N. 3 – Maggio 2004 – In Memoriam – Bobbio

 

 

Virgilio Mura

Università di Sassari

Preside della Facoltà di Scienze Politiche

 

UN ESEMPIO DA IMITARE

 

 

Magnifico Rettore, signori Presidi, cari Colleghi, Autorità, illustri Ospiti, Signore e Signori, presentare, in tutta la sua ricca articolazione, la biografia intellettuale di Norberto Bobbio, nel breve tempo che il cerimoniale mi concede, non è impresa praticamente possibile. Il tempo non sarebbe sufficiente neppure per riferire esaurientemente sulla bibliografia secondaria, cioè sugli scritti dedicati al pensiero di Bobbio (fra cui due monografie, una in lingua italiana e una in lingua spagnola[1]).

E poiché conciliare la scarsità del tempo a disposizione con la sovrabbondanza dei dati e dei riferimenti, di cui bisognerebbe tener conto, è più facile da dirsi che da farsi, è doveroso, da parte mia, non nascondere i limiti di questa presentazione, che risulterà, se non proprio inadeguata, certo lacunosa.

Norberto Bobbio nasce a Torino nel 1909 ed a Torino compie gli studi, laureandosi in giurisprudenza nel 1931 ed in filosofia nel 1933. Conseguita la libera docenza in filosofia del diritto nel 1935, nello stesso anno ottiene l'incarico di insegnamento nell'Università di Camerino. Divenuto professore straordinario di filosofia del diritto nel 1938, insegna nella Facoltà di Giurisprudenza delle Università di Siena (1938-1940), Padova (1940-1948) e Torino (1948-1972). Nel 1972 viene chiamato a ricoprire la cattedra di Filosofia della Politica presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Torino, della quale riveste la carica di preside nel triennio 1972-75 e alla quale afferisce fino al 1984, anno in cui va in pensione con la qualifica di professore emerito.

Presidente del Centro Studi Piero Gobetti, socio dell'Accademia dei Lincei, della Accademia delle Scienze di Torino, della quale è stato anche presidente, socio della British Academy e di altre e non meno prestigiose istituzioni scientifiche nazionali e internazionali, nel luglio 1984 Norberto Bobbio viene nominato Senatore a vita della Repubblica italiana.

La sua prima pubblicazione scientifica risale al 1934. Da allora, in un sessantennio di ininterrotta attività, ha dato alle stampe una mole impressionante di lavori. Facendo un rapido calcolo, la produzione di Bobbio può essere oggi quantificata - ma il calcolo è approssimato per difetto - in oltre 1800 titoli, fra libri, saggi, articoli, prefazioni, recensioni e interviste.

Quando dieci anni fa gli viene consegnato il primo volume della bibliografia dei suoi scritti, contenente 1304 titoli (saliti poi a 1626 nel secondo volume dell'88)[2], Bobbio non nasconde un'impressione di sgomento, tale è la sorpresa. Non pensava, considerandosi «scrittore di non facile vena», di «aver ammucchiate una dietro l'altra tante pagine di carta stampata»[3]. Proprio così: ricorre all'immagine, riduttiva, della carta ammucchiata per indicare il risultato di una vita di indefesso lavoro intellettuale, quasi a nasconderne l'imponenza per evitare che la retorica celebrativa se ne appropri.

È un chiaro invito a restare coi piedi per terra, all'understatement, alla misura nel giudicare. E naturalmente, e come al solito, è un invito a distinguere.

Bobbio, per primo, riconosce che non tutti i titoli raccolti nella ricca e articolata bibliografia hanno il medesimo valore. In società dominate dalle comunicazioni di massa - lo ricorda egli stesso - la produzione di uno studioso è fatta anche di articoli d'occasione, di interviste, di dichiarazioni, di brevi scritti che vengono "usati e buttati via come i vuoti a perdere".

