N° 2 - Marzo 2003 – Cronache

 

 

Contardo Ferrini nel primo centenario dalla morte

Fede, vita universitaria e studio dei diritti

antichi alla fine del XIX secolo

Pavia, 17-18 ottobre 2002

 

 

 

La figura e l’opera di Contardo Ferrini a cento anni dalla morte sono state ricordate il 17 e il 18 ottobre 2002 con un convegno a Pavia, promosso dall’Università di quella città, dall’Almo Collegio Borromeo e dall’Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere.

Il convegno è stato pianificato guardando a Ferrini in una duplice prospettiva: l’esperienza di vita come credente e amministratore, e l’opera come romanista. Il desiderio di accostarsi a Contardo Ferrini con la cura e la delicatezza dei tocchi del pittore veniva evocato, subito, dall’immagine scelta per la locandina del convegno: un ritratto fotografico di Mario Acerbi intento a dipingere la pala d’altare della cappella dedicata a Ferrini nella chiesa del Carmine, a Pavia[1].

La prima seduta, giovedì 17 ottobre, l’esatto giorno anniversario, è stata prevalentemente dedicata alla rievocazione del contesto sociale e culturale attraversato da Ferrini prima come studente, poi come professore e amministratore. Gli interventi (di Annibale Zamberbieri, Elisa Signori, Emilio Gabba, Antonino Metro e Bernardo Santalucia) sono stati tenuti nella Sala degli Affreschi del Collegio Borromeo, quello stesso Collegio vicino al fiume, con le linee architettoniche che “s’entusiasman di cielo”[2], in cui aveva studiato Ferrini dal 1876 al 1880.

La seconda giornata, venerdì 18 ottobre, ha ospitato contributi relativi all’attività scientifica di Ferrini. Ancora una volta le relazioni (di Fausto Goria, Dario Mantovani, Antonio Mantello, Xenio Toscani, Francesco Paolo Casavola e Giorgio Rumi) sono state avvolte dal fascino di un ambiente speciale: la lignea Aula Volta del Palazzo Centrale dell’Università di Pavia, dove Ferrini aveva insegnato ed era stato ritratto dal pennello di Mario Acerbi. Nell’esperienza di romanista sono stati individuati quattro filoni: diritto penale, diritto bizantino, giurisprudenza e civilistica pandettistica. Questa partizione fu tracciata da Ferdinando Bona in un saggio, ripubblicato in occasione del convegno in un opuscolo edito da Valerio Marotta e da Giorgio Mellerio, che contiene un’ampia bibliografia su Ferrini, testimonianza della diffusione del suo nome nel mondo, che non manca di suscitare ammirazione.

 

Apertura

L’apertura dei lavori è stata affidata a Don Ernesto Maggi (Rettore del Collegio Borromeo), Giuseppe Zanarone (Preside della Facoltà di Giurisprudenza di Pavia) e Dario Mantovani (Direttore del Dipartimento di Diritto Romano, Storia e Filosofia del Diritto dell’Università di Pavia).

Don Maggi ha ricordato la cifra essenziale della vita di Ferrini: la ricerca della santità del fare fissando lo sguardo all’infinito, oltre le mete parziali e i valori contingenti; Zanarone ha ricordato il valore attuale delle discipline romanistiche; Mantovani dopo aver letto il saluto e l’augurio di Antonio Padoa Schioppa (Presidente dell’Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere) ha definito il piano dei lavori e, per un’ideale ricomposizione del “mosaico dei luoghi universitari Ferriniani” (Pavia, Messina, Modena, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano dove riposa la salma), ha rivolto l’invito a presiedere la prima e la seconda giornata di lavori rispettivamente a Giovanni Negri (Preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza) e Renzo Lambertini (Preside della facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Modena e Reggio Emilia).

 

La prima giornata

Annibale Zamberbieri (Università di Pavia): Contardo Ferrini nelle svolte culturali e sociali del cattolicesimo tra Otto e Novecento.

