N° 2 - Marzo 2003 - Memorie

Vincenzo Aiello

Università di Messina

 

Il mito di Costantino.

Linee di una evoluzione

 

 

Voglio approfittare di questa occasione per riflettere su alcuni aspetti di una vicenda complessa, intricata, contraddittoria, e forse per questo affascinante, qual è quella della memoria del primo imperatore cristiano, Costantino il Grande.

Il mio intento sarà di individuare le linee dello sviluppo di questa memoria, prima con alcune considerazioni di carattere generale e poi soffermandomi su determinati punti che ritengo significativi.

Quando parlo del mito di Costantino, intendo ovviamente riferirmi a quel complesso di narrazioni, di programmi iconografici, di celebrazioni liturgiche, che hanno costituito per secoli la memoria del primo imperatore cristiano, in altre parole il Costantino dopo Costantino. Una memoria che è ovviamente elaborazione e che spesso appare lontanissima dalle vicende storicamente verificabili. Una memoria che, come talvolta accade, col tempo ha del tutto cancellato il Costantino storico, per crearne uno appunto ‘mitico’. Il fatto paradossale è che faranno riferimento proprio a questo Costantino – per dodici lunghi secoli, da subito dopo la morte dell’imperatore e sino al XVI secolo – in oriente e in occidente, potere politico e potere religioso, chiesa luterana e chiesa riformata, tradizione colta e fede popolare.

Pochi altri personaggi hanno avuto una simile sorte. Non sappiamo se la ‘mitizzazione’ di Costantino – da collocarsi ovviamente nell’ambito della straordinaria fortuna della memoria di Roma – sia frutto della eccezionale portata storica della sua vicenda o piuttosto della volontà dei contemporanei di manipolare questo personaggio per piegarlo ai propri interessi, per costruire un Costantino a propria misura.

La vicenda costantiniana ha avuto conseguenze veramente dirompenti sulla società antica ed ha suscitato, soprattutto nei più tradizionalisti – beninteso pagani e cristiani – fortissime reazioni. Se i pagani sotto la pressione dei barbari guardavano a Costantino per trovare le cause della drammatica incertezza del momento, anche fra i cristiani il ruolo svolto dall’imperatore aveva creato gravi problemi.

E, a pensarci bene, non poteva essere diversamente. Esisteva una inconciliabilità fra i cristiani e il potere imperiale, risolta dal rivoluzionario Costantino coll’identificare la ecclesia con lo stato, sostenendola, difendendone l’unità.

Tutto ciò doveva apparire ai contemporanei, superata l’euforia della conquistata libertà di culto, una novità sconvolgente che peraltro conteneva in nuce gli elementi del successivo, centenario conflitto fra chiesa e stato. Quando, col passare dei decenni, i cristiani si resero conto delle conseguenze della politica costantiniana, anche nelle forme in cui fu attuata dai suoi successori, si levò un ‘anticostantinianesimo’ di parte cristiana sempre più forte.

Ecco dunque che l’immagine del Costantino diciamo ‘storico’ comincia a diventare un peso ingombrante, una memoria difficile da gestire; ma si trattava pur sempre del primo imperatore cristiano, di colui che per primo aveva dato la libertà ai cristiani, li aveva sostenuti economicamente, aveva fatto loro ampie donazioni: non poteva, dunque, essere semplicemente messo da parte, era opportuno creare un ‘nuovo’ Costantino, meno contraddittorio, meno spigoloso, meno umano.

Una delle conseguenze di questo scarso interesse verso il Costantino storico è anche, in qualche modo, la scomparsa di molta parte della storiografia antica. I moderni non potranno che continuare a sentirsi in qualche modo ‘orfani’, per perdite significative quali, ad esempio, quella dei primi tredici libri di Ammiano, delle Storie di Eunapio, dei mai sufficientemente rimpianti annales di Nicomaco Flaviano, per non parlare della letteratura ariana, dei due libri della Storia relativa al grande Costantino di Praxagoras.

Cosa dire poi delle perdute Orationes dello stesso Costantino, ‘discorsi’ che Giovanni Lido, in piena età giustinianea, poteva leggere in latino.

In ogni caso questa tradizione storiografica (con l’eccezione della storiografia ecclesiastica, che però si è presto liberata del Costantino eusebiano, del Costantino storico) è stata pressoché dimenticata sino alla seconda metà del XVI secolo, e possiamo essere più precisi, sino al 1576, quando, come ha evidenziato Santo Mazzarino, Johannes Löwenklav riporta all’attenzione degli studiosi la Historia Nova di Zosimo, riaprendo dunque il dibattito sulla storiografia antica relativa alla vicenda costantiniana.

Attraverso quali canali, sino a quel 1576, ha viaggiato allora la memoria di Costantino? Facciamone un breve, e certamente incompleto catalogo.

Accanto alla propaganda di corte e al cerimoniale imperiale a Costantinopoli, laddove vi è un continuo riferirsi a Costantino e a sua madre Elena, ci sono le circa 25 Vitae agiografiche dell’imperatore (quelle elencate nella Bibliotheca Hagiographica Graeca ai nn. 362-369).

Poi ci sono le tradizioni diffuse nell’Europa orientale. Bisogna ancora ricordare la meno nota, ma significativa, tradizione britannica, interna al ciclo Arturiano, che vuole Costantino nato in Britannia da Elena, figlia del re Coel di Colchester.

