N° 1 - Maggio 2002 - Tradizione - Lavori in corso - Contributi

 

Sanctitas: cose, Dèi, (uomini).

Premesse per una ricerca sulla

santità nel diritto romano

 

di Francesco Sini.

 

 

(*) Comunicazione presentata nel XXI Seminario Internazionale di Studi Storici “Da Roma alla Terza Roma” «Sanctitas. Persone e cose da Roma a Costantinopoli a Mosca» (Campidoglio, 19-21 aprile 2001).

 

 

 

Sommario

 

1.      Premessa.

2.      Sacro, santo, religioso (emersione di categorie giuridiche e religiose tra sacerdoti e giuristi).

3.      Il problema dell’inquadramento giuridico delle res sanctae.

4.      Alcune realtà materiali della sanctitas. A) le mura della città.

5.      B) I templa.

6.      Uomini e sanctitas Deorum.

 

 

 

 

1. - Premessa

 

«Separare con caratteristiche ben definite ciò che appartiene agli uomini da ciò che appartiene agli Dèi; distinguere con un’analisi ancora più minuziosa le diverse forme di proprietà divina; stabilire tutto questo sulla base di definizioni ed esempi»: con queste parole Auguste Bouché-Leclercq, introducendo la parte in cui ha trattato «del sacro e del profano» nel suo libro Les Pontifes de l’ancienne Rome (1871), sintetizzava prerogative e compiti di questi sacerdoti, da lui qualificati «fedeli intendenti degli Dèi».

La sapientia (teologica e giuridica) dei sacerdoti romani, mediante la definizione delle res divinae e delle res humanae, rivolgeva le sue prime e maggiori cautele ai rapporti tra uomini e divinità, al fine di evitare che una non perfetta conoscenza delle intrinseche qualità di uomini, cose materiali e Dèi, potesse compromettere la conservazione della pax deorum, sulla cui stabilità riposava per la teologia e per il diritto la stessa vita del Populus Romanus Quirites.

Nelle antitesi «divino/umano» e fas/nefas si manifestava «la più antica concezione romana del mondo» (Orestano). Su tale concezione del mondo, frutto della cautela definitoria della scienza sacerdotale e della tensione universalistica della teologia pontificale[1], appaiano fondate sia la definizione ulpianea di iurisprudentia, accolta nei Digesta dell'imperatore Giustiniano[2], sia la summa divisio rerum della giurisprudenza romana[3]. Ma, quasi sicuramente, anche il grande M. Terenzio Varrone aveva fatto riferimento a questa «più antica concezione romana del mondo» nella strutturazione delle sue Antiquitates in humanae e divinae[4].

 

 

2. - Sacro, santo, religioso (emersione di categorie giuridiche e religiose tra sacerdoti e giuristi)

 

         Regolare una materia così ardua e dai profili incerti, richiedeva un’intensa attività speculativa e decisionale, che assorbiva gran parte dell’attività decretale dei pontefici.

 

Macrobius, Sat. 3.3.1: Et quia inter decreta pontificum hoc maxime quaeritur quid sacrum, quid profanum, quid sanctum quid religiosum, quaerendum utrum his secundum definitionem suam Vergilius usus sit et singulis vocabuli sui proprietatem suo more servaverit[5].

         [«Nei decreti dei pontefici si indaga soprattutto su ciò che è sacro, su ciò che è profano, su ciò che è santo, su ciò che è religioso»]

 

Purtroppo, lo stato miserevole dei materiali provenienti da documenti sacerdotali non consente di farsi un’idea precisa di questa immensa attività interpretativa, che, stando all’enunciazione di Macrobio, coinvolgeva l’intera realtà del mondo conoscibile. Decretare in merito a che cosa sia sacrum, cosa sia profanum, sanctum o religiosum significava per i pontefici dover tracciare linee di demarcazione non sempre definibili, né in maniera chiara né una volta per tutte.

Ben poco risulta comprensibile di questi antichi decreti, di cui giuristi e antiquari sintetizzano quasi sempre le conclusioni, avulse da ogni contesto argomentativo ed esemplificativo. Ne conseguono definizioni lacunose e poco soddisfacenti, quali appunto le definizione di sanctum; testimonianze evidenti delle difficoltà dei pontefici a ricondurre a un’idea semplice il significato vago e multicomprensivo della parola.

