ds_gen Università di Sassari/Seminario di Diritto Romano/Pubblicazioni-8

 

Sini-A-quibus-1Francesco Sini

 

A quibus iura civibus praescribebantur

Ricerche sui giuristi del III secolo a.C.

 

Torino, G. Giappichelli Editore, 1995

 

pp. 172 – ISBN  88-348-4144-3

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Parte Seconda

Giuristi E FRAMMENTI

 

II

Tiberio Coruncanio

 

Sommario: 1. «Tiberius Coruncanius, qui primis profiteri coepit». – 2. I frammenti. – 3. Hostia pura. – 4. Feriae praecidaneae. – 5. Tra ius pontificium e ius civile.

 

 

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1. – «Tiberius Coruncanius, qui primis profiteri coepit»

 

Nel lungo frammento dell' Enchiridion di Pomponio, che i compilatori giustinianei utilizzarono per delineare la “storia della giurisprudenza”[1], Tiberio Coruncanio viene menzionato due volte[2], sempre in relazione al suo primato nel publice profiteri: D. 1.2.2.35: Et quidem ex omnibus, qui scientiam nancti sunt, ante Tiberium Coruncanium publice professum neminem traditur: ceteri autem ad hunc vel in latenti ius civile retinere cogitabant solumque

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consultatoribus vacare potius quam discere volentibus se praestabant; e ancora D. 1.2.2.38: Post hos fuit Tiberius Coruncanius, ut dixi, qui primus profiteri coepit: cuius tamen scriptum nullum extat, sed responsa complura et memorabilia eius fuerunt[3].

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Il giurista vive e opera in un periodo in cui la plebe impone la sua presenza anche nei principali collegi sacerdotali (auguri e pontefici), fino ad allora riservati esclusivamente al patriziato. Percorse, da homo novus, tutti i gradini del cursus honorum[4]: console nel 280, dittatore comitiorum habendorum causa nel 246; nel 254, primus ex plebe pontifex maximus creatus est[5]. La constatazione che il verbo creari è tipico dell'elezione popolare, spinge R. A. Bauman a porsi la domanda: «Was Coruncanius the first to be appointed by election?»; senza tuttavia che le diverse ipotesi formulate dallo studioso consentano risposte conclusive[6].

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Anche alcuni testi ciceroniani costituiscono per noi fonti preziose sull'attività e sul ruolo politico del grande giurista. Nel Cato maior, ad esempio, Cicerone menziona Coruncanio fra quegli eminentissimi personaggi del passato, ai quali il grande oratore attribuiva il ruolo di iura civibus praescribere [7]; nel de oratore lo ricorda invece tra i sapientes romani, che potevano stare alla pari, o superare, i grandi uomini della sapienza greca[8]; mentre altri passi rimandano,

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indirettamente, alla sua competenza teologica e all'elaborazione dello ius[9].

 

 

2. – I frammenti

 

I tre frammenti superstiti sono tutti da riferire all'attività pontificale di Tiberio Coruncanio. Non è azzardato ritenere che tali testi siano riconducibili a documenti sacerdotali: decreta e responsa[10] conservati in quei commentarii

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pontificum[11], dalla cui lettura era possibile, come attesta ancora Cicerone per i suoi tempi, dedurre l'altissimo ingegno del primo pontefice massimo plebeo [12].

Per quanto riguarda la numerazione dei frammenti, ho seguito l'ordine dello schema di Livio 1, 20[13], dove

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lo storico patavino espone le competenze dei pontefici (Hostiae, dies, templa, pecunia, cetera sacra, funebria, prodigia)[14], quali risultavano dai sacra omnia exscripta exsignataque di Numa Pompilio[15], istitutivi del sacerdozio.

 

1

 

Coruncanius ruminalis hostias donec bidentes fierent, puras negavit.

 

Plinio, Nat. hist. 8.206: Suis fetus sacrificio die quinto purus est, pecoris die VII, bovis XXX. Coruncanius – negavit.

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P. Preibisch, Fragmenta librorum pontificiorum, Tilsit 1878, p. 12 fragm. 55; F. P. Bremer, Iurisprudentiae Antehadrianae, I, p. 8 fragm. 1; Ph. E. Huschke - E. Seckel - B. Kübler, Iurisprudentiae Anteiustinianae reliquias, editione sexta, I, Lipsiae 1908, p. 1 fragm. 1.

 

2

 

Tib. Coruncanio pontifici maximo feriae praecidaneae in atrum diem inauguratae sunt. Collegium decrevit non habendum religioni, quin eo die feriae praecidaneae essent.

 

Gellio, Noct. Att. 4.6.7-10: Eadem autem ratione verbi praecidaneae quoque hostiae dicuntur, quae ante sacrificia sollemnia pridie caeduntur. Porca etiam praecidanea appellata, quam piaculi gratia ante fruges novas captas immolare Cereri mos fuit, si qui familiam funestam aut non purgaverant aut aliter eam rem, quam oportuerat, procuraverant. Sed porca et hostias quasdam praecidaneas dici id, opinor, a vulgo remotum est. Propterea verba Atei Capitonis ex quinto librorum, quos de pontificio iure composuit, scripsi: Tib. Coruncanio – essent.

 

P. Preibisch, Fragmenta librorum pontificiorum, p. 8 fragm. 33.

 

 

3

 

Placuit P. Scaevolae et Ti. Coruncanio, pontificibus maximis, itemque ceteris, eos, qui tantundem caperent, quantum omnes heredes, sacris alligari.

 

Cicerone, De leg. 2.52: Hoc eo loco multis aliis quaero a vobis, Scaevolae, pontifices maximi et homines

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meo quidem iudicio acutissimi, quid sit, quod ad ius pontificium civile adpetatis; civilis enim iuris scientia pontificium quodam modo tollitis. Nam sacra cum pecunia pontificum auctoritate, nulla lege coniuncta sunt. Itaque si vos tantum modo pontifices essetis, pontificalis maneret auctoritas, sed quod iidem iuris civilis estis peritissimi, hac scientia illam eluditis. Placuit – alligari.

