presule può permettersi di ometterne la commemorazione nelle proprie celebrazioni[14].

Quanto tale patrimonio di idealità istituzionali sia penetrato anche tra i popoli che vennero con esso in contatto è ben mostrato dal diploma di rifondazione del monastero athonita di Khilandar, emesso nel 1198 da Stefano/Simeone Nemanja[15]. In tale documento, rispondendo al chrysobollo, con cui Alessio III Angelos donava il monastero al popolo serbo, elevandolo al rango di monastero imperiale, l’antico gran župan – che pure aveva combattuto contro gli imperatori romani orientali e che si era addirittura schierato contro di loro a fianco del re d’Ungheria e, successivamente, dello stesso imperatore occidentale Federico I – riconosceva come fosse stato il Signore misericordioso a distinguere ciascun popolo con specifiche leggi e consuetudini, e a costituire secondo un ordine gerarchico gli «imperatori greci», i re d’Ungheria, nonché gli avi di Stefano, ai quali aveva concesso di governare il Paese serbo[16].

 

 

3. – L’Occidente medioevale: l’Impero dal kósmos alla Christianitas

 

Ma anche nell’Occidente medioevale la riscoperta, attraverso il Diritto Romano, dell’«antica ideologia cesarea» creò nei teorici dell’Impero Sacro e Romano un’autoconsapevolezza resa ancor più rigida dalla riproposizione di enunciati dottrinali, che non si radicavano in una ininterrotta continuità di prassi istituzionale. Al riguardo, e con riferimento all’estensione dell’autorità dell’imperatore, non posso non segnalare il magistrale contributo offerto, sempre nel Seminario del 1983, da Piero Bellini: Dominus totius mundi. L’imperatore dei Romani e i popoli estranei al popolo romano[17]. Un’affermazione di Martino da Fano, giurista del XIII secolo, segnala chiaramente l’orizzonte mentale diverso in cui le antiche affermazioni romanistiche venivano riprese dai teorici occidentali dell’Impero in età medioevale: «Romanum imperium in tantum protenditur in quantum Christianitas extenditur»[18]. Tale enunciato, non solo ripropone la centralità del concetto istituzionale di Christianitas per la comprensione del Medioevo latino (tema su cui ha insistito pure in questi Seminari Luigi Prosdocimi[19]), ma segnala anche il diverso quadro concettuale in cui l’Impero dall’età carolingia risulta concepito in Occidente: l’ambito in cui esso viene collocandosi non è più il mundus, grecamente κόσμος (come era stato per i Padri, anche latini, d’età tardo antica: Duo quippe sunt quibus mundus hic regitur [20]); all’intellettualità carolingia sacerdozio e autorità imperiale appaiono come le due funzioni di vertice del corpo ecclesiale (totius sanctae Dei Ecclesiae corpus in duas eximias personas[21]).

Se questo mutamento di prospettive determinatosi in età carolingia si protrasse quale condizionante substrato anche nei secoli successivi (e pure il citato assunto di Martino da Fano lo evidenzia), la riscoperta – a partire dal secolo XII – delle fonti giuridiche antiche si tradusse comunque in una energica riaffermazione delle prerogative degli imperatori sacri e romani e della dimensione universalistica della loro autorità. In questo senso nella prima parte del Trecento vediamo Bartolo affermare che «imperator est dominus totius mundi vere»[22]; e sulla sua scia ecco il discepolo Baldo dichiarare: «summa potestas nullis circumclusa limitibus»[23]. Ma al riguardo, anche un canonista quale Giovanni Teutonico, nel secondo decennio del XIII secolo, aveva potuto enunciare nella stessa Glossa al Decretum il principio che «imperator super omnes reges»[24].