Zamberbieri ha calato Ferrini nel contesto ecclesiale e politico tra ‘800 e ‘900; anni che vedevano avanzare la cultura laica e, parallelamente, affievolirsi la presa sociale della Chiesa. Da quello sfondo Ferrini si staccava avvolto da un’ “atmosfera rarefatta” e da “una spiritualità che sembra emersa dalle nebbie di altri tempi”. Il racconto si è snodato in tre parti: prima formazione, maturazione spirituale, proiezione pubblica.

Ferrini era nato nel 1859 a Milano, la metropoli dei trasporti agevoli e dell’operoso “meneghino” che aveva catturato “il nuovo soffio che spira nel mondo”. Il piccolo Contardo fu educato seguendo i principi dettati da una morale cattolica molto rigida, anche se con sfumature liberali e rosminiane. Fin dall’inizio guardò il mondo con gli occhi dell’agiata borghesia cittadina, sotto la guida di maestri come Antonio Stoppani, che gli trasmise l’amore per la natura e per i testi biblici, e lo zio materno, l’abate Antonio Buccellati, penalista, docente e Preside della facoltà di diritto di Pavia[3].

Ferrini verso la maturità è stato poi seguito durante gli studi all’Università pavese, al Borromeo, e durante il perfezionamento in Germania. Il periodo borromaico vide il cuore e la mente del giovane Contardo orientarsi definitivamente verso un ideale di esistenza cristiana nutrita nell’ascesi individuale; ideale che nei momenti di svago sublimava in un profondo amore per la natura, specialmente per il panorama alpino, verso cui Ferrini, talvolta, si dirigeva in compagnia di Achille Ratti, futuro Pio XI.

La proiezione pubblica di Contardo Ferrini, infine, è stata vista lungo tre direttrici. Quella della “pubblicistica”, ispirata alla riaffermazione dell’opzione di fede contro il razionalismo e il materialismo (dai toni più suasivi che confutativi); quella della politica, cui partecipò con prudenza; e, infine,  quella dell’insegnamento, dove avvertì la possibilità di una conquista di spazio sociale.

 

Elisa Signori (Università di Pavia): L’impegno di Contardo Ferrini nella vita amministrativa di Milano

Elisa Signori, ha fotografato Contardo Ferrini intento a muovere i primi passi nel “laboratorio politico della nuova Italia”, dove quasi tutti i partiti si erano ormai disposti ad accettare lo stato unitario e a confrontarsi sul piano elettorale.

Ferrini fu portato a Palazzo Marino dalla lista Eclettica (o Contrattata, frutto di un accordo tra le organizzazioni cattoliche milanesi e il partito liberale) quando aveva 36 anni. Venne candidato come rappresentante del mondo cattolico e acconsentì per spirito di servizio. Fu un conservatore garbato che fece pochi e cauti interventi, tutti pervasi da un costante scetticismo verso le istituzioni terrene.

Sono state ricordate due occasioni di fattivo impegno tecnico. La prima, lo vide opporsi al concentramento delle Opere Pie parrocchiali che un progetto di Crispi mirava ad assorbire nella Congregazione di Carità; Ferrini insieme ad altri colleghi firmò e istruì molti ricorsi amministrativi. La seconda risale al 1895, quando fu membro della Commissione “dei nove” a cui il Consiglio attribuì il compito di realizzare un progetto di riassetto-unificazione tributario.

Nel 1898 Milano è in regime d’assedio. L’anno successivo la breve esperienza amministrativa si conclude. Si era trattato di un prestito provvisorio alla politica.

 

Emilio Gabba (Università di Pavia): Idee e forme della vita universitaria a Pavia alla fine dell’Ottocento

Gabba ha rivisitato la ricchezza della vita accademica pavese nell’ultimo scorcio del 1800 quando,  specialmente dopo la liberazione delle province lombarde (1859), l’Università di Pavia conobbe un forte sviluppo.