 

Bremer, Iurisprudentiae Antehadrianae, I, p. 8 fragm. 2; Huschke-Seckel-Kübler, Iurisprudentiae Anteiustinianae, I, p. 1 fragm. 2.

 

 

3. – Hostia pura

 

Nel primo frammento, la questione fatta oggetto del responso non era di secondaria importanza per il culto cittadino: si trattava, infatti, di accertare quando fossero da considerare ritualmente puri, e quindi graditi agli dèi, gli animali ruminanti, da destinare a sacrifici pubblici e privati[16]. Lo ius pontificium precisava, infatti, quale animale dovesse sacrificarsi a ciascuna divinità, distinguendo inoltre tra vittime adulte e lattanti, tra maschili e femminili[17].

Poiché immediatamente dopo la nascita tutti gli animali, senza eccezione alcuna, erano considerati impuri; mentre d'altra parte la purezza rituale si raggiungeva in un

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lasso di tempo variabile a seconda della specie animale considerata[18]; era compito della dottrina pontificale fugare lo scrupolo dei cittadini, determinando con la massima precisione i requisiti necessari per la qualifica di hostiae lactentes.

Ma anche la classificazione delle hostiae doveva avvenire non senza incertezze: Varrone ad esempio, a differenza di Plinio, insegnava che il tempo rituale perché i porcellini possano considerarsi puri, non poteva in nessun caso essere inferiore a dieci giorni[19].

La verità è che la dottrina pontificale non dovette essere in questo campo mai troppo stringente; ne costituisce prova indiretta il citato responso di Tiberio Coruncanio, il quale, seppure inserito nei commentarii pontificum, non sembra aver avuto effetti vincolanti sulla pratica rituale: non si comprenderebbero, altrimenti, tutte le incertezze e le discussioni intorno al significato del termine bidentes[20] da parte degli antiquari tardo-repubblicani

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e imperiali[21].

 

 

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4. – Feriae praecidaneae

 

Nel secondo frammento, dopo aver esposto il significato delle praecidaneae hostiae e della porca praecidanea, Aulo Gellio, per spiegare con esattezza che cosa siano le feriae praecidaneae[22], trascrive una citazione testuale di Ateio Capitone.

Nel libro V de iure pontificio, il giurista augusteo aveva annotato un caso assai curioso di feriae praecidaneae, che risaliva all'attività pontificale di Tiberio Coruncanio[23]. Risulta dal testo che il grande pontefice massimo

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plebeo una volta, in circostanze peraltro sconosciute, ordinò l'inauguratio di feriae praecidaneae in dies ater, nonostante la scienza pontificale, di norma, considerasse i dies atri «neque proeliares neque puri neque comitiales»[24]. Per di più, tutto ciò fu fatto senza che gli altri pontefici ravvisassero impedimenti rituali per tali feriae; anzi l'intero collegio esternò questa sua posizione favorevole: decrevit non habendum religioni, quin eo die feriae praecidaneae essent[25].

Allo stato delle nostre attuali conoscenze, risulta pressoché impossibile individuare le motivazioni dell'operato di Tiberio Coruncanio e la ratio del decreto pontificale favorevole alla sua azione liturgica.

Si potrebbe forse ipotizzare, che l'interpretatio pontificum, al fine di garantire la validità dell'operato di Coruncanio, abbia assimilato la sua azione irrituale agli atti compiuti in violazione di divieti giuridico-religiosi dall’insciens o dall’imprudens: il diritto pontificio ne considerava validi gli effetti anche in presenza del vizio[26]. Del resto,

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l'esperienza giuridica romana conosceva la nozione di imprudens, come attenuante di un'azione di per sé addirittura delittuosa, dall'epoca assai risalente delle leges regiae[27].

Certo, non mi sento di condividere l’opinione del Bouché-Leclercq[28], il quale pensava ad una distrazione del pontefice nella scelta del dies ater, sanata poi dall'intero collegio «pour sauvegarder le principe d'infaillibilité nécessaire aux autorités sans contróle».

Ma l'intero brano di Gellio, pur sottendendo una

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qualche relazione tra porca praecidanea e feriae praecidaneae, non sembra neppure probante di una particolare propensione di Coruncanio ad improntare, in senso marcatamente plebeo, teologia e riti pontificali[29].

 

 

5. – Tra ius pontificium e ius civile

 

Il terzo frammento, che riguarda il famoso principio del tantundem, si trova all'interno di un lungo testo del De legibus ciceroniano, dedicato alla responsabilità per i sacra familiari e all'affermarsi del principio pontificale sacra cum pecunia[30].

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In quel lungo passo, Cicerone dibatte la complessa problematica del qui adstringantur sacris: cioè la determinazione di quali soggetti fossero tenuti a garantire la continuazione del culto familiare del defunto; atteso che tale obbligo non vincolava solo gli eredi, ma anche gli estranei, almeno a far data dall'epoca del decreto reso in qualità di pontefice massimo da Tiberio Coruncanio, e fatto proprio anche da altri, tra cui il grande pontefice e giurista P. Mucio Scevola[31].

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Erano, dunque, vincolati ai culti familiari coloro i quali avessero acquistato per legato in quantità pari alle quote spettanti a tutti gli eredi[32]. Col principio del tantundem Coruncanio consolidò una precedente prassi pontificale[33], favorevole all'utilizzazione «del criterio

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patrimoniale come guida decisiva per la conservazione dell'obbligo dei sacra»[34]; che risultò, però, a seguito di tale intervento, caratterizzata «da un maggior rigore e da una maggiore estensione del dovere dei sacra»[35].