 

 

4. – L’Impero e i suoi assetti territoriali: Ῥωμανία / Romānĭa

 

L’illimitata estensione dell’imperium, nella fase espansiva di quest’ultimo aveva potuto essere concepita senza particolari riserve, visto che le realtà finitime, ancora a esso estranee, potevano considerarsi un potenziale ambito di ulteriore espansione; diversa situazione si venne determinando quando le pressioni esterne causarono progressive riduzioni, talvolta definitive, del diretto controllo romano su ampi territori. Sebbene i princìpi dottrinali relativi alla natura e ai caratteri dell’imperium non fossero messi in discussione, si finì per elaborare – anche sul piano lessicale – strumenti che aiutassero a delineare concettualmente la situazione fattuale.

Nel IV secolo trova attestazione in area greca e latina il termine di Ῥωμανία/Romania, che il compianto presidente di questi Seminari, Johannes Irmscher, riteneva peraltro a livello popolare ben anteriore alle attestazioni scritte[25]: lo troviamo in Oriente in Atanasio d’Alessandria[26], in Epifanio[27], nel martirio di Sava il Goto (del 372)[28]; per l’ambito linguistico latino vi sono i Consularia Constantinopolitana (con riferimento all’anno 330 ca.)[29], nonché Aussenzio di Durostorum[30] e, nel secolo V, Paolo Orosio[31] e Possidio[32]. Il già citato Johannes Irmscher non considerava verificabile un rapporto dialettico del termine rispetto a Barbaries[33], ma così di fatto, Romania si presenta in Venanzio Fortunato († inizi s. VII)[34].

Soprattutto in area greca, le attestazioni sarebbero continuate senza soluzione, fino agli insediamenti “franchi”, per poi trasformarsi a seguito della conquista turca in ideale etico, civile, religioso, interiormente coltivato, come indicato da Antonio Carile[35].

 

 

5. – Universalità dottrinale della Basileia nella Nuova Roma e precarietà fattuale dei suoi limiti

 

Con riferimento alla fonti giuridiche, e segnatamente al Corpus giustinianeo, dobbiamo a Filippo Lanciotti un’acuta disamina terminologica di vocaboli, che intervengono nella designazione della dimensione spaziale connessa all’imperium populi Romani: orbis, mundus, solum, finis, limes etc. Ne emerge che finis, tipicamente riferito a ecclesia, provincia, civitas, patria, vicus, trova applicazione anche in rapporto allo ‘spazio romano’ nella sua totalità: fines nostri, finis Imperii, fines Imperii nostri, fines rei publicae Romanae. Tuttavia va osservato come – secondo Lanciotti – tali indicazioni d’ordine fattuale non incidano sulla realtà dell’orbis, che resta concettualmente uno e romano[36].

E proprio a questa coesistenza tra concezione dottrinale dell’Impero (la cui ecumenicità esclude qualsiasi idea di frontiera territoriale) e dato fattuale storico (con la concreta determinazione degli spazi di esercizio dell’autorità romana) è dedicata la densa e ricca ricerca di Jadran Ferluga incentrata sulla nozione e sulla realtà dei “confini” nell’esperienza storica dell’Impero della Nuova Roma[37]. Si tratta di un lavoro ai miei occhi magistrale, nel quale il principio dottrinale dimostra una capacità di riaffermazione costante, anche nei momenti più drammatici, non solo per la nozione assai poco definita delle frontiere in età antica e medioevale, ma soprattutto per il radicamento organico della Basileia nella concezione teologica, cosmologica, ecclesiologica, escatologica, di cui la Nuova Roma era portatrice. E in tale prospettiva qualsiasi ὅρος, ossia confine, non poteva che apparire espressione della precarietà fattuale; e analoga configurazione assumevano le decisioni concrete e i vincoli fissati all’interno dei trattati, stabiliti con i poteri esterni alla Βασιλεία τῶν Ῥωμαίων. Come osservato da Ferluga al riguardo, lo stesso Grande Vallum menzionato nel trattato dell’815 tra Leone V e il Khan Omurtag si configura, più che in termini di confine, quale fortificazione accettata anche dalla controparte[38].

