Note-&-Rassegne-2019

 

 

fotografia(Paolo Lepore) (1)_2Un viaggio mai interrotto.

In ricordo del Professore Ferdinando Bona nel ventennale della scomparsa*

 

Paolo Lepore

Università dell’Insubria

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1. – «(Poi, un giorno, ti guardi intorno e senti che qualcosa manca). (Sali sul treno di ogni mattina, il viaggio procede lento, mentre gente sconosciuta ti circonda, sonnecchia, parla).

Università di Pavia, lezioni di diritto romano: un professore dagli occhi velocissimi incoraggia gli studenti a presentarsi, a dire i loro nomi, ad andare a trovarlo in studio, per uscire dall’ombra di un mondo ancora troppo vasto ed incomprensibile.

Lui si chiama Ferdinando Bona ed ha appena incominciato ad insegnarci a vivere. (Ti dispiace di non ricordare tutto, vorresti avere silenzio, ma un bambino accanto a te comincia a battere le mani ad ogni stazione). Novembre 1992, lezione di istituzioni di diritto romano: le matricole incredule ed affascinate si alzano in piedi ad applaudire colui che è riuscito a catturarle, a divertirle, a conquistarle solo con le parole; le parole sono magiche, sopravvivono a chi le pronuncia ed ogni sua parola è uno scrigno favoloso.

(Oggi vorresti avere un’altra destinazione, ma a volte, i binari non deviano a seconda dei desideri. Una donna a fianco a te legge un libro di poesie).

Lui vive di passione per il passato e per i libri e riesce ad elargirla, a regalarla senza avarizia: la cultura non è mai stata così vivace e limpida come tra le sue mani e nei suoi discorsi. Chi lo ascolta o lo ha ascoltato, veramente e nel profondo, non può non continuare a farlo. (A volte non si arriva mai, si fa subito buoi e sei ancora in treno, senza poter scendere o cambiare; vorresti qualcuno a cui chiedere un’informazione, ma sembra che tutti siano spariti). Pomeriggio di maggio, prima dell’estate. Lui è paziente e divertito davanti alle domande, alle paure, ai [alle richieste di] chiarimenti inutili a cui offre comunque una risposta, un conforto, uno stimolo. Sempre. (Il paesaggio, da dietro il finestrino, è sempre uguale, sempre lineare, ma meno rassicurante: tutto, d’ora in poi, sarà più desolante, più scuro, più stupido).

Grazie, professor Bona, di essere stato il nostro, straordinario, speciale, unico compagno di viaggio».

 

Le parole che ho appena letto non sono mie, ma ho ugualmente deciso di farne l’incipit di questo, mio, breve intervento.

Ricordo come se fosse ora il momento in cui le lessi per la prima volta: ero proprio su un treno, su uno di quei treni a due piani che, ahimè, ancora oggi collegano Pavia a Milano; ho in mente l’immagine di una mattina piovosa, il buio che mi circondava; è come se fossi ancora su quel treno e come se fosse ancora la mattina del 16 settembre 1999.

All’edicola della stazione avevo acquistato una copia del quotidiano «La Provincia Pavese» e salito sul treno mi ero messo a scorrerla; all’improvviso lessi: «Un viaggio insieme. In ricordo del professor Bona».

Mi emozionai e mi emoziono ancora, a distanza di più di venti anni, di fronte alle parole con cui Anna Marzia Giampino e altri 20 studenti (questa la firma che figura in calce alla lettera[1]) – immagino gli studenti che sarà stato possibile contattare e informare nelle ore immediatamente successive alla mattina del 13 settembre – avevano voluto ricordare il loro Professore, il loro, straordinario, speciale, unico Compagno di viaggio.

Un ricordo che parte dagli occhi, dallo sguardo: quello di un uomo curioso e vigile, appassionato e affettuoso, prodigo di suggerimenti e di consigli.