Se questa è la chiave di lettura della polemica contro P. e Q. Mucio Scevola, il significato esemplare, che Cicerone attribuisce alla dottrina di cauta innovazione di Tiberio Coruncanio, può allora intendersi agevolmente; anche senza dover approfondire, in questo luogo, le teorie degli Scevola (che Cicerone leggeva, con ogni probabilità, nei libri iuris civilis di Quinto Mucio)[36], né prendere posizione in merito all'atteggiamento dei due pontefici-giuristi nei confronti dello ius pontificium.

Essi sono accusati, dal grande oratore, di annullare con la loro iuris civilis scientia i precetti dello ius pontificium in materia di sacra: in particolare di approntare mezzi civilistici per eludere la regola: sacra cum pecunia coniuncta sunt; stabilita non dalla legge ma dall'auctoritas degli stessi pontefici.

Nella critica agli Scevola sta, implicitamente, anche

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l'elogio per Tiberio Coruncanio: a parere di Cicerone, i due Scevola adottavano un'ottica totalmente civilistica nel concepire il rapporto tra ius pontificium e ius civile; collocandosi, in tal modo, quasi fuori dalla disciplina dello ius pontificium elaborata ab antiquo dal collegio. Lo stesso non poteva certo affermarsi per Tiberio Coruncanio e per le sue prudenti innovazioni, volte piuttosto a «negare fratture fra diritto civile e diritto pontificale»[37].

Tuttavia, su queste critiche di Cicerone ai due Scevola, mi pare da condividere la posizione di E. F. Bruck[38], il quale, in un lavoro di alcuni decenni or sono specificamente dedicato al testo ciceroniano le valutava con estrema cautela, soprattutto laddove le si volesse invocare come prova della decadenza della religione romana tradizionale. Uguale cautela mostra F. Bona[39], nel suo recente, stimolante, saggio dedicato ai rapporti tra ius pontificium e ius civile nella tarda repubblica: per lo studioso, da una attenta analisi testuale «si rileva la debolezza e la speciosità dell'argomentazione ciceroniana», mentre resta del tutto infondata l'accusa «di elusione dei sacra o, addirittura di soppressione del ius pontificium».

 

 



 

[1] La dimensione storica del frammento pomponiano è stata, di recente, oggetto di accurato studio da parte di D. Nörr, Pomponius oder “Zum Geschichtsverständnis der römischen Juristen”, in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt, II.15, Berlin-New York 1976, pp. 497 ss., in part. 563 ss. Quanto poi ai problemi di critica testuale, rinvio ai risultati delle ricerche “pomponiane” di M. Bretone, ora raccolte nel suo Tecniche e ideologie dei giuristi romani, 2a ed., Napoli 1982, pp. 209 ss.

 

[2] Oltre Coruncanio, solo altri tre giuristi sono nominati più di una volta nel frammento dell'Enchiridion: si tratta del pontefice Papirio (D. 1, 2, 2, 2; D. 1, 2, 2, 36), di Appio Claudio Cieco (D. 1, 2, 2, 7; D. 1, 2, 2, 36) e di Sesto Elio Peto (D. 1, 2, 2, 7; D. 1, 2, 2, 38). Sull'importanza dell’«indizio della doppia citazione», vedi F. D'Ippolito, I giuristi e la città. Ricerche sulla giurisprudenza romana della repubblica, Napoli 1978 (ma 1979), pp. 29 ss.

 

[3] La storicità dei fatti riferiti in questi passi di Pomponio è stata oggetto di serrata critica da parte di F. Schulz, Storia della giurisprudenza romana, trad. it. di G. Nocera, Firenze 1968, p. 27: «Il medesimo giudizio deve essere pronunciato sulla tarda tradizione, secondo cui Tiberio Coruncanio, il primo pontifex maximus plebeo, fu il primo ad impartire una sorta di insegnamento del diritto, dando i suoi responsa in pubblico. Il racconto è evidentemente condotto sulla base di un passo di Cicerone, che nomina alcuni giuristi come avessero dato responsa in pubblico; Coruncanio è a capo della lista. La notizia perde così ogni valore: anche prima di Coruncanio i pontefici, all'occasione, debbono aver dato responsa in pubblico. Quanto poco Coruncanio segni una rottura può essere desunto dal fatto che non conosciamo nessun suo allievo importante». Ma già F. D. Sanio, Varroniana in den Schriften der römischen Juristen, Leipzig 1867, pp. 157 ss.; P. Jörs, Römische Rechtswissenschaft zur Zeit der Republik, I. Bis auf die Catonen, Berlin 1888, pp. 76 s.; Id., Coruncanius (nr. 3), in Real-Encyclopädie der classischen Altertumswissenschaft 4, 2, Stuttgart 1901, coll. 1663 ss.; e A. Berger, Iurisprudentia, in Real-Encyclopädie 10, 1, Stuttgart 1917, col. 1161, avevano evidenziato il carattere profondamente innovativo delle consultazioni pubbliche di Tiberio Coruncanio.

Nello stesso senso la maggior parte della dottrina successiva: cfr., fra gli altri, L. Wenger, Die Quellen des römischen Rechts, Wien 1953, p. 480; R. Werner, Der Beginn der römischen Republik. Historisch-chronologische Untersuchungen über die Anfangszeit der libera res publica, München-Wien 1963, pp. 10 ss.; G. Nocera, "Iurisprudentia". Per una storia del pensiero giuridico romano, Roma 1973, p. 84; P. Frezza, Corso di storia del diritto romano, 3a ed., Roma 1974, pp. 368 s.; F. D'Ippolito, I giuristi e la città, cit., pp. 47 ss.; R. A. Bauman, Lawyers in Roman republican politics: a study of the Roman jurists in their political setting, 316-82 BC, München 1983, pp. 76 ss.; M. Bretone, Storia del diritto romano, Roma-Bari 1987, p. 112 («Cinquant'anni più tardi un altro plebeo, il tusculano Tiberio Coruncanio, pronunciò i suoi responsi in pubblico, spezzando la tradizionale segretezza del collegio»); F. Wieacker, Römische Rechtsgeschichte, I, München 1988, p. 535; C. A. Cannata, Histoire de la jurisprudence européenne, I. La jurisprudence romaine, Torino 1989, p. 40; A. Guarino, Storia del diritto romano, 8a ed., Napoli 1990, pp. 233, 293.

