Università
di Sassari/Seminario di Diritto Romano/Pubblicazioni-13
Sua cuique civitati religio – Cap. III
Aspetti
giuridici e rituali della religione romana:
sacrifici,
vittime e interpretazioni dei sacerdoti
Sommario: 1. «Morte per decreto»: legislazione imperiale de paganis sacrificiis in età tardo-antica.
– 2. Pax deorum. – 3. Il sacrificio nella
‘religione’ pontificale: sacra omnia
exscripta exsignataque di Numa Pompilio. – 4. Vittime sacrificali tra teologia e diritto.
– 5. Sacrifici umani. – 6. Interpretazioni sacerdotali in materia
di sacrifici. A) Ver sacrum e iussum populi. – 7. B) Hostiae purae: il pontefice massimo Tiberio Coruncanio e la purezza rituale
delle vittime sacrificali.
Ancora
in età giustinianea, il legislatore imperiale riteneva necessario ribadire le
sanzioni comminate dai predecessori per coloro i quali avessero violato il
divieto di compiere pratiche cultuali legate alla religione politeista
tradizionale. Nel primo libro del Codex,
promulgato dall’imperatore Giustiniano «In
nomine Domini nostri Ihesu Christi» nell’anno 534, possiamo leggere –
raccolti nel titolo XI sotto la rubrica «de
paganis sacrificiis et templis» – ben dieci
[p.
160]
frammenti
di costituzioni imperiali che vietano, comminando severissime pene, soprattutto
il compimento degli antichi riti sacrificali[1].
Si
tratta, a ben vedere, di una attestazione autorevolissima, quanto involontaria,
della sotterranea e tenace resistenza di sentimenti religiosi popolari, che
avevano bisogno per esprimersi delle pratiche cultuali elaborate dall’antica
religione politeista romana[2].
Eppure, nel tempo
[p.
161]
in
cui l’imperatore Giustiniano procedeva alla codificazione dello ius Romanum[3],
erano trascorsi quasi due secoli dalla morte di Costantino il Grande[4],
alla cui opera legislativa
[p.162]
l’imperatore
Costanzo, in una sua costituzione del 341, attribuiva la prima normazione
contraria ai sacrifici cruenti di animali[5]:
[p.
163]
CTh.
16.10.2: [Imp<p>. Constantius
<et Constans A>A. ad Madalianum agentem vicem p(raefectorum) p(raetori)o]
Cesset superstitio, sacrificiorum aboleatur insania. Nam quicumque contra legem
divi principis parentis nostri et hanc nostrae mansuetudinis iussionem, ausus
fuerit sacrificia celebrare, competens in eum vindicta et praesens sententia
exeratur[6].
[p.
164]
Molti
anni erano passati anche dal 380, anno della promulgazione dell’editto di Tessalonica,
con il quale gli imperatori Graziano, Valentiniano II e Teodosio I avevano
stabilito che tutti i popoli dell’impero dovessero aderire a quella religione «quam divinum Petrum apostolum tradisse Romanis»:
CTh.
16.1.2 = C. 1.1.1: [Imppp. Gratianus
Valentinianus et Theodosius AAA. ad populum urbis Constantinopolitanae]
Cunctos populos, quos clementiae nostrae regit temperamentum, in tali volumus
religione versari, quam divinum Petrum apostolum tradisse Romanis religio usque
ad nunc ab ipso insinuata declarat quamque pontificem Damasum sequi claret et
Petrum Alexandriae episcopum virum apostolicae sanctitatis, hoc est ut secundum
apostolicam disciplinam evangelicamque doctrinam patris et filii et spirictus
sancti unam deitatem sub pari maiestate et sub pia trinitate credamus. Hanc
legem sequentes Christianorum catholicorum nomen iubemus amplecti, reliquos
vero dementes vesanosque iudicantes haeretici dogmatis infamiam sustinere,
divina primum vindicta, post etiam motus nostri, quem ex caelesti arbitrio
sumpserimus, ultione plectendos[7].
[p. 165]
Molti anni
erano trascorsi, infine, da quel 8 novembre del 392, quando l’imperatore
Teodosio, congiuntamente ai figli Arcadio e Onorio, aveva legiferato la proibizione
di qualsiasi atto di culto (foss’anche privato) che si ispirasse all’antica
religione del Popolo romano.
CTh.
16.10.12.1: [Imppp. Theodosius, Arcadius
et Honorius AAA. Ad Rufinum p.p.] Nullus omnino, ex quolibet genere, ordine
hominum dignitatum, vel in potestate positus, vel honore perfunctus, sive
potens sorte nascendi seu humilis genere, conditione, fortuna: in nullo penitus
loco, in nulla urbe, sensu carentibus simulacris, vel insontem victimam caedat;
vel, secretiore piaculo, Larem ignem ero Genium, Penates nidore veneratus,
accendat lumina, imponat tura, serta suspendat[8].
[p.
166]
Così,
per volontà dell’imperatore Teodosio I[9],
cessava (almeno ufficialmente) il culto degli dèi; ultima e definitiva prova
dello strettissimo legame che la religione politeista romana aveva sempre
conservato, nel corso della sua storia millenaria, con la politica della civitas romana e con
[p. 167]
la vita del Populus Romanus
Quirites[10]. «Morte
per decreto», sintetizza con un’espressione assai efficace il grande storico
francese Jean Bayet: «Théodose a mis fin à l’ancienne religion romaine. Mort par décret. Nul geste n’offre plus clair symbole:
italique, méditerranéenne, universelle, cette religion n’a cessé de se développer
dans le cadre d’exigences politiques; là est la plus surprenante originalité de
son évolution»[11].
I sacerdoti romani avevano teorizzato da sempre, o per meglio
dire, fin dalle prime attestazioni della memoria storica e documentaria delle
loro attività, l'esistenza di un legame indissolubile tra la vita del Popolo romano e la sua religio; conseguentemente avevano
finalizzato quasi tutta l'attività cultuale della religione romana al
conseguimento (e alla conservazione) della "pace con gli dèi"[12]:
«La conception
[p. 168]
– d'ordre philosophique – du monde
romain est celle d'un ensemble de rapports ou de forces en équilibre: toute
action humaine affecte par définition cette harmonie naturelle et trouble
l'ordre voulu par les dieux. D'où la nécessité, avant (ou, au pire, après)
toute action, de se concilier l'accord des dieux témoignant leur adhésion. La
paix universelle est alors sauvegardée. La religion consiste ainsi à rester en
bons rapports avec les dieux, pour les avoir avec soi»[13].
Per la vita del Popolo Romano si riteneva indispensabile il
permanere di una situazione di amicizia nei rapporti tra gli uomini e le
divinità[14],
considerate anch’esse come
[169]
una
delle parti (certo la più importante, in ragione dell’intrinseca potenza che
agli dèi si riconosceva) del sistema giuridico-religioso[15]
romano; poiché, come ha scritto giustamente John Scheid: «La
République est effectivement une association de trois partenaires: les dieux,
le peuple et les magistrats»[16].
Dagli
dèi, immensamente potenti rispetto agli uomini, i Romani si aspettavano di
ricevere pace e perdono[17];
senza
[p.
170]
tuttavia
ignorare che le loro colpe potevano essere punite da Iuppiter con gravissimi mali[18].
Emerge così la nozione di pax deorum,
che secondo una suggestiva ipotesi avanzata da Marta Sordi potrebbe addirittura
essere «all'origine del concetto romano di pax»[19];
per quanto, al riguardo, mi sembra di dover convenire con i rilievi formulati
da Enrico Montanari: «In definitiva – scrive lo studioso – la principale
obiezione che riteniamo di muovere all’interpretazione della Sordi, concerne il
suo tentativo di
[p.
171]
dimostrare
l’anteriorità genetica del concetto religioso di pax deorum rispetto al concetto giuridico-politico di pax. Ci sembra più opportuno parlare di
concomitanza: sia perché si rischierebbe altrimenti di postulare una categoria
a-priori di “religione”, anteriore e ben distinta rispetto a quella di “diritto”,
cosa difficilmente proponibile per la Roma arcaica; sia perché, sovente, tanto
le situazioni da espiare quanto gli operatori scelti per l’espiazione implicano
non soltanto un prodigium, segno
della deorum ira, ma anche un elevato
grado di tensione politico-sociale; sia perché ogni pax giuridica avente pubblica rilevanza è comunque pronunciata
sotto la tutela dei di testes foederis
ed, anzitutto, di Giove»[20].
L’espressione pax deorum
è attestata anche nella sua forma arcaica, pax
divom o deum, da Plauto (sunt hic omnia, quae ad deum pacem oportet
adesse)[21],
Lucrezio (non divom pacis votis adit, ac
prece quaesit)[22],
Virgilio (exorat pacem divom)[23]
e Tito Livio (His
avertendis terroribus in triduum
[p. 172]
feriae indictae, per quas omnia delubra pacem deum
exposcentium virorum mulierumque turba implebantur)[24].
Dal punto di vista umano, il «legalismo religioso» dei sacerdoti
romani (l'espressione è di Pasquale Voci, per il quale «Legalismo
religioso è l'insieme delle regole che insegnano a mantenere la pax deorum»)[25] configurava la pax
deorum come una somma di atti e comportamenti, ai quali collettività e
individui dovevano necessariamente attenersi per poter conservare il favore
degli dèi. Ciò spiega, tra l'altro, l'attenzione precisa e minuziosa
dell'annalistica romana, erede diretta dell'attività "storiografica"
del collegio dei pontefici[26],
nel documentare fatti e avvenimenti
[p. 173]
suscettibili
di turbare la pax deorum, le
conseguenze negative per la vita comunitaria, i rimedi rituali posti in essere
per espiare[27].
In questa prospettiva, può ben comprendersi anche il perché la conservazione
della pax deorum costituisse il
fondamento teologico dell'intero rituale («Roman ritual, as
it was later formulated in the ius
divinum of the State-cult, recognized four means (caerimoniae ) for securing and maintaining the pax deorum, the relation of kindliness between gods and men»)[28] e fosse considerato, al tempo stesso, l'elemento basilare
del sistema giuridico-religioso.
Oggetto, dunque, dello ius
del Popolo romano (ius publicum), che
non a caso si presenta, stando alla testimonianza del giurista Ulpiano,
tripartito in sacris, in sacerdotibus, in
magistratibus:
[p.
174]
D. 1.1.1.2 (Ulpianus libro primo institutionum): Huius studii duae sunt positiones, publicum
et privatum. Publicum ius est quod ad statum rei Romanae spectat, privatum quod
ad singulorum utilitatem: sunt enim quaedam publice utilia, quaedam privatim.
Publicum ius in sacris, in sacerdotibus, in magistratibus consistit[29].
[p. 175]
«Una suddivisione – ha scritto P. Catalano – propria della
giurisprudenza repubblicana, tracciata in spontanea adesione ai documenti
sacerdotali e magistratuali»[30].
Come credo di aver dimostrato nel mio libro dedicato ai documenti
sacerdotali[31],
la partizione ulpianea (e ciceroniana[32])
dello ius publicum affonda le sue
radici in elaborazioni sacerdotali di età precedente al pareggiamento dei due
ordini (patres e plebs), o di età appena successiva;
[p. 176]
riflettendo
una gerarchizzazione assai antica delle parti dello ius publicum: «Questa simiglianza rappresenta un fatto
di notevole portata, in quanto consente di definire con precisione la matrice
ideologica della concezione ciceroniana e ulpianea dello ius publicum. Essa trae le sue radici da una gerarchizzazione assai
antica delle parti dello ius publicum,
sostanzialmente antiplebea, risalente di certo alla elaborazione sacerdotale di
età precedente al pareggiamento dei due ordini, o ad età immediatamente
successiva: prova di ciò può trovarsi nel fatto che con l’avvento dei plebei
alle magistrature, questi introdussero la consuetudine non solo di cumulare
magistratura e sacerdozio, ma di anteporre gli honores ai sacerdotia
(schema ancora conservato in Varrone, De
ling. Lat. 5,80-86), che divenne tipica dell’età medio-repubblicana»[33].
Il conservatorismo rituale dei sacerdoti, unitamente alla
configurazione ancora per lo più sacerdotale della giurisprudenza
medio-repubblicana[34],
ha consentito all'antica partizione dello ius
publicum di affermarsi nella sistematica giurisprudenziale del III e II
secolo a. C.[35],
fino ad essere poi riproposta in funzione politica nel I secolo.