 

 

6. – L’«antica ideologia cesarea» e l’articolata complessità della Christianitas occidentale

 

Con ancor più marcata immediatezza la tensione tra dottrina e res facti si poneva in Occidente, dove era assolutamente evidente (patet) che «reges multos imperatori non subici»[39]. Il problema si poneva per i regni di Spagna, di Francia, d’Inghilterra, che si facevano vanto di «non recognoscere superiorem in temporalibus»; ma seppure con diverse motivazioni la cosa valeva per tutta una serie di altre entità politiche: dal regno di Sicilia (patrimonio speciale di san Pietro), alla Repubblica di Venezia, alle città libere d’Italia. Sembra di poter dire che, per questo aspetto, l’aporia tra principio giuridico e sua inefficacia pratica, si trascinò in ambito occidentale fin tanto che sussistette l’Impero Sacro e Romano. Del resto, personalmente ritengo che la questione in Occidente fosse costitutivamente destinata a non trovare soluzione. In effetti, a Costantinopoli la Basileia era il concetto omnicomprensivo in cui tutta l’ecumene (o meglio: tutto il cosmo) si rifletteva; in Occidente era la Christianitas la realtà istituzionale in cui l’Impero stesso veniva a collocarsi: come il primo e il più illustre degli organismi politici, ma pur sempre a fianco di altri, al cui interno il singolo monarca «est imperator in regno suo»[40]. Non a caso quando si pose il problema di una ratifica superiore alla divisione delle competenze territoriali nel Nuovo Mondo, non fu l’imperatore a intervenire, ma il papa Alessandro VI motu proprio[41].

Merita al riguardo osservare come nell’antica tradizione russa, a cominciare dal Послание Спиридона-Саввы (Lettera di Spiridion Savva), anteriore al 1523, è Augusto in persona ad assolvere il compito di assegnare troni e domini nell’intera ecumene[42]; e alla fine del XVI secolo tale intervento di Augusto imperatore, «cesare romano» e «progenitore» degli zar di Russia, trovò anche cristallizzazione iconografica nel Palazzo Sfaccettato del Cremlino moscovita con un’immagine, ripristinata nel 1882 dai fratelli Beloousov di Palekh[43].

Certamente l’eredità romana continuatasi nella Nuova Roma e in Occidente costituisce un patrimonio comune e condiviso, ma la declinazione che di tale eredità nei diversi ambiti si è avuta non è stata la stessa e anche gli esiti, che ne sono derivati, differiscono.

 

 

7. – Il «paradigma romano», la sua duplice declinazione e la Russia delle riforme petrine

 

Nel 1721 Pietro il Grande assunse la titolatura latina di imperator[44].

Questo fece per rendere inequivocabile la propria pari dignità rispetto al sacro romano imperatore; ma forse meglio che a Vienna il paradigma romano avrebbe dovuto essere da lui ricercato in quell’antico basileus dei Romani – continuatore diretto nella Nuova Roma di Costantino e Giustiniano – al cui modello avevano guardato i monarchi rjurikidi della Rus’ moscovita.

 

 

 



 

[Un evento culturale, in quanto ampiamente pubblicizzato in precedenza, rende impossibile qualsiasi valutazione veramente anonima dei contributi ivi presentati. Per questa ragione, gli scritti di questa parte della sezione “Memorie” sono stati valutati “in chiaro” dal Comitato promotore del XXXVIII Seminario internazionale di studi storici “Da Roma alla Terza Roma” (organizzato dall’Unità di ricerca ‘Giorgio La Pira’ del CNR e dall’Istituto di Storia Russa dell’Accademia delle Scienze di Russia, con la collaborazione della ‘Sapienza’ Università di Roma, sul tema: «IMPERO UNIVERSALE, CITTÀ, COMMERCI: DA ROMA A MOSCA, A NERČINSK») e dalla direzione di Diritto @ Storia]