D'altra parte, dalla familiarità con i grandi testi della filosofia antica e moderna ha appreso che non vi è moto dell'animo più insulso della superbia. «Il confrontarmi coi classici – scrive Bobbio[4] – mi è servito a non salire in cattedra, a non montare sul piedistallo, a non cadere nel vizio, che vedo troppo spesso diffuso nelle persone della mia età, della vanità». E aggiunge: «il mio rispetto per i classici è arrivato al punto da non aver mai osato (..) mettermi sulle loro spalle, nano sulle spalle dei giganti». Con i suoi autori, i grandi maestri del pensiero moderno e contemporaneo, con Hobbes, Locke, Rousseau, Kant, Hegel, Croce, Cattaneo, Kelsen, Pareto e Weber intrattiene un dialogo continuo, ininterrotto, leggendo, rileggendo commentando infinite volte i loro testi. Dalla lezione dei classici confessa di aver imparato a «non prendersi troppo sul serio»[5], cioè a guardare in sé stesso con distacco e spirito critico.

Ma, certamente, ha preso sempre molto sul serio il proprio lavoro. La sua biografia intellettuale è la testimonianza inconfondibile di un profondo amore per gli studi e di un esemplare rigore professionale.

Ed è questa una delle ragioni per le quali, per uno spontaneo effetto imitativo, ha fatto scuola, nel senso più alto del termine, non solo fra i filosofi, ma anche fra i giuristi, i politologi, gli storici e i sociologi. È stato maestro di intere generazioni perché ad intere generazioni ha insegnato il difficile mestiere dello studioso, invitandole a raccogliere e a far propri quelli che una volta ha indicato come «i frutti più sani della tradizione intellettuale europea»[6]. Vale a dire: l'inquietudine della ricerca e il pungolo del dubbio, senza dei quali non vi sarebbe progresso nel sapere umano, ma solo stanche ripetizioni di trite formule e di vecchi canoni; la volontà del dialogo, sulla quale si reggono il principio della tolleranza e il rispetto delle altrui opinioni e senza della quale l'esercizio dell'intelligenza rischia di rinchiudersi nel settarismo o in uno sterile circuito solipsistico; lo spirito critico, senza del quale si avrebbe il sonno della ragione, il torpore delle coscienze, il trionfo delle superstizioni, dei pregiudizi, dei dogmi; la misura nel giudicare, lo scrupolo filologico e il senso della complessità delle cose, senza dei quali prevarrebbero la superficialità e la faciloneria, l'approssimazione semplicistica, il pressapochismo dilettantesco.

Questi sono i valori della tradizione culturale europea che, nei sessanta anni del suo alto magistero, Bobbio ha custodito, difeso e trasmesso attraverso le sue opere.

Anche i suoi scritti minori o quelli più legati alle circostanze, all'effimero quotidiano, recano, inconfondibili e indelebili, i segni della fedeltà ai principi, ai criteri, ai canoni, ai valori di questa inestimabile tradizione.

Formatosi in un periodo storico dominato dalla filosofia speculativa, Bobbio si accosta, alle soglie della maturità, alla filosofia positiva e alla filosofia analitica.

Dalla filosofia positiva, cui aderisce in seguito allo studio delle opere di Carlo Cattaneo, trae l'insegnamento che il sapere deve essere fondato sui dati dell'esperienza e trae anche gli spunti necessari per risolvere, sulle orme di Kelsen, la filosofia del diritto in teoria generale del diritto.

Dal neo-empirismo analitico ricava l'indicazione che il compito primario della filosofia è quello del chiarimento concettuale. Condizione necessaria, in primo luogo, per capire il mondo, e, in secondo luogo, per capirsi, cioè per comunicare, dato che la maggior parte delle polemiche o delle incomprensioni nasce dalla confusione dei linguaggi, da malintesi o fraintendimenti sui significati delle parole adoperate.

Fedele a questo canone, Bobbio dedica la maggior parte della propria produzione scientifica al chiarimento dei concetti e alla definizione delle categorie fondamentali per la sistemazione di una teoria generale del diritto e per l'elaborazione di una teoria generale della politica.