Il tratto fondamentale trasversale a tutte le discipline universitarie insegnate in quegli anni fu la libertà dell’indagine e della discussione.

A Pavia vi fu una prematura introduzione dei metodi scientifici filologici di tipo tedesco[4]. La scuola matematica pavese, iniziata da Brioschi negli anni ’50, era conosciuta anche nel mondo germanico. Müller, docente di filologia classica e di storia lombarda, aveva adottato metodi di critica/lettura filologica dei testi. La maggioranza dei membri dell’Istituto Lombardo di Milano, di cui faceva parte anche Contardo Ferrini, insegnava a Pavia.

In città, la vita politica era vissuta con un’energia che si riverberava anche in ambito accademico. Il mondo della cultura fu, ad esempio, attraversato da una discussione sul ruolo e sui modi dell’insegnamento universitario che ebbe come protagonista Ettore Ciccotti, in cui si inserì anche Ferrini. Con un articolo pubblicato nel 1890 fra i Rendiconti dell’Istituto Lombardo, egli si era confermato su una posizione “elitaria”: aumentare le tasse, diminuire il numero degli studenti, favorire l’accesso dei rappresentanti dei ceti superiori.

 

Antonino Metro (Università di Messina): Contardo Ferrini e la cattedra a Messina

Metro ha ricordato (anche con il vivace ausilio della proiezione di immagini) il periodo di insegnamento messinese di Ferrini, iniziato nel 1887. La permanenza nella città siciliana fu tutta segnata dalla sofferenza causata dal distacco da Milano. La bellezza di quella terra, però, fu di notevole conforto.

Il primo anno non fu facile. Gli studenti ereditati in corso d’anno gli sembrarono impreparati e Ferrini, a sua volta, apparve particolarmente severo. Molti studenti disertarono le lezioni e un giornaletto universitario pubblicò un articolo sul “professore bigotto”. A riprova della sua severità si conserva traccia di una bocciatura con zero trentesimi!

L’anno 1887-1888 andò meglio. Ferrini si trasferì in una villa che dominava la città, lo stretto e la costa. Anche le lezioni quell’anno furono frequentate con maggior interesse.

Alla fine del 1889 ottenne di essere chiamato a Modena.

Anche a Messina Ferrini lasciò un ricordo fatto di studio, insegnamento e preghiera: unico svago, l’amata natura.

Bernardo Santalucia (Università di Firenze): Contardo Ferrini e il diritto penale

Santalucia ha presentato un quadro dell’opera penalistica di Ferrini, in cui il diritto romano viene non raramente piegato ad un rapporto di strumentalità rispetto all’esperienza moderna.

Il primo lavoro che si è soliti annoverare in questo campo è rappresentato dalla tesi di laurea discussa il 21 giugno 1880 con il titolo Quid conferat ad iuris criminalis historiam Homericorum Hesiodeorumque poematum studium. In verità, si trattò di un’opera più letteraria che giuridica.

Nel 1884, dopo il soggiorno tedesco, Ferrini partecipò al dibattito giuridico che fermentava attorno all’imminente pubblicazione del primo codice penale del Regno d’Italia e pubblicò il suo primo vero studio penalistico: “Il tentativo nelle leggi e nella giurisprudenza romana”. L’obiettivo della ricerca fu quello di trovare nelle fonti romane una conferma della tesi dello zio Buccellati secondo cui il tentativo non andava punito.

Anche la collaborazione nella redazione del “Completo trattato teorico e pratico di diritto penale secondo il codice unico del Regno d’Italia”[5] fu un contributo essenzialmente ausiliario all’opera legislativa recentemente promulgata: il fine era stato quello di fornire una base storica agli orientamenti scientifici della scuola classica di Francesco Carrara.