Un ricordo che si rivolge al Maestro, un Maestro il cui insegnamento trascende l’ambito, i contenuti, le regole della materia di propria elezione, per ascendere il mondo e la sfera dei valori, dei principi e delle convinzioni interiori, che ogni essere morale deve costruire e seguire; un Maestro che rappresenta un aperto e leale esempio da imitare, nel quale si è, spontaneamente, indotti a rispecchiarsi e, così facendo, a riconoscersi, che assurge, quindi, a guida da seguire nella vita; un Maestro la cui riconosciuta autorevolezza si fonda e si esprime, essenzialmente, nella parola.

La parola calata nella lezione, nell’insegnamento (oltre che nella ricerca); la parola figlia dei libri – i libri tanto amati dal professor Bona, da lui gelosamente custoditi, da lui letti e riletti sino al punto di saperli quasi a memoria –; la parola che, nell’essere espressione di elevatissima cultura e di profondo pensiero conquista chi sa ascoltare veramente e appare ‘magica’, infinitamente preziosa; la parola che, nella memoria di chi la fa propria, si fa eterna, prevale sulla fine biologica e, in questo modo, oltrepassando i limiti della vita umana, finisce per costituire la ‘misura’ della vita di chi l’ha pronunciata.

Di avere fatto dono della sua parola, di essersi, tramite essa, fatto esempio, guida, maestro, i suoi studenti hanno voluto ringraziarlo, esprimendogli quei sentimenti di affetto, di riconoscenza, di stima che anche noi tutti condividiamo.

Le persone capaci di suscitare negli altri, in chi ha la fortuna di incrociarne il cammino, questi sentimenti sono rare; il Professore Bona è una di queste.

 

2. – Anch’io ho avuto il privilegio e la fortuna di conoscere e di frequentare il Professore Bona, di godere della sua presenza, di essere arricchito dal suo pensiero e dalla sua parola; di ammirare la sua gentilezza e la sua bontà; anch’io ho potuto attingere ai molteplici talenti della sua persona; anch’io ho potuto beneficiare di quel legame unico che si realizzava nel momento in cui egli decideva, generosamente, di offrire anche solo una piccola parte di sé.

L’ho conosciuto come docente appassionato ed ispirato e come studioso profondo e originale, quindi come Maestro attento e generoso.

Mi ha suggerito: l’inquietudine della ricerca, il pungolo del dubbio, la volontà del dialogo, la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico, il senso della complessità delle cose; l’importanza di coltivare una mentalità critica e, conseguentemente, di educarsi alla libertà.

Mi ha mostrato come la cultura possa, se elargita generosamente agli altri, diventare lo strumento per istituire un rapporto eletto con gli altri.

Sono convinto che la cultura presupponga fiducia nel futuro e muoia quando si dispera nel futuro. Quando penso a come il Professor Bona sia stato capace di coltivarla e di conferirla, in specie ai più giovani, mi è chiaro: come egli esprimesse appieno l’anelito ad avere fiducia in noi stessi e nel futuro; come ci richiamasse alla consapevolezza di essere tutti accomunati dall’appartenere a medesime cerchie vitali che si proiettano nel tempo; come nella sua persona la cultura non restasse confinata alla sfera spirituale ma assume una dimensione e una funzione sociale.

 

3. – Rammento quando assistetti alla prima lezione del Corso di Esegesi delle fonti del diritto romano, era il 1990.

Il corso, come ha ricordato Dario Mantovani nel discorso «In memoriam», letto in occasione della ‘Commemorazione pavese del Professor Ferdinando Bona’ tenutasi il 30 novembre 1999 [2], era divenuto «un piccolo club, per cui sono passati molti dei laureati pavesi oggi avviati in varie discipline alla ricerca universitaria»[3].

In questo piccolo club (se non erro eravamo in tutto una quindicina a frequentarlo) ero entrato non voglio dire per caso ma forse non adeguatamente preparato e pienamente consapevole di quanto, tantissimo, avrei ricevuto.