* Un’anticipazione (leggermente ridotta) del presente contributo – sotto il titolo «Imperium populi Romani: universalità e limiti territoriali» e con indicazione della sede originaria – è stata offerta quale deferente omaggio all’eminente storico del fenomeno migratorio in età tardo antica e medioevale, nonché Presidente della Sezione di Storia e Archeologia dell’Accademia Romena, Prof. Dr. Victor Spinei, confluendo nel volume Studia Mediaevalia Europaea et Orientalia. Miscellanea in honorem Professoris emeriti Victor Spinei oblata, a cura di G. Bilavschi - D. Aparaschivei, The Institute of Archaeology. The Romanian Academy. Iaşi Branch, Bucureşti 2018, 239 ss.

[1] P. Vergilius Maro, Aeneis I.278-279Bibliotheca Scriptorum Graecorum et Romanorum Teubneriana»], ed. G.B. Conte, Berolini-Novi Eboraci 2009, 12.

[2] R. Turcan, Rome éternelle et les conceptions gréco-romaines de l’éternité, in Roma Costantinopoli Mosca. Atti del I Seminario internazionale di Studi Storici «Da Roma alla Terza Roma». Campidoglio, 21-23 Aprile 1981 [Da Roma alla Terza Roma. Studi, 1], Napoli 1983, 7 ss.

[3] Popoli e spazio romano tra diritto e profezia. Atti del III Seminario internazionale di Studi Storici «Da Roma alla Terza Roma». Campidoglio, 21-23 Aprile 1983 [Da Roma alla Terza Roma. Studi, 3], Napoli 1986.

[4] Res gestae divi Augusti 12-13 [Lat. II.38-45; Graec. VII.1-10], edd. S. Riccobono - N. Festa, in Acta Divi Augusti, Romae 1945, 34 s.; cfr. B. Biondi - V. Arangio-Ruiz, Ibidem, 269 s.; ma si veda altresì I. Lana, L’idea della pace nell’antichità, Fiesole 1991, 81 ss.

[5] M. Mazza, Eternità e universalità dell’Impero Romano: da Costantino a Giustiniano, in Roma Costantinopoli Mosca, cit., 272.

[6] Polybius, Historiae I.63.9 [Collection des Universités de France (= CUF)], ed. P. Pédech, I, Paris 2003, 104.

[7] Aelius Aristides, Εἰς Ῥώμην / A Roma [Testi e Commenti, 5], intr. P. Desideri, it. vert. et comm. F. Fontanella, Pisa 2007; al riguardo cfr. Elio Aristide e la legittimazione greca dell’impero di Roma. Atti del Convegno internazionale tenutosi a Firenze, il 14-15 settembre, 2007 [Istituto italiano di scienze umane. Dialoghi], a cura di F. Fontanella - P. Desideri, Bologna 2013.

[8] A. Mastino, Orbis, κόσμος, οἰκουμένη: aspetti spaziali dell’idea di Impero universale da Augusto a Teodosio, in Popoli e spazio romano, cit., 63 ss.

[9] Cfr. P. Greenhalgh, Pompey, the Roman Alexander, London 1980, 122 ss.; per il titolo di Magnus: 28 ss.

[10] C. Svetonius Tranquillus, De vita Caesarum, Caes. 7.1 [Bibliotheca Teubneriana], ed. M. Ihm, Stutgardiae 1958.

[11] A. Mastino, Orbis, κόσμος, οἰκουμένη, cit., 69 (con riferimento a CIG II.2369 = IG XII.5.557, e relativa bibliografia, anche quanto al problema della datazione).

[12] Cfr. G. Dagron, Naissance d’une capitale. Constantinople et ses institutions de 330 à 451, Paris 1974, 55 ss.

[13] CIL VI.1163: cfr. Mastino, Orbis, κόσμος, οἰκουμένη, cit., 108 ss.

[14] Acta et Diplomata Graeca medii aevi sacra et profana, edd. F. Miklosich - I. Müller, II, Vindobonae 1862, n° 447, 188 ss.