L’occasione per modificare il taglio degli studi penalistici gli venne offerta nel 1898, quando l’editore Hoepli gli affidò l’incarico di scrivere una sintesi di diritto penale. Liberato dai limiti imposti dalla legislazione moderna, Ferrini realizzò un’opera che, nonostante le critiche per l’impostazione tecnico-dogmatica e per la netta separazione del diritto sostanziale da quello processuale, resta il suo lavoro penalistico di maggior rilievo.

 

La seconda giornata

 

Fausto Goria (Università di Torino): Contardo Ferrini e il diritto bizantino

Nel campo del diritto greco-romano, Ferrini era consapevole di muoversi come un esploratore incompreso e solitario (era convinto che molto fosse ancora da scoprire). La sua opera è stata distinta da Goria in due periodi: il primo, dal 1882 al 1886 circa, dove l’interesse principale fu rappresentato dalla Parafrasi greca delle Istituzioni e dagli scolii; il secondo, che va da circa il 1896 alla morte, dedicato ai Basilici.

L’inizio delle ricerche di diritto bizantino risale al soggiorno berlinese quando, dietro incoraggiamento di Alfred Pernice, e anche grazie a materiali fornitigli da Zachariae von Lingenthal (che andava a trovare nella sua tenuta nella Sassonia orientale dove lo studioso si era ritirato), concepì il progetto dell’edizione della Parafrasi greca delle Istituzioni.

Della sua opera è stato evidenziato lo spirito altruistico (non teneva le scoperte per sé) e di servizio: il suo sforzo principale fu, infatti, diretto all’edizione di fonti (indispensabili per ogni ricerca ulteriore) che venivano messe a disposizione degli studiosi non appena possibile, a volte anche a scapito della precisione. Una conferma di questo spirito di servizio si trova nel fatto che le edizioni da lui curate furono quasi tutte[6] accompagnate dalla traduzione latina (a differenza di quelle dello Zachariae).

Sono trascorsi cento anni e le prime edizioni risalgono a quando Ferrini ne aveva 25: di fatto, oggi, alcune non sono più usate; quelle di cui ancora ci serviamo sono la Parafrasi e gli scolii alla Parafrasi.

 

Dario Mantovani (Università di Pavia): Contardo Ferrini e le opere dei giuristi

Mantovani ha collocato i lavori dedicati alle opere dei giuristi romani nel tempo e nei luoghi attraversati da Ferrini. Ferdinando Bona percorrendo l’operato scientifico di Ferrini aveva avvertito un’esigenza analoga: «Il “chi” e il “quando” mi fornivano la chiave» di pagine «…troppo segnate dai caratteri del tempo…»[7].

Il racconto ha preso avvio da una data: il 1880, anno simbolico del rinnovamento della scienza giuridica italiana[8], al cuore di un periodo di ritrovata simpatia per la “dotta Germania”. In campo giuridico, il modello esegetico francese veniva abbandonato per quello tedesco, cioè la pandettistica. Proprio nel 1880 Contardo Ferrini si laureava e partiva per la Germania, Berlino, dove gli fu maestro Pernice.

Gli studi di Ferrini sui giuristi romani sono stati divisi in tre fasi che segnano altrettante tappe di crescita in coincidenza con l’acquisizione di nuove consapevolezze metodologiche.

La prima tappa corre dal 1885 al 1887, gli anni del ritorno da Berlino,  a cui risalgono gli studi su Cascellio, Tuberone, Mela, Atilicino, Plauzio, Fulcinio Prisco, Viviano, Ottaveno e Pedio. Sono indagini con un impianto ricorrente[9] in cui i giuristi non vengono calati nel loro ambiente politico, culturale ed economico, ma vengono piuttosto valutati per loro complessiva originalità dottrinale, e racchiusi in bozzetti di tuttora viva espressività.