Peraltro, questa consapevolezza maturò in me già in occasione della prima lezione; a colpirmi fu il modo in cui il Professor Bona incedeva nella lettura dei testi latini; il modo in cui ci introduceva e ci guidava passo dopo passo, con abilità innata, a cogliere il significato più profondo e più vero degli stessi.

Che si trattasse di Cicerone, di Gaio, di Varrone, di Festo o di altro autore non importava: ogni fonte ed ogni argomento erano trattati con taglio fortemente esegetico.

Del resto, mi permetto di richiamare ancora le partecipate parole di Dario Mantovani: nel professor Bona era, profondamente, radicata l’idea che «la ricerca sulle fonti [potesse] bastare a se stessa, anzi [che fosse] la più genuina»[4].

A questa idea egli conformava il proprio insegnamento nel quale riversava i risultati della propria, personale ricerca scientifica secondo un lungimirante disegno sinergico che, di certo, non era usuale allora e, forse, non lo è neppure oggi.

Lezioni, quindi, di livello elevatissimo ma che il professor Bona riusciva a rendere afferrabili attingendo a risorse e a capacità comunicative non comuni, ispirate a logica concretezza ma, al tempo stesso, accompagnate e arricchite da una evidente passione, passione di cui trasudava ogni sua parola.

Come dicevo ebbi immediatamente chiara ed ammirata percezione di tutto ciò; ciononostante – lo confesso – frequentai il corso, per così dire, in modo defilato (prendevo posto sempre in una delle ultime file dell’aula Sesta dell’Università di Pavia, l’aula ove, se ricordo bene di martedì e di giovedì, nel primo pomeriggio, si svolgevano le lezioni).

L’ammirazione per l’uomo mi sovrastava.

Il forte senso di gratitudine per quanto in occasione di ogni lezione mi veniva, intellettualmente, elargito e l’altrettanto forte desiderio di significare la mia riconoscenza non riuscivano a prevalere sul timore di apparire inadeguato, di deludere.

Con questo animo mi recai a sostenere l’esame.

 

4. – Per il professor Bona – al pari di quanto egli stesso ebbe a dire a proposito del proprio Maestro, il Professore Gabrio Lombardi[5] – il momento dell’esame era – credo di poterlo affermare con cognizione di causa, avendolo affiancato per diversi anni – «carente di particolare attrattiva»[6]; di certo, era relativamente interessato al profilo istituzionale, quello della valutazione della preparazione dell’esaminato.

Forse anche per questo egli, di regola, lasciava a me la conduzione (non posso negarlo: era ogni volta una piccola sofferenza, dal momento che ero io a sentirmi sotto esame).

Talvolta, però, l’intervento senza presagio del professor Bona poneva, di fatto, termine all’interrogazione e faceva sì che ad essa si sostituissero i toni e i contenuti di un colloquio informale e personale, quasi confidenziale. Egli si rivolgeva allo studente come se le distanze di età e di ruolo non esistessero, cercando di percepire e di fare emergere ‘assonanze’, elementi di vicinanza e interessi comuni.

Era un attimo, un attimo meraviglioso: liberato dalla tensione dell’esame lo studente, come d’incanto, si apriva al suo attento e partecipe interlocutore, per cui dubbi, problemi, consigli, incoraggiamenti erano, rispettivamente, espressi, richiesti ed elargiti in modo naturale e spontaneo.

Ma non è tutto. Sul legame così nato si innestava come un processo creativo nel corso del quale trovavano spazio quei principi, quei valori, quelle convinzioni che per il professor Bona erano alla base del vivere e di cui faceva partecipe lo studente. Costui era indotto a rispecchiarsi negli stessi e, in questo modo, a riconoscersi – attingo ancora alle evocative parole di Dario Mantovani – «nell’immagine migliore che … avrebbe voluto avere [di sé]»[7].