[15] A.V. Solovjev, Одабрани споменици српског права (од XII до краја XV века), Beograd 1926, 11 ss.

[16] Cfr. R. Mihaljčić, L’État serbe et l’universalisme de la Seconde Rome, in Roma Costantinopoli Mosca, cit., 376.

[17] P. Bellini, Dominus totius mundi. L’imperatore dei Romani e i popoli estranei al popolo romano (sec. XII-XIV), in Popoli e spazio romano, cit., 247 ss.

[18] Martinus de Fano, Tractatus de brachio seu auxilio implorando per iudicem ecclesiasticum, Ibidem, 259.

[19] «Roma communis patria» nella tradizione giuridica della Cristianità medievale, in La nozione di «Romano» tra cittadinanza e universalità. Atti del II Seminario internazionale di Studi Storici. Campidoglio, 21-23 Aprile 1982 [Da Roma alla Terza Roma. Studi, 2], Napoli 1984, 43 ss.

[20] «Duo quippe sunt, imperator auguste, quibus principaliter mundus hic regitur: auctoritas sacrata pontificum et regalis potestas»: Gelasius I Romanus, Epistula XII ad Anastasium augustum 2 (a. 494), ed. A. Thiel, Epistulae Romanorum pontificum genuinae, Brunsbergae 1868 [ried. an.: Hildesheim 1974], 350 s. 

[21] «Primum igitur, quod universalis sancta Dei Ecclesia unum corpus manifeste esse credatur eiusque caput Christus, apostolicis oraculis adprobamusPrincipaliter itaque totius sanctae Dei Ecclesiae corpus in duas eximias personas, in sacerdotalem videlicet et regalem, sicut a sanctis patribus traditum accepimus, divisum esse novimus. De qua re Gelasius Romanae sedis venerabilis episcopus ad Anastasium imperatorem ita scribit: Duae sunt quippe»: Concilium Parisiense (a. 829), capp. II-III [Monumenta Germaniae Historica (= MGH), Leges, sect. III: Concilia, 2/2], ed. A. Werminghoff, Concilia Aevi Karolini, 1/2, Hannoverae-Lipsiae 1908, 610. È stato ipotizzato che il testo pontificio sia stato attinto alla Collectio Quesnalliana c. XLIX: Patrologiae cursus completus. Series Latina, a cura di J.P. Migne (= PL), 56, Parisiis 1865, c. 634: cfr. J. Reviron, Les idées politico-religieuses d’un évêque du IX siècle: Jonas d’Orléans et son “De institutione regia, Paris 1930, 71. L’enunciato sinodale parigino, riproposto da Giona d’Orléans nella Admonitio ad Pippinum (A. Wilmart, L’admonition de Jonas au roi Pépin et le florilège canonique d’Orléans, in Revue Bénédictine 45, 1933, 214 s.), comunemente conosciuta col titolo De institutione regia (PL, 106, c. 285) (cfr. al riguardo R. Savigni, Giona di Orléans: una ecclesiologia carolingia Cristianesimo antico e medievale, 2], Bologna 1989), è stato ripreso in successivi testi carolingi di carattere più o meno direttamente conciliare: Rescriptum consultationis episcoporum ad domnum Hludowicum imperatorem (a. 829) [MGH, Leges, sect. II: Capitularia Regum Francorum, 2], edd. A. Boretius - V. Krause, Hannoverae 1897, 29; Concilium Aquisgranense (a. 836): Praefatio, (66), ed. Werminghoff, in Concilia Aevi Karolini, 1/2, 705, 723; Concilium secus Teudonis villam (a. 844), c. II [MGH, Leges, sect. III: Concilia, 3], ed. W. Hartmann, in Die Konzilien der karolingischen Teilreiche. 843-859, Hannover 1984, 31; Synodus apud Carisiacum habita (a. 858), c. XV: Ibidem, 426 ss.; Contestatio Hlotharii (Aquisgrana, 29 Aprile 862) [MGH, Leges, sect. III: Concilia, 4], ed. W. Hartmann, in Die Konzilien der karolingischen Teilreiche. 860-874, Hannover 1998, 74; Synodus apud Duciacum (5 Agosto – 6 Settembre 871), Responsiones episcoporum, c. VII: Ibidem, 496 ss.