[p. 177]
La centralità dei sacrifici di esseri animati (hostiae o victimae), per le pratiche cultuali dell’antica religione
politeista romana (e dunque per la conservazione della pax deorum), risulta
invero assai evidente in un notissimo testo liviano, relativo all’istituzione
del sacerdozio pontificale da parte del re Numa Pompilio[36].
Tito Livio 1.20.5-7: Pontificem deinde Numam Marcium,
Marci filium, ex patribus legit eique sacra omnia exscripta exsignataque
attribuit, quibus hostiis, quibus diebus, ad quae templa sacra fierent atque
unde in eos sumptus pecunia erogaretur. Cetera quoque omnia publica privataque
sacra pontificis scitis subiecit, ut esset, quo consultum plebes veniret, ne
quid divini iuris neglegendo patrios ritus peregrinosque adsciscendo
turbaretur; nec celestes modo caerimonias, sed iusta quoque funebria
placandosque manes ut
[p. 178]
idem
pontifex edoceret, quaeque prodigia fulminibus aliove quo visu missa susciperentur
atque curarentur.
Riguardo
al passo appena citato, mette conto sottolineare il
fatto che nell’elenco delle materie di competenze dei pontefici, il cui ordine
non può ritenersi certo casuale, proprio le hostiae
vengano collocate al primo posto; precedendo rispettivamente dies, templa, pecunia, cetera sacra, funebria e prodigia.
Peraltro le potenzialità classificatorie e
sistematiche insite nel testo liviano non sono sfuggite alla parte più
avvertita della dottrina contemporanea, al cui interno coesistono però
posizioni assai diversificate: alcuni studiosi hanno ritenuto determinante la
tripartizione: quibus hostiis, quibus
diebus, ad quae templa (così, ad esempio, il
grande storico francese Auguste Bouché-Leclercq[37]); altri, come lo storico della religione romana Nicola
Turchi, propugnano una divisione della materia in cinque parti: controllo rituale,
responsi sull'attività circa le cose sacre e pubbliche, controllo sul culto
degli dèi patri e sull'accettazione dei culti stranieri, controllo sul diritto
funerario, espiazione e neutralizzazione di fulmini e altri
[p. 179]
prodigi
funesti[38];
altri ancora – è il caso del linguista Emilio
Peruzzi – ritengono di poter individuare anche il
contenuto, o almeno l’ordine di disposizione della materia, dei primitivi libri pontificum proprio sulla base del citato passo di Tito Livio, «da
cui traspare che la copia consegnata al pontefice era divisa in sette capitoli»[39].
Bisogna
ricordare, poi, che le ricerche del Peruzzi hanno dimostrato in maniera
convincente la derivazione sacerdotale del testo liviano; in esso si sarebbero
conservati elementi di autenticità assai risalenti, come la formula onomastica
del pontifex: «Tutti i precisi
particolari di Liu. 1.20.5-7 sul pontefice, che, ripeto – scrive lo studioso –,
è l’ultimo dei sacerdoti elencati e tuttavia, unico fra tutti, è perfino
rammentato con piena formula onomastica, denotano che la fonte prima da cui
deriva la notizia dello storico patavino è un testo redatto dai pontefici: verosimilmente
(poiché si tratta di una notizia storica, non di norme religiose o giuridiche),
gli annales maximi»[40].
[p.
180]
Del
resto, appare abbastanza credibile che la riforma religiosa di Numa Pompilio[41]
abbia imposto l’esigenza di testi scritti, senza il cui ausilio doveva essere
ormai quasi impossibile osservare la complessità dei sacra e delle caerimoniae e
la minuziosa regolamentazione dei sacrifici,
[p.
181]
testimoniate a
proposito della religiosità di quell'epoca. Di alcune delle prescrizioni
rituali pompiliane abbiamo notizia nella ‘vita di Numa’ di Plutarco[42]:
esse riguardavano l’obbligo di sacrificare un numero dispari di vittime agli
dèi celesti ed un numero pari a quelli inferi[43];
il divieto di libare agli dèi con vino[44];
il divieto di sacrificare
[p. 182]
senza farina[45];
la necessità di pregare e adorare la divinità compiendo un giro su sè stessi[46];
apprendiamo infine, da una testimonianza di Arnobio, che gli antichi
attribuivano a Numa Pompilio la composizione degli
[p. 183]
indigitamenta[47],
appellativi rituali delle divinità (nomina
deorum et rationes ipsorum nominum)[48],
raccolti in seguito dai sacerdoti in
libris pontificalibus[49].
[p. 184]
Alla luce di quanto si è detto, nel passo di Tito Livio deve considerarsi particolarmente
affidabile l’elenco, o per meglio dire l’ordine-gerarchia,
delle materie di competenze dei pontefici (quibus hostiis, quibus diebus, ad quae templa sacra fierent, atque unde
in eos sumptus pecunia erogaretur), poiché esso
ricalcava l’ordine degli antichissimi sacra
[p. 185]
omnia exscripta exsignataque istitutivi del sacerdozio pontificale[50], ritenuti dalla tradizione annalistica opera dello stesso Numa
Pompilio. Infine, non va dimenticato che secondo la tradizione antiquaria
(Varrone) questi libri
Numae avevano costituito il nucleo
primitivo dei libri pontifícum[51].
[p.
186]
Torniamo, ora, agli aspetti giuridici e rituali del sacrificio[52] e alla valenza teologica delle hostiae[53] nella religione politeista romana. Voglio subito precisare, che
non è mio intendimento proporre qui di seguito una trattazione compiuta della
materia: da un lato, non lo consentirebbe lo spazio concesso a questo
contributo; dall’altro, bisogna pur convenire che sono validi ancora oggi molti
pregevoli studi del passato (penso in particolare, ad opere come
[p.
187]
quelle di E.
Lübbert[54],
A. Bouché-Leclercq[55],
C. Krause[56],
C. Blecher[57]),
mentre restano quasi insuperabili le sintesi manualistiche di J. Marquardt[58]
e G. Wissowa[59].
Il
sacrificio (sacra facere), nella sua accezione più
generale, si presentava come un’azione rituale che permetteva alle diverse
aggregazioni comunitarie romane[60]
di stabilire, per mezzo della vittima immolata, forme di comunicazione
[p.
188]
con le divinità
destinatarie del sacrificio[61];
si può ben dire, usando le parole di Ileana Chirassi, che il sacrificio era
sentito dalla religiosità romana principalmente come «modalità
di scambio tra due posizioni, due dati che si fronteggiano dialetticamente e
dei quali uno viene a trovarsi in posizione mancante, quindi bisognoso
d’integra-zione»[62].
A
proposito delle forme di religiosità romana, sarà bene ricordare che il vocabolo
cultus è un derivato del verbo colere, utilizzato indifferentemente in
riferimento alla terra, agli uomini, agli dèi; questo significa che anche i
rapporti con le divinità, per produrre i frutti desiderati, necessitavano di assidue
cure e di particolari attenzioni. L’uomo doveva impegnarsi in una incessante
attività cultuale, poiché solo così poteva sperare di ricevere benefici sempre
maggiori dall’immenso potere degli dèi; tuttavia,
[p.
189]
come spiega con
la consueta acutezza Robert Turcan, nella concezione romana dei rapporti tra
l’umano e il divino le azioni cultuali degli uomini (con particolare riguardo
al sacrificio) erano reputate indispensabili per la stessa esistenza degli dèi:
«Il faut les faire agir, comme on fait valoir la Terre Mère. Mais les dieux ont aussi besoin des hommes. Varron
déclarait craindre de les voir périr civium
neglegentia, victimes de la négligence
cultuelle des citoyens… Pour profiter de leur puissance, les Romains doivent
entretenir celle-ci par les sacrifices qui sont censés revigorer les dieux»[63].
Teologia
e ius divinum mostravano nei
confronti del sacrificio un atteggiamento bivalente: i sacerdoti romani, da un
lato, ritenevano che le azioni sacrificali costituissero i riti più idonei per
attrarre la benevolenza divina sulle vicende umane, volgendo in tal modo a
beneficio degli uomini l’immensa potenza degli dèi; d’altro lato, consideravano
i sacrifici indispensabili per la sopravvivenza delle stesse divinità, le quali
diventavano tanto più potenti, quanto più numerose erano le vittime immolate
sui loro altari[64].
Di questa concezione romana del sacrificio, costituisce una prova incontrovertibile
l’uso linguistico corrente
[p.
190]
del verbo mactare: come insegnano i linguisti[65],
tale verbo, dal significato originario di «accrescere», «fare più grande»
(deriva infatti dalla stessa radice di magis),
ha finito per acquisire il senso prevalente di «sacrificare», «immolare»:
Servio, in Verg.
Aen. 4.57: mactant verbum
sacrorum, kat'eÙfhmismÒn dictum, ut adolere;
nam ‘mactare’ proprie est ‘magis augere’[66].
Nell’azione
rituale del sacrificio, percepito come vero e proprio nutrimento degli dèi[67],
si perfeziona in tutta la
[p.
191]
sua dimensione
bilaterale il rapporto di reciprocità insito nella concezione romana di religio[68].
Certamente, aveva ben presente questa concezione della religio M. Tullio Cicerone, quando scriveva nel de legibus che gli dèi e gli uomini
appartengono alla medesima societas,
alla medesima civitas[69]
e che la loro associazione riposa nella comunanza della legge: lege quoque consociati homines cum dis putandi
sumus[70].
[p.
192]
La
sapienza teologica e giuridica dei sacerdoti romani aveva operato ab antiquo
partizioni fondamentali in materia di sacrifici:
Cicerone, De leg.
2.29: Quod ad tempus ut sacrificiorum libamenta serventur fetusque pecorum quae
dicta in lege sunt, diligenter habenda ratio intercalandi est, quod institutum
perite a Numa, posteriorum pontificum neglegentia dissolutum est. Iam illud ex
institutis pontificum et haruspicum non mutandum est, quibus hostiis immolandum
quoique deo, cui maioribus, cui lactentibus, cui maribus, cui feminis[71].
Essi
potevano consistere in offerte incruente di prodotti della terra (libamina), oppure in sacrifici cruenti
di esseri animati (hostiae, victimae). Quanto al risultato che si
voleva
[p.
193]
conseguire, la
pratica dei sacrifici cruenti erano ritenuta di gran lunga superiore alla
semplice offerta di libamina, in
ragione del radicato convincimento che il sangue delle vittime sacrificali,
versato nell’azione rituale, risultasse sommamente gradito alle divinità (e ai
defunti):
Servio Dan., in Verg. Aen. 3.67: Ideo autem lactis et
sanguinis mentio facta est, qui adfirmantur animae latcte et sanguine
delectari. Varro quoque dicit mulieres in exsequiis et luctu ideo solitas ora
lacerare, ut sanguine ostenso inferis satisfaciant, quare etiam institutum est,
ut apud sepulcra et victimae caedantur. Apud veteres etiam homines interficiebantur,
sed mortuo Iunio Bruto cum multae gentes ad eius funus captivos misissent,
nepos illius eos qui missi erant inter se composuit, et sic pugnaverunt: et
quod muneri missi erant, inde munus appellatum[72].
Nello
stesso tempo, al fine di assicurare ai fedeli la piena conoscenza delle
modalità di celebrazione dei sacrifici, i sacerdoti romani fissarono con
estrema precisione sia le regole rituali, sia le tipologie degli animali sacrificabili
alle diverse divinità; in tal modo, diventava possibile per i cittadini vincere
ogni scrupolo religioso e associare a ciascun dio la vittima più idonea:
[p.
194]
Servio,
in Verg. Georg. 2.380: Victimae
numinibus aut per similitudinem aut per contrarietatem immolantur: per
similitudinem, ut nigrum pecus Plutoni; per contrarietatem, ut porca, quae
obest frugibus, Cereri, ut caper, qui obest vitibus, Libero, item capra Aesculapio,
qui est deus salutis, cum capra numquam sine febre sit[73].
Si
andarono elaborando classificazioni sempre più rigorose delle vittime sacrificali,
pur nella generale tendenza alla semplificazione dei genera hostiarum. Sul finire dell’età repubblicana, il grande giurista
C. Trebazio Testa[74],
autore
[p.