Innumerevoli i momenti come questo a cui ho avuto il privilegio di assistere.

In essi mi sembra di potere cogliere un rilevante aspetto della dimensione morale e cattolica dell’uomo Bona, aspetto che arricchisce e completa la visione provvidenzialistica a cui egli era, fortemente, improntato, l’aspetto della carità.

Quella carità – mi permetto di richiamare in forma di estrema sintesi la riflessione del Cardinal Carlo Maria Martini – senza la quale non c’è speranza e non c’è giustizia; quella carità che si realizza certamente nel fare del bene, nell’aiutare il prossimo, ma la cui più profonda essenza consiste nell’ascoltare gli altri, nel comprenderli, nell’includerli nel nostro affetto, nel riconoscerli, nel partecipare alla loro sorte.

Il Professor Bona possedeva e coltivava i talenti necessari per essere strumento di carità.

 

5. – Ero rimasto al mio esame di Esegesi delle fonti del diritto romano al quale vorrei tornare.

A sostenerlo non mi presentai da solo: volli farmi accompagnare da una copia del ‘Breviarium iuris romani’, curato da Vincenzo Arangio-Ruiz e da Antonio Guarino[8].

Il volume contiene un’edizione delle Istituzioni di Gaio. Ad esse il professor Bona aveva dedicato gran parte del corso, svolgendo una lettura che aveva interessato i più diversi livelli del testo, sino ad investirne le strutture più profonde.

Ottenere il permesso di portare, seppure per poche ore e solo per poche decine di metri, il ‘Breviarium’ all’esterno della Biblioteca dell’Istituto di diritto romano dell’Università di Pavia non era stata impresa semplice, il volume era, infatti, previsto solo in consultazione.

Conservo l’impressione che il vederlo tra le mie mani avesse un poco indispettito il mio esaminatore; mi sembrò di leggere nei suoi occhi, nell’espressione del suo volto la seguente domanda: come mi ero permesso di sottrarre (per di più dalla libreria ubicata nello studio del Preside, nel suo studio) il suo Gaio?

Credo che a trarmi d’impaccio fu l’involontaria chiamata in correità della Signora Antonia (non ne rammento il cognome e me ne scuso), Segretaria dell’Istituto, persona stimata, molto cara al Professor Bona. Era alla sua gentile concessione, infatti, che dovevo il volume.

In ogni caso, il fatto che mi fossi presentato in compagnia di Gaio non lo lasciò del tutto indifferente, almeno io ebbi questa impressione. In effetti, il mio intendimento era di significarli (certo il modo era alquanto ingenuo ed elementare) di avere compreso l’importanza rivestita, nell’ambito del metodo d’indagine da lui, costantemente, praticato a lezione, dall’approccio diretto con la fonte e, al tempo stesso, il desiderio di vedere valutata la mia preparazione attraverso un esame di taglio esegetico.

È quanto avvenne; nel corso di un sereno colloquio leggemmo ed interpretammo, ma in verità ad interpretare fu Lui, diversi brani del testo gaiano e tutto ‘andò per il meglio’[9].

Ma, con mia sorpresa il colloquio continuò anche dopo la conclusione dell’esame.

All’atto di scrivere il voto sul libretto universitario egli sembrò soffermarsi sul mio nome. Gli venne da chiedermi se fossi parente dell’Angelo Lepore di cui aveva sentito parlare da una sua cara conoscenza e che sapeva essere Segretario cittadino [leggasi di Pavia] del Partito Repubblicano Italiano[10]. Gli risposi che era mio padre. Aggiunse: ho sentito solo un gran bene di lui; so che è una persona onesta (questa la qualità che più gli importava).

Poi mi congedò, ma prima volle sapere (stavo per iniziare il quarto e ultimo anno di Corso) se avessi già deciso in quale materia chiedere la tesi di laurea (sorvolo sul contenuto ingenuo della risposta che gli diedi[11]).