Sulle conseguenze di questo cambiamento di orizzonti concettuali, cfr. C. Alzati: Tra mundus ed ecclesia. L’Impero e l’imitatio Imperii pontificia di fronte alle genti pagane, in Studi di Storia e Archeologia in onore di Maria Luisa Ceccarelli Lemut [Percorsi, 19], a cura di M. Baldassarri - S. Collavini, Pisa 2014, 23 ss.; L’imperatore tra sacerdotium e ordo laicorum nell’Occidente alto medioevale, in Quel mar che la terra inghirlanda. In ricordo di Marco Tangheroni, I, a cura di F. Cardini - M.L. Ceccarelli Lemut, Roma-Pisa 2007, 85 ss.

[22] Bartulus a Saxo Ferrato, In primam Digesti veteris partem; Liber sextus: De rei vendicatione; Lex prima: Post actiones; § per hanc autem actionem (D. 6, 1, 1, 3), n° 2, apud Iuntas, Venetiis 1594, f. 170ra.

[23] Baldus de Vbaldis, In primam Digesti veteris partem commentaria, In proemium Digestorum, n° 20, apud Iuntas, Venetiis 1599, f. 2va.

[24] Iohannes Teutonicus, Apparatus glossarum in Compilationem tertiam [Monumenta Iuris Canonici. Series A: Corpus Glossatorum, 3], ed. K. Pennington, Città del Vaticano 1981, 84.11-12. Su tali fonti: P. Bellini, Dominus totius mundi, cit., 248 ss.

[25] J. Irmscher, Sulle origini del concetto Romania, in Popoli e spazio romano, cit., 421 ss.

[26] Athanasius, Historia Arianorum ad monachos 3.2, ed. H.G. Opitz, Athanasius Werke, 2/1, Berlin-Leipzig 1941, 202.

[27] Epiphanius, Panarion, Haer. 69 2.1 [Griechischen Christlichen Schriftsteller (= GCS)], ed. K. Holl - J. Dummer, Berlin 1986, 153.

[28] Per l’edizione di questo testo, di poco successivo alla morte di san Sava (12 Aprile 372: tre giorni dopo la Pasqua): Passio s. Sabae Gothi, edd. R. Knopf - G. Krüger, Ausgewählte Märtyrerakten, 3a ed., Tübingen 1929, 119 ss.; e in H. Delehaye, Saints de Thrace et de Mésie, in Analecta Bollandiana 31, 1912, 216 ss.; trad. rom. e commento in I. Rémureanu, Actele Martirice [Părinţi şi scriitori bisericeşti, 11], Bucureşti 1982, 311 ss. Per la datazione della Passio e per gli echi della traslazione nella corrispondenza di Basilio: I. Delehaye, Saints de Thrace et de Mésie, cit., 288 ss.

[29] Ed. Th. Mommsen, in Chronica minora saec. IV, V, VI, VII, I [MGH, Auctores Antiquissimi, 10], Berolini 1892, 228, 230.

[30] «Vbi et post multorum seruorum et ancill[a]rum Cr(ist)i gloriosum martyrium, imminente uehementer ipsa persecutione, c[om]pletis septem annis tantummodo in episkopatum, supradictus sanctissimu[s] uir beatus Vlfila cum grandi populo confessorum de uarbarico pulsus in s[o]lo Romanie athuc beate memorie Constantio principe honorifice et suscep[tus]. Vt sicuti D(eu)s per Moysem de potentia et uiolentia Faraonis et Egyptiorum po[pulum] suum liberauit et per mare transire fecit et sibi seruire prouidit, ita et per sepe dictum D(eu)s confessores s(an)c(t)i Fili sui unigeniti de uarbarico liberauit et per Danubium transire fecit et in montibus secundum s(an)c(t)orum imitationem sibi seruire dedit»: Auxtentius Durostorensis, in Maximini Scholia in concilium Aquileiense, 37 [307r-v] [Corpus Christianorum, Series Latina (= CCL), 87], ed. R. Gryson, Scripta Arriana Latina, I, Turnholti 1982, 165.