Parallela alla saga costantiniana, corre poi la tradizione della ‘Kreutzauffindungslegende’, che, come vedremo, ad un certo momento, e siamo alla fine del IV secolo, si legherà strettamente allo sviluppo del mito costantiniano.

Ancora bisogna ricordare due, forse meno noti, filoni narrativi, risalenti ai secoli XIII e XIV, ma che conservano tracce di narrazioni più antiche.

I primo è il cosiddetto Libellus de Constantino Magno eiusque matre Helena risalente alla fine del XIII e pubblicato nel 1879 da Eduard Heydenreich, recentemente riproposto da Giulietta Giangrasso. In questa si narra di Elena, nobile fanciulla di Treviri, che, recatasi a Roma per far visita alle tombe degli apostoli Pietro e Paolo, viene rapita e violentata dall’imperatore Costanzo, che poi, preso dal rimorso, la lascia libera. Rimasta a Roma, dà alla luce Costantino. Dopo molte traversie, fra le quali il matrimonio, combinato da alcuni mercanti, di Costantino, spacciato per il figlio dell’imperatore di Roma, con la figlia dell’imperatore costantinopolitano, che aveva combattuto una guerra con l’imperatore di Roma (ed è significativo questo contrasto, non solo narrativo, fra romani d’occidente e romani d’oriente, che nasce probabilmente dalla memoria della poco amichevole presenza bizantina in Italia, e ancora dal ruolo antagonista che l’impero di Bisanzio svolge nel XIII secolo nei confronti delle città mercantili d’Italia), durante il viaggio di ritorno verso Roma i due giovani subiscono il furto di tutti i doni matrimoniali, ad esclusione di una preziosissima veste della sposa, grazie alla quale Elena compra una locanda e diviene una stabularia, la bona stabularia della tradizione ambrosiana.

A questo punto Costantino si mette in luce nel corso dei giochi allestiti in occasione del compleanno dell’imperatore Costanzo che lo riconosce come figlio, nominandolo proprio erede; anche l’imperatore greco, venuta a sapere l’esito della vicenda, lo riconosce come proprio erede, per cui l’impero ritrova l’unità.

La seconda narrazione è testimone di una tradizione confluita nei poemi del Ciclo carolingio, elaborati nella versione italiana dei Paladini di Francia e che trova alla fine del XIV secolo un efficace autore in Andrea da Barberino, autore dei Reali di Francia, dove viene affermata la discendenza dei re di Francia, e dunque di Carlo, da Costantino, una discendenza che compare, oltre che nei Reali barberiniani, solo nelle cosiddette Storie di Fioravante redatte sempre in Italia fra il 1315 e il 1340, e in una tradizione islandese definita Flovents saga Frakka konungs che dipenderebbe dalle Storie di Fioravante, tutti e tre dipendenti da un’unica tradizione.

«Nel tempo che Gostantino regnò in Roma – così iniziano I reali – fu in Roma un santo papa, pastore di santa chiesa, che aveva nome Salvestro, il quale fu molto perseguitato da Gostantino, lui e gli altri cristiani, per fargli morire».

Silvestro cerca di sfuggire alla persecuzione e trova rifugio sul «monte Siracchi», il Soratte; da qui però Silvestro «andossene nelle montagne di Calabria, nelle più scure montagne chiamate le montagne d’Aspromonte, per le più aspre, e menò seco certi discepoli che s’erano battezzati e fatti cristiani e servi di Cristo».

Questa riferimento all’Aspromonte come luogo di rifugio di Silvestro poggia su un’altra tradizione, quella della cosiddetta chanson d’Aspremont, una narrazione che appartiene ovviamente al filone delle chanson de geste e che colloca in Calabria, a Reggio, denominata Risa, un episodio della lotta tra i paladini e i mori.

Torniamo alla narrazione dei Reali. Gostantino si ammala di lebbra; viene chiamato Silvestro che lo guarisce tramite il battesimo. L’imperatore fa battezzare tutta la sua famiglia, tranne due figli, Gostantino, come il padre, che fugge ad Aquileia, ove muore ucciso da nemici, e Costo, come il nonno (ovviamente Costanzo Chloro), che fugge a Costantinopoli, che era stata già fondata, ove muore. Solo un terzo figlio accetta di essere battezzato, Gostanzo detto Fiordimonte, di circa vent’anni.

Questi, che dopo il battesimo prende il nome di Fiovo, si rende protagonista di un grave fatto. Mentre serviva una coppa di vino al padre Gostantino, cadutene alcune gocce sul mantello di un tale Saleone, «signore di molte province di Grecia», grande amico dell’imperatore, ma che non aveva voluto essere battezzato, venne da questi colpito con un pugno e così apostrofato «Ribaldo poltrone, se io non riguardassi all’onore di tuo padre, io ti torrei la vita».

Fiovo per vendetta uccide il greco Saleone (ancora una volta ritorna il motivo dello scontro con i greci, i ‘romani d’oriente’) fugge poi in direzione della Toscana, dove inseguito dal padre Gostantino, riesce a stento a sfuggirne l’ira («Figlio bastardo! Figlio snaturato! Si perda con te la discendenza, si cancelli il mio nome, precipiti lo stato; ma pure il meglio è ch’io t’uccida con le mie mani, che farti giustiziare a Roma». Raggiunge la Provenza, ne converte la popolazione al cristianesimo, prende Parigi.