Ancora sulla scia dello Schulz si colloca, invece, M. Brutti, in AA. VV., Lineamenti di storia del diritto romano, sotto la direzione di M. Talamanca, 2a ed., Milano 1989, p. 298.

 

[4] Le fonti sul cursus honorum di Tiberio Coruncanio sono raccolte da T. R. S. Broughton, The Magistrates of the Roman Republic, II, New York 1952, pp. 190 s., 210, 216, 218; i legami politici del pontefice massimo plebeo sono invece esposti da F. Cassola, I gruppi politici romani nel III secolo a.C., cit., pp. 136, 159 ss. In generale sul giurista: P. Jörs, Römische Rechtswissenschaft zur Zeit der Republik, cit., pp. 73 ss.; M. Schanz - C. Hosius, Geschichte der römischen Literatur, I, vierte neubearb. Auflage, München 1927, p. 37; W. Kunkel, Herkunft und soziale Stellung der römischen Juristen, Weimar 1952, pp. 7 s.; F. Wieacker, Die römischen Juristen in der politischen Gesellschaft des zweiten vorchristlichen Jahrhunderts, in Sein und Werden im Recht. Festgabe von Lübtow, Berlin 1970, p. 191; F. D'Ippolito, I giuristi e la città, cit., pp. 29 ss.; R. A. Bauman, Lawyers in Roman republican politics, cit., pp. 71 ss.

 

[5] Livio, Per. 18.

 

[6] R. A. Bauman, Lawyers in Roman republican politics, cit., pp. 73 s.: «Was Coruncanius the first to be appointed by election? Decision is difficult. On the one had, if elections were in vogue before 254, the plebeian nobility will have been in the remarkable position of having persuaded the tribes to make the penultimate assault on the patrician monopoly in 300, of having been unable to mount the final assault until the third or fourth time of asking. On the other hand, if we suppose that until 254 the pontifex who happened to be the oldest member became pontifex maximus without an election, the law of averages suggests that on at least one occasion a plebeian pontifex should have been alive and natu maximus at the right time. Alternatively, if there was some form of electoral process within the college itself, the plebeians who had come in under the lex Ogulnia should have been in a position to force at worst a deadlock, and at best a majority. The solution that does the least violence to logic is that the new system was used for the first time for Coruncanius' appointment».

 

[7] Cicerone, Cato mai. 27: Nihil Sex. Aelius tale, nihil multis annis ante Ti. Coruncanius, nihil modo P. Crassus, a quibus iura civibus praescribebantur; quorum usque ad extremum spiritum est provecta prudentia.

 

[8] Cicerone, De orat. 3, 56: Hanc, inquam, cogitandi pronuntiandique rationem vimque dicendi veteres Graeci sapientiam nominabant. Hinc illi Lycurgi, hinc Pittaci, hinc Solones atque ab hac similitudine Coruncanii nostri, Fabricii, Scipiones fuerunt, non tam fortasse docti, sed impetu mentis simili et voluntate. Cfr. anche De orat. 3, 134: Haec fuit P. Crassi illius veteris, haec Ti. Coruncani, haec proavi generi mei Scipionis prudentissimi hominis sapientia, qui omnes pontifices maximi fuerunt, ut ad eos de omnibus divinis atque humanis rebus referretur; eidemque in senatu et apud populum et in causis amicorum et domi et militiae consilium suum fidemque praestabant.

 

[9] Cicerone, De nat. deor. 1, 115: "At etiam de sanctitate, de pietate adversus deos libros scripsit Epicurus''. At quo modo in his loquitur? Ut <Ti.> Coruncanium aut P. Scaevolam, pontifices maximos, te audire dicas, non eum qui sustulerit omnem funditus religionem nec manibus, ut Xerses, sed rationibus deorum immortalium templa et aras everterit. Quid est enim cur deos ab hominibus colendos dicas, cum dei non modo homines non colant sed omnino nihil curent, nihil agant?. Cfr. ibid. 3, 5: Quo eo, credo, valebat, ut opiniones quas a maioribus accepimus de dis immortalibus, sacra, caeremonias, religionesque defenderem. Ego vero eas defendam semper semperque defendi, nec me ex ea opinione, quam a maioribus accepi de cultu deorum immortalium, ullius umquam oratio aut docti aut indocti movebit. Sed cum de religione agitur, Ti. Coruncanium, P. Scipionem, P. Scaevolam, pontifices maximos, non Zenonem aut Cleanthen aut Chrysippum sequor, habeoque C. Laelium, augurem eundemque sapientem, quem potius audiam dicentem de religione, in illa oratione nobili, quam quemquam principem stoicorum.

Sui testi citati, vedi l'ampio commento di A. S. Pease, M. Tulli Ciceronis De natura deorum libri tres, 2 voll. (1955 e 1957), rist. an. Darmstadt 1968: rispettivamente I, pp. 506 ss.; II, pp. 983 ss.

 

[10] La memoria dei responsa di Coruncanio, seppure non legata concretamente alla conservazione delle sue opere, permane ancora nel II secolo d. C.: Pomponio, in D. 1, 2, 2, 38: cuius tamen scriptum nullum extat, sed responsa complura et memorabilia eius fuerunt. P. Jörs, Römische Rechtswissenschaft zur Zeit der Republik, cit. p. 77 n. 2, considera la parola memorabilia non riferibile a responsa: «Unter Memorabilia sind typische Züge, Anekdoten, schlagende Aussprüche zu verstehen, welche man in späterer Zeit nach dem Vorgange der peripatetischen Schule eifrig sammelte, um den Charakter berühmter Männer daraus zu erkennen».