Alla delineazione di una teoria generale del diritto, intesa, kelsenianamente, come teoria formale, ossia come ricerca sulla struttura normativa del diritto, come studio della forma a prescindere dai contenuti concreti della norma, Bobbio giunge per gradi. Le monografie L'analogia nella logica del diritto (1938) e La consuetudine come fatto normativo (1942) risentono ancora di un'impostazione tradizionale. Lo scritto che segna la svolta è l'articolo Scienza del diritto e analisi del linguaggio pubblicato nel 1950 nella "Rivista Trimestrale di Diritto e Procedura civile", anche se la "prova" documentata dell'incontro rivelatore con Kelsen è il saggio La teoria pura del diritto e i suoi critici pubblicato nel 1954 nella medesima rivista. In precedenza, però, fra il 1949 e il 1955, vi erano già stati altri segnali che annunciavano il nuovo indirizzo di studi: una serie di scritti, raccolti poi nel libro del 1955 Studi sulla teoria generale del diritto, nel quale Bobbio tratteggia i contorni della propria ricerca futura e ricostruisce una sorta di mappa delle teorie generali del diritto allora più diffuse.

La teoria della norma giuridica del 1958 e la Teoria dell'ordinamento giuridico del 1960, due testi nati direttamente dall'esperienza didattica, più volte ristampati ed ancora oggi adottati in numerosi corsi universitari, rappresentano il consolidamento delle posizioni teoriche di Bobbio, che trovano poi conferma nel volume Studi per una teoria generale del diritto (1970), nel quale vengono raccolti una serie di saggi, pubblicati fra il 1956 e il 1969, su argomenti che in parte sono tipici della teoria generale del diritto (il discorso sulle antinomie dell'ordinamento, sull'imperativismo, sulla classificazione delle norme e sulla distinzione fra norme primarie e secondarie e fra essere e dover essere nella scienza giuridica); e in parte si collocano a cavallo fra la filosofia del diritto e la filosofia della politica (la distinzione fra comandi e consigli, il principio di legittimità e il rapporto fra il diritto e la forza).

Soprattutto su quest'ultimo tema, che meglio di ogni altro rappresenta l'anello di congiunzione fra gli studi giusfilosofici e quelli filosofico-politici, Bobbio tornerà negli anni successivi con una serie di saggi che riunisce, nel 1992, in un unico volume significativamente intitolato Diritto e potere. Saggi su Kelsen. E lo farà per approfondire e ulteriormente sostenere la tesi, nel libro del '70 appena abbozzata, della circolarità del rapporto fra diritto e potere, considerati come le facce di una medesima medaglia, configurandosi, per un verso, il potere come la fonte del diritto e, per un altro verso, il diritto come la fonte del potere.

Intanto, nel 1977 mette insieme nel volume Dalla struttura alla funzione una serie di lavori, scritti fra il 1969 e il 1975, d'argomento diverso, ma sempre pertinenti al medesimo filone della ricerca, fra loro collegati dal tema dominante della funzione promozionale del diritto, una funzione che è andata estendendosi, accanto a quelle tradizionali della repressione e del controllo, con il progressivo espandersi dello Stato sociale.

Collaterali, ma non estranei, rispetto al tentativo di sistemazione di una teoria generale del diritto, sono i libri Il positivismo giuridico, che riproduce le lezioni del corso dell'a.a. 1960-61, diviso per metà fra la ricostruzione storica e la disamina teorica del fenomeno, e Giusnaturalismo e positivismo giuridico del 1965, nel quale Bobbio affronta la secolare e davvero non spassionata disputa fra giuspositivisti e sostenitori del diritto naturale, indicando agli uni e agli altri i limiti degli argomenti adotti per impostare e la difesa e la critica delle opposte posizioni teoriche.

Ma la graduale sistemazione dei concetti cardine di una teoria generale del diritto, che impegna Bobbio per circa un trentennio, non gli impedisce di coltivare, simultaneamente, gli studi di filosofia politica, la cui data d'inizio può essere, anzi, fatta risalire al 1941, l'anno in cui Bobbio licenzia l'edizione critica della Città del Sole di Tommaso Campanella. Sempre in funzione della promozione della conoscenza e della diffusione dei classici del pensiero politico, Bobbio cura in seguito le edizioni critiche del De cive di Thomas Hobbes (1949), dei Manoscritti economico-filosofici del 1844 di Karl Marx (1949), degli Scritti politici di Immanuel Kant (insieme a Luigi Firpo e Vittorio Mathieu, 1956).