Assediata Roma dai pagani, che Andrea da Barberino identifica con i saraceni, Gostantino richiama Fiovo, che ha la meglio sui nemici. Gostantino a questo punto si trasferisce a Costantinopoli, Fiovo regna a Roma, mentre i suoi figli, Fiore e Fiorello saranno rispettivamente l’uno re di Dardenna (cioè delle Ardenne e dunque della Francia orientale) e l’altro della Francia occidentale; da essi sarebbero poi discesi Pipino e dunque Carlo.

Come è noto, la vicenda di Costantino lebbroso guarito da Silvestro attraverso il battesimo è in realtà ripresa dalla tradizione degli Actus Sylvestri, una affascinante vita agiografica del vescovo di Roma.

Una narrazione, da collocarsi tra la fine del IV e gli inizi del V secolo, che, per un verso o per l’altro costituisce l’Ur-Text di tutte le altre tradizioni su Costantino. Si tratta di un testo estremamente importante diffuso in più versioni (latina, greca, siriaca, armena), che hanno conosciuto nell’età tardoantica e in quella medievale un’ampia diffusione, testimoniata da oltre 400 codici, e una straordinaria fortuna come testo di riferimento per i compilatori medievali e umanistici; un testo che nella comune opinione, pur nella varietà delle versioni esistenti, si deve far risalire ad una redazione latina.

In essa, a mio parere, compaiono tre sezioni ben distinte fra loro e che risalgono a nuclei narrativi distinti poi confluiti a formare il testo nella forma a noi nota: la prima è incentrata sulle imprese carismatiche e sulle riforme liturgiche operate da Silvestro; la seconda riguarda la conversione di Costantino pagano e malato di lebbra; la terza è costituita da una altercatio, un contraddittorio tra Silvestro e dodici rabbini, svoltosi alla presenza di Costantino e di sua madre Elena.

Nella parte centrale, quella che ho chiamato conversio Constantini, si racconta di Costantino, pagano, persecutore dei cristiani, malato di lebbra. I sacerdoti pagani gli consigliano un bagno di sangue umano e per questo i soldati raccolgono oltre tremila fanciulli; subito l’imperatore si rende conto della gravità dell’atto e vi rinuncia. Nella notte gli appaiono in sogno Pietro e Paolo che, inviati da Cristo, lo sollecitano a richiamare dall’esilio sul monte Soratte il vescovo Silvestro, fuggito a causa della persecuzione, il quale gli indicherà il modo per guarire dalla malattia attraverso il battesimo. Siamo, e gli Actus lo dichiarano esplicitamente, nel 326.

Una tradizione, questa di Costantino lebbroso guarito dal battesimo, che confluirà arricchita della donazione di Roma a Silvestro nel constitutum Constantini, e che troverà ampia attestazione nella iconografia altomedievale nell’ambito ovviamente del confronto fra autorità statale e autorità religiosa.

La conversio è nata probabilmente dopo il sacco alariciano del 410, allorquando la polemica pagana che negli ultimi anni del IV secolo si era in qualche modo attenuata, ritrova ora virulenza nel sostenere il nesso di consequenzialità tra l’abbandono dei culti tradizionali a favore della religione cristiana e la caduta di Roma.

Quanti tra i pagani si opposero alla rivoluzione costantiniana, infatti, avevano avuto gioco facile a rintracciare in quella vicenda aspetti che, per un verso o per l’altro, polemicamente potevano diventare oggetto di critiche talvolta anche gravi. Così negli anni ‘60 del IV secolo, il nipote Giuliano in un passo famoso dei caesares, senza citare direttamente i delitti familiari quali l’uccisione del figlio Crispo e della moglie Fausta, presenta lo zio Costantino che in compagnia della Dissolutezza e della Sregolatezza incontra Cristo, il quale promette ad ogni peccatore, attraverso l’acqua purificatrice del battesimo e la riconciliazione, la cancellazione di ogni colpa, una divinità verso la quale – continua Giuliano – Costantino non tarda a indirizzarsi.

Una opposizione a Costantino, ma più in generale al cristianesimo e, ancora, alla nuova capitale, Costantinopoli, che per vie non ancora del tutto chiarite, nelle quali si deve collocare la mediazione dei già ricordati annales di Nicomaco Flaviano, già forse presente nell’opera di Eunapio, appare, in forma radicalizzata in Zosimo.

 Contro le rinnovate argomentazioni pagane polemizza la conversio Constantini, che mantenendo inalterati gli elementi della tradizione pagana anticostatiniana ne stravolge quello che era l’elemento negativo, l’uccisione di Crispo e Fausta come causa determinante e facendo ricorso ad una tradizione forse già diffusa, presenta Costantino pagano afflitto dalla lebbra, dalla quale tenta di guarire attraverso il bagno cruento, per poi fare ricorso al lavacro battesimale.

Una risposta alla polemica pagana che però nel contempo, spostando il battesimo di Costantino al 326, e soprattutto a Roma, pone in risalto il carattere occidentale della conversione, di cui è artefice Silvestro, vescovo della città in quegli anni; soprattutto veniva eliminata ogni contaminazione con l’arianesimo insita, come vedremo, nel battesimo nicomediense. Ancora, veniva sancito il primato del vescovo di Roma non solo sul processo di conversione dell’imperatore e dunque in qualche modo nei confronti dell’autorità statale, ma anche sulla chiesa occidentale, e fors’anche su quella orientale.