         Esemplare al riguardo la definizione di sanctum proposta dal giurista Trebazio Testa, nel libro decimo del suo De religionibus; definizione che noi possiamo leggere in una citazione tratta dai Saturnalia di Macrobio:

 

Macrobius, Sat. 3.3.5: Sanctum est, ut idem Trebatius libro decimo Religionum refert, interdum idem quod sacrum idemque quod religiosum, interdum aliud, hoc est nec sacrum nec religiosum, est[6].

 

         Dunque per Trebazio sanctum «talora è sinonimo di sacro e di religioso, talora ha significato diverso, cioè né sacro né religioso». Il giurista enuclea una nozione di sanctum – così come aveva fatto per sacrum e per religiosum – priva di riferimenti giuridici, che sembrerebbe collocarsi al di fuori del dibattito relativo alla concettualizzazione delle res sanctae; seppure, per qualche autorevole romanista non sarebbe del tutto fuori luogo «accostare gli svolgimenti di Trebazio … alla problematica delle classificazione delle res divini iuris» (M. Talamanca, Trebazio Testa tra retorica e diritto, p. 56).

         Neanche il ricorso all’etimologia antica offre alcunché di positivo: i grammatici sembrano essere d’accordo nel far derivare sanctum da sancitum e sancitum da sanguis. Secondo Servio, tardo commentatore di Virgilio, il significato originale di sanctum sarebbe quello di «reso sacro attraverso la consacrazione con sangue sacrificale».

 

Servius, in Verg. Aen. 12.200: ‘Sancire’ autem proprie est sanctum aliquid, id est consecratum, facere fuso sanguine hostiae: et dictum ‘sanctum’, quasi sanguine consecratum[7].

 

In tal modo, per il commentatore di Virgilio, l’epiteto si adatterebbe a tutti gli oggetti santificati con l’immolazione di vittime, ma senza che per essi sia stato celebrato alcun rito di consacrazione. Per quanto il contesto virgiliano[8], di sapore arcaizzante, con la stretta relazione tra sancio, sanctum e i fulgura – che santificavano i luoghi –, sembra piuttosto avvalorare la tesi che sanctum fu usato prima in riferimento a luoghi, poi per gli uomini che partecipavano della protezione sacra (Latte, Römische Religionsgeschichte, pp. 39, 81).

 

 

3. - Il problema dell’inquadramento giuridico delle res sanctae

 

         Va subito premesso che nelle fonti manca una definizione precisa ed esauriente di ciò che è santo (sanctum) e di che cosa siano, dal punto di vista della classificazione giuridica, le “cose sante” (res sanctae).

         Né soccorrono al riguardo le diverse posizioni della dottrina giuridica contemporanea in merito alle res sanctae. Sebbene l’opinione prevalente tenda a considerare le res sanctae come res divini iuris, in quanto poste sotto la speciale protezione degli Dèi (così ad es. P. F. Girard, G. Branca, E. Betti, R. Monier, B. Biondi, A. Guarino, P. Voci); tuttavia, sul tema sono ben noti gli approfondimenti e le divergenti riflessioni di studiosi insigni e autorevolissimi, quali Pietro Bonfante, Giorgio La Pira, Giuseppe Grosso, Carlo Gioffredi, Siro Solazzi (tanto per fare qualche nome); e quelli di studiosi a noi più vicini come F. Fabbrini, C. Busacca e F. Salerno. Del resto, neanche nei più recenti manuali di Istituzioni di diritto romano si registra un’impostazione uniforme sul problema delle res sanctae (vedi ad es. Marrone, Pugliese, Nicosia, Talamanca, Dalla-Lambertini, Martini).

Riprendendo il discorso sulle fonti, si deve rilevare che già nelle testimonianze più antiche, per quanto improntate su testi di giuristi dell’età repubblicana o del primo Principato (Servio Sulpicio Rufo, Trebazio Testa, Elio Gallo, Masurio Sabino), la terminologia non si presenta affatto netta. Termini come sanctum e religiosum sono presentati spesso come sinonimi, avviluppati e confusi in un concetto più ampio e onnicomprensivo di religiosità.

         Abbiano già discusso delle difficoltà interpretative poste dalla definizione di sanctum formulata dal giurista Trebazio Testa. Ma neanche dai giuristi dell’età imperiale viene maggior chiarezza sul concetto di res sanctae, di cui resta emblematica la definizione del giurista Gaio:

 

Gaius, Institutiones 2.8: Sanctae quoque res, velut muri et portae, quodammodo divini iuris sunt.