Ma l'opera più significativa nel campo della filosofia politica rimarrà, per molti anni, Politica e Cultura, un libro che contiene una serie di saggi scritti fra il 1951 ed il 1955, in pieno clima di "guerra fredda", rivolti precipuamente a sostenere l'importanza fondamentale del dialogo e ad analizzare i temi connessi delle libertà individuali e del rapporto fra gli intellettuali e il potere. Benché nati dal vivo del dibattito politico dell'epoca, questi saggi, nella loro parte analitica, hanno sfidato l'usura del tempo e sono ancora di grande attualità. Il tratto che li unisce in un discorso unitario è una sorta di correlazione fra la teoria e la prassi, nel senso che Bobbio, da un lato, indica quali sono i criteri che devono guidare il lavoro degli intellettuali, e, dall'altro e nello stesso tempo, li applica al caso concreto.

Poiché fare cultura «significa misura, ponderatezza, circospezione»; poiché significa «valutare tutti gli argomenti prima di pronunziarsi, controllare tutte le testimonianze prima di decidere, e non pronunziarsi e non decidere mai a guisa di oracolo dal quale dipenda, in modo irrevocabile, una scelta perentoria e definitiva»[7], ne discende che il compito fondamentale dell'intellettuale, che è quello di "capire" e di «aiutare a capire»[8], impone di riflettere, di dubitare, di non abbandonarsi a soluzioni affrettate. (Parole troppo spesso dimenticate, lo dico per inciso, o addirittura ignorate e che invece andrebbero, a mio giudizio, scolpite sulla pietra, a mò di decalogo, e ricordate a quanti oggi producono, o pretendono di produrre, cultura).

L'insieme delle indicazioni circa i compiti dell'intellettuale e delle notazioni sui caratteri della cultura consente a Bobbio di trarre, riassuntivamente, una prima conseguenza in termini di doveri e di diritti: l'uomo di cultura, cui spetta la funzione di «seminare dubbi» più che di «raccogliere certezze», ha, da un lato, il dovere di rifuggire dalle alternative troppo nette, e, dall'altro e correlativamente, ha il diritto di «non accettare» i termini della disputa o della contesa così come sono posti, ma di «discuterli e di sottoporli alla critica della ragione», per, eventualmente, modificarli o sostituirli con altri[9].

Ed è quanto Bobbio fa, rifiutando la contrapposizione frontale fra marxismo e liberalismo, che aveva suscitato dibattiti fin troppo infuocati (fino al limite dell'odio ideologico) sul tema cruciale della libertà e sulle questioni, ad esso connesse, dei limiti del potere statale e della democrazia. Bobbio compie un'opera di mediazione – l'alta funzione che, nell'ottica bobbiana, si addice all'uomo di cultura – rifiutando l'ipotesi di partenza: la semplicistica convinzione che il mondo possa essere diviso, esattamente, in rossi e neri, per cui l'unica alternativa praticabile è solo quella di schierarsi o con gli uni o gli altri. Alla logica, allora conformistica dell'aut-aut, Bobbio preferisce la logica innovativa, e negli anni Cinquanta perfino temeraria, dell'et-et: e con gli uni, in parte; e con gli altri, in parte.