La fortuna degli Actus si concretizza, in occidente quasi immediatamente, alla fine del V secolo, nella decretalis de recipiendis et de non recipiendis libris legata al nome di papa Gelasio e ancora agli inizi del VI secolo attraverso i cosiddetti ‘Apocrifi Simmachiani’ realizzati durante lo ‘scisma laurenziano’: il Silvestro degli Actus, colui cioè che aveva guarito e convertito Costantino, viene chiamato in causa come illustre precedente a sancire l’indipendenza del vescovo di Roma dall’autorità statale; una tradizione che si rafforza, tra il 525 e il 530, attraverso la confluenza della biografia di Silvestro nella raccolta del Liber Pontificalis. In oriente bisogna attendere il 787, allorquando in occasione del secondo concilio niceno questa tradizione viene ufficialmente accettata.

Tutto questo prosperare di narrazioni, tutto questo sviluppo del mito costantiniano è servito anche a compensare, in certo qual senso, una serie di lacune nella conoscenza della vicenda costantiniana, talune importanti, che hanno condizionato e continuano a condizionare pesantemente la comprensione di quanto accaduto nella prima metà del quarto secolo.

Facciamone una brevissima carrellata. Le zone d’ombra cominciano dalla origo di Costantino, dai rapporti fra Costanzo ed Elena, la bella locandiera, dell’anno di nascita dell’imperatore, ricostruito solo su base deduttiva, senza peraltro alcuna certezza e del luogo, forse Naisso, l’attuale Niš in Serbia, città tuttavia che, come è stato notato, appare troppo legata alla memoria della vittoria del restitutor Claudio Gotico avvenuta nel 269 e la cui indicazione come patria, come città natale dell’imperatore è attestata solo da due testimonianze.

E ancora oscure continuano ad apparirci le vicende relative alla fanciullezza e alla giovinezza dell’imperatore, prima cioè del ricongiungimento con Costanzo, tra la fine del 305 e gli inizi del 306, alla morte del quale nel giugno del 306 presso York viene proclamato dai soldati come successore del padre; anni nei quali è genericamente collocata una presenza presso la corte di Diocleziano e Galerio. Nulla dunque sui rapporti con il padre Costanzo e di questi con Elena, nulla sugli anni della formazione, nulla sul legame con Minervina e sulla nascita del primogenito Crispo: un velo avvolge quegli anni, per squarciarsi, all’improvviso con l’ingresso (dirompente) nella compagine tetrarchica.

Senza neppure tentare di accennare alla miriade di problemi che circondano il tema della conversione di Costantino, un tema sul quale, si può dire con sicurezza, dal IV secolo in poi il dibattito non si è mai sopito, e che di recente è stato fortemente rilanciato dal lavoro di Jochen Bleicken, altre vicende ci appaiono oscure, come quelle relative alla guerra contro Massenzio per la quale non disponiamo che del resoconto offerto da due panegirici, quello anonimo pronunciato a Treviri tra l’estate e l’autunno del 313 e quello offerto da Nazario il 1 marzo del 321, sulla base dei quali tuttavia non è possibile una chiara ricostruzione non tanto delle azioni compiute dalle truppe costantiniane, quanto del modo in cui la guerra è stata condotta da parte di Massenzio. Così come non del tutto chiare sono le fasi della battaglia di Ponte Milvio.

E si potrebbe continuare con i difficili rapporti fra Elena, Fausta e i figli di Teodora, e dunque delle varie soluzioni dinastiche escogitate dall’imperatore, tutte vanificate dalla strage del settembre 337. E per finire, i rapporti con gli ariani e le modalità del battesimo ad opera di Eusebio di Nicomedia. L’elenco è lungo, a dimostrazione del fatto che in realtà su Costantino è molto più quello che non sappiamo che quello che sappiamo.

Non è un caso, ovviamente. Da una parte c’è stata la volontà dello stesso Costantino a creare una ben definita immagine di se stesso, costruita su un numero limitato di informazioni debitamente propagandate; dall’altra la vicenda costantiniana, come ho già detto, ha creato non pochi imbarazzi ai contemporanei.

Proprio in relazione a questi vuoti emblematica è la vicenda di Silvestro. Una perfecta defectio, una eclissi totale è quella accaduta a proposito della vicenda di Silvestro I, vescovo di Roma dal 314 al 335, un ventennio senza dubbio cruciale nella storia dell’impero e, ovviamente, nella storia della chiesa; cruciale soprattutto per la definizione dei rapporti fra stato e chiesa, sulla base dei quali prenderà forma l’Europa medievale e moderna.

Di questi importanti anni Silvestro non può non essere stato testimone privilegiato; anzi ci aspetteremmo di vedere proprio il vescovo della Città Imperiale, in qualche modo, attore di primo piano, se non addirittura protagonista di quegli avvenimenti.

E invece sembrerebbe che nulla di tutto questo sia accaduto: sulla vicenda di Silvestro I le fonti antiche appaiono, nel migliore dei casi, reticenti e più spesso tacciono quasi completamente. Sulla scorta di questa reticenza, di questo apparente silenzio, gli storici moderni hanno liquidato un episcopato ventennale in poche battute.