195]
di
un’opera intitolata de religionibus, aveva teorizzato che tali genera potessero ridursi sostanzialmente
a due:
Macrobio,
Sat. 3.5.1: Cum enim Trebatius libro
primo de Religionibus doceat hostiarum genera esse duo, unum in quo voluntas
dei per exta disquiritur, alterum in quo sola anima deo sacratur, unde etiam
haruspices animales has hostias
vocant[75].
Questo
frammento è stato riesaminato di recente da Mario Talamanca[76],
per il quale la distinzione delle hostiae
in duo genera «non si riporterebbe tanto al ius sacrum ed
all’elaborazione pontificale dello stesso quanto all’haruspicina, l’Etrusca
disciplina che avrebbe per l’appunto conosciuto queste due diverse specie
di hostiae»; col quale mostra di
concordare, nella sostanza, anche Maurizio d’Orta[77]. Al riguardo,
[p.
196]
tuttavia,
mi pare più condivisibile la posizione assunta da Roberto Fiori nella sua
recentissima monografia dedicata all’homo
sacer: a suo avviso, infatti, non si può dubitare
che nel frammento citato il giurista riferisse «correttamente una dottrina di
diritto pontificale […] verosimilmente piuttosto arcaica, visto che nei duo genera
(che nel passo sembrano esaurire i tipi di sacrificio) non è ricompreso l’holocaustum, di derivazione greca»[78].
Venne
così ad operarsi una distinzione sempre più marcata tra hostiae e victimae, che
però risultava ormai lontana dalle motivazioni teologiche e giuridiche
(ricordate ancora in età tardo antica dal grammatico Servio), per quanto proprio
queste motivazioni costituissero il fondamento di tale distinzione:
Servio, in Verg.
Aen. 1.334: hostia dextra hostiae dicuntur sacrificia quae
ab his fiunt qui in hostem pergunt, victimae vero sacrificia quae post
victoriam fiunt. Sed haec licenter confundit auctoritas[79].
In
genere, nella pratica religiosa corrente col termine hostiae si designavano gli animali piccoli, quali maiali, capre,
pecore; mentre erano denominati victimae
tutti gli animali più grandi, soprattutto tori e vacche[80].
I pontefici
[p.
197]
poi, nella
classificazione delle vittime, tenevano conto dell’età: si chiamavano lactentes quando avevano un determinato
numero di giorni (cinque o dieci i porcellini, sette gli agnelli e trenta i
vitelli); erano invece maiores o bidentes quando divenute adulte avevano
messo la doppia fila di denti; inoltre, gli animali da sacrificare sovente
venivano distinti sulla base del sesso[81]
e del colore, o anche dello scopo che si voleva conseguire con il sacrificio[82].
Naturalmente, le vittime dei sacrifici non dovevano avere difetti fisici (purae):
Macrobio, Sat.
3.5.6: Eximii quoque in sacrificiis vocabulum non poeticum ™p…qeton,
sed sacerdotale nomen est. Veranius enim in Pontificalibus quaestionibus docet
eximias dictas hostias quae ad sacrificium destinatae eximantur e grege, vel
quod eximia specie quasi offerendae numinibus eligantur[83].
[p.
198]
Per
questo, come leggiamo nel citato passo di Macrobio, che trascriveva letteralmente
un brano delle quaestiones pontificales
di Veranio[84],
prima del sacrificio era necessario procedere ad una verifica che dichiarasse
tali vittime electae (scelte), eximiae, egregiae (separate dal gregge) e quindi idonee all’immolazione.
Quando poi si dovevano compiere sacrifici particolarmente solenni, il rituale
prescriveva che si offrissero insieme diverse specie di animali; il più noto di
questi sacrifici prendeva il nome di suovetaurilia
e consisteva nell’offerta alle divinità di un maiale, di una pecora e di un
toro.
I
suovetaurilia, attestati anche negli
inni vedici dell’antica India[85],
rappresenterebbero un’antichissimo sacrificio risalente alla “religione comune”
dei popoli indoeuropei; a Roma essi risultavano indispensabili nelle cerimonie
lustrali o di purificazione: così, ad esempio, si offrivano al dio Marte in
Campo Marzio, nel corso della cerimonia di
[p.
199]
purificazione del
populus Romanus, che aveva luogo ogni cinque anni ad opera dei censori (lustrum condere)[86].
Lo stesso sacrificio, peraltro, era celebrato annualmente dal pater familias nella seconda parte del mese di maggio, in occasione degli
ambarvalia, cerimonia di
purificazione dei campi descritta da Catone, in cui ogni proprietario
sacrificava i tre animali condotti precedentemente in processione intorno ai
confini del fondo familiare[87].
[p.
200]
Mette
conto evidenziare, infine, che nella dinamica del sacrificio assumeva un certo
rilievo anche la volontà dell’animale destinato all’immolazione; al riguardo,
la scienza pontificale considerava requisito necessario per la validità
dell’offerta e dell’azione rituale il fatto che la vittima manifestasse in
qualche modo il proprio consenso. Per questa ragione l’animale non poteva
essere condotto a forza presso l’ara, poiché ciò avrebbe rappresentato un
pessimo auspicio per il buon esito del sacrificio:
Macrobio, Sat.
3.5.8: Observatum est a sacrificantibus ut, si hostia quae ad aras duceretur
fuisset vehementius reluctata ostendissetque se invitam altaribus admoveri,
amoveretur quia invito deo offerri eam putabant. Quae autem stetisset oblata,
hanc volenti numini dari aestimabant[88].
[p.
201]
Non
posso addentrarmi ulteriormente nel complesso rituale romano del sacrificio di
animali, le cui regole minuziose esigevano dal fedele grande attenzione e
notevole perizia; l’attività cautelare dei sacerdoti romani fu pressoché
incessante in materia, si elaborarono perfino modi di espiazione anticipata
degli eventuali scelera determinati
da omissioni involontarie del sacrificante:
Aulo Gellio, Noct.
Att. 4.6.7: Eadem autem ratione verbi "praecidaneae" quoque hostiae
dicuntur, quae ante sacrificia sollemnia pridie caeduntur.
A
tale scopo, i sacerdoti prescrivevano di immolare, il giorno precedente a
quello fissato per il compimento di sacrifici solenni, una vittima espiatoria,
chiamata appunto praecidanea «uccisa prima»,
per sanare ogni infrazione rituale involontaria che si sarebbe potuta
commettere durante lo svolgimento della cerimonia[89].
[p. 202]
Vorrei
proporre un’ultima suggestione riguardo al sacrificio di animali nella
religione politeista romana. è
noto che i giuristi romani, sulla base dello ius naturale, hanno
teorizzato l’esistenza di istituti giuridici comuni a tutti gli animalia[90];
si riteneva, dunque, che il sistema giuridico-religioso romano fosse
caratterizzato da una comunanza di diritti tra (dèi) uomini e animali, la cui
coerente traduzione nella sfera religiosa permetteva di considerare quali
possibili vittime sacrificali anche gli stessi esseri umani.
Col
progredire della storia di Roma, i sacrifici umani divennero del tutto eccezionali:
per essi trovarono più frequente applicazione sia il principio della sostituzione
dell’uomo[91]
con gli animali (vigente già nelle antichissime
[p.
203]
leges regiae, per il colpevole di omicidio
involontario)[92],
sia la regola in sacris simulata pro
veris accipi, certamente elaborata dai sacerdoti già in età arcaica, per
quanto attestata da una fonte piuttosto tarda:
Servio, in Verg.
Aen. 2.116: virgine caesa non
vere, sed ut videbatur. Et sciendum in sacris simulata pro veris accipi: unde
cum de animalibus quae difficile inveniuntur est sacrificandum, de pane vel
cera fiunt et pro veris accipiuntur[93].
[p.
204]
Tuttavia
i sacrifici umani, nonostante il Senato di Roma li avesse proibiti fin dal 97
a.C.[94],
continuarono ad essere praticati eccezionalmente fino all’età imperiale
avanzata. Depone in tal senso la testimonianza di Plinio il Vecchio, il quale
tratta di sacrifici umani (in forma di sepoltura rituale) nel libro
ventottesimo della Naturalis historia, descrivendoli come cerimonie religiose
ancora praticate nel suo tempo (etiam
nostra aetas vidit):
Plinio, Nat. hist.
28.12: Boario vero in foro Graecum Graecamque defossos aut aliarum gentium, cum
quibus tum res esset, etiam nostra aetas vidit. Cuius sacri precationem, qua solet
praeire XVvirum collegii magister, si quis legat, profecto vim carminum
fateatur, omnia ea adprobantibus DCCCXXX annorum eventibus[95].
[p.
205]
Altri
episodi tramandati dalle tradizione annalistica riguardano invece l’età
repubblicana.
Tito Livio 22.57.5-6: Hoc nefas cum inter tot, ut fit,
clades in prodigium versum esset, decemviri libros adire iussi sunt et Q.
Fabius Pictor Delphos ad oraculum missus est sciscitatum quibus precibus
suppliciisque deos possent placare et quaenam futura finis tantis cladibus
foret. Interim ex fatalibus libris sacrificia aliquot extraordinaria facta;
inter quae Gallus et Galla, Graecus et Graeca in foro bovario sub terram vivi
demissi sunt in locum saxo consaeptum, iam ante hostiis humanis, minime Romano
sacro, inbutum[96].
Tito
Livio riferisce la notizia che nel 216 a.C. i libri fatales, consultati
dopo la battaglia di Canne, ordinarono ai Romani sacrificia aliquot extraordinaria e che, sulla base di quelle prescrizioni,
furono sepolte vive nel Foro Boario una coppia (maschio e femmina) di Celti e
una coppia di Greci[97].
Peraltro lo stesso sacrificio, come si può leggere in
[p.
206]
Plutarco, era già
stato celebrato nell’anno 228 a.C., prima della guerra contro gli Insubri[98].
Allo
stesso modo, si potrebbe ritenere un vero e proprio sacrificio espiatorio
l’interramento nel Foro Boario della Vestale incestuosa[99];
similmente, sono da considerare sacrifici umani i riti della devotio[100]
e della “primavera
[p.
207]
sacra”[101].
Infine, il ricordo di un antichissimo sacrificio umano permane nel misterioso
rito degli Argei, che si celebrava il 14 o 15 maggio[102]:
mentre sfugge quasi totalmente il significato religioso del rito, risultano più
chiare le modalità della cerimonia, durante la quale le Vestali, operando alla
presenza dei pontefici e dei magistrati, gettavano nel Tevere dal Ponte
Sublicio 27 fantocci di paglia (il numero è indicato da Varrone), certo in
sostituzione delle vittime umane effettivamente sacrificate nell’età più antica
alla divinità del fiume[103].
[p.
208]
Il più grande dei sacrifici romani era legato al voto publico
della “primavera sacra” (ver sacrum
vovere)[104],
con il quale il magistrato sottoponeva all’approvazione del populus la solenne promessa di
consacrare agli dèi tutto ciò che la natura avrebbe generato in una prossima
primavera: vegetali, animali, uomini. Per adempiere al voto era necessario
offrire alle divinità i prodotti della natura e sacrificare tutti gli animali,
mentre in età storica si risparmiavano gli esseri umani[105].
[p. 209]
La solenne formula del ver
sacrum[106]
è conservata in un noto passo di Tito Livio, dove risulta documentato anche il
responso del pontefice massimo (e giurista) L. Cornelio Lentulo[107]
a difesa dello iussum populi in materia
di vota
[p. 210]
publica[108], contro ogni interpretazione estensiva dei poteri magistratuali (iniussu populi voveri non posse).
Tito Livio 22.10.1-6: His senatus consultis
perfectis L. Cornelius Lentulus pontifex maximus consulente collegium praetore
omnium primum populum consulendum de vere sacro censet; iniussu populi voveri
non posse. Rogatus in haec verba populus: “Velitis iubeatisne haec sic fieri?
Si res publica populi Romani Quiritium ad quinquennium proximum,
[p. 211]
sicut velim eam salvam, servata erit hisce duellis, quod duellum
populo Romano cum Carthaginiensi est, quaeque duella cum Gallis sunt, qui cis Alpe
sunt, tum donum duit populus Romanus Quiritium: quod ver attulerit ex suillo,
ovillo, caprino, bovillo grege, quaeque profana erunt, Iovi fieri, ex qua die
senatus populusque iusserit. Qui faciet, quando volet quaque lege volet,
facito; quo modo faxit, probe factum esto. Si id moritur, quod fieri oportebit,
profanum esto neque scelus esto; si quis rumpet occidetve insciens, ne fraus
esto; si quis clepsit, ne populo scelus esto, neve cui cleptum erit; si atro
die faxit insciens, probe factum esto; si nocte sive luce, si servus sive liber
faxit, probe factum esto; si antidea, <quam> senatus populusque iusserit
fieri, faxitur, eo populus solutus liber esto”[109].