 

[11] Vedi in proposito quanto scriveva F. D. Sanio, Varroniana, cit., p. 162: «Einzelne responsa und memorabilia dicta des Coruncanius, die sich mit den Namen des Urhebers in commentariis pontificum oder in alten libris de iure pontif. im Andenken erhalten hatten, waren ohne Zweifel Cicero's Zeitgenossen». Lo studioso tedesco negava, tuttavia, che essi fossero pervenuti direttamente fino a Pomponio.

 

[12] Cicerone, Brut. 55: Possumus Appium Claudium suspicari disertum, quia senatum iam iam inclinatum a Pyrrhi pace revocaverit; possumus C. Fabricium, quia sit ad Pyrrhum de captivis recuperandis missus orator; Ti. Coruncanium, quod ex pontificum commentariis longe plurimum ingenio valuisse videatur. Sul punto, F. D'Ippolito, Sul pontificato massimo di Tiberio Coruncanio, in Labeo 23, 1977, p. 139, il quale ritiene più che probabile «che Cicerone abbia potuto leggere i commentari dei pontefici e farsi un'idea dell'eloquenza e dell'impegno del giurista»; nello stesso senso, cfr. anche F. Sini, Documenti sacerdotali di Roma antica, I. Libri e commentarii, Sassari 1983, pp. 96 s., 121; e da ultimo, F. Bona, Ius pontificium e ius civile nell'esperienza giuridica tardo-repubblicana: un problema aperto, in «Contractus e pactum». Tipicità e libertà negoziale nell'esperienza tardo-repubblicana. Atti del convegno di diritto romano e della presentazione della nuova riproduzione della 'littera Florentina', a cura di F. Milazzo, Napoli 1990, p. 214: «Poiché non è trasmesso che siano stati in circolazione scritti apocrifi di Coruncanio, come si dice sia avvenuto per Sesto Elio e per M. Giunio Bruto, è da credere che anche i responsa di ius civile del pontefice fossero in buona parte consegnati, come quelli di ius pontificium, ancora nei commentaria pontificum».

 

[13] Livio 1, 20, 5-7: [Numa] Pontificem deinde Numam Marcium Marci filium ex patribus legit eique sacra omnia exscripta exsignataque attribuit, quibus hostiis, quibus diebus, ad quae templa sacra fierent, atque unde in eos sumptus pecunia erogaretur. Cetera quoque omnia publica privataque sacra pontificis scitis subiecit, ut esset quo consultum plebes veniret, ne quid divini iuris neglegendo patrios ritus peregrinosque adsciscendo turbaretur; nec celestes modo caerimonias, sed iusta quoque funebria placandosque manes ut idem pontifex edoceret, quaeque prodigia fulminibus aliove, quo visu missa susciperentur atque curarentur.

 

[14] L'importanza della classificazione insita nel testo liviano non era sfuggita alla parte più avvertita della dottrina precedente; sulla tripartizione: quibus hostiis, quibus diebus, ad quae templa, si soffermava già A. Bouché-Leclercq, Les pontifes de l'ancienne Rome. Étude historique sur les institution religieuses de Rome, Paris 1871 (rist. an. New York 1975), pp. 61 ss.; mentre N. Turchi, La religione di Roma antica, Bologna 1939, p. 41, tende ad individuare cinque parti (controllo rituale; responsi sull'attività circa le cose sacre e pubbliche; controllo sul culto degli dèi patri e sull'accettazione dei culti stranieri; controllo sul diritto funerario; espiazione e neutralizzazione di fulmini e altri prodigi funesti); alla tripartizione torna invece E. Peruzzi, Le origini di Roma, II. Le lettere, Bologna 1973, pp. 165 s., ma con diverse articolazioni per la prima delle tre parti.

 

[15] Che si tratti di un documento di autentica derivazione sacerdotale, poiché conserva elementi assai risalenti come la formula onomastica del pontifex, è dimostrato da E. Peruzzi, Origini di Roma, I. La famiglia, Firenze 1970, pp. 142 ss.; sempre dello stesso studioso vedi anche la ricostruzione dei contenuti degli exscripta exsignataque: Origini di Roma, II, cit., pp. 155 ss. Sul rapporto tra i sacra omnia exscripta exsignataque di Numa Pompilio e i più antichi libri dei pontefici, vedi invece F. Sini, Documenti sacerdotali di Roma antica, cit., pp. 160 ss.

 

[16] Per la discussione dei problemi teologici e rituali posti da questo frammento, vedi soprattutto A. Bouché-Leclercq, Les pontifes de l'ancienne Rome, cit., p. 97; G. Rohde, Die Kultsatzungen der römischen Pontifices, Berlin 1936, p. 165.

 

[17] Cicerone, De leg. 2, 29: Iam illud ex institutis pontificum et haruspicum non mutandum est, quibus hostiis immolandum cuique deo, cui maioribus, cui lactentibus, cui maribus, cui feminis; cfr. Arnobio, Adv. nat. 7, 19: Diis feminis feminas, mares maribus hostias immolare abstrusa et interior ratio est vulgique a cognitione dimota.

 

[18] Più in generale sulle vittime sacrificali, vedi J. Marquardt, Römische Staatsverwaltung, III, 2a ed., a cura di G. Wissowa, Leipzig 1885, pp. 170 ss.; C. Krause, De Romanorum hostiis quaestiones selectae, Diss. Marpurgi 1894, pp. 9 ss.; Id., Hostia, in Real-Encyclopädie der classischen Altertumswissenschaft, Suppl. 5, Stuttgart 1931, coll. 236 ss.; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, 2a ed., München 1912, pp. 410 ss.; K. Latte, Römische Religionsgeschichte, München 1960, pp. 209 ss.; G. Dumézil, La religion romaine archaïque, 2a ed., Paris 1974, pp. 549 ss. (= trad. it. a cura di F. Jesi: La religione romana arcaica, Milano 1977, pp. 477 s.).