Un silenzio attribuito da una parte alla, per così dire, inettitudine dello stesso Silvestro, e dall’altra alla contemporanea, concorrente presenza di Costantino che svolse certamente un ruolo determinante e in qualche modo assolutizzante.

In realtà di Silvestro conosciamo solo le assenze. A proposito della vicenda donatista, il iudicium romano del 313 che vedeva contrapposti Ceciliano e Donato dinanzi ad una corte di vescovi presieduta da Milziade, vescovo di Roma, si era risolto con la conferma di Ceciliano quale vescovo di Cartagine, non aveva però eliminato l’opposizione di Donato e della sua fazione, che interposero immediatamente appello. La nuova inchiesta viene prima affidata al vicario d’Africa, poi al proconsole Eliano. La relazione di quest’ultimo raggiunge Costantino a Treviri tra il febbraio e il marzo del 314, ed è una relazione sostanzialmente favorevole a Ceciliano. Occorreva dunque che un organo ecclesiastico facesse propri quei risultati. L’imperatore convoca così una sinodo per il 1° agosto di quel 314 ad Arelate.

Alla sinodo, nella quale sono rappresentati quasi tutti i territori sottoposti a Costantino e che si configura dunque come una sorta di concilio generale delle chiese occidentali, non partecipa, ed è questo il fatto significativo, il nuovo vescovo di Roma, Silvestro, che invia al suo posto due presbiteri e due diaconi.

All’assente Silvestro, i vescovi riuniti ad Arles inviano una lettera con la quale comunicano l’esito della sinodo e lamentano l’assenza di Silvestro, quasi a dire che la sua presenza avrebbe reso ancora più severa la condanna di Donato e dei suoi seguaci.

Funzionale all’auspicato esito dell’incontro di Arles era ritenuta l’esclusione di quanti – come Silvestro – avrebbero potuto impedire la conciliazione fortemente voluta dall’imperatore Costantino; una posizione, molto probabilmente, suggeritagli da qualcuno dei suoi consiglieri, fra i quali è da annoverare – già in quegli anni – certamente Ossio di Cordova, un personaggio destinato a svolgere un ruolo fondamentale nella attuazione della politica religiosa costantiniana e al quale l’imperatore, già nel 313, aveva affidato, come è noto, il compito di sovrintendere alla distribuzione di denaro alle chiese africane.

Ancora Ossio incontriamo in relazione all’altra significativa assenza di Silvestro, quella in occasione del concilio di Nicea del 325. A questo incontro decisivo, voluto da Costantino per risolvere la grave e difficile situazione in cui si trovava la chiesa d’oriente dilaniata dal problema ariano, partecipano circa 300 vescovi, in gran parte orientali, ma con significative presenze occidentali. Mancava, come ricorda Eusebio nella vita Constantini, il vescovo di Roma a causa dell’età, rappresentato dai presbiteri Vito e Vincenzo.

Proprio Ossio, che apre la lista delle sottoscrizioni, presiederà l’assemblea e sarà – come comunemente si ritiene – l’artefice delle decisioni conciliari. Svolgerà dunque un ruolo determinante, adeguato peraltro al prestigio che aveva assunto presso Costantino.

Dicevamo dell’assenza di Silvestro. La notizia fornita da Eusebio non può non suscitare alcune perplessità. Certo, noi non possediamo alcun dato cronologico a proposito di Silvestro, ma probabilmente nel 325 egli doveva essere realmente abbastanza avanti negli anni, circa 60; purtuttavia, Silvestro continuò a sostenere la carica episcopale a Roma per altri dieci lunghi anni; e ancora c’è da notare come lo stesso Ossio, che a Nicea svolge un ruolo delicato e impegnativo, aveva in quella occasione ben 70 anni.

Ad Arles Silvestro era stato forse escluso dalla sinodo in quanto, per quello che abbiamo detto, avrebbe potuto intralciare l’opera di mediazione voluta da Costantino e messa in atto da Ossio; adesso, a Nicea, la contrapposizione fra Silvestro e Ossio è netta, dovuta presumibilmente, ancora una volta, ad una qualche difficoltà, da parte di Silvestro, a giocare in quella occasione un ruolo di mediazione.

Nella lettera sinodale inviata da Damaso a Graziano e Valentiniano nel 380 dopo il quarto concilio romano, si fa riferimento ad accuse che erano state fatte proprio a Silvestro, che si era dovuto difendere dinanzi a Costantino

Agostino in un passo del De unico baptismo, scritto nell’atmosfera infuocata della conferenza di Cartagine del 411, riferisce del fatto che da parte donatista agli inizi del V secolo (ma doveva certo trattarsi di accuse che risalivano alla prima metà del IV) venne mossa al vescovo Marcellino (296-304) l’accusa di essere stato un traditor; accusa rivolta anche a tre suoi presbiteri Milziade, Marcello e Silvestro, personaggi nei quali, senza eccessiva difficoltà, potremmo riconoscere il Marcello, futuro vescovo di Roma nel 308-309, Milziade, vescovo dal 310 al 314, e il nostro Silvestro.

Se dunque questa è l’accusa mossa dai donatisti a Silvestro, quella cioè di aver ceduto alle pressioni dei persecutori, di avere consegnato i libri sacri e dunque di essere stato un traditor, allora si potrebbe comprendere il fatto che egli rappresentava, ad Arles, la persona meno adatta a partecipare ad un giudizio oggetto del quale era proprio l’accusa di Donato ad un Ceciliano, consacrato dal traditor Felice d’Aptungi.