[31] Paulus Orosius, Historiae adversus paganos 3.20.11 [CUF], ed. M.-P. Arnaud-Lindet, I, Paris, 1990, 174.

[32] Possidius, Vita Augustini 30.1 [Scrittori Greci e Latini, Vite dei santi, 3], ed. A.A.R. Bastiaensen, Roma-Milano 1975, 212.

[33] J. Irmscher, Sulle origini del concetto Romania, cit., 429.

[34] «Hinc cui [= Chariberto] Barbaries, illinc Romania plaudit; / diuersis linguis laus sonat una uiri»: Venantius Fortunatus, Carmina VI.IV (De Chariberto rege) 7-8, [CUF], ed. M. Reydellet, II, Paris 1998, 53.

[35] A. Carile, La Romania fra territorialità e ideologia, in Popoli e spazio romano, cit., 409 ss. Merita peraltro osservare come, agli inizi del VI secolo, il suddito “romano” Fulgenzio di Ruspe, rivolgendosi in area africana al re vandalo Trasamondo, nel distinguere Romanus da barbarus, non facesse più riferimento ad ambiti territoriali, ma al diverso atteggiamento antropologico-culturale (segno, dunque, che il processo di trasfigurazione della Romania in patrimonio di valori ideali non mancò di svilupparsi anche in area latina): «... mansuetudo tua ... quam uere mirandam quisquis nouit considerare pronuntiat, ... quod rarum hactenus habeatur barbari regis animum ... tam feruenti cognoscendae sapientiae delectatione flammari, cum huiuscemodi semper infatigabiles nisus non nisi uel otiosus quis habere soleat uel Romanus» (Fulgentius Ruspensis, Ad Trasamundum regem libri III I (De mysterio mediatoris) II.2 [CCL, 91], ed. J. Fraipont, Turnholti 1968, 99).

[36] F. Lanciotti, Lo ‘spazio romano’ nella terminologia delle fonti giuridiche giustinianee in lingua latina, in Popoli e spazio romano, cit., 351 ss.

[37] J. Ferluga, I confini dell’Impero romano d’Oriente: nozione e realtà, in Popoli e spazio romano, cit., 365 ss.

[38] Merita segnalare come, fin dalle più antiche testimonianze, in ambito romano i foedera stabiliti secondo le forme dello ius fetiale fossero considerati vincolanti per tutti i popoli, ma non in forza della maiestas del popolo romano, bensì per il carattere (virtualmente) universale attribuito al suo sistema giuridico-religioso; al riguardo si veda P. Catalano, Linee del sistema sovrannazionale romano, I, Torino 1965, ripreso in Id., Nota sul sistema giuridico-religioso, in I Trattati dell’antica Russia con l’Impero Romano d’Oriente / Договоры древней Руси с восточной Римской Империей [Da Roma alla Terza Roma. Documenti, 2], Roma 2011, LXXIV s.

[39] Glossa di Richardus Anglicus, in F. Gillmann, Richardus Anglikus als Glossator der Compilatio I, in Archiv für katolisches Kirchenrecht 107, 1927, 627.