Per un verso polemizza con Ranuccio Bianchi Bandinelli, con Roderigo di Castiglia (il civettuolo pseudonimo adoperato da Palmiro Togliatti nelle sue non rare incursioni nel campo della cultura ufficiale) e soprattutto con Galvano della Volpe, allora considerato dalla sinistra comunista e socialista il più autorevole ed autentico interprete italiano della tradizione marxista. Per un altro verso fà i conti con Benedetto Croce, che è uno dei suoi autori - non bisogna dimenticarlo - e che era considerato il depositario dei valori del liberalismo. Agli intellettuali di scuola marxista Bobbio contesta il sistematico ricorso al principio d'autorità, e dunque, in sostanza, lo smarrimento dello spirito critico ma ritiene il marxismo una componente essenziale della cultura moderna, apprezzandone l'alta ispirazione ideale e l'approccio realistico nella considerazione e nello studio dei problemi politici e sociali. A Croce riconosce molti meriti: fra gli altri, quello di aver particolarmente insistito sulla responsabilità degli uomini di cultura e sull'importanza di una politica della cultura, distinta dalla politica dei politici; ma, per lo slittamento del discorso della libertà sul piano metapolitico, sul piano astratto della grande storia (la storia con la "S" maiuscola) o su quello, inafferrabile e rarefatto, dell'etica; per la condanna sommaria del giusnaturalismo, dell'illuminismo e del democraticismo, non gli riconosce il ruolo di custode o di interprete privilegiato dei principi e della teoria politica del liberalismo.

(«Chi volesse oggi capire il liberalismo – scrive Bobbio – non mi sentirei di mandarlo a scuola da Croce. Gli consiglierei piuttosto di leggere i vecchi monarcomaci e Locke e Montesquieu e Kant, il Federalist e Constant e Stuart Mill. In Italia più Cattaneo che non gli he- geliani napoletani, compreso Silvio Spaventa; e gli metterei in mano più il Buongoverno di Einaudi che non la Storia come pensiero e come azione»)[10].

Mi sono soffermato particolarmente su Politica e Cultura perché lo considero uno dei testi centrali della bibliografia di Bobbio: per il metodo, le intuizioni, le osservazioni critiche, i chiarimenti concettuali, la rilevanza in assoluto dei temi trattati e la loro ricorrenza nella successiva riflessione bobbiana. Tranne il tema del pericolo, allora incombente, dell'olocausto nucleare, al quale si dedicherà con una certa continuità a partire dal 1966, anno in cui pubblica il saggio Il problema della guerra e le vie della pace, ancora oggi ritenuto una delle più rilevanti riflessioni sull'argomento, tutti gli altri temi filosofico-politici toccati da Bobbio negli ultimi quarant'anni (compresi quelli della guerra e della pace) o si trovano già in nuce in Politica e Cultura o costituiscono degli sviluppi ulteriori delle problematiche affrontate in questo libro. Rispetto al quale perfino i lavori su Pareto e Mosca, attraverso i quali Bobbio tenta di suscitare in Italia "la nascita di studi positivi di politica", perfino i libri che raccolgono i saggi di analisi del pensiero politico classico (Da Hobbes a Marx, 1964; Studi hegeliani, 198l; Thomas Hobbes, 1989), possono essere considerati, in un certo senso, contigui, trattandosi di lavori prevalentemente indirizzati alla definizione e alla sistemazione di concetti.

Ma certamente in linea di continuità si collocano gli scritti sul rapporto tra intellettuali e potere (di recente raccolti nel volume Il dubbio e la scelta, 1993); il volume del 1976 su La teoria delle forme di governo nel pensiero politico, e, nello stesso anno il volumetto Quale socialismo?, un insieme di scritti coi quali Bobbio riapre il dibattito sulla teoria politica marxista e riprende il discorso sulla democrazia, che continuerà a sviluppare nei saggi raccolti ne Il Futuro della democrazia (1984) e in Lìberalismo e democrazia (1985); vi è continuità con Stato, governo, società del 1985, ove sono raccolte quattro voci (Stato, Democrazia/Dittatura, Pubblico/Privato e Società civile/Stato) scritte originariamente per l'Enciclopedia Einaudi fra il 1978 e il 1981, un volume nel quale si ribadisce la concezione procedurale della democrazia, intesa come un insieme di regole, e dunque come una forma di governo e non come una forma di Stato, e prende consistenza e forma sistematica il disegno dell'elaborazione di una teoria generale della politica.