         [«Anche le cose sante, come le mura e le porte, sono in qualche modo di diritto divino»]

 

«Le res sanctae – scrive M. Talamanca (Istituzioni di diritto romano, p. 382) – non sono, in senso stretto, res divini iuris: già Gaio affermava che esse vi rientravano solo in un certo senso … Esse sono, in definitiva, res publicae poste sotto una specifica protezione dal punto di vista sacrale».

Non posso approfondire qui di seguito le implicazioni testuali. Basterà ricordare la vivace polemica tardo interpolazionista del Solazzi sulla non genuinità del frammento di Gaio; polemica che ha segnato il dibattito dottrinale negli anni cinquanta del Novecento, ma che ora mi pare definitivamente superata, anche grazie agli studi del Busacca.

Altri giuristi romani, quali Marciano[9], Paolo[10] e Ulpiano[11] citano le res sanctae accanto alle res sacrae e alle res religiosae, senza però ricomprenderle esplicitamente nella categoria delle res divini iuris. Si potrebbe argomentare in negativo, rilevando che i giuristi appena citati tendono comunque a differenziare (contrapponendole) le res sanctae dalle res publicae. Questo si evince da Paolo in D. 39.3.17.3 e, ancora prima, da un frammento del commento all’editto provinciale di Gaio (D. 41.3.9), in cui appare altrettanto netta la contrapposizione alle res publicae[12] sia delle res sacrae sia delle res sanctae, che però non risultano accomunate nello stesso genus.

         Nel pensiero dei giuristi romani la specificità delle res sanctae sembra concretizzarsi piuttosto sotto il profilo della protezione giuridica ad esse accordata[13] e, quindi, della sanzione che ne vietava la violazione. È quanto si legge nel frammento di Ulpiano in D. 1.8.9.3:

 

D. 1.8.9.3 (Ulpianus libro sexagensimo octavo ad edictum): Proprie dicimus sancta, quae neque sacra neque profana sunt, sed sanctione quadam confirmata, ut leges sanctae sunt, sanctione enim quadam sunt subnixae. Quod enim sanctione quadam subnixum est, id sanctum est etsi deo non sit consecratum: et interdum in sanctionibus addicitur, ut qui ibi aliquid commisit, capite puniatur.

[«Propriamente diciamo ‘sante’ le cose che non sono né sacre né profane, ma sono avvalorate per mezzo di qualche sanzione: per esempio sono sante le leggi: infatti sono appoggiate ad una sanzione. Infatti ciò che è appoggiato ad una sanzione è santo, anche se non è consacrato a Dio; e talvolta nelle sanzioni si aggiunge che colui, il quale commise alcunché in materia, sia punito con la testa»]

 

         Ma anche le Istituzioni di Giustiniano collegano la santità di una res alla sanzione che ne punisce la violazione:

 

Inst. 2.1.10: Sanctae quoque res, veluti muri et portae, quodammodo divini iuris sunt et ideo nullius in bonis sunt. Ideo autem muros sanctos dicimus, quia poena capitis constituta sit in eos, qui aliquid in muros deliquerit, ideo et legum eas partes, quibus poenas constituimus adversus eos qui contra leges fecerint, sanctiones vocamus.

         [«Anche le cose sante, come le mura e le porte, sono in qualche modo di diritto divino, e, per tanto, non sono in godimento di alcuno. Diciamo sante le mura perché è stabilita la pena capitale contro coloro che abbiano commesso nei confronti delle mura qualche delitto. Per questo, pure, chiamiamo sanzioni quelle parti delle leggi con cui stabiliamo le pene contro i loro violatori»]

 

 

4. - Alcune realtà materiali della sanctitas. Le mura della città

 

         Dai passi appena citati comincia ad intravedersi la realtà concreta, materiale e immateriale, delle res sanctae: lo erano le leggi, le mura dell’Urbs (e poi, per assimilazione del rito augurale di fondazione, di tutte le città dell’orbe romano) e, almeno in età giustinianea, anche le porte della città.

         Proprio la santità delle mura era stata utilizzata come caso esemplificativo di sanctum dal giurista Elio Gallo, autore di un’opera intitolata «De verborum, quae ad ius civile pertinent, significatione», laddove distingueva tria divini iuris genera:

 

Festus, De verb. sign., p. 348 L.: Inter sacrum autem, et sanctum, et religiosum differentias bellissime refert: sacrum aedificium, consecratum deo; sanctum murum, qui sit circum oppidum; religiosum sepulcrum, ubi mortuus sepultus aut humatus sit, satis constare ait; sed ita † portione † quadam, et temporibus eadem videri posse.