Il testo liviano offre un importante esempio di interpretatio iuris e di perizia
cautelare del pontefice massimo, il quale si mostrò severo custode delle prerogative
giuridiche e religiose del populus Romanus, in occasione del ver sacrum votato agli dèi nel 217 a.C.,
dopo la rovinosa battaglia del Trasimeno; quando, in uno dei più gravi momenti della
guerra annibalica, dopo tremende e ripetute sconfitte, unico rimedio possibile
apparve il soccorso divino, da propiziare con cerimonie straordinarie e riti
inusitati desunti dai libri Sibyllini[110].
L'intervento di L. Cornelio
[p. 212]
Lentulo
si inseriva, dunque, in un più ampio contesto di cerimonie religiose ordinate
dai libri Sibyllini, fra le quali il ver
sacrum (di cui il pontefice elaborò la formula proposta all’approvazione
del popolo) costituiva il rito più rilevante e significativo, il più straordinariamente
inusuale[111].
Nel testo liviano meritano la nostra attenzione due questioni
differenti: la prima consiste nella netta riaffermazione dei poteri popolari in
materia di religio; la seconda
riguarda invece la struttura della formula del ver sacrum[112].
Quanto al primo aspetto, bisogna respingere la tentazione di
collegare in maniera schematica l'interpretatio
del pontefice massimo alle vicende politiche di quegli anni, caratterizzati
dalla rinnovata iniziativa politica del movimento
[p. 213]
popolare
romano[113];
il quale mirava, con determinazione costante, ad una maggiore subordinazione
dell'imperium dei magistrati al
potere popolare, come ben dimostra l'innovazione di far eleggere dal popolo il
dittatore e l'estensione dei limiti della provocatio
anche all’imperium di questo magistrato[114].
è da credere, piuttosto, che
nello stabilire soggetti e procedure per il ver
sacrum, l'interpretatio iuris del
pontefice L. Cornelio Lentulo abbia fatto ricorso ai documenti del collegio,
che «une étude sérieuse des Commentaires»[115]
gli
[p.
214]
permetteva
di padroneggiare. Il pontefice-giurista non ignorava la casistica della più
antica giurisprudenza pontificale, né la tradizione interpretativa dei
sacerdoti in materia di vota publica
e di dedicationes in loco publico,
che considerava, ab antiquo, lo iussum populi requisito indispensabile
per l'assunzione del vincolo obbligatorio nei confronti degli dèi[116]
e quindi per la validità di tali atti di culto[117],
[p.
215]
anche
nel caso in cui ad offrire il voto fosse lo stesso magistrato.
La formula del ver sacrum
costituisce uno splendido testo «dont l'armature, sinon tous les mots, paraît
authentique»[118];
certo assai risalente nella forma linguistica, che,
[p. 216]
pur
rammodernata, lascia trasparire arcaismi tipici delle formule solenni del più
conservativo linguaggio sacerdotale[119].
Una breve riflessione merita poi la struttura giuridica della formula, dettata dal pontefice massimo
per il votum del ver sacrum, dove alla circostanziata precisazione delle cose offerte
in voto, segue una serie di clausole liberatorie, in cui la perizia teologica e
giurisprudenziale del
[p.
217]
pontefice-giurista
è tutta protesa a garantire che la pax
deorum non sia turbata da comportamenti delittuosi di privati cittadini,
intenzionali o preterintenzionali; insomma, ad assicurare che scelus e inscientia dei singoli cittadini non possano procurare alcun danno
al populus Romanus[120].
Da notare, poi, come le clausole della formula attestino uniformità e
continuità nell'interpretazione del collegio pontificale: intendo riferirmi,
più precisamente, alla clausola si atro
die faxit insciens, probe factum esto, che sembra improntata ad un decreto
reso dai pontefici circa trent'anni prima, per giudicare corretta una singolare
azione rituale di Tiberio Coruncanio, il quale aveva celebrato
feriae praecidaneae in dies ater[121].
[p.
218]
Nel lungo frammento dell’Enchiridion
di Pomponio, che i compilatori giustinianei utilizzarono per delineare la
“storia della giurisprudenza”[122],
Tiberio Coruncanio viene menzionato due volte[123],
sempre in relazione al suo primato nel publice
profiteri[124].
[p. 219]
Il giurista visse e operò in un periodo in cui la plebe imponeva
la sua presenza anche nei principali collegi sacerdotali
[p. 220]
(auguri e pontefici), fino ad allora riservati esclusivamente al
patriziato. Percorse, da homo novus,
tutti i gradini del cursus honorum[125]: console nel 280 a.C., dittatore comitiorum habendorum causa nel 246; nel 254, primus ex plebe pontifex maximus creatus est[126].
Anche alcuni testi ciceroniani costituiscono per noi fonti
preziose sull'attività e sul ruolo politico del grande giurista. Nel Cato maior, ad esempio, Cicerone
menziona Tiberio Coruncanio fra quegli eminentissimi personaggi del passato, ai
quali il grande oratore attribuiva il ruolo di
[p. 221]
iura civibus
praescribere[127]; nel de oratore lo
ricorda invece tra i sapientes romani,
che potevano stare alla pari, o superare, i grandi uomini della sapienza greca[128]; mentre altri passi rimandano, indirettamente, alla sua
competenza teologica e all'elaborazione dello ius[129].
[p. 222]
I tre frammenti superstiti sono tutti da riferire all'attività
pontificale di Tiberio Coruncanio[130].
Non è azzardato ritenere che tali testi siano riconducibili a documenti
sacerdotali: decreta e responsa[131] conservati in quei commentarii
pontificum [132], dalla cui lettura era possibile, come attesta ancora Cicerone
per i suoi tempi, dedurre l'altissimo ingegno del primo pontefice massimo
plebeo[133].
[p. 223]
Nel frammento che qui interessa, la questione fatta oggetto del responso
non era di secondaria importanza per il culto cittadino:
Plinio, Nat.
hist. 8.206: Suis fetus sacrificio die quinto purus est, pecoris die VII,
bovis XXX. Coruncanius ruminalis hostias
donec bidentes fierent, puras negavit[134].
Si trattava, infatti, di accertare quando fossero da considerare
ritualmente puri, e quindi graditi agli dèi, gli animali
[224]
ruminanti, da destinare a sacrifici pubblici e privati[135]. Lo ius pontificium
precisava, come abbiamo visto, quale animale dovesse sacrificarsi a ciascuna
divinità, distinguendo inoltre tra vittime adulte e lattanti, tra maschili e
femminili[136]. Era quindi compito precipuo della dottrina pontificale fugare lo
scrupolo dei cittadini, determinando con la massima precisione i requisiti
necessari per la qualifica di hostiae
lactentes; infatti, immediatamente dopo la nascita tutti gli animali, senza
eccezione alcuna, erano considerati impuri, mentre la purezza rituale si
raggiungeva in un lasso di tempo variabile a seconda della specie animale
considerata. Tuttavia, anche la classificazione delle hostiae doveva avvenire non senza incertezze: così Varrone, a differenza
di Plinio, insegnava che il tempo rituale perché i porcellini potessero
considerarsi puri, non doveva in nessun caso essere inferiore a dieci giorni[137].
La verità è che la dottrina pontificale, in questo campo, non fu
mai troppo stringente; ne costituisce prova indiretta il citato responso di
Tiberio Coruncanio, il quale, seppure inserito nei commentarii pontificum, non sembra aver
[p. 225]
avuto
effetti vincolanti sulla pratica rituale: non si comprenderebbero, altrimenti,
tutte le incertezze e le discussioni intorno al significato del termine bidentes[138] da parte degli antiquari tardo-repubblicani e imperiali[139].
[1] C. 1.11.1 = CTh. 16.10.4: [Imp. Constantius A. ad Taurum pp.] Placuit omnibus locis
atque urbibus universis claudi protinus templa et accessu vetito omnibus
licentiam delinquendi perditis abnegari. Volumus etiam cunctos sacrificiis
abstinere. Quod si quis aliquid forte huiusmodi perpetraverit, gladio ultore
sternatur (an. 354). C.
1.11.2: [Imppp. Gratianus Valentinianus
et Theodosius AAA. Cynegio pp.] Ne
quis mortalium ita faciendi sacrificii sumat audaciam, ut inspectione iecoris
extorumque praesagio vanae spem promissionis accipiat vel, quod est deterius,
futura sub exsecrabili consultatione cognoscat. Acerbioris etenim imminebit
supplicii cruciatus eis, qui contra vetitum praesentium vel futurarum rerum
explorare temptaverint veritatem (an. 385). C. 1.11.3: [Impp. Arcadius et Honorius AA. Macrobio et Procliano vicario] Sicut sacrificia prohibemus, ita volumus
publicorum operum ornamenta servari (an. 399). C. 1.11.7.1: [Impp. Valentinianus et Marcianus AA.
Palladio pp.] Quisquis autem contra
hanc serenitatis nostrae sanctionem et contra interdicta sacratissimarum veterum
constitutionum sacrificia exercere temptaverit, apud publicum iudicem reus
tanti facinoris legitime accusetur et convictus proscriptionem omnium bonorum
suorum et ultimum supplicium subeat (an. 451). C. 1.11.8 pr.: [Impp. Leo et Anthemius AA. Dioscoro pp.]
Nemo ea, quae saepius paganae
superstitionis hominibus interdicta sunt, audeat pertemptare, sciens, quod
crimen publicum committit qui haec ausus fuerit perpetrare (an. 472?).
[2] Cfr. K.W. Harl,
Sacrifice and Pagan belief in Fifth- and
Sixth-Century Byzantium, in Past & Present 128, 1990, pp. 7 ss.; S.
Bradbury, Julian’s Pagan Revival
and the Decline of Blood Sacrifice, in Phoenix
49, 1995, pp. 331 ss.
[3]
Sulla nozione di ius Romanum, vedi ora di P. Catalano, Ius Romanum. Note sulla formazione del concetto, in La nozione di ‘Romano’ tra cittadinanza e
universalità [Da Roma alla Terza Roma, Studi II], Napoli 1984, pp. 531 ss.
[= Id., Diritto e persone. Studi su origine e attualità del sistema romano,
Torino 1990, pp. 53 ss.]. Per quanto riguarda la «codificazione giustinianea
del ius Romanum commune», cfr. invece
S. Schipani, La codificazione del diritto romano comune, Torino 1996, pp. 3 ss.
[4]
Tra le opere di carattere generale, cfr. R.
Paribeni, Storia di Roma. Da
Diocleziano alla caduta dell’impero d’occidente, Bologna 1941, pp. 47 ss.;
F. Lot, La fin du monde antique et le début du Moyen Age, Paris 1951; S. Mazzarino, L’impero romano, III, Roma-Bari 1976, pp. 651 ss. Sulla figura del
grande imperatore, vedi invece J.
Burckhardt, Die Zeit Konstantins
des Grossen, 4a ed., Leipzig 1924, in part. IX. Abschnitt: «Konstantin und
die Kirche», pp. 373 ss. [= Id., L’età di Costantino il Grande, trad. it.
di P. Chiarini, Introduzione di S. Mazzarino, Roma 1970, pp. 355 ss.]; A. Piganiol, L’empereur Constantin, Paris 1932; J. Vogt, Constantin der Grosse und sein Jahrhundert, München 1949; C. Calderone, Costantino e il Cattolicesimo, Firenze 1962; R. T. MacMullen, Constantine, London 1987. Per gli aspetti pubblicistici e
costituzionali, basterà rinviare a P. de
Francisci, Storia del diritto
romano, III, Roma 1943, pp. 82 ss.; F.
De Martino, Storia della
costituzione romana, V, 2a ed., Napoli 1975, pp. 110 ss. (ivi altra
bibliografia); per gli aspetti privatistici, vedi invece M. Sargenti, Il diritto privato nella legislazione di Costantino. Persone e famiglia,
Milano 1938, pp. 7 ss.