 

[19] Varrone, De re rust. 2, 4, 16: Cum porci depulsi sunt a mamma, a quibusdam delici appellantur neque iam lactantes dicuntur, qui a partu decimo die habentur puri, et ab eo appellantur ab antiquis sacres, quod tum ad sacrificium idonei dicuntur primum.

 

[20] Sottolinea la difficoltà degli antichi a precisare il termine in questione, D. Sabbatucci, La religione di Roma antica, dal calendario festivo all'ordine cosmico, Milano 1988, p. 197: «quando poi si passava a spiegare perché certe vittime erano dette bidentes non si sapeva più che dire». Per le diverse posizioni della dottrina, vedi M. Kretzer, De Romanorum vocabulis pontificalibus, Diss. Halis Saxonum 1903, pp. 70 s.; e soprattutto M.- A. Kugener, Hostia bidens, in Mélanges P. Thomas, Bruegge 1930, pp. 493 ss.

 

[21] Le difficoltà definitorie delle fonti risultano chiaramente in Gellio, Noct. Att. 16, 6, 12-15: Publius autem Nigidius in libro, quem de extis composuit, bidentes appellari ait non oves solas, sed omnes bimas hostias, neque tamen dixit apertius, cur bidentes; sed, quod ultro existumabamus, id scriptum invenimus in commentariis quibusdam ad ius pontificum pertinentibus: bidennes primo dictas d littera immessa quasi biennes, tum longo uso loquendi corruptam vocem esse et ex bidennibus bidentes factum, quoniam id videbatur esse dictu facilius leniusque. Hyginus tamen Iulius, qui ius pontificum non videtur ignorasse, in quarto librorum, quos de Vergilio fecit, bidentes appellari scripsit hostias, quae per aetatem duos dentes altiores haberent. Verba illius ipsa posui: Quae bidens est, inquit, hostia, opportet habeat dentes octo, sed ex his duos ceteris altiores, per quos appareat ex minore aetate in maiorem transcendisse; Servio, Ad Aen. 4, 57: Bidentes autem dictae sunt quasi biennes, quia neque minores, neque maiores licebat hostias dare. Sunt enim in ovibus duos eminentiores dentes inter octo, qui non nisi circa bimatum apparent: nec in omnibus, sed in his quae sunt aptae sacris, inveniuntur (ma cfr. anche Aen. 6, 39); Macrobio, Sat. 6, 9, 5-7 (di cui il testo gelliano costituisce indubbiamente la fonte): Publius autem Nigidius in libro quem de extis composuit bidentes appellari ait non oves solas sed omnes hostias bimas; neque tamen dixit cur ira appellentur. Sed in commentariis ad ius pontificium pertinentibus legi bidennes primo dictas, d littera ex superfluo, ut saepe adsolet, interiecta. Sic pro reire redire dicitur et pro reamare redamare, et redarguere, non rearguere; ad hiatum enim duarum vocalium procurandum interponi solet d littera. Ergo bidennes primum dictae sunt quasi biennes, et longo uso loquendi corrupta est vox ex bidennibus in bidentes. Hyginus tamen, qui ius pontificium non ignoravit, in quinto librorum quos de Vergilio fecit bidentes appellari scripsit hostias quae per aetatem duos dentes altiores haberent; per quos ex minore in maiorem transcendisse constaret aetatem; Paolo, Fest. ep., p. 30 L.: Bidental dicebat quoddam templum, quod in eo bidentibus hostiis sacrificaretur. Bidentes autem sunt oves duos dentes longiores ceteris habentes.

 

[22] Le fonti non consentono certezze circa la natura di queste feriae, per cui la dottrina mostra di avere posizioni assai dissimili. Così G. WISSOWA, Religion und Kultus der Römer, cit., pp. 438 s., pensava a delle «Vorfeiern» che precedevano le feriae publicae es dürfte nicht allzu gewagt sein, diese Vorfeiern unter den überlieferten Terminus feriae praecidaneae zu stellen»); nello stesso senso M. KRETZER, De Romanorum vocabulis pontificalibus, cit., p. 64 («Quo fit, ut dies pridie ferias publicas, qui partim feriati erant, feriae praecidaneae appellarentur»). Invece, per A. BOUCHÉ-LECLERCQ, Inauguratio, in Dictionnaire des antiquités grecque et romaines 3, Paris 1898, p. 440 e n. 1, tali feriae sarebbero da considerare piuttosto atti di culto privati; allo stesso modo, implicitamente, si orientava già P. PREIBISCH, Fragmenta librorum pontificiorum, cit., p. 8.

In altro senso vedi però P. CATALANO, Contributi allo studio del diritto augurale, Torino 1960, p. 352, il quale, accettando l'opinione espressa dal Valeton, sostiene che «le feriae praecidaneae erano un sacrificio annuo a Cerere, compiuto ante fruges novas captas, piaculi gratia; si identificherebbero cioè con la praecidanea porca, che è uno dei sacra popularia».

 

[23] Nelle raccolte di testi giurisprudenziali romani, il passo non viene solitamente attribuito a Tiberio Coruncanio, ma ai frammenti di Ateio Capitone: così F. P. BREMER, Iurisprudentiae Antehadrianae, II, Lipsiae 1898, p. 272 fragm. 1; HUSCHKE - SECKEL - KÜBLER, Iurisprudentiae Anteiustinianae, 1, cit., p. 64 fragm. 8; W. STRZELECKI, C. Atei Capitonis fragmenta, Lipsiae 1967, p. 8 fragm. 10.

 

[24] Macrobio, Sat. 1, 16, 24: Tunc patres iussisse ut ad collegium pontificum de his religionibus referretur; pontificesque statuisse postridie omnes kalendas nonas idus atros dies habendos, ut hi dies neque proeliares neque puri neque comitiales essent.