Partendo da questa ipotesi si potrebbe dunque comprendere l’isolamento nel quale Silvestro viene a trovarsi per il prosieguo del suo episcopato; un isolamento che è determinato non tanto, o meglio non soltanto, dall’iniziativa sempre più ampia che Costantino prende nei confronti della chiesa che vuole cattolica, quanto dall’essere Silvestro collocato su posizioni che Ossio – e dunque lo stesso Costantino – non consideravano accettabili; dal costituire cioè un problema, dall’essere, per usare una espressione moderna, impresentabile.

Tuttavia non si poteva rinunciare alla figura di quel vescovo di Roma che aveva guidato la città proprio negli anni della svolta costantiniana. Sorge allora una tradizione agiografica che opera una lieve elaborazione degli avvenimenti; per cui Silvestro diviene, attraverso l’esperienza del carcere, confessore, si ritira, durante la grande persecuzione, sul monte Soratte cum suis clericis, costituendo quindi, in quel luogo, una sorta di cenobio. Ritorna poi a Roma per svolgere un ruolo determinante nel processo di conversione di Costantino, vicenda che collocata nella tradizione della conversio Constantini nel 326 naturalmente non può che porre l’allora vescovo della città, Silvestro, quale protagonista: è proprio la conversio, a mio parere, a catalizzare l’attenzione su Silvestro, a riabilitarlo e a farne il protagonista di una saga fra le più interessanti.

L’altro personaggio che ha giocato un ruolo fondamentale nello sviluppo del mito costantiniano è la madre Elena. Non è un ruolo scontato. Molte sono le perplessità sul reale peso di questa donna sulla vita del primo imperatore cristiano, certamente negli anni giovanili, ma anche nella maturità, quando certamente ebbe un peso sulle scelte politiche dell’imperatore e nel contrasto con Fausta (morte di Crispo) e poi nella opposizione verso il ramo cadetto (figli di Costanzo Cloro e di Teodora, e poi i nipoti Annibaliano e Delmazio).

In ogni caso il culto di Costantino appare quasi sempre accompagnato da quello per la madre Elena ed è sempre caratterizzato dalla presenza della croce. Si tratta, come è noto di un culto antico. Sorto in Oriente, forse già immediatamente dopo la morte dell’imperatore, è il frutto di una sorta di commistione fra apoteosi imperiale e canonizzazione, una apoteosi cristiana.

Come è noto Costantino venne sepolto in un sarcofago di porfido rosso nella Basilica dei XII Apostoli a Costantinopoli, in posizione centrale rispetto alle steli degli Apostoli; Costanzo II tra il 359 e il 360 avrebbe spostato la sepoltura, momentaneamente presso la chiesa di S. Acacio e poi trasferita nel Mausoleo, collocato all’esterno del Martyrion, dedicato nel 370. Si trattava, come avrebbe spiegato qualche anno dopo Giovanni Crisostomo, di distinguere nettamente i santi della chiesa e i sovrani divinizzati. Questo potrebbe essere l’indizio che la venerazione dell’imperatore fosse già iniziata.

Esistono profonde differenze nel culto di S. Costantino tra oriente, dove si è sviluppato senza soluzione di continuità, e occidente, dove il culto di questo santo è giunto per vie non ancora del tutto esplorate, ma certamente a seguito delle armate bizantine venute nelle nostre regioni a ‘liberarle’ dai goti e dai vandali.

Ma anche in queste regioni il culto a S. Costantino non si è diffuso in modo uniforme. Soffermiamoci sull’Italia. Accanto a testimonianze toponomastiche importanti e a celebrazioni vissute con una forte partecipazione popolare come questa di Sedilo, troviamo tracce altrettanto significative in altre regioni del paese che tuttavia non hanno alimentato un culto diffuso e partecipato come quello sardo.

Questo non significa che un culto non esista, o meglio non sia esistito. La Calabria, la Basilicata, anche l’Alto Adige, conservano S. Costantino in numerosi toponimi, con la presenza spesso di luoghi di culto dedicati al santo ancora attivi.

Anche alcune zone della Sicilia orientale presentano una analoga situazione. Sto compiendo una ricognizione delle testimonianze presenti nella provincia di Messina, o meglio in quella che era la medievale Val Demone e ho trovato numerose attestazioni di un culto ancora attivo anche se non in maniera eclatante, testimonianze che mi riprometto di presentare, magari in un prossimo incontro.

Anche l’onomastica risente in qualche modo di una limitata consapevolezza, fuor di Sardegna, dell’esistenza di un culto nei confronti del primo imperatore cristiano. Si pensi, ad esempio, che in uno dei più noto Dizionari etimologici dei nomi italiani, quello curato da Emidio De Felice, il nome Costantino non compare se non come derivato da Costante; il paradosso è che si vuole considerare il nome ‘Costantino’ con oltre 31.000 attestazione, più altre 9.000 della variante femminile, per un totale di 40.000 come derivato di ‘Costante’ che registra solo 7.000 attestazioni, senza alcun riferimento al fatto che il nome ‘Costantino’ potrebbe vivere di vita autonoma e che il suo successo potrebbe appunto derivare dal prestigio proprio di S. Costantino.