Quanto
all’atteggiamento dell’imperatore verso le due religioni, cfr. N. Turchi, La religione di Roma antica, Bologna 1939, pp. 302 s.; A. Alföldi, The Conversion of
Constantine and Pagan Rome, trad. ingl. di H. Mattingly, Oxford 1948 [ora
anche in italiano: Costantino tra
Paganesimo e Cristianesimo, trad. di A. Fraschetti, Roma-Bari 1976]. Fra
i lavori più recenti dedicati alla politica religiosa di Costantino, vedi A. Ehrhardt, Constantin d. Gr. Religionspolitik und Gesetzgebung, in Zeitschrift der Savigny-Stiftung
für Rechtsgeschichte (Rom. Abt.) 72, 1955, pp. 127 ss. [= Konstantin der Grosse, hrsg. von H.
Kraft, Darmstadt 1974, pp. 388 ss.]; J. Vogt, Toleranz und Intoleranz im constantinischen Zeitalter: der Weg der
lateinischen Apologetik, in Saeculum
19, 1968, pp. 344 ss.; F. Amarelli,
Vetustas-innovatio. Un’antitesi apparente nella legislazione
di Costantino, Napoli 1978, pp. 21 ss. R.
P. C. Hanson, The Christian
Attitude to Pagan Religions up to the Time of Constantine the Great, in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt,
II.23.2, Berlin-New York 1980, in part. pp. 960 ss.; T. D. Barnes, Constantine and Eusebius, Cambridge,
Mass. 1981; Id.,
Constantine's Prohibition of
Pagan Sacrifice, in American Journal
of Philology 105, 1984, pp. 69 ss.; P. A. Barceló, Die Religionspolitik Kaiser Constantins des
Grossen vor der Schlacht an der Milvischen Brücke (312), in Hermes 116, 1988, pp. 76 ss.; R. M. Errington, Constantine and the Pagans, in Greek, Roman and Byzantine Studies 29,
1988, pp. 309 ss.; G. Härtel, Bemerkungen zur Religionspolitik Konstantins I, in Klio 71, 1989, pp. 374 ss.; R. Leeb, Konstantin und Christus. Die Verchristlichung der imperialen
Repräsentation unter Konstantin der Grossen als Spiegel seiner Kirchenpolitik
und seines Selbstverständnisses als christlicher Kaiser, Berlin-New York,
1992; S.
Bradbury, Constantine and
the Problem of Anti-Pagan Legislation in the Fourth Century, in Classical Philology 89, 1994, pp. 120
ss.; E. Lehmeier-G. Gottlieb, Kaiser Konstantin und die Kirche. Zur
Anfänglichkeit eines Verhältnisses, in E
fontibus haurire. Beiträge zur römischen Geschichte und zu ihren Hilfswissenschaften
(Heinrich Chantraine zum 65. Geburtstag), hrsg. R. Günther und S. Rebenich, Paderborn-München-Wien-Zürich
1994, pp. 163 ss.; J. Curran, Constantine
and the Ancient Cults of Rome: the Legal Evidence, in Greece & Rome 43, 1996, pp. 68 ss.
[5]
T. D. Barnes,
Constantine and Eusebius,
cit., p. 210, sulla base di Vita Constantini
2, 60, sostiene che la legislazione costantiniana aveva sancito il divieto
totale dei sacrifici: «pointedly refrains from mentioning sacrifices. Against the background of the earlier law,
Constantine’s silence ineluctably implies that sacrifice remains totally
prohibited»; ma, in altro senso, vedi R. M. Errington, Constantine and the Pagans, cit., pp. 311-312.
[6]
P. O. Cuneo (a cura di), Legislazione
di Costantino II, Costanzo II e Costante (337-361), Milano 1997, pp. 88 s.
(ivi altra bibliografia). Sul valore di questa costituzione, vedi L. De Giovanni, Costantino e il mondo pagano. Studi di politica e legislazione, 2ª
ed., Napoli 1982, pp. 137 ss.; Id.,
Il libro XVI del Codice Teodosiano. Alle
origini della codificazione in tema di rapporti Chiesa-Stato, Napoli 1985,
p. 128: «è netta e generale la
condanna dei sacrifici. Già CTh. 16.10.2, emanata da Costanzo nel 341,
riferendosi espressamente a un analogo provvedimento di Costantino il Grande,
ingiunge: cesset superstitio, sacrificiorum
aboleatur insania».
Cfr. anche CTh. 9.16.1: [Imp. Constantinus A. ad Maximum p. u.] Nullus haruspex limen alterius
accedat, nec ob alteram causam, sed huiusmodi hominum quamvis vetus amicitia
repellatur, concremando illo haruspice qui ad domum alienam accesserit, et illo
qui eum suasionibus vel praemiis evocaverit,
post ademptionem bonorum in insulam detrudendo: superstitioni enim suae
servire cupientes poterunt publice ritum exercere. Accusatorem autem huius criminis non
delatorem esse sed dignum magis praemio arbitramur. Pp. Kal. Feb. Romae,
Constantino V. et Licinio coss. (319 d.C.). CTh.
9.16.2: [Idem ad populum.] Haruspices et
sacerdotes et eos qui hiuc ritui adsolent ministrare ad privatam domum
prohibemus accedere, vel sub praetextu amicitiae limen alterius ingredi, poena
contra eos proposita si contempserint legem. Qui vero id vobis existimatis
conducere, adite aras publicas atque delubra et consuetudinis vestrae celebrate
solemnia; nec enim prohibemus praeteritae usurpationis officia libera luce
tractari. (319 d.C.). Commento e discussione dei due frammenti nel saggio
di A.
Ehrhardt, Constantin d.
Gr. Religionspolitik und Gesetzgebung, in Konstantin der
Grosse, cit., pp. 430 ss.
[7]
Sul frammento vedi L. De Giovanni,
Il libro XVI del Codice Teodosiano. Alle
origini della codificazione in tema di rapporti Chiesa-Stato, cit., pp. 32
s.; G. Crifò, La Chiesa e l’Impero nella storia del
diritto da Costantino a Giustiniano, in Cristianesimo e istituzioni politiche. Da Costantino a
Giustiniano, a cura di E. dal Covolo e R.
Uglione, Roma 1997, pp. 189 ss. Quanto poi alle implicazioni giuridiche
sottese all’uso del sostantivo Romani,
rinvio al bel libro di M. P. Baccari,
Cittadini popoli e comunione nella
legislazione dei secoli IV-VI, Torino 1996, pp. 47 ss.
[8]
CTh. 16.10.12: [2] Quod si
quispiam immolare hostiam sacrificaturus audebit, aut spirantiam exta consulere, ad exemplum
maiestatis, reus, licita cunctis accusatione, delatus, excipiat sententiam competentem, etiamsi nihil contra salutem principum, aut de salute
quaesierit. Suffici, emin ad criminis
molem, naturae ipsius leges velle rescindere, inlicita perscrutari, occulta recludere, interdicta temptare, finem, quaerere salutis alienae, spem alieni interitus polliceri. [3] Si quis
vero mortali opere facta, et aevum passura simulacra imposito ture venerabitur,
ac (ridiculo exemplo metuens subitoque ipse simulaverit) vel redimita vittis arbore, vel erecta effossis ara cespitibus vanas immagines, humiliore licet muneris praemio, tamen plena religionis iniuria, honorare temptaverit, is, utpote violatae religionis reus, ea domo
seu possessione multabitur, in qua
eum gentilicia constiterit superstitione famulatum. Namque omnia loca, quae turis constiterit vapore fumasse, (si tamen ea in
iure fuisse thurificantium probabuntur) fisco nostro adsocianda censemus. [4] Sin vero
in templis fanisve publicis, aut in aedibus agrisve alienis, tale quispiam
sacrificandi genus exercere temptaverit, si ignorante domino usurpata constiterit, XXV. Librarum
auri multae nomine cogetur inferre; conniventem vero huic
sceleri par ac sacrificantem poena retinebit. Quod quidem
ita per iudices, ac defensores
et curiales singularum urbium, volumus custodiri, ut ilico
per illos delacta plectantur. Si quid autem ii tegendum gratia, aut incuria praetermittendum esse crediderint, commotione iudiciariae subiacebunt. Illi vero
moniti si vindictam dissimulatione distulerint, XXX. Librarum auri dispendio multabuntur; officiis quoque eorum damno parili subiugandis. Data VI Id. Nov.
Arcadio A. II et Rufino
coss.
[9] A. Lippold, Theodosius der Grosse und seine
Zeit, München 1980; J. Curran, From Jovian to Theodosius, in The
Cambridge Ancient History, XIII: The Late
Empire, A.D. 337-425, ed. by A. Cameron-P. Garnsey, Cambridge 1998, pp. 101 ss.; sui successori del
grande imperatore cristiano, vedi R. C. Blockley, The Dynasty of Theodosius, ibidem,
pp. 111 ss. Per la politica religiosa di questo
imperatore, cfr. fra gli altri: J.
Gaudemet, La condamnation des
pratiques paiennes en 391, in Epektasis.
Melanges patristiques offerts au Cardinal Jean Danielou, Paris 1972, pp. 597 ss. [= Id., Etudes de droit romain, I. Sources et
theorie generale du droit, Napoli 1979, pp. 251 ss.]; W. Waldstein, Ecclesia in re publica,
in Zeitschrift der Savigny-Stiftung für
Rechtsgeschichte (Rom. Abt.) 100, 1983, pp. 542 ss.; H. Bellen, Christianissimus
Imperator. Zur Christianisierung der
römischen Kaiserideologie von Constantin bis Theodosius, in E fontibus haurire. Beiträge zur römischen
Geschichte und zu ihren Hilfswissenschaften, cit., pp. 3 ss.; R. Klein, Theodosius der Grosse und die christliche
Kirche, in Eos 82, 1994, pp. 85
ss.; R. M.
Errington, Church and
State in the First Years of Theodosius I, in Chiron 27, 1997, pp. 21 ss.; Id.,
Christian Accounts of the Religious
Legislation of Theodosius I, in Klio
79, 1997, pp. 398 ss.
[10]
Sul valore da attribuire a tale espressione, «certo antichissima, che indica
l’insieme dei cittadini romani», mi sembrano del tutto convincenti le tesi
proposte da P. Catalano, Populus Romanus Quirites, Torino 1974,
in part. pp. 97 ss.
[11] J. Bayet, Histoire politique et
psychologique de la religion romaine, 2è éd. revue et corrigée, Paris 1973,
p. 277 [= Id., La religione romana. Storia politica e psicologica,
trad. it. di G. Pasquinelli, rist. Torino 1992, p. 298].
[12]
Per la definizione del concetto di pax
deorum, vedi H. Fuchs, Augustinus und der antike Friedengedanke.
Untersuchungen zum neunzehnten Buch der Civitas Dei, Berlin 1926, pp. 186 ss.; ampi
riferimenti alle fonti attestanti i comportamenti umani suscettibili di violarla
in P. Voci,
Diritto sacro romano in età arcaica,
in Studia et Documenta Historiae et Iuris
19, 1953, pp. 49 ss. [= Id., Scritti di diritto romano, I, Padova
1985, pp. 226 ss.]; a cui sono da aggiungere i più recenti lavori di Marta Sordi, Pax deorum e libertà religiosa
nella storia di Roma, in Aa.Vv.,
La pace nel mondo antico, Milano
1985, pp. 146 ss.; E. Montanari, Il concetto originario di pax e pax deorum, in Le concezioni
della pace. VIII Seminario Internazionale di Studi Storici "Da Roma alla
Terza Roma", Relazioni e comunicazioni, 1, Roma 1988, pp. 49 ss.; Id., Mito e storia nell'annalistica romana delle origini, Roma 1990, pp.
85 ss. (Appendice I: "Tempo della città e pax deorum: l'infissione del clavus
annalis"); F. Sini,
Bellum nefandum. Virgilio e il problema del "diritto internazionale antico",
Sassari 1991, pp. 256 ss. (ivi fonti e letteratura precedente); Id., Populus et religio dans la Rome républicaine, in Archivio
Storico e Giuridico Sardo di Sassari 2, N. s., 1995 (ma 1996), pp. 77 ss.;
infine, ma con qualche riserva, R.
Fiori, Homo
sacer. Dinamica
politico-costituzionale di una sanzione giuridico-religiosa, Napoli 1996,
pp. 167 ss.
[13] M.
Humbert, Droit et
religion dans la Rome antique, in Mélanges
Felix Wubbe, Fribourg Suisse 1993, p. 195.
[14]
Cfr. in tal senso, P. Voci, Diritto sacro romano in età arcaica,
cit., p. 49 [= Id., Scritti di diritto romano, I, cit., p.
224].