[40] A tale riguardo non si può che rinviare ai lavori di Luigi Prosdocimi, di cui basterà qui ricordare la sintesi Cristianità medievale e unità giuridica europea, in Storia d’Italia, IV: 1250-1500, Novara 1980, 288 ss.; e il successivo contributo La “Respublica Christiana” nel pensiero storico-giuridico di Giovanni de Vergottini, in Bologna e la sua Università nel contributo di Giovanni de Vergottini. Atti del Seminario di Studio nel ventennale della scomparsa (Bologna 1994), a cura di R. Bonini - M. Cavina - A. Rossi, Milano 1995, 33 ss. (e in Nuova Rivista Storica 78, 1994, 679 ss.). Una presentazione della riflessione storico-giuridica di questo studioso e del suo approdo al concetto istituzionale di Christianitas, quale quadro di riferimento per una corretta comprensione dell’Occidente medioevale: C. Alzati, Ricordo di Luigi Prosdocimi, in Rivista di Storia del Diritto Italiano 83, 2010, 477 ss.

[41] I brevia bullata concessi dal pontefice ai re cattolici nel 1493, con la restante documentazione pontificia (e non) relativa all’espansione portoghese e dei re cattolici nello spazio atlantico (cfr., ad es., il Trattato di Tordesillas del 7 Giugno 1494, confermato da papa Giulio II il 24 Gennaio 1506), sono ampiamente analizzati e riproposti in A. García Gallo, Las bulas de Alejandro VI y el ordenamiento jurídico de la expansiόn portuguesa y castellana en Africa e Indias, in Anuario de Historia del Dercho Espaῆol 27-28, 1958, 461 ss. Cfr. al riguardo più recentemente: M. Tedeschi, Le bolle alessandrine e la loro rilevanza giuridica, in Esplorazioni geografiche e immagine del mondo nei secoli XV e XVI. Atti del Convegno. Messina 14-15 Ottobre 1993, a cura di S. Ballo Alagna, Messina 1994, 131 ss.; V. Castel, Las bulas alejandrinas: precedentes, génesis y efectos inmediatos, in Alejandro VI - Papa Valenciano, Valencia 1994, 35 ss.; P. Casteñado Delgado, Las bulas alejandrinas y el tratado de Tordesillas. Trayectoria jurídica de la expansión luso-castellana, in Communio. Commentarii Internationales de Ecclesia et Theologia 27, 1994, 35 ss. Per i caratteri di imitatio Imperii insiti nella fissazione della “raya” ad opera dell’autorità papale: C. Alzati, Tra mundus ed ecclesia, cit., 23 ss.

[42] Ed. R.P. Dimitrieva, Сказание о князьях владимирских, Moskva-Leningrad 1955, f. 157; ora in L’idea di Roma a Mosca Secoli XV-XVI / Идея Рима вМоскве. XV-XVI века [Da Roma alla Terza Roma. Documenti, 1], direzione della ricerca: P. Catalano - V.T. Pašuto; edizione dei testi russi: N.V. Sinicyna - J.N. Ščapov; introduzioni: M. Capaldo - N.V. Sinicyna; commenti ai testi: N.V. Sinicyna; traduzioni e note: G. Barone Adesi - M. Garzaniti - G. Giraudo - G. Maniscalco Basile - I.P. Sbriziolo, Roma 1993, 14 s.; il testo è direttamente ripreso nella redazione di Medovarcev (1526/1527) dello Сказание о князьях владимирских (Narrazione dei principi di Vladimir): L’idea di Roma a Mosca, 24 s. (f. 390v) [cfr. anche i Летописи (Annali) di Michail Medovarcev: L’idea di Roma a Mosca, 49 (ff. 30-30v)]; il tema si ritrova peraltro anche nelle redazioni successive dello Сказание relativo alla dinastia di Vladimir: L’idea di Roma a Mosca, 35 (f. 193v); nonché nella Повесть, начинающаяся с разделения вселенной Августом (Racconto, che inizia con la divisione dell’ecumene ad opera di Augusto): L’idea di Roma a Mosca, 41 (f. 730).

[43] A.S. Nasibova, Le Palais à facettes du Kremlin de Moscou, Léningrad 1978, 13 ss.; Peintures du mur Est: n° 69.

[44] Cfr. E.V. Anisimov, Государственные преобразования и самодержавие Петра Великого в первой четверти XVIII века, Sankt-Peterburg 1997, 270 ss.