Ho compreso in questo elenco, necessariamente ridotto all'essenziale, anche gli scritti che Bobbio considera legati ai dibattiti di attualità politica cui ha partecipato. L'ho fatto perché anche questi lavori, benché non accademici, benché nati da circostanze contingenti dove massima è l'influenza delle passioni, hanno le stesse caratteristiche di approfondimento critico e di rigore scientifico degli altri.

Ho lasciato fuori L'età dei diritti (1990) e il Profilo ideologico del Novecento (1969). Il primo perché incerto se classificarlo fra le opere di filosofia del diritto o di filosofia della politica; il secondo perché anche Bobbio lo considera uno scritto "estravagante", collocabile fra la storia e l'autobiografia.

Né ho fatto finora menzione di due libri a Bobbio molto cari: Italia civile (1964) e Maestri e compagni del 1984. Sono scritti, prevalentemente, di ricordi e di testimonianze, in cui Bobbio rende omaggio, tracciandone il profilo intellettuale, ad alcuni protagonisti della vita culturale e politica italiana dei quali si è sentito allievo o amico (e fra questi: Benedetto Croce, Piero Martinetti, Gioele Solari, Rodolfo Morandi, Gaetano Salvemini, Alessandro Levi, Piero Calamandrei, Silvio Trentin, Antonio Giuriolo, Aldo Capitini, Eugenio Colorni, Giuseppe Capograssi, Leone Ginzburg, Rodolfo Mondolfo e Augusto Monti). Per lo più commemorativi e di testimonianza (ma non solo: contengono anche analisi di idee, confronti di posizioni, chiarimenti concettuali), questi scritti rivelano un Bobbio inedito, perché lasciano trasparire (naturalmente quel tanto che egli ha consentito che trasparisse, data la sua proverbiale riservatezza) il fondo segreto dei suoi sentimenti di stima, di rispetto e d'amicizia.

Alcuni dei libri che ho citato, più volte ripubblicati ed ancor oggi adottati in molti corsi universitari, sono tecnicamente delle dispense, delle lezioni raccolte il più delle volte dagli stessi allievi. Le famose dispense che il movimento studentesco torinese del '68 gli aveva stolidamente contestato quali presunti veicoli dell'autoritarismo accademico (e fu un caso, ma non l'unico, di contestazione per la contestazione), mentre in realtà rappresentano esempi (naturalmente da seguire) di correlazione fra la ricerca e la didattica, un obiettivo che Bobbio ha colto 19 volte (tante sono le sue dispense) ma che non tutti i professori riescono sempre a raggiungere (e solo i più sensibili, in genere quelli meno sordi alle esigenze degli studenti, se ne lamentano).

Attento ed aperto verso le novità culturali, Bobbio è stato in Italia uno degli artefici della rinascita degli studi politologici e, in generale, un fautore della crescita e dello sviluppo delle scienze sociali.

Conseguentemente è stato anche un sostenitore delle Facoltà di Scienze Politiche, pur se preferirebbe si chiamassero Facoltà di Scienze Politiche e Sociali, in modo che il nome corrisponda meglio al contenuto. E, coerentemente, si è attivato per la loro completa autonomia scientifica e didattica, per la loro piena emancipazione dalle Facoltà giuridiche, dalla cui costola la maggior parte delle Facoltà di Scienze Politiche sono nate, portandosi spesso appresso, come viatico non richiesto, pesanti condizionamenti sul piano degli ordinamenti didattici.

Filosofo militante, Bobbio è stato un protagonista del dibattito politico contemporaneo per l'edificazione di un'"Italia civile", per la difesa dei valori della democrazia e della pace nel mondo. I grandi temi della filosofia pubblica del nostro tempo hanno trovato in Bobbio un partecipe interprete ed un osservatore rigoroso, interessato nel dibattito, disinteressato nel giudizio finale, nel momento in cui, appunto, le passioni dovrebbero tacere.

Bobbio scrisse una volta che Croce era stato un protagonista della vita culturale italiana anche, se non soprattutto, perché era stato, contemporaneamente, un antagonista. Bobbio è stato (ed è) un protagonista, ma è stato (ed è) anche un uomo del dialogo.