 

         Ora, a proposito dei tria divini iuris genera, si può notare che, mentre per sacrum e per religiosum il giurista individua sia le res (edificio; sepolcro) sia le procedure operative (consecratio; inumazione del cadavere), nel caso di sanctum indica invece solo l’oggetto della santità, tacendo sulle procedure operative, e quindi sulla competenza a rendere sancta una res.

Ci soccorre al riguardo Cicerone, il quale nel de natura deorum ricollega la santità delle mura alla teologia e al diritto elaborati dal collegio dei pontefici («urbis muris, quos vos pontifices sanctos esse dicitis»):

 

Cicero, De nat. deor. 3.94: Est enim mihi te cum pro aris et focis certamen et pro deorum templis atque delubris proque urbis muris, quos vos pontifices sanctos esse dicitis diligentiusque urbem religione quam ipsis moenibus cingitis; quae deseri a me, dum quidem spirare potero, nefas iudico.

 

Ancora più importante, al riguardo, appare la glossa Tesca dell’epitome di Festo, pervenuta purtroppo irrimediabilmente mutila:

 

Festus, De verb. sign., p. 488 L.: sed sancta loca undique …… nt pontifici[s] libri, in quibus … … que sedemque tescumque … … dedicaverit, ubi eos ac … … propitiosque.

 

Tuttavia nel testo festino, si leggono con sicurezza le parole sancta loca, pontifici libri e dedicaverit. Si tratta, in tutta evidenza, di una citazione testuale dai libri pontificum. Sulla base della quale non risulta difficile affermare – ritengo senza alcun dubbio – la presenza nei libri pontificum di formule solenni, di regole rituali e di procedure relative alla santificazione dei luoghi; nonché una competenza più generale dei pontefici in materia di sorveglianza e regolamentazione dei loca sancta.

         In relazione alla regolamentazione dei sancta loca, i pontefici dovevano certo raccordare la loro attività a quella degli àuguri; poiché. come è stato autorevolmente dimostrato (Valeton, Catalano) «Dapprima …ciò che era inauguratus era sanctus; anche se, ovviamente, la sanctitas non era esclusiva delle realtà inaugurate».

         In questa prospettiva, non pare possibile sostenere che la santità delle mura sia più tarda rispetto alle realtà inaugurate; tesi – come è noto – proposta da Fabrizio Fabbrini: «All’accezione di sanctus come “inaugurato” subentra quella di sanctus = “garantito”: garantito da un atto sacer, e garantito dagli Dèi. Ciò che è garantito dagli Dèi è considerato “immutabile”, “solido”, “sicuro”. è in questa accezione che va ricercato il significato di sanctus dato alle mura e alle porte fin da età piuttosto antica» (Fabbrini 1968, p. 542).

         Tuttavia, il dato testuale non corrobora la tesi del Fabbrini. Nessuna fonte lascia intendere, infatti, una scansione temporale così evidente tra le due accezioni di sanctum; né, d’altra parte, esiste prova certa che il concetto di sanctum, inteso come «ciò che è inaugurato», abbia mai avuto operatività esclusiva, perfino nella fase primordiale dell’esperienza giuridica romana.

         È certo, invece, che la teologia e il diritto dei sacerdotes, considerava la santità delle mura connessa agli stessi riti di fondazione dell’Urbe; attraverso le prescrizioni di quei libri rituales etruschi, a cui secondo la tradizione si sarebbe richiamato il fondatore di Roma.

 

Festus, De verb. sign., p. 358 L.: Rituales nominantur Etruscorum libri, in quibus perscribtum est, quo ritu condantur urbes, arae, aedes sacrentur, qua sanctitate muri, quo iure portae, quomodo tribus, curiae, centuriae distribuantur, exercitus constituant<ur>, ordinentur, cetera que eiusmodi ad bellum ac pacem pertinentia.

 

         Nella compilazione giustinianea numerose disposizioni tutelano la santità delle mura. In D. 1.8.9.4[14], Ulpiano attesta che non è lecito rifare le mura, né affiancare o sovrapporre una costruzione senza l’autorizzazione del principe o del preside (forse di quest’autorizzazione in età repubblicana erano competenti i pontefici) (Lübbert).