[15]
Ho utilizzato l’espressione «sistema giuridico-religioso» in luogo di
«ordinamento giuridico» sulla base delle motivazioni offerte da P. Catalano, Linee del sistema sovrannazionale romano, Torino 1965, pp. 30 ss.,
in part. p. 37 n. 75; Id., Aspetti spaziali del sistema
giuridico-religioso romano. Mundus, templum, urbs, ager, Latium, Italia, in Aufstieg und Niedergang der
römischen Welt, II.16.1, Berlin-New York 1978, pp. 445 s.; Id., Diritto e persone. Studi
su origine e attualità del sistema romano, Torino
1990, p. 57; con il quale concorda, in parte, anche G. Lombardi, Persecuzioni,
laicità, libertà religiosa. Dall'Editto di Milano alla "Dignitatis
Humanae'', Roma 1991, pp. 34 s.
La
validità del concetto di «ordinamento giuridico» viene ancora riaffermata negli
ultimi scritti di R. Orestano: Diritto. Incontri e scontri, Bologna
1981, pp. 395 ss.; Id., Le nozioni di ordinamento giuridico e di
esperienza giuridica nella scienza del diritto, in Rivista trimestrale di Diritto Pubblico 4, 1985, pp. 959 ss., in
part. 964 ss.; Id., Introduzione allo studio del diritto romano,
Bologna 1987, pp. 348 ss.; seguito, fra gli altri, da P. Cerami, Potere ed
ordinamento nell’esperienza costituzionale romana, 3ª ed., Torino 1996, pp.
10 ss.; e parzialmente da A. Guarino,
L’ordinamento giuridico romano, 5ª
ed., Napoli 1990, pp. 56 s.
[16] J. Scheid, Le prêtre et le magistrat.
Réflexions sur les sacerdoces et le droit public à la fin de la République,
in Aa.Vv., Des ordres à Rome, direction de C. Nicolet, Paris 1984, pp. 269 s.
[17] In questo senso, vedi Cicerone, Pro Rabir. per. 5: ab Iove
Optimo Maximo ceterisque dis deabus immortalibus, quorum ope et auxilio multo
magis haec res publica quam ratione hominum et consilio gubernatur, pacem ac
veniam peto; Ovidio, Amor.
1.2.21: veniam pacemque rogamus; Tito Livio 39.10.5: pacem veniamque precata deorum dearumque. Cfr. Plauto, Merc. 678: Apollo, quaeso te ut des pacem propitius; Tito Livio 1.16.3: pacem praecibus exposcunt; 3.7.8: veniam irarum caelestium finem pesti exposcunt;
Seneca, Med. 595: Parcite, o divi, veniam precamur. Per
una più ampia raccolta delle fonti sul pacem
deum petere da parte degli uomini e sul pacem
dare degli dèi, rinvio al libro di H. Fuchs, Augustinus und der antike Friedengedanke, cit., pp. 186 ss.
[18]
Cfr. Virgilio, Aen. 12.849-852: Hae Iovis ad solium saevique in limine regis
/ apparent acuuntque metum mortalibus aegris, / si quando letum horrificum
morbosque deum rex / molitur, meritas aut bello territat urbes; per quanto
nella teologia tradizionale Iuppiter
non era legato alla morte, come possiamo leggere nel commento a Virgilio del
grammatico Servio, in Verg. Aen.
12.851: letum
horrificum volunt Iovem non esse morti auctorem, sed posse mortis genere
vel prodesse vel obesse mortalibus.
[19]
M. Sordi,
Pax deorum e la libertà religiosa nella storia di Roma, cit., p. 147: «L'antichità della formula e
la derivazione di pax dalla radice di
pangere, che si ritrova nell'uso
arcaico di pangere clavum, che Livio
ricorda tra i piacula destinati, durante
la pestilenza del 364 e del 363 varr., "pacis deum exposcendae causa"
(Liv. VII, 2 e 3), mi induce ad avanzare l'ipotesi che pax deum sia addirittura all'origine del concetto romano di pax».
[20]
E. Montanari, Il concetto originario di pax e la pax deorum, cit., p. 56 [= Id.,
“Tempo della città e pax deorum”, cit., pp. 92 s.].
[23] Aen. 3.369-373: Hic Helenus caesis primum de more iuvencis / exorat pacem divom
vittasque resolvit / sacrati capitis, meque ad tua limina, Phoebe, / ipse manu
multo suspensum numine ducit, / atque haec deinde canit divino ex ore sacerdos.
Questo è anche l'unico testo di Virgilio in
cui troviamo esplicitamente menzionata l'espressione pax deorum ; il contenuto, poi, è di particolare solennità rituale
(cfr. C. Bailey, Religion in Virgil, Oxford 1935, p. 47; F. Sini, Bellum nefandum. Virgilio e il
problema del "diritto internazionale antico", cit., p. 262), in
quanto il verbo exorare nel
linguaggio sacerdotale significa impetrare,
come del resto aveva già spiegato il grammatico Servio, in Verg. Aen. 3.370: exorat pacem divum aut de
sacrificantum more requirit, utrum tempus consulendi esset; nam et hoc vehementer
quaeritur, ut in sexto cum virgo poscere fata tempus ait; aut certe, quod et melius
est, de sacrificantum more ante nefas expiat ab harpyia praedictum, et sic
venit ad vaticinationem. Ut autem hic expiatam famem intellegamus sequens
efficit locus, ut aderitque vocatus Apollo, cum constet, nisi in hoc
intellexeris loco, famis causa nusquam invocatum esse Apollinis numen.
Dubitationem autem in hoc loco 'exorat' facit; nam 'orare' est petere,
'exorare' impetrare: ergo impetrat pacem aut ad inquirendum tempus, aut ad
mitigandum famis periculum.
[24]
Tito Livio 3.5.14; cfr. 7.2.2: nisi quod
pacis deum exposcendae causa tertio tum post conditam urbem lectisternium fuit;
42.2.3: prodigia expiari pacemque deum
peti praecationibus, qui editi ex fatalibus libris essent, placuit.
[25]
P. Voci, Diritto sacro romano in età arcaica, cit., p. 50 [= Id., Scritti di diritto romano, cit., p. 225].
[26]
Su tale attività e sull'influenza di essa per il formarsi della tradizione
annalistica, v. B. W. Frier, 'Libri Annales pontificum Maximorum': the
Origins of the Annalistic Tradition, Roma 1979 [2ª ed. Ann Arbor 1998]; J.
Rüpke, Livius, Priesternamen und
die annales maximi, in Klio 75, 1993, pp. 155 ss.
[27]
Cfr., giusto a titolo d'esempio: Tito Livio 2.36.1; 3.5.14; 3.10.6; 4.9.3;
4.12.6; 4.21.5; 4.30.7; 5.13.4; 6.20.16; 7.2.2; 7.3.3; 7.27.1; 7.28.7; 8.6.9;
8.9.6-12; 8.25.1; 10.47.6; 21.46.1-3; 21.63.13; 22.3.11; 22.9.7; 22.36.6;
23.31.15; 23.36.10; 23.39.5; 24.10.6; 24.44.8-9; 25.7.7-9; 25.16.1; 25.17.3;
26.23.3-6; 26.45.9; 27.4.11; 27.11.1; 28.27.16; 30.2.9-13; 30.38.8. Sul nutrito
elenco di prodigi presenti nell'opera liviana, certo improntati - direttamente
o indirettamente - agli Annales Maximi,
v. E. De Saint-Denis, Les énumerations de prodiges dans l'oeuvre
de Tite-Live, in Revue de Philologie
16, 1942, pp. 126 ss.; J. Ph. Packard, Official
notices in Livy's fourth decade: style and treatment, Ann Arbor 1970, pp.
125 ss.; E. Rawson, Prodigy list and the use of Annales Maximi, in The Classical Quarterly 21, 1971, pp. 158
ss.; infine il più recente lavoro di B.
MacBain, Prodigy and expiation: a
study in religion and politics in Republican Rome, Bruxelles 1982, pp. 82
ss. [Appendix A: index of prodigies].
[28] C.
Bailey, Phases in
the religion of Ancient Rome, Berkeley 1932 [rist. Westport,
Conn. 1972], p. 76.
[29]
Riguardo al frammento di Ulpiano, mi pare che possano ormai considerarsi superate
sia affermazioni contrarie alla
genuinità del testo (F. Schulz, Prinzipien des römischen Rechts, München
1934; qui cit. in trad. it.: I principii del
diritto romano, trad. it. a cura di V. Arangio-Ruiz, Firenze 1949, p. 23 nt. 33; U. von Lübtow, Das
römische Volk. Sein Staat und sein
Recht, Frankfurt am Main 1955, p. 618: «Die merkwürdige Dreiteilung des ius publicum: in sacris, in sacerdotibus, in
magistratibus stammt sicherlich nicht von Ulpian»), sia dubbi e perplessità
(B. Albanese, Premessa allo studio del diritto privato
romano, Palermo 1978, p. 192 nt. 295). Favorevoli all'autenticità del
testo, fra gli altri: F. Stella Maranca,
Il diritto pubblico romano nella storia
delle istituzioni e delle dottrine politiche, in Id., Scritti vari di
diritto romano, Bari 1931, pp. 102 ss.; Silvio Romano,
La distinzione fra ius publicum e ius
privatum nella giurisprudenza romana, in Scritti giuridici in onore di Santi Romano, IV, Padova 1940, pp.
157 ss.; G. Nocera, Ius publicum (D. 2, 14, 38). Contributo alla
ricostruzione storico-esegetica delle regulae iuris, Roma 1946, pp. 152
ss.: «Ulpiano è sulla scia della più pura tradizione romana» (p. 161); Id., Il binomio pubblico-privato nella storia del diritto, Napoli 1989,
pp. 171 ss.; F. Wieacker, Doppelexemplare der Institutionen
Florentins, Marcians und Ulpians, in Mélanges
De Visscher, II, Bruxelles 1949, p. 585, il quale sostiene che sacra, sacerdotia e magistratus è una suddivisione di inconfondibile stampo repubblicano;
A. Carcaterra, L’analisi del ius e della lex come elementi
primi. Celso, Ulpiano, Modestino, in Studia
et Documenta Historiae et Iuris 46, 1980, pp. 272 ss.; G. Aricò Anselmo, Ius publicum - ius privatum in Ulpiano, Gaio e Cicerone, in Annali del Seminario Giuridico
dell'Università di Palermo 37, 1983, pp. 447 ss., in part. 461 ss.; H. Ankum, La noción de ius publicum en derecho romano,
in Anuario de Historia del Derecho
Español 53, 1983, pp. 524 ss.; M.
Kaser, Ius publicum und ius
privatum, in Zeitschrift der
Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte (R. A.) 103, 1986, pp. 6 ss.; F. Sini, Bellum nefandum. Virgilio e il problema del “diritto
internazionale antico”, cit., p. 223 nt. 112; P. Stein, Ulpian and
the Distinction between ius publicum and ius privatum, in Collatio iuris Romani. études
dédiées à Hans Ankum à l’occasion de son 65ème anniversaire, II, Amsterdam
1995, pp. 499 ss.; V. Marotta, Ulpiano e
l’impero, I, Napoli 2000, pp. 153 ss.
[30]
P. Catalano, La divisione del potere in Roma (a proposito di Polibio e di Catone),
in Studi in onore di Giuseppe Grosso,
VI, Torino 1974, p. 676; con adesione di C.
Nicolet, Notes complementaires,
in Polybe, Histoires, Livre VI, Paris 1977, pp. 149 ss.; e di J. Scheid, Le prêtre et le magistrat. Réflexions sur les
sacerdoces et le droit public à la fin de la République, cit., pp. 269 ss.
[32]
Cicerone, De leg. 2.19 ss.; 3.6 ss. V. Marotta, Ulpiano e l’impero, I, cit., p. 157,
sostiene che «Ulpiano, scrivendo che "ius
publicum in sacris, in sacerdotibus … consistit", rinnova, nella peculiare
situazione politica e religiosa dei suoi tempi, il punto di vista tradizionale
di derivazione ciceroniana: se gli auspici di Romolo e i riti di Numa posero le
fondamenta della res publica, Roma appartiene ai soi dèi in
ogni momento e in ogni aspetto della vita quotidiana».
[35]
Sulla giurisprudenza romana del III e II secolo a.C., rinvio a F. D'ippolito,
Giuristi e sapienti in Roma arcaica,
Roma-Bari 1986; ma anche a F.