E dialogare vuol dire parlare ma anche, e soprattutto, saper ascoltare. L'intellettuale che esalta la funzione del dialogo, del confronto con posizioni diverse, lo fa perché è convinto che dal confronto si impari, perché reputa il dialogo un veicolo non tanto per persuadere, quanto per verificare la consistenza delle proprie posizioni e per essere, eventualmente, persuaso.

La logica del dialogo presuppone la piena disponibilità a revocare in dubbio le proprie "certezze", a cambiare, anche radicalmente, le proprie opinioni.

Per difendere le proprie idee, non essendo né remissivo né cedevole, Bobbio ha spesso (e volentieri) incrociato la penna in dibattiti anche accesi, ma non ha mai permesso che la polemica si personalizzasse o trascendesse i limiti del confronto civile o si trasformasse in scontro frontale, considerando, sempre, l'altro un interlocutore da rispettare e con il quale ragionare e discutere, piuttosto che un "avversario" da abbattere o da umiliare, magari a colpi di citazioni.

Uno degli ultimi scritti di Bobbio, pubblicato nel dicembre scorso, riguarda l'Elogio della mitezza[11]. Nelle pagine conclusive confessa: «Mi piacerebbe avere la natura dell'uomo mite. Ma non è così. Sono troppo spesso in preda alle 'furie' (dico 'furie' e non 'eroici furori') per considerarmi un uomo mite»[12]. Non so se subitanei scatti di collera (provocata spesso da sacrosanta indignazione) o innocenti moti di insofferenza siano sentimenti incompatibili con la mitezza. Ma se l'opposto della mitezza sono l'arroganza, la protervia e la prepotenza, so di certo che con questi compagni di strada l'uomo di cultura Bobbio non ha mai percorso neppure un metro.

In sintesi: in ragione della sua biografia intellettuale, che ho cercato, sia pure inadeguatamente, di tratteggiare, e, dunque, per i suoi alti meriti scientifici, per l'impegno etico e culturale, nonché per la testimonianza di rigore e serietà professionale che ha offerto in un sessantennio di indefessa attività, tenuto conto della chiara fama cui è pervenuto, il Consiglio della Facoltà di Scienze Politiche, nell'adunanza del 28 ottobre 1993 ha deliberato all'unanimità, ai sensi dell'art. 168 del TU. del 31 agosto 1933 n. 1592 e dell'art. 1 della legge 13 marzo 1958 n. 262, di proporre il conferimento della laurea ad honorem in Scienze Politiche al prof. Norberto Bobbio, Senatore della Repubblica.

 

 

 

 



 

[1] Cfr. P. Borsellino, Norberto Bobbio e la teoria generale del diritto. Bibliografia ragionata 1934-1982, Giuffrè, Milano 1983; A. Ruiz Miguel, Filosofia y derecho en Norberto Bobbio, Centro de estudios constiticionales, Madrid 1983.

 

[2] C. Violi - B. Maiorca (a cura di), Norberto Bobbio: 50 anni di studi. Bibliografia degli scritti 1934-1983, Franco Angeli, Milano 1984; Id., Norberto Bobbio. Bibliografia degli scritti 1984-1988, Franco Angeli, Milano 1990.

 

[3] Prefazione a C. Violi - B. Maiorca (a cura di), Norberto Bobbio: 50 anni di studi, cit., 11.

 

[4] Congedo in L. Bonanate - M. Bovero (a cura di), Per una teoria generale della politica, Passigli Editori, Firenze 1986, 244.

 

[5] Prefazione, cit., pp. 12-13; Congedo, cit., 244.

 

[6] Politica e Cultura (1955), Einaudi, Torino 1974, 281.

 

[7] Ivi, 15.

 

[8] Ivi, 20.

 

[9] Ivi, 17.

 

[10] Ivi, 265.

 

[11] Linea d'Ombra Edizioni, Milano 1993. Si tratta del testo, riveduto e aggiornato, di una conferenza tenuta a Milano nel marzo del 1983.

 

[12] Ivi, 20.