Nel frammento D. 1.8.11:

 

(Pomponius libro secondo ex variis lectionibus): Si quis violaverit muros, capite punitur, sicuti si quis transcendet scalis admotis vel alia quilibet ratione. Nam cives Romanos alia quam per portas egredi non licet, cum illud hostile et abominandum sit: nam et Romuli frater Remus occisus traditur ob id, quod murum trascendere voluit;

 

il giurista Pomponio riferisce che è sacrilegio, punito con la pena capitale, non solo violare le mura, ma perfino il semplice transcendere scalis admotis, cioè «scavalcare le mura avendovi accostato delle scale», poiché «non è lecito che i cittadini romani escano altrimenti che attraverso le porte, essendo l’uscire altrimenti atto da nemici o cosa abominevole». Questa santità delle mura, forse perché volta a tutelare, oltre che l’inviolabilità nei loca, anche la sicurezza degli homines, risulta poi estesa anche al vallum degli accampamenti militari, che a nessuno era lecito violare, pena la morte[15].

 

 

5. - B) I templa

 

         Rientravano nella categoria delle res sanctae – e forse erano le più sante di tutte – anche le aree inaugurate chiamate templa. Le fonti distinguono sostanzialmente fra due tipologie: il templum aërium o templum celeste (porzione di cielo limitata sulla base di una precisa legum dictio e finalizzata all’interpretazione augurale di segni che ivi si manifestavano)[16]; il templum terrestre (spazio terrestre destinato, a seguito di speciali riti augurale, ad attività religiose e politiche di sacerdoti e magistrati). I più delle volte questi templa erano non solo sancta, ma resi anche sacra mediante consecratio; la non coincidenza delle due qualità era talmente rara da essere oggetto della curiosità erudita di Varrone[17].

         Non voglio certo addentrarmi, ora, nell’analisi del templum e del suo carattere sanctum[18] (e sovente anche religiosum)[19]; basterà riferire alcune valenze testuali che avvalorano questa connessione. Un testo importante in tal senso è Ovidio, Fasti 1, 609-612:

 

Sancta vocant augusta patres, augusta vocantur / templa sacerdotum rite dicata manu: / huius et augurium dependet origine verbi / et quodcumque sua Iuppiter auget ope.

 

         Il poeta, in sostanza, per definire sancta ricorre all’assimilazione con augusta; precisando poi che augusta vocantur / templa sacerdotum rite dicata manu e che augustum ha la stessa origine di augurium; insomma per Ovidio le res sanctae erano res inauguratae, al pari dei templa[20].

         Molti altri esempi di res sanctae, oltre le mura e i templa, potrebbero essere ancora analizzati; riservandomi di farlo per la pubblicazione degli atti, basterà ricordare qui solo alcune altre delle res che si classificavano come sanctae: i fana[21]; i delubra deorum[22]; la Curia, definita da Cicerone «templum sanctitatis»[23]; la domus del cittadino: «Quid est sanctius, quid omni religione munitius quam domus unius cuiusque civium?» (Cicerone)[24].

         Una ultima notazione, prima di passare in rassegna la santitas degli Déi. Mi ha colpito, e anche un poco sorpreso, constatare che nelle fonti i termini sanctitas e sanctum risultano usati quasi mai in rapporto al tempo. Si direbbe che gli impieghi di questi termini abbiano un prevalentemente valore locale, seppure operante in maniera dinamica: da determinate porzioni dello spazio terrestre, agli homines che hanno relazioni a vario titolo con questi spazi, agli Dèi che quegli spazi (e quanti li abitano) presiedono e tutelano.

 

 

6. - Uomini e sanctitas Deorum

 

         L’espressione sanctitas Deorum si legge nella parte iniziale della glossa festina «Religiosus», in cui poi Verrio Flacco fa ricorso ad una lunga citazione di Elio Gallo per spiegare cosa sia il religiosum:

 

Festus, De verb. sign., p. 348 L.: Religiosus est non mod[ic]o deorum sanctitatem magni aestimans, sed etiam officiosus adversus homines.

 

         Nell’unica definizione di sanctitas che mi pare di conoscere, formulata nel De natura deorum:

 

Cicero, De nat. deor. 1.116: Sanctitas autem est scientia colendorum deorum; qui quam ob rem colendi sint non intellego nullo nec accepto ab his nec sperato bono;

 

il termine sanctitas risulta interpretato dall’augure Cicerone in una prospettiva strettamente umana, seppure assimilato (autem est) alla «scientia colendorum deorum». Nello stesso senso si deve intendere un’altro riferimento ciceroniano alla sanctitas, che si legge nel II libro del De officiis:

 

Cicero, De off. 2.11: ratione autem utentium duo genera ponunt, deorum unum, alterum hominum. Deos placatos pietas efficiet et sanctitas; proxime autem et secundum deos homines hominibus maxime utiles esse possunt.