 

[25] Non risulta del tutto chiara in dottrina la distinzione tra decreta e responsa sacerdotali: vedi per tutti E. DE RUGGIERO, Decretum, in Dizionario epigrafico di antichità romane 2, 2, Roma 1910, pp. 1497 ss.; G. WISSOWA, Religion und Kultus der Römer, cit., pp. 51 s., 527 ss.; 551; F. SCHULZ, Storia della giurisprudenza romana, cit., pp. 37 ss. Da ultimo, si occupa dei decreta pontificum, nell'ambito di un più vasto studio sull'attività decretale in Roma repubblicana, G. MANCUSO, Studi sul "decretum" nell'esperienza giuridica romana, in Annali del Seminario Giuridico della Università di Palermo 40, 1988, pp. 78 ss.

 

[26] Cfr., relativamente a un dies ater, la formula del ver sacrum in Livio 22, 10, 6: si atro die faxit insciens, probe factum esto (su cui infra, pp. 103 s., 109 ss.); più in generale, vedi anche Varrone, De ling. Lat. 6, 30: Contraria horum vocantur dies nefasti, per quos dies nefas fari praetorem do, dico, addico; itaque non potest agi: necesse est aliquo <eorum> uti verbo, cum lege qui<d> peragitur. Quod si tum imprudens id verbum emisit ac quem manumisit, ille nihilo minus est liber, sed vitio, ut magistratus vitio creatus nihilo setius magistratus. Praetor qui tum fatus est, si imprudens fecit, piaculari hostia facta piatur; si prudens dixit, Quintus Mucius a[b]i[g]ebat eum expiari ut impium non posse. Sul problema, vedi le brevi considerazioni di G. ROHDE, Die Kultsatzungen der römiscben Pontifices, cit., pp. 128 s.

 

[27] Servio Dan., Ad Ecl. 4, 43: Sane in Numae legibus cautum est, ut, siquis imprudens occidisset hominem, pro capite occasi agnatis eius in contione offerret arietem (= C. G. BRUNS, Fontes Iuris Romani Antiqui, 6a ed., Friburgi et Lipsiae 1893, p. 10 fragm. 13; S. RICCOBONO, Fontes Iuris Romani Antejustiniani, Pars Prima, Leges, 2a ed., Florentiae 1941, p. 13, fragm. 17); fra la dottrina più recente sull'importante testo serviano, vedi: S. TONDO, Leges regiae e paricidas, Firenze 1973, pp. 89 ss.; C. A. MELIS, «Arietem offerre». Riflessioni attorno all'omicidio involontario in età arcaica, in Labeo 34, 1988, pp. 135 ss.

 

[28] A. BOUCHÉ-LECLERCQ, Les pontifes de l'ancienne Rome, cit., p. 127: «Les Pontifes, qui fixaient chaque année la date des fêtes mobiles ou conceptives ou extraordinaires, avaient soin d'éviter la rencontre d'un dies ater et d'une de ces féries. Une pareille coïncidence aurait été le renversement de toutes les règles. Cependant, le cos se présenta sous le pontificat du docte Ti. Coruncanius qui, par distraction sans doute, avait choisi un dies ater pour les féries préparatoires dont les Pontifes faisaient souvent précéder les grandes solennités. Le collège maintint la décision de son chef, ne fût-ce que pour sauvegarder le principe d'infaillibilité nécessaire aux autorités sans contrôle».

 

[29] È quanto sostiene, invece, F. D'IPPOLITO, I giuristi e la città, cit., p. 44: «Rettamente Gellio identifica una stretta relazione delle feriae praecidaneae con le porcae praecidaneae. Esse, a loro volta, sono un aspetto del culto di Cerere. Possiamo allora avvertire, in questa circostanza, l'interesse del pontefice per i culti plebei e la sua capacità di orientare il collegio in questa direzione».

 

[30] Può essere utile richiamare il testo che precede: Cicerone, De leg. 2, 47-50: De sacris autem, qui locus patet latius, haec sit una sententia, ut conserventur semper et deinceps familiis prodantur, et, ut in lege posui, «perpetua sint sacra». Ai postea haec aura pontificum auctoritate consecuta sunt, ut, ne morte patris familias sacrorum memoria occideret, iis essent ea adiuncta, ad quos eiusdem mortem pecunia venerit. Hoc uno posito, quod est ad cognitionem disciplinati satis, innumerabilia nascuntur, quibus implentur iuris consultorum libri. Quaeruntur enim qui adstringantur sacris. Heredum causa iustissima est; nulla est enim persona quae ad vicem eius qui e vita emigrarit propius accedat. Deinde qui morte testamentove eius tantundem capiat quantum omnes heredes: id quoque ordine; est enim, ad id quod propositum est, adcommodatum. Tertio loco, si nemo sit heres, is qui de bonis, quae eius fuerint, quom moritur, usu ceperit plurimum possidendo. Quarto, si [qui] nemo sit qui ullam rem ceperit, de creditoribus eius qui plurimum servet. Extrema illo persona est ut, si is qui ei, qui mortuus sit, pecuniam debuerit neminique eam solverit, proinde habeatur quasi eam pecuniam ceperit. Haec nos a Scaevola didicimus, non ita descripta ab antiquis. Nam illi quidem his verbis docebant: tribus modis sacris adstringitur: aut hereditate, aut si maiorem partem pecuniae capiat, aut si maior pars pecuniae legata est, si inde quippiam ceperit. Sed pontificem sequamur. Videtis igitur omnia pendere ex uno illo, quod pontifices cum pecunia sacra coniungi volunt isdemque ferias et caerimonias adscribendas putant. Atque etiam hoc docent Scaevolae, quom est partitio, ut si in testamento deducta scripta non sit, ipsique minus ceperint quam omnibus heredibus relinquatur, sacris ne alligentur. In donatione hoc idem secus interpretantur: et quod pater familias in eius donatione, qui in ipsius potestate est, adprobavit ratum est; quod eo insciente factum est, si id is non adprobat, ratum non est.