Si diceva di Elena e del fatto che il suo culto venga quasi sempre associato a quello del figlio. Non sono d’accordo con quanti ritengono che ciò sia avvenuto per attenuare l’eccessiva preponderanza del ruolo del principe: a mio parere Elena è stato lo strumento attraverso il quale è stato recuperato Costantino.

Perché accanto all’anticostantinianesimo pagano, che ho prima ricordato, è esistito anche un forse più virulento anticostantinianesimo cristiano, destinato a divenire col tempo sempre più radicale e che, in qualche misura, è durato sino ai nostri giorni.

Un anticostantinianesimo cristiano – sembrerebbe una contraddizione concettuale – che trae origine dal favore che Costantino sembra concedere negli ultimi anni della sua vita agli ariani. Un avvicinamento che culmina con il battesimo dell’imperatore avvenuto a Nicomedia per mano del vescovo Eusebio di Nocomedia, molto vicino alle posizioni ariane. Un battesimo dal quale, nella opinione di quanti erano legati all’ortodossia nicena, erano derivate conseguenze terribili, grazie anche al favore dimostrato agli ariani dal successore di Costantino il figlio Costanzo II, conseguenze che erano culminate negli atteggiamenti decisamente filoariani di Valente e nelle simpatie dello stesso Valentiniano II e soprattutto della madre Giustina.

Questa notizia, alla quale lo stesso Eusebio di Cesarea, nella sua vita Constantini, accenna in modo molto sfumato, appare in trasparenza nelle polemiche sorte sullo sfondo dell’aspro confronto che in occidente, all’indomani del 337, con Costanzo II si apre fra autorità statale e autorità religiosa.

 Così il quasi centenario Ossio di Cordova, che pure di Costantino era stato il più fidato consigliere, si scaglia contro Costanzo e definisce in maniera chiara, per la prima volta dopo Costantino, i limiti dell’autorità politica nei confronti delle questioni religiose; in quella occasione egli condanna l’ingerenza di Costanzo, che tenta di ricreare l’unità della chiesa però su posizioni vicine a quelle ariane, col pensiero rivolto a colui che aveva creato i presupposti di quella politica religiosa, Costantino appunto.

Senza reticenze, poi, la voce estrema del radicalismo niceno, quella di Lucifero di Cagliari, si scaglia contro Costanzo II definito episcopus episcoporum e filius diaboli, in ciò giocando sull’ambiguità della affermazione, poiché Costanzo era pur sempre figlio di Costantino.

Tuttavia bisogna attendere i convulsi anni tra il 378 e il 380, quelli della battaglia di Adrianopoli e della morte di Valente, della ascesa al trono imperiale di Teodosio, della dichiarazione di fede nicena contenuta nell’editto di Tessalonica, perché la notizia del battesimo ariano venga dichiarata in maniera esplicita e con toni accorati nelle parole del chronicon di Girolamo: Constantinus extremo vitae suae tempore ab Eusebio Nicomediensi episcopo baptizatus in Arrianum dogma declinat.

Il disagio suscitato da una simile affermazione dovette essere notevole: se nella maggior parte dei casi la notizia viene ignorata, altri come Rufino di Aquileia la rielaborano, attribuendo ad Eusebio di Nicomedia non il ruolo di amministratore del battesimo, bensì quello di semplice esecutore testamentario. Gli stessi copisti medievali intervengono pesantemente sul testo, talvolta correggendo Constantinus in Constantius, oppure ponendo Eusebio di Nicomedia quale soggetto della conversione all’arianesimo.

Da tutto questo, in ambiente niceno, l’immagine di Costantino, l’immagine del primo imperatore cristiano esce malconcia. Bisognerà attendere il 395, la morte cioè di Teodosio per assistere alla riabilitazione di Costantino. Una riabilitazione che passa attraverso la madre Elena nel de obitu Theodosii di Ambrogio.

Questi nel 395, alla morte dell’imperatore Teodosio il Grande, si trova a dover affrontare un grave problema di successione all’imperatore da poco scomparso: il 17 febbraio 395, quaranta giorni dopo la sua morte, alla presenza di Onorio e della corte, Ambrogio pronunciare il de obitu Theodosii, una orazione funebre che costituisce soprattutto il più autorevole sostegno alla politica dinastica teodosiana.

Il problema al quale Ambrogio cerca di dare una soluzione è estremamente grave. La morte improvvisa dell’imperatore aveva lasciato lo stato in una situazione difficile: a succedergli sono due figli giovinetti, il diciottenne Arcadio e il più piccolo Onorio di soli dieci anni, due adolescenti, due principes pueri.

Al di là dei problemi oggettivi, un tale evento doveva fare i conti con l’esistenza di una forte polemica contro la successione affidata ad adolescenti, se non addirittura a fanciulli, un tema caro al confronto politico e al dibattito storiografico del IV secolo e destinato a essere rinnovato nel secolo successivo.

Una polemica che oggi definiremmo trasversale in quanto il cristiano, ma tradizionalista, Ambrogio si muoveva in sostanziale sintonia con quello che era l’atteggiamento di quella parte ancora pagana e radicalmente tradizionalista dell’aristocrazia romana.