         [«si pongono invece due specie di esseri partecipi di ragione, quella degli Dèi e quella degli uomini. La pietà e la sanctitas renderanno propizi gli Dèi…»]

 

Pietas e sanctitas sono fondamentali per la placatio deorum. Anche questo caso, come nel testo che precede, Cicerone si richiama al significato di sanctitas = scientia colendorum deorum. (Da notare che Cicerone ancora una volta postula l’esistenza di una comunità tra uomini e Dèi: in questo caso si tratta della comunità della ragione).

         Ad un uguale significato di sanctitas Cicerone sembra riferirsi anche in un passo dei Topica:

 

Cicero, Topica 90: Atque etiam aequitas tripertita dicitur esse; una ad superos deos, altera ad manes, tertia ad homines pertinere. Prima pietas, secunda sanctitas, tertia iustitia aut aequitas nominatur.

 

Di grande interesse in questo testo la tripartizione (da genus a species) dell’aequitas sulla base della pertinenza agli Dèi superi, ai Mani o agli uomini: «La prima si chiama pietas, la seconda sanctitas, la terza iustitia». La prospettiva è assolutamente umana: così si può agevolmente spiegare il fatto che l’aequitas verso gli Dèi celesti consista nella pietas (quindi nel culto loro dovuto); se la si deve esercitare nei confronti dei Mani si tratta di sanctitas (anch’essa intesa come forma di culto = scientia colendorum deorum); mentre diventa iustitia se la si deve esercitare nei confronti degli uomini.

         Per quanto l’astratto sanctitas appaia piuttosto un fatto umano, rivolto verso gli Dèi; è tuttavia innegabile, come ha già rilevato Huguette Fugier nel sue «ricerche sull’espressione del sacro nella lingua latina», che «les dieux latins soient si souvent qualifiés de sancti». La studiosa francese riporta un gran numero di esempi attestati da fonti di varia natura.

         Non posso addentrarmi nella sua disanima delle fonti che attestano l’impiego di sanctus come epiteto di divinità; tuttavia, mi pare utile discuterne brevemente qualcuna, anche perché la studiosa francese lascia intendere che ciò possa essere frutto di un contatto semantico tra il latino sanctus e il greco ¤gioj.

         Esaminerò ora solo l’epiteto sanctus riferito alla divinità del fiume Tevere, rinviando per gli altri allo scritto definitivo.

         Espressioni quasi identiche si susseguono nella letteratura latina da Ennio, a Virgilio, a Tito Livio:

 

Ennius, Annalium fragmenta 1.54: Te que pater Tiberine tuo cum flumine sancto /

 

Vergilius, Aen. 8.68-73: Surgit et aetherii spectans orientia solis / lumina rite cavis undam de flumine palmis / sustinet ac talis effundit ad aethera voces: / 'nymphae, Laurentes nymphae, genus amnibus undest, / tuque, o Thybri tuo genitor cum flumine sancto, / accipite Aenean et tandem arcete periclis. /

 

         Livius 2.10.11: Tum Cocles: Tiberine pater, inquit, te, sancte, precor, haec arma et hunc militem propitio flumine accipias.

 

         La ripetizione della stessa impostazione verbale lascia intravedere l’esistenza di una fonte comune, a cui i tre autori hanno fatto riferimento. Si trattava, senza dubbio, di un antico testo di preghiera documentato negli archivi sacerdotali[25]; poiché risulta per certo, che il Tevere era invocato con epiteti divini già in età molto risalente. Ciò avveniva sia nelle preghiere degli auguri:

 

Cicero, De nat. deor. 3.52: in augurum precatione Tiberinum, Spinonem, Anemonem, Nodinum, alia propinquorum fluminum nomina videmus;

 

sia negli indigitamenta dei pontefici:

 

Servius, in Verg. Aen. 8.72: sic enim invocatur in precibus “adesto, Tiberine, cum tuis undis”.