Sini, A quibus iura civibus praescribebantur. Ricerche sui giuristi del III secolo a.C., Torino (1992) 1995.
[36]
Sulla figura del primo sovrano sabino di Roma, cfr. K. Glaser, v. Numa Pompilius, in Real-Encyclopädie der classischen
Altertumswissenschaft, XV.1, Stuttgart 1936, coll. 1242 ss.; J. Gagé, Apollon romain. Essai sur le culte d’Apollon et le développement du ritus
Graecus à Rome des origines à Auguste, Paris
1955, pp. 297 ss.; S. Accame, I re di Roma nella leggenda e nella storia,
Napoli s.d. (1965), pp. 206 ss.; R. M. Ogilvie,
A Commentary on Livy. Books 1-5,
Oxford 1965 [Reprinted 1998], pp. 90 ss.; J. Poucet,
Recherches sur la légende sabine des
origines de Rome, Louvain-Kinshasa 1967, pp. 138 ss.; A. Storchi marino, C. Marcio Censorino, la lotta politica intorno al pontificato e la
formazione della tradizione liviana su Numa, in Aion (Archeol.) 14, 1992, pp. 105 ss.; V. Buchheit, Numa-Pythagoras in der Deutung Ovids, in Hermes 121, 1993, pp. 77 ss.
[37] A. Bouché-Leclercq, Les pontifes
de l'ancienne Rome. Étude historique sur les institution religieuses de Rome,
Paris 1871 [rist. an. New York 1975], pp. 60-61: «La meilleure
analyse des livres liturgiques serait donc l’étude complète du culte romain.
Mais notre plan est plus restreint. Oublions pour un moment la variété des
divers actes religieux, consécrations, vœux, expiations… etc., dont nous aurons
occasion de parler au chapitre suivant, et bornons-nous à remplir avec quelques
rares débris de textes mutilés le cadre indiqué par Tite-Live: quibus hostiis, quibus diebus, ad quae
templa sacra fierent».
[39]
E. Peruzzi, Origini di Roma, II. Le lettere, Bologna 1973, pp. 165 s. La divisione delle materie prospettata
dal Peruzzi è la seguente: A) caelestes
caerimoniae, comprendente i sacra dei collegi sacerdotali maggiori e
gli altri sacra pubblici e privati,
divise in cinque capitoli: 1 quibus hostiis, 2 quibus diebus, 3 ad quae
templa, 4 unde in eos sumptus pecunia, 5 cetera
publica privataque sacra; B) 6 iusta
funebria et ad placandos manes; C) 7 prodigia
fulminibus aliove quo visu missa.
[40]
E. Peruzzi, Le origini di Roma, II,
cit., p. 162; cfr. Id., Le origini di Roma, I. La famiglia,
Firenze 1970, pp. 142 ss.: «L’importanza di questo argomento e silentio
è indubbia: la principale fonte scritta degli storici di Roma sono gli annales
maximi, e, come è verosimile che dedicassero particolare attenzione a fatti di
significato religioso, così è assolutamente certo che essi erano il documento
più preciso e minuzioso della tradizione pontificale. Ora, il passo di Liu.
1.20.5 è una scarna notizia, espressa non meno ieiune di quelle degli annales,
che reca un elemento davvero singolare. Trattando della più antica età regia,
non di rado lo storico patavino indica la parentela dei personaggi, sia pure
concisamente (per esempio 1.22.1 “Tullum Hostilium nepotem Hostili”, 1.34.1-2
“Lucumo … Demerati Corinthii filius erat”), però questo è l’unico caso in cui
egli menziona un individuo con la sua formula onomastica, quale doveva apparire
in registrazioni burocratiche: Numa Marcius Marci filius; formula, si
noti, dell’età di Numa Pompilio, poiché questo sovrano, come diceva il sarcofago
riportato alla luce nel 181 a.C., si chiamava ufficialmente Numa Pompilius
Pomponi filius rex Romanorum. Ritengo probabile che la
notizia di Livio risalga in ultima analisi agli annales» (pp. 144 s.).
[41]
Per le fonti vedi Tito Livio 1.19-20; Dionigi d’Alicarnasso 2.64-73; Plutarco, Numa 9-14. Fra gli studiosi che si sono
occupati delle riforme religiose attribuite a Numa sono da vedere: F. Ribezzo, Numa Pompilio e la riforma etrusca della religione primitiva di Roma,
in Rendiconti dell'Accademia dei Lincei,
ser. VIII, vol. 5, 1950, pp. 553 ss.; E.
M. Hooker, The Significance of
Numa's Religious Reforms, in Numen
10, 1963, pp. 87 ss.; F. Della Corte,
Numa e le streghe, in Maia 26, 1974, pp. 3 ss.; M. A. Levi, Il re Numa e i penetralia pontificum, in Rendiconti dell'Istituto Lombardo 115, 1981 (pubbl. 1984), pp. 161 ss.; J. Martinez Pinna, La
reforma de Numa y la formación de Roma, in Gerión 3, 1985, pp. 97 ss.; J.
Poucet, Les origines de Rome. Tradition et histoire,
Bruxelles 1985, in part. pp. 194 ss., 219 ss.; infine L. Fascione, Il mondo
nuovo. La costituzione romana nella 'Storia di Roma arcaica' di Dionigi
d'Alicarnasso, I parte, Napoli 1988, pp. 128 ss.; G. Capdeville, Les institutions
religieuses de la Rome primitive d'après Denys d'Halicarnasse, in Pallas, 39, 1993, pp. 153 ss.
[42]
Plutarco, Num. 14.6-7. Per una rapida
esposizione dei problemi relativi alle fonti della ‘vita di Numa’, vedi L. Piccirilli, Introduzione, in Plutarco, Le vite di Licurgo e di Numa, a cura di
M. Manfredini e L. Piccirilli, Milano 1980, pp. XLII ss.
[43]
Servio, in Verg. Buc. 5.66: Sane quaeritur, cur duo altaria Apollini se
positurum dicat, cum constet supernos deos impari gaudere numero, infernos vero
pari, ut numero deus impare gaudet, quod etiam pontificales indicant libri
(P. Preibisch, Fragmenta librorum pontificiorum, Tilsit
1878, p. 13 fr. 56. Commenti al testo: A. Bouché-Leclercq, Les pontifes
de l'ancienne Rome, cit., p. 113; G. Rohde,
Die Kultsatzungen der römischen Pontifices,
Berlin 1936, pp. 37 s.; F. Sini,
Documenti sacerdotali di Roma antica,
cit., p. 109). Cfr. anche Servio Dan., in
Verg. Buc. 8.75; Macrobio, Sat. 1.13.5.
[44]
Plinio, Nat. hist. 14.88: Romulum lacte, non
vino libasse indicio sunt sacra ab eo instituta, quae hodie custodiunt morem.
Numae regis proxumi lex est: "Vino rogum ne respargito". Quod
sanxisse illum propter inopiam rei nemo dubitet. Eadem lege ex imputata vite
libari vina diis nefas statuit, ratione excogitata ut putare cogerentur alias
aratores et pigri circa, pericula arbusti. M. Varro auctor est Mezentium
Etruriae regem auxilium Rutulis contra Latinos tulisse vini mercede quod tum in
Latino agro fuisset. Su tale divieto, vedi G. Piccaluga, Numa e il
vino, in Studi e Materiali di Storia
delle Religioni 33, 1962, pp. 99 ss.; Ead.,
Bona Dea. Due contributi all’interpretazione del suo culto, Ibidem 35
1964 pp. 195 ss. G. Dumézil, Vin et souveranité, in Id., Fêtes romaines d'été et d'automne, suivi de
Dix questions romaines, Paris 1975, pp. 87
ss. [= Id., Feste romane,
trad. it. di M. Del Ninno, Genova 1989, pp. 91 ss.];
più in generale, sul vino in età arcaica, vedi L. Minieri, Vini usus feminis ignotus, in Labeo 28, 1982, pp. 150 ss.; M. Gras, Vin et société à Rome et dans le Latium à l’époque archaïque, in Forme di contatto e processi di
trasformazione nelle società antiche.
Atti del convegno di Cortona (24-30 Maggio 1981), Pisa-Roma 1983, pp. 1067
ss.; G. Pucci, I consumi alimentari, in A. Schiavone (direz.), Storia di Roma, 4. Caratteri e morfologie,
Torino 1989, pp. 372 ss.
[45]
Plinio, Nat. hist. 18.7: Numa instituit deos fruge colere et mola
salsa supplicare atque, ut auctor est Hemina, far torrere, quoniam tostum cibo
salubrius esset, id uno modo consecutus, statuendo non esse purum ad rem
divinam nisi tostum. Cfr. Servio Dan., in
Verg. Buc. 8.82. D. Sabbatucci,
La religione di Roma antica, dal
calendario festivo all'ordine cosmico, Milano
1988, p. 61: «All’importanza politico-sociale della riunione faceva riscontro
l’importanza economico-religiosa del farro. Importanza economica: il farro è il
più antico cereale coltivato dai Romani, e forse il solo cereale fino al 5°
secolo a.C. Importanza religiosa: la farina di farro mista a sale, la
cosiddetta mola salsa, era indispensabile per l’esecuzione di ogni sacrificio,
tanto che immolare (cospargere di mola salsa
la vittima) era diventato sinonimo di sacrificare;
il matrimonio solenne, quello che non ammetteva divorzio ed era prescritto per
alcuni sacerdozi, quello che veniva celebrato dal pontefice massimo alla
presenza di sei testimoni, era chiamato confarreatio
da una focaccia di farro offerta dalla sposa». Sul farro nella religione
romana, cfr. anche A Brelich, Tre variazioni romane sul tema delle origini,
2ª ed., Roma 1976, pp. 126 ss.
[46]
Cfr. Tito Livio 5.21.16: Convertentem se
inter hanc venerationem traditur memoriae prolapsum cecidisse; idque omen
pertinuisse postea eventu rem coniectantibus visum ad damnationem ipsius
Camilli, captae deinde urbis Romanae, quod post paucos accidit annos, cladem;
Svetonio, Vitell. 2: Idem miri in adulando genii, prius C.
Caesarem adorare ut deum instituit, cum reversus ex Syria non aliter adire
ausus esset quam capite velato circumvertensque se, deinde procumbens.
[47]
Arnobio, Adv. Nat. 2.73.18: Non doctorum in litteris continetur,
Apollinis nomen Pompiliana indigitamenta nescire? Sui
nomina deorum che si invocavano negli
indigitamenta, risulta di qualche
utilità il vecchio lavoro di I. A. Ambrosch,
Über die Religionsbücher der Römer,
Bonn 1843; ancora indispensabili, invece, sia il bel libro di A. Bouché-Leclercq, Les pontifes
de l'ancienne Rome, cit., pp. 24 ss.; sia il manuale di J. Marquardt, Römische Staatsverwaltung, III. Das Sacralwesen, 2ª ed. a cura di G. Wissowa, Leipzig 1885 [rist. an.
New York 1975], pp. 7 ss. [= Id., Le culte chez les Romains, I, trad. francese di M. Brissaud, Paris
1889, pp. 10 ss.]; più di recente, vedi l'importante
articolo di J. Bayet, Les feriae sementivae et les indigitations dans le culte de Cérès et de Tellus, in Revue d'Histoire des Religions 137,
1950, pp. 172 ss. (ora in Id., Croyances et rites dans la Rome antique,
Paris 1971, pp. 175 ss.); ma anche G. B. Pighi,
La religione romana, Torino 1967, pp.
45 ss.; A. Pastorino, La religione romana, Milano 1973, pp.
199 ss.; G. Dumézil, La religion romaine archaïque, cit., pp.
50 ss. [= Id., La religione
romana arcaica, cit., pp. 46 ss.]; R. Del
Ponte, La religione dei Romani, Milano 1992, pp. 78 ss.
[48]
Servio, in Verg. Georg. 1.21: Quod autem dicit ‘studium quibus arva
tueri’, nomina haec numinum in indigitamentis inveniuntur, id est in libris
pontificalibus, qui et nomina deorum et rationes ipsorum nominum continent,
quae etiam Varro dicit. Nam, ut supra diximus, nomina numinum ex officiis
constant imposita, verbi causa ut ab occatione deus Occator dicatur, a
sarratione Sarritor, a stercoratione Sterculinus, a satione Sator. Seguo la
lezione del testo serviano offerta da B.