A partire dal 1887, le indagini sulla storia della giurisprudenza non sono più intitolate a nomi di giuristi ma a opere. L’abbandono delle indagini sui giuristi ha varie motivazioni: la pubblicazione della Palingenesi di Lenel, che attrae lo sguardo sui profili d’ordine sistematico, la nascente critica interpolazionista, che diminuisce la fiducia di poter ricuperare l’identità dei giuristi e un crescente interessamento per gli studi condotti con riferimento ad istituti.

Alla terza fase appartengono i lavori sulle fonti delle Istituzioni di Giustiniano che, dal 1885, occuperanno Ferrini per 15 anni. Si tratta di ricerche che affrontano un problema giuridico in chiave filologica. Ne è risultata un’opera che, per la sua stretta aderenza alle fonti, resta la più nota e la più consultata.

La conclusione della relazione di Mantovani ha rivelato il sapore delle cose che iniziano: «ogni indagine su Ferrini ci invita a proseguirla». Un giudizio scientifico che s’accorda con un altro, spirituale, che vuole che i beati siano gli uomini che non muoiono mai.

 

Antonio Mantello (Università di Roma “La Sapienza”): Contardo Ferrini e la pandettistica

Mantello ha offerto una sintesi delle scelte di fondo operate da Ferrini in relazione ai modelli pandettistici che dominavano la scena giuridica dell’ultimo scorcio dell’800.

Il punto di avvio ha coinciso con una considerazione: nel quadro di quel fascio di esperienze giuridiche che vanno sotto il nome di “metodo dogmatico sistematico”, ogni giurista aveva la sua individualità. Nella stessa Germania non erano poi mancate istanze di studio del “diritto romano storico puro” in contrapposizione al “diritto romano attuale” (Lenel, Gradenwitz). Nell’Italia tardo ottocentesca, inoltre, l’entrata in vigore del codice del 1865 aveva provocato mutamenti dottrinali significativi. Il diritto romano stava cambiando natura, diventando sempre più storicizzato.

Ferrini ebbe sempre la consapevolezza che nel diritto romano non si dovesse più cercare il diritto vigente, ma non si emancipò mai da impostazioni dogmatico-sistematiche e accettò la linea di Filippo Serafini, secondo cui il diritto romano è soprattutto quello giustinianeo esposto secondo la sistematica “tedesca”.

Secondo Mantello tutte le opere di Ferrini (sulla giurisprudenza, sul diritto penale e su quello bizantino) sono state strumentalmente piegate alla conoscenza dei dogmi giuridici visti nella loro funzione e nel loro sviluppo.

Ferrini è stato situato lungo un crinale: quello che divide l’epoca del diritto giustinianeo studiato come diritto vigente, da quella in cui viene visto come fondamento delle legislazioni moderne.

 

Xenio Toscani (Università Cattolica del Sacro Cuore, Brescia): La causa di beatificazione: moventi e strategie

Toscani ha ripercorso le tappe principali del cammino che ha portato Contardo Ferrini agli onori degli altari.

Alla morte seguì uno cordoglio diffuso e la misura del vuoto lasciato è provata dal fatto che vennero subito prese due iniziative: una sottoscrizione per un ricordo marmoreo e la pubblicazione, nel 1903, di un volume intitolato “In memoria del professor Contardo Ferrini”, che raccoglie centinaia di testimonianze e commemorazioni scritte.

All’origine del processo di beatificazione vi fu il sentire di un gruppo di amici (specialmente il collega Olivi e i conti Mapelli), ma anche il significato simbolico che avrebbe potuto avere l’elevare agli altari un professore universitario, come cruciale smentita della pretesa inconciliabilità tra scienza e fede e come ostacolo formidabile alla prepotenza dei modelli positivistici e massonici. Emerse così l’icona dello scienziato credente e dello studio come via alla santità. Nel 1909 Pio X dichiarò «che sarebbe stato lieto di elevare agli onori degli altari e di proporre a modello un santo, un professore di università, poiché per i tempi che correvano ciò sarebbe stato un grande esempio».