Specificamente sul tema, vedi E. F. BRUCK, Cicero vs. the Scaevolas: Re: Law of Inheritance and Decay of Roman Religion (de legibus, II, 19-21), in Seminar 3, 1945, pp. 1 ss.; G. GANDOLFI, Sull'evoluzione della "hereditas" alla luce dei "sacra" (Cic., de legibus, 2, 19-20, 47-49), in Studia et documenta historiae et iuris 21, 1955, pp. 223 ss.

 

[31] Sul contributo dato da P. Mucio alla dottrina della trasmissione dei sacra familiaria, rinvio alla trattazione fattane da F. BONA, Sulla fonte di Cicero, de oratore, 1, 56, 239-240 e sulla cronologia dei "decem libelli" di P. Mucio Scevola, in Studia et documenta historiae et iuris 39, 1973, pp. 459 ss.

Per quanto riguarda, invece, la sua attività di giurista e di uomo politico, vedi fra gli altri: E. S. GRUEN, The political allegience of the P. Mucius Scaevola, in Athenaeum 43, 1965, pp. 321 ss.; G. GROSSO, P. Mucio Scevola tra politica e diritto, in Archivio Giuridico 175, 1968, pp. 204 ss.; R. SEGUIN, Sacerdoces et magistratures chez les Mucii Scaevolae, in Revue des études anciennes 72, 1970, pp. 90 ss.; F. WIEACKER, Die römischen Juristen in der politischen Gesellschaft des zweiten vorchristlichenjahrhunderts, cit., pp. 183 ss., 204 ss.; A. GUARINO, La coerenza di Publio Mucio, Napoli 1981; M. BRETONE, Tecniche e ideologie dei giuristi romani, cit., pp. 255 ss.; R. A. BAUMAN, Lawyers in Roman republican politics, cit., pp. 230 ss.; A. SCHIAVONE, Giuristi e nobili nella repubblica romana, Roma-Bari 1987, pp. 3 ss.

 

[32] Afferma che nella fattispecie si tratti di legatari, G. LEPOINTE, Quintus Mucius Scaevola. Sa vie et son oeuvre iuridique. Ses doctrines sur le Droit pontifical, Paris 1926, p. 105: «dans un cas comme dans l'autre il s'agit du légataire partiaire»; cfr. R. LEFEVRE, Des sacra privata en droit romain, Thèse Paris 1928, p. 67 n. 2: «Tout le monde admet que l'expression "qui tantundem caperet, quantum omnes heredes" désigne les Légataires Partiaires»; ma anche A. COQUERET, De l'influence des Pontifes sur le droit privé à Rome, Thèse Caen 1895, p. 68.

 

[33] La regolamentazione della materia sembra essere anche più risalente, come coglie molto bene F. BONA, Sulla fonte di Cicero, de oratore, 1, 56, 239-240 e sulla cronologia dei “decem libelli” di P. Mucio Scevola, cit., p. 461 n. 109: «ne viene che le prescrizioni che Cicerone fa risalire genericamente agli antiqui, diverse da quelle che formalmente l'oratore dichiara di mutuare da Quinto Mucio, devono certamente essere state fissate in epoca anteriore a Tiberio Coruncanio». Nello stesso senso già G. GANDOLFI, Sull'evoluzione della "hereditas" alla luce dei "sacra", cit., p. 226; e A. WATSON, The Law of Succession in the later Roman Republic, Oxford 1971, p. 4.

Questa opinione è stata, di recente, ribadita con vigore da M. TALAMANCA, Costruzione giuridica e strutture sociali fino a Quinto Mucio, in A. GIARDINA - A. SCHIAVONE (a cura di), Società romana e produzione schiavistica, III. Modelli etici, diritto e trasformazioni sociali, Roma-Bari 1981, p. 324 n.: «Si tratta, però, di sviluppi che si vengono a situarsi in un periodo molto risalente. La regolamentazione più antica, descritta da Cic., leg., 2, 49 [...], la quale rispecchia di già il principio patrimonializzante sacra cum pecunia, risale con qualche probabilità addirittura ad un'epoca antecedente a T. Coruncanio, pontefice massimo intorno alla metà del III secolo a.C., che – sempre secondo Cic., leg., 2,52 sembrerebbe aggiungervi un'ulteriore specificazione».

 

[34] F. D'IPPOLITO, I giuristi e la città, cit., p. 47.

 

[35] G. GANDOLFI, Sull'evoluzione della “hereditas” alla luce dell'evoluzione dei "sacra", cit., p. 246.

 

[36] F. BONA, Cicerone e i "libri iuris civilis" di Quinto Mucio Scevola, in Questioni di giurisprudenza tardo-repubblicana. Atti di un seminario - Firenze 27-28 maggio 1983, Milano 1985, p. 248: «Dopo aver presentato, nel contesto del de legibus in discussione, l'acquisizione del principio informatore sacra cum pecunia come sufficiente per la cognitio della disciplina relativa ai sacra, Cicerone si affretta a sottolineare che delle innumerevoli questioni che ne nascono sono pieni i iuris consultorum libri. Ora, se è da Quinto Mucio che gli deriva il più recente catalogo degli obbligati ai sacra, che fa seguire immediatamente perché, con la sua puntigliosa articolazione in cinque classi, suffraghi l'asserzione, a quali altri libri di giuristi si può pensare che non siano quelli iuris civilis del pontefice massimo?».

 

[37] F. D'IPPOLITO, I giuristi e la città, cit., p. 47.

 

[38] E. F. BRUCK, Cicero vs. the Scaevolas: Re: Law of Inheritance and Decay of Roman Religion (de legibus, II, 19-21), cit., pp. 7 s., 15 ss., 19.

 

[39] F. BONA, "Ius pontificium" e "ius civile" nell'esperienza giuridica tardo-repubblicana: un problema aperto, cit., in part. pp. 215 ss. (le due frasi citate sono a p. 216 e 217).