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia

 

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Note

 

[1] Cfr. la qualifica, certo antichissima, attribuita al pontifex maximus nell'ordo sacerdotum: Festus, De verb sign. pp. 198-200: Ordo sacerdotum aestimatur deorum <ordine ut deus> maximus quisque. Maximus videtur Rex, dei Dialis, post hunc Martialis, quarto loco Quirinalis, quinto pontifex maximus. Itaque in soliis Rex supra omnis accumbat licet; Dialis supra Martialem, et Quirinalem; Martialis supra proximum; omnes item supra pontificem. Rex, quia potentissimus: Dialis, qui universi mundi sacerdos, qui appallatur Dium; Martialis, quod Mars conditoris urbis parens; Quirinalis, socio imperii Romani Curibus ascito Quirino; pontifex maximus, quod iudex atque arbiter habetur rerum divinarum humanarumque.

 

[2] D. 1.1.10.2 (Ulpianus, libro primo regularum): Iuris prudentia est divinarum atque humanarum rerum notitia, iusti atque iniusti scientia.

 

[3] Gaius, Inst. 2.2 (= D. 1.8.1.pr.): Summa itaque rerum divisio in duos articulos diducitur: nam aliae sunt divini iuris, aliae humani.

 

[4] Agostino, De civ. Dei 6.3: In divinis identidem rebus eadem ab illo divisionis forma servata est, quantum attinet ad ea quae diis exhibenda sunt. Exhibentur enim ab hominibus, in locis et temporibus sacra. Haec quattuor, quae dixi, libris complexus est ternis: nam tres priores de hominibus scripsit, sequentes de locis, tertios de temporibus, quartos de sacris, etiam hic qui exhibeant, ubi exhibeant, quando exhibeant, quod exhibeant, subtilissima distinctione commendans. Sed quia oportebat dicere et maxime id expectabatur quibus exhibeant, de ipsis quoque diis tres conscripsit extremos, ut quinquies terni quindecim fierent. Sunt autem omnes, ut diximus, sedecim quia et istorum exordio unum singularem qui prius de omnibus loqueretur, apposuit; quo absoluto consequenter ex illa quinquepartita distributione tres praecedentes, qui ad homines petinent, ita subdivisit, ut primus sit de pontificibus, secundus de auguribus, tertius de quindecemviris sacrorum: secundos tres ad loca pertinentia ita, ut in uno eorum de sacellis, altero de sacris aedibus, diceret, tertio de locis religiosis. Tres porro qui illos sequentur, ad tempora pertinent, id est ad dies festos, ita, ut unum faceret de feriis, alterum de ludis circensibus, de scenicis tertium. Quartorum trium ad sacra pertinentia uni dedit consecrationes, alteri sacra privata, ultimo publica. Hanc velut pompam obsequiorum in tribus, qui restant, dii ipsi sequuntur extremi, quibus iste universus cultus impensus est, in primo dii certi, in secundo incerti, in tertio cunctis novissimo dii praecipui atque selecti.

 

[5] Cfr. Cicero, De haruspicum responso 12: de sacris publicis, de ludis maximis, de deorum penatium Vestaeque matris caerimoniis, de illo ipso sacrificio quod fit pro salute populi Romani, quod post Romam conditam huius unius casti tutoris religionum scelere violatum est, quod tres pontifices statuissent, id semper populo Romano, semper senatui, semper ipsis dis immortalibus satis sanctum, satis augustum, satis religiosum esse visum est.

 

[6] F. P. Bremer, Iurisprudentiae Antehadrianae que supersunt, I. Liberae rei publicae iuris consulti, Lipsiae 1896 [Rist. an. Roma 1964], p. 406 fragm. 9. Ph. E. Huschke, Iurisprudentiae Anteiustinianae reliquias, editione sexta aucta et emendata ediderunt E. Seckel et B. Kuebler, I, Lipsiae 1908 [Reprint der Originalausgabe Leipzig 1988], p. 45 fragm. 7.

 

[7] Servius, in Verg. Aen. 8. 382; Isidorus, Orig. 15.4.2.

 

[8] Vergilius, Aen. 12.200: audiat hoc genitor qui foedera fulmine sancit.

 

[9] D. 1.8.6.2 (Marcianus libro tertio institutionum): Sacrae res et religiosae et sanctae in nullius bonis sunt. D. 1.8.8 (Marcian. 4 regul).

 

[10] D. 39.3.17.3 (Paulus libro quinto decimo ad Plautium): Sed loco sacro vel religioso vel sancto interveniente, quo fas non sit uti, nulla servitus imponi poterit.