Non mancarono le critiche. Padre Rosa, gesuita e influente collaboratore della Civiltà Cattolica, ricordò le tendenze liberali e le abitudini alto-borghesi della cerchia famigliare di Ferrini, nonché la partecipazione, anche se una volta soltanto, alle elezioni politiche in tempi di non expedit.

Il processo apostolico si concluse alla fine del 1928. L’eroicità delle virtù fu proclamata nel 1931 da Papa Achille Ratti, il suo antico compagno di passeggiate alpine. Papa Ratti, però, non procedette alla beatificazione, per sottrarsi a un legittimo sospetto.

Contardo Ferrini venne proclamato Beato il 13 aprile del 1947, come ricordava anche il numero speciale dell’Osservatore Romano, esposto insieme a molti altri documenti ferriniani in un’esibizione allestita in occasione del Convegno.

 

Conclusioni

 

Le conclusioni sono state affidate a Francesco Paolo Casavola (Presidente dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana) e Giorgio Rumi (Università di Milano).

Casavola ha iniziato il suo intervento riproponendo il suggestivo ritratto di Ferrini lasciato da De Francisci (che, a sua volta, aveva ripreso un’immagine di Scialoja). Dalle “nebbie di altri tempi”, evocate da Zamberbieri all’inizio del convegno, è riapparsa la figura di Ferrini che lasciava trasparire i sentimenti di Grazia intrappolati nel suo corpo minuto, sentimenti che davano respiro alla sua sete di conoscenza abbracciata alla fede cattolica.

Giorgio Rumi ha fatto calare definitivamente il sipario dando un ultimo sguardo all’epoca che ha ospitato la vita di Contardo Ferrini: sono stati toccati in particolare i rapporti italo-tedeschi, le difficoltà vissute dal mondo cattolico (su cui si spiegava il magistero di Leone XIII) e la questione sociale.

Fra esperienza di vita e studio dei diritti antichi, il Convegno ha seguito un percorso ispirato da profondo rispetto, ma condotto secondo gli intenti della comprensione storiografica.

 

 

Marco Gardini

Università di Parma

 



 

[1] L’opera fu terminata nel 1964.

 

[2] L’espressione è di Cesare Angelini. Egli aveva raccolto in un libretto “adatto a stare in bocca ad un verdone” alcuni ritratti tra cui vi era “Contardo Ferrini o la passione ricevuta dal cielo”.

 

[3] Di questo zio sono stati ricordati il cattolicesimo profondamente vissuto ma “liberale”, i consigli di metodologia scientifica, la grande disponibilità ad aiutare i poveri, ma anche i rimproveri al nipote per i suoi eccessi nelle pratiche devozionali.

 

[4] Quei metodi, tradizionalmente ritenuti introdotti dopo il 1870, nel contesto pavese avevano conosciuto un radicamento più rapido anche grazie alla diffusa conoscenza della lingua tedesca che, a Pavia, fino al 1859, veniva insegnata nei ginnasi e nell’università.

 

[5] Diretto da Pietro Cogliolo per la Casa Editrice Vallardi di Milano.

 

[6] Tradusse le opere più importanti (Basilici, Parafrasi, Anecdota Laurentiana et Vaticana); rimasero senza traduzione gli scolii a Teofilo, e il νόμος γεωργικός.

 

[7] Ferdinando Bona, Contardo Ferrini tra storia e sistematica giuridica, Estr. da “Nuovo Bollettino Borromaico”, 20.

 

[8] La storiografia assume come termini iniziali le prolusioni di due giovani giuristi: Enrico Ferri, fondatore della sociologia criminale ed Enrico Cimbali; due programmi rinnovatori a cui il relatore aggiunge la prolusione di Vittorio Scialoja “Del diritto positivo e dell’equità” pronunciato nel 1879 e pubblicato nel 1880.

 

[9] Esame delle modalità di trasmissione dei testi, identificazione del genere letterario, rivista dei contenuti e, infine, caratterizzazione complessiva del giurista esaminato.