 

6. – Non so se sia giusto pensare che il viaggio che mi ha consentito di stare accanto al professore Ferdinando Bona e di potere così essere, quasi quotidianamente, privilegiato partecipe della sua persona e della sua esistenza per i successivi nove anni sia iniziato proprio in quel, preciso momento.

Di una cosa, però, sono sicuro: quel viaggio la mattina del 13 settembre 1999 non si è interrotto, prosegue ancora.

Il tempo non ha, infatti, per nulla scalfito l’intensità del ricordo e la forza dell’affetto, della stima, della gratitudine che lo connotano; così come non ha minimamente attenuato il desiderio di seguirne l’esempio, di calcarne le orme, come insegna Lucrezio, ‘non certandi cupidus’ ma ‘quod te imitari aveo propter amorem[12].

Ecco, se posso esprimere un velo di tristezza, avverto, greve, il dolore di non poterglielo più dire, ma forse non è così, forse glielo sto dicendo.

 

Vigevano, 17 novembre 2019

 

 



* Riproduco, con qualche variante e con l’aggiunta di minime note essenziali, il testo da me letto, il 17 novembre 2019, in Vigevano, in occasione dell’incontro: «Maestro e Uomo nel Ricordo a Venti Anni dalla Sua Scomparsa», organizzato dalla Società Storica Vigevanese per onorare la memoria del Professore Ferdinando Bona, nella ricorrenza del ventennale della scomparsa.

[1] Ricorre la seguente dicitura: «Anna Marzia Giampino (seguono altre 20 firme)».

[2] Il discorso del Professore Dario Mantovani, (allora) Direttore del Dipartimento di Diritto Romano, Storia e Filosofia del Diritto dell’Università di Pavia, e con questo quelli pronunciati, nella medesima occasione, nell’ordine, dai Professori: Roberto Schmid, (allora) Rettore dell’Università di Pavia, Giuseppe Zanarone, (allora) Preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Pavia, Franco Casavola, Presidente emerito della Corte Costituzionale e dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, e ad un elenco degli «Scritti di Ferdinando Bona», curato da Gianluca Mainino, sono stati editi in SDHI. LXVI, 2000, 613-635.

[3] Discorso ‘In Memoriam’, cit., 628.

[4] Ibidem, 622.

[5] Nel discorso di commemorazione che il Professore Bona lesse, il 4 giugno del 1994, in Sulmona, in occasione di un incontro, organizzato dalla Fondazione ‘G. Capogrossi’, per onorare la memoria del Professore Gabrio Lombardi. Intitolato: Gabrio Lombardi educatore di civismo, il discorso, edito in SDHI. LX, 1994, 1-10, rappresenta l’ultima delle pubblicazioni a stampa del Professor Ferdinando Bona.

[6] F. Bona, ‘Gabrio Lombardi educatore di civismo’, cit., 4.

[7] Discorso ‘In Memoriam’, cit., 628.

[8] V. Arangio-Ruiz, A. Guarino (curr.), Breviarium iuris romani7, Milano 1989, viii, 925.

[9] Ho, volutamente, fatto uso di un’espressione tipica del Professore Ferdinando Bona, che ad essa ricorreva spesso, quasi ad esprimere la visione provvidenzialistica della vita alla quale egli era, fortemente, improntato.

[10] Dal 2001 Segretario cittadino [leggasi della città di Pavia] e provinciale [leggasi della provincia di Pavia] del Movimento Repubblicani Europei.

[11] Mi sarei, poi, laureato in Esegesi delle fonti del diritto romano, con una tesi dal titolo: «Problemi di autenticità: le Res Cottidianae di Gaio», avendo come Relatore, ovviamente, il Professore Ferdinando Bona e come Correlatore il Professore Giorgio Luraschi.

[12] Lucr., de rer. nat. 3.5.