 

[11] D. 11.7.2.4 (Ulpianus libro vicensimo quinto ad edictum): Purus autem locus dicitur, qui neque sacer neque sanctus est necque religiosus, sed ab omnibus huiusmodi nominibus vacare videtur.

 

[12] D. 41.3.9 (Gaius libro quarto ad edictum provinciale): Usucapionem recipiunt [maxime] res corporales, exceptis rebus sacris, sanctis, publicis, populi romani et civitatium, item liberis hominibus.

 

[13] D. 1.8.8.pr. (Marcianus libro quarto regularum): Santus est, quod ab iniuria hominum defensum atque munitum est.

 

[14] (Ulpianus libro sexagensimo octavo ad edictum): Muros autem municipales nec reficere licet sine principis vel praesidis auctoritate nec aliud eis congiungere vel super ponere.

 

[15] D. 49.16.3.17 (Modestinus libro quarto de poenis): Nec non et si vallum quis transcendat aut per murum castra ingrediatur, capite punitur.

 

[16] Cfr. Servius, in Verg. Ad Aen. 1.92; Livius 1.18; Varro, De ling. Lat. 7.8.

 

[17] Varro, apud Gellium, Noct. Att. 14.7.7.

 

[18] Livius 24.3.3: Sex milia aberat ab urbe nobile templum, ipsa urbe [erat] nobilius, Laciniae Iunonis, sanctum omnibus circa populis.

 

[19] Cicero, In Verrem 2.4.94: Herculis templum est apud Agrigentinos non longe a foro sane sanctum apud illos et religiosum.

 

[20] Singolare il fraintendimento del grande Varrone a proposito di templum, tescum e sanctum; cfr De ling. Lat. 7.10: Quod addit templa ut si<n>t tesca, aiunt sancta esse qui glossam scripserunt. Id est falsum: nam curia Hostilia templum est et sanctum non est; sed hoc ut putarent aedem sacram esse templum, <eo videtur> esse factum quod in urbe Roma pleraeque aedes sacrae sunt templa, eadem sancta, et quod loca quaedam agrestia, quod alicuius dei sunt, dicuntur tesca.

 

[21] Cicero, In Verrem 2.4.103: Ab eo oppido non longe in promunturio fanum est Iunonis antiquum, quod tanta religione semper fuit, ut non modo illis Punicis bellis, quae in his fere locis navali copia gesta atque versata sunt, sed etiam hac praedonum multitudine semper inviolatum sanctumque fuerit quin etiam hoc memoriae proditum est, classe quondam Masinissae regis ad eum locum adpulsa praefectum regium dentes eburneos incredibili magnitudine e fano sustulisse et eos in Africam portasse Masinissae que donasse. Gellius, Noct. Att. 17.2.19: Tanta inquit sanctitudo fani est, ut numquam quisquam violare sit ausus. 'Sanctitas' quoque et 'sanctimonia' non minus Latine dicuntur, sed nescio quid maioris dignitatis est verbum 'sanctitudo',

 

[22] Lucretius, De rerum nat., 6.417-20-23: Postremo cur sancta deum delubra suas que / discutit infesto praeclaras fulmine sedes / et bene facta deum frangit simulacra suis que / demit imaginibus violento volnere honorem?

 

[23] Cicero, Pro Milone 90: Templum sanctitatis amplitudinis mentis consilii publici, caput urbis, aram sociorum, portum omnium gentium, sedem ab universo populo concessam uni ordini inflammari excindi funestari, neque id fieri a multitudine imperita - quamquam esset miserum id ipsum -, sed ab uno! qui cum tantum ausus sit ustor pro mortuo, quid signifer pro vivo non esset ausurus?

 

[24] Cicero, De domo sua 109: Quid est sanctius, quid omni religione munitius quam domus unius cuiusque civium? Hic arae sunt, hic foci, hic di penates, hic sacra, religiones, caerimoniae continentur; hoc perfugium est ita sanctum omnibus ut inde abripi neminem fas sit. Quo magis est istius furor ab auribus vestris repellendus qui, quae maiores nostri religionibus tuta nobis et sancta esse voluerunt, ea iste non solum contra religionem labefactavit, sed etiam ipsius religionis nomine evertit.

 

[25] Servius Dan., in Verg. Aen. 8.95: quia Tiberim libri augurum colubrum loquuntur, tamquam flexuosum. Cfr. Servius Dan., in Verg. Aen. 8.330.