Cardauns: M. Terentius Varro,
Antiquitates rerum divinarum, I. Die Fragmente, Wiesbaden 1976, p. 64 fr.
87; l'insigne studioso ritiene, non senza ragione, che il passo di Servio sia in
realtà un frammento varroniano, tratto dal XIV libro delle Antiquitates rerum divinarum [Op.
cit. II. Kommentar, p. 184]. Vedi anche, brevemente, F. Sini, Documenti sacerdotali di Roma antica, cit., pp. 108 s.
[49]
Sull’archivio dei pontefici, ma senza pretesa di completezza bibliografica, si
vedano: J.-V. Le Clercq, Des journaux chez les Romains, recherches
précédées d’un mémoire sur les annales des pontifes, et suivies de fragments
des journaux de l’ancienne Rome, Paris 1838, in part. pp. 127 ss.; I. A. Ambrosch: Studien und Andeutungen im Gebiet des altrömischen Bodens und Cultus,
Breslau 1839, in part. pp. 159 ss.; Id.,
Observationum de sacris Romanorum libris
particula prima, Vratislaviae 1840; E.
Luebbertus, Commentationes pontificales,
Berolini 1859; A. Bouché-Leclercq, Les pontifes de l’ancienne Rome, cit.,
pp. 19 ss.; P. Preibisch, Quaestiones de libris pontificiis,
Vratislaviae 1874; Id., Fragmenta librorum pontificiorum,
Tilsit 1878; J. Marquardt, Römische Staatsverwaltung, III, cit.,
pp. 299 ss. [= Id., Le culte chez les Romains, II, cit., pp.
358 ss.]; R. Peter, De Romanorum precationum
carminibus, in Commentationes Philologae in honorem Augusti Reifferscheidii, Vratislaviae
1884, pp. 67 ss.; Id., Quaestionum pontificalium specimen,
Argentorati 1886; W. Rowoldt, Librorum pontificiorum Romanorum de
caeremoniis sacrificiorum reliquiae, Halis Saxonum 1906; C. W. Westrup, On the Antiquarian-Historiographical Activities of the Roman Pontifical College, København
1929 (lo stesso tema viene poi ripreso dal Westrup nel quarto volume della sua
opera di maggiore impegno: Introduction
to early Roman Law. Comparative
sociological studies, IV. Sources and Methods,
London-Copenhagen 1950); G. Rohde,
Die Kultsatzungen der römischen
Pontifices, cit., pp. 14 ss.; R.
Besnier, Les archives privées,
publiques et religieuses à Rome au temps des rois, in Studi in memoria di Emilio Albertario, II, Milano 1953, pp. 1 ss.;
G. B. Pighi, La religione romana cit., pp. 41 ss.; infine F. Sini, Documenti sacerdotali di Roma
antica, cit., pp. 17 ss.; J. A. North, The books of the pontifices, in La
mémoire perdue. Recherches sur l’administration romaine,
Avant-propos de C. Moatti, Rome 1998, pp. 45 ss.
[50]
E. Peruzzi, Le origini di Roma, II, cit., pp. 155 ss.: «E quindi si dovrà
attribuire a exscripta exsignataque un preciso valore tecnico;
e ciò a tanto maggior ragione in quanto lo stile arido e minuzioso della
notizia liviana esclude che si possa vedere in tale binomio un’espressione
ridondante, come invece presuppongono certe versioni […] è impossibile dire cosa significhi
propriamente exsignatus nel passo
liviano (munito di sigillo impresso con un anello, accompagnato da una formula
di approvazione, da un explicit, ecc.),
ma l’espressione exscripta exsignataque
non lascia dubbio che il testo affidato al pontefice era una copia, integrale o
parziale, autenticata dal rex, degli
stessi libri latini “iuris
pontificii” che si ritroveranno nel 181 a.C., cioè un esemplare che Numa aveva
debitamente dichiarato conforme all’originale o comunque pienamente valido»
(pp. 162-163).
[51]
Cfr. Varrone, in Festo, v. Opima spolia,
p. 204 L. Quanto al rapporto tra i sacra omnia exscripta exsignataque di
Numa Pompilio e i più antichi libri
dei pontefici, vedi ora F. Sini, Documenti sacerdotali di Roma antica, cit.,
pp. pp. 160 s.: «è noto che nelle
fonti la compilazione dei ‘primi’ libri
sacerdotali si presenta strettamente connessa con l’organizzazione voluta dal
re Numa Pompilio; anzi, … tale compilazione deve essere considerata, anche
materialmente, opera dello stesso re. Del resto appare ben comprensibile
l’esigenza di testi scritti che la riforma religiosa di Numa dovette imporre,
se solo si consideri la complessità dei sacra
e delle caerimoniae e la minuziosa
regolamentazione dei sacrifici, testimoniati a proposito della religiosità di
quell’epoca. Che poi questi libri Numae abbiano costituito il nucleo
primitivo dei libri pontificum è sostenuto anche dalla
tradizione antiquaria».
[52]
Fra la dottrina più recente, sono da vedere: N.
Turchi, La religione di Roma antica,
cit., pp. 119 ss.; J. Bayet, Histoire politique et psychologique de la
religion romaine, cit., pp. 129 ss. [= Id.,
La religione romana. Storia politica e
psicologica, cit., pp. 142 s.]; K. Latte, Römische Religionsgeschichte, München 1960, pp. 209 ss.; G. Dumézil, La religion romaine archaïque, cit., pp. 549 ss. [= Id., La religione romana arcaica, cit., pp. 477 ss.]; E. Kadletz, Animal sacrifice in Greek and Roman religion, Diss. Washington
1976, Univ. Microfilms Inter., Ann Arbor, Mich. 1983; S. R. F. Price, Between
Man and God: Sacrifice in the Roman Imperial Cult, in The Journal of Roman Studies 70, 1980, pp. 28 ss.; Aa.Vv, Le sacrifice dans l’Antiquité [Entretiens sur l’Antiquité
classique, 27], Genève 1981; Aa.Vv,
Sacrificio e società nel mondo antico,
a cura di C. Grottanelli e N. F. Parise, Roma-Bari 1988; R. Turcan, Religion romaine. 2. Le culte, Leiden - New York - København - Köln 1988, pp. 4 ss.; da ultima, A. V.
Siebert, Instrumenta sacra.
Untersuchungen zu römischen Opfer-, Kult- und Priestergeräten, Berlin-New
York 1999, pp. 11 ss.
[53]
Sulla parola vedi la spiegazione, con forti implicazioni teologiche, offerta da
Servio Dan., in Verg. Aen. 2.156: hostia
vero victima et dicta quod dii per illam hostiantur, id est aequi et propitii
reddantur, unde hostimentum aequationem.
[56] C.
Krause, De Romanorum hostiis quaestiones selectae, Diss. Marpurgi 1894, pp.
9 ss.; Id., v. Hostia, in Real-Encyclopädie der classischen
Altertumswissenschaft, Suppl. V, Stuttgart 1931, coll. 236 ss.
[57] C.
Blecher, De extispicio capita tria, in Religionsgeschichtliche
Versuche und Vorarbeiten 2, 1903-1905 [Gissae 1905], pp. 171 ss.
[58] J. Marquardt,
Römische Staatsverwaltung, III, cit.,
pp. 170 ss. [= Id., Le culte chez les Romains, I, cit., pp.
205 ss.];
[60]
Insiste, assai opportunamente, sul carattere comunitario della religione
politeista romana J. Scheid, Religione e società, in A. Schiavone (direz.), Storia di Roma, 4. Caratteri e morfologie,
cit., pp. 631 ss.: «Per praticare una religione a Roma, occorreva appartenere a
una comunità. L’uomo entrava in relazione con gli dèi nel quadro e per il
tramite di una comunità. Famiglia, associazione, corpo costituito o repubblica,
ciascuna comunità aveva una propria vita religiosa, con le sue regole, i suoi
dèi, i suoi sacerdoti. Un cittadino apparteneva generalmente a più di una
comunità, e fra queste esistevano rapporti di complementarità piuttosto che di
esclusione. Gli dèi stessi erano “visibili” soltanto nel quadro di una comunità,
e d’altra parte erano essi stessi membri di tali comunità» (p. 634).
[61] Cfr.in questo senso É. Benveniste, Le vocabulaire des institutions indo-européennes, 2. Pouvoir, droit, religion,
Paris 1969, p. 223: «ce sont les offrandes, qui sont bien de “sacrifices”, des
moyens de rendre sacré, de faire passer l’humain dans le divin».
[62]
I. Chirassi Colombo, v. Hostia, in Enciclopedia Virgiliana, II (DE-IN), Roma,
1985, p. 862: «Una valutazione lessicale ed etimologica del termine rivela
invece il suo valore specifico, di notevole interesse nel complesso sistema
sacrificale romano. H(ostia) in rapporto
con hostire = aequare (nam hostire pro aequare posuerunt, Fest. p. 334,9; 414,37 L.), di
modo che ogni hostimentum è un aequamentum (Paul.-Fest. 91,11 L.) o
meglio una beneficii pensatio, e il senso di hostire = ferire è esplicitamente secondario, ci propone una valutazione del
sacrificio come strumento, modalità di scambio tra due posizioni, due dati che
si fronteggiano dialetticamente e dei quali uno viene a trovarsi in posizione
mancante, quindi bisognoso d’integrazione. Come uomini e dèi, nel caso
specifico».
[64] J. Bayet, Histoire politique et
psychologique de la religion romaine, cit., p. 130: «Beaucoup plus
essentielle à la nature première du sacrifice la rinvigoration du dieu dont
l’aide est attendue. Macte, lui
dit-on en lui offrant la matière consacrée: et ce vocatif équivaut à “Prends
(ou reçois) un surcroît de force”. Le verbe qui en dérive, mactare, après avoir eu les sens successifs d’ “accroître” et d’
“honorer” finit même par signifier “immoler la victime”» [= Id., La religione romana. Storia politica e psicologica, cit., p. 142].
[65] É.
Benveniste, Le vocabulaire des institutions indo-européennes, 2, cit., p. 225:
«Ainsi le présent dénominatif mactare
signifie “rendre grand, accroître”, c’est l’opération qui met dans l’état mactus. Les emplois les plus anciens,
tel mactare deum extis, comportent le
nom du dieu à l’accusatif et le nom du sacrifice à l’instrumental. C’est donc
rendre le dieu plus grand, l’exalter, et en même temps le renforcer par
l’offrande. Puis, par un changement de construction analogue à celui qu’on
connaît dans sacrare, s’est établie
l’expression mactare victimam “offrir en sacrifice une
victime”».
[66] P.
Preibisch, Fragmenta
librorum pontificiorum, cit., p. 19 fr. 120. Cfr. Varrone, De ling. Lat. 5.112: Augmentum, quod ex immolata hostia desectum
in iecore <imponitur> in por<ric>iendo a<u>gendi causa.
Magmentum a magis, quod ad religionem magis pertinet: itaque propter hoc
<mag>mentaria fana constituta locis certis quo id imponeretur.
[67] Cfr. R. Turcan,
Le sacrifice mithriaque: innovations de
sens et de modalités, in Le Sacrifice
dans l'Antiquité, cit., p. 361: «A
l’origine, si l’on s’en rapporte au sens premier du verbe mactare et à une réflexion attristée de Varron sur les dieux qui
meurent faute de service religieux, l’immolation visait peut-être à accroître,
renforcer, revigorer les dieux à qui l’on sacrifie».
[68] Per R. Turcan,
Religion romaine. 2. Le culte, cit.,
p. 4, anche la parola pietas
connoterebbe una simile reciprocità: «A l’origine, est pius le fidèle en état de pureté rituelle, qui est en règle avec
les dieux moyennant les expiations requises (piacula). Piare, c’est
apaiser la colère divine provoquée par un forfait ou une négligence en
procédant aux cérémonies appropriées. Le souci de réparer un manquement est une
marque de révérence, mais réciproquement les avertissements que donnent les
prodiges ou les auspices défavorables manifestent de la part des dieux une
sorte de sollicitude envers les hommes, qui les force à se racheter ou à éviter
les conséquences d’une entreprise maléfique. Cette affection mutuelle est
parallèle à la pietas des enfants à
l’égard des parents, comme des parents à l’égard des enfants. Il y a une pietas des dieux envers les hommes,
comme des hommes envers les dieux. Cette solidarité impliquée dans le culte est
une des originalités majeures de la religion romaine».