Ambrogio tuttavia, sulla spinta di nuove esigenze, anche politiche, avrebbe presto mutato opinione allorquando, nel 392, pronunciava il discorso funebre per l’improvvisa e misteriosa morte del ventunenne Valentiniano II, nel quale il puer Valentiniano, diviene senex negli atteggiamenti, nelle scelte politiche, nella maturità degli atti privati e di governo.

Nel de obitu Theodosii, a poco più di due anni di distanza, Ambrogio non deve più difendere la memoria un princeps puer, deve invece sostenere il futuro di due pueri che la scomparsa del padre ha reso principes. Il momento è grave: è in gioco la stabilità dello stato, sono in gioco le scelte politiche operate da Teodosio, sono in pericolo soprattutto le sue scelte religiose di segno niceno. La stabilità politica, la sicurezza dello stato dipendono essenzialmente dalle azioni dell’imperatore, dalle scelte dell’imperatore cristiano che solo in quanto colmo di virtù cristiane si è vista garantita la protezione divina e l’assunzione in cielo; protezione divina il cui trasferimento ai figli Arcadio e Onorio diviene un argomento fondamentale per superare l’incertezza del momento.

Stando così le cose, Ambrogio in qualche modo sembrerebbe aver superato le obiezioni opposte ai principes pueri. Ma non basta; deve fornire al proprio pubblico una prova concreta di come quella successione sia la soluzione migliore per la stabilità dello stato. Per far questo ha bisogno di un preciso modello di riferimento.

Così, a sostegno del programma dinastico teodosiano, nella cerchia dei familiari che nei cieli circondano l’imperatore, colloca anche Costantino, il primo imperatore cristiano; Teodosio ora sa di regnare veramente perché non si separa da Costantino, con una avvertenza «…sebbene a Costantino la grazia del battesimo (senza specificare in quale forma!) abbia rimesso tutti i peccati solo in punto di morte, tuttavia, siccome fu il primo imperatore a credere e lasciò dopo di sé ai suoi successori l’eredità della fede (hereditas fidei), ottenne un posto degno dell’insigne suo merito…».

È questo il grande merito di Costantino, al di là delle critiche, al di là degli aspetti negativi, al di là dell’evidenza, talora drammatica, dei fatti.

Come è noto, i successivi capitoli 41-51 del de obitu Theodosii contengono un’ampia digressione relativa alla inventio crucis ad opera di Elena, madre di Costantino, la quale nel voler assicurare al figlio la protezione divina per affrontare con sicurezza gli scontri militari, visitò i luoghi santi e sul Golgota rintracciò i chiodi della croce; con essi realizzò un morso da cavallo e un altro inserì in un diadema di gemme, morso e diadema che inviò al figlio Costantino, il quale li utilizzò subito e li trasmise poi ai propri successori, e con essi la fede: il chiodo inserito nel diadema rappresenta la guida divina all’azione imperiale, mentre quello collocato nel freno rappresenta la moderazione che deve ispirare il principe cristiano.

La scelta di Costantino come primo imperatore cristiano, come primo detentore di quella fides, era ovvia, ma non per questo si trattava di una scelta facile. L’anticostantinianesimo da parte nicena che non poteva certo essere ignoto ad Ambrogio. Tuttavia Costantino gli serviva: certamente poiché egli era il primo imperatore cristiano, ma forse anche per un’altra ragione.

Dicevamo della necessità da parte di Ambrogio di dimostrare nei fatti l’utilità della successione dinastica. Gli esempi, nel recente passato, di una dinastia consolidata nel tempo e vittoriosa, non erano molti; la dinastia valentinianea non poteva certo essere additata a modello sia per i legami con gli ambienti ariani che per la relativa brevità del regno; il breve regno di Gioviano (363-364) non era neppure da prendere in considerazione e il pagano Giuliano era escluso per ovvi motivi. Restava Costantino che aveva regnato per trenta anni e aveva lasciato il regno ai figli e in particolare a Costanzo II, il quale ultimo aveva a sua volta regnato per altri ventiquattro anni, cumulando quindi, a merito della dinastia, oltre mezzo secolo, quasi un sessantennio, di regno che aveva visto il successo degli eserciti romani sia contro i nemici esterni, che contro gli usurpatori interni.

Quella costantiniana, dunque, poteva rappresentare per Ambrogio un utilissimo modello; tuttavia era un modello che non poteva essere proposto a cuor leggero proprio a causa di quel favore manifestato nei confronti degli ariani.

Ma ecco la soluzione: della vicenda costantiniana viene selezionato un solo episodio, una vicenda che non poteva creare alcun imbarazzo al niceno Ambrogio, ma che anzi costituiva un potente segno della benevolenza divina nei confronti di Costantino: la scoperta della croce ad opera di Elena.

Si trattava di una tradizione che già doveva circolare alla fine del IV secolo, ma è Ambrogio il primo a presentarla, per potere in questo modo recuperare in positivo la figura di Costantino.

Così, grazie ad Elena, la figura di Costantino può essere riabilitata; così Agostino nel de civitate Dei potrà annoverare Costantino, assieme a Teodosio, quale campione della fede. Così l’interpretazione geronimiana della vicenda di Costantino, quella che era, nei fatti, la più veritiera, veniva sconfessata e sconfitta da quella ambrosiana che, stravolgendo i fatti, creava l’immagine di un Costantino ortodosso; una immagine che, parallelamente a quella degli Actus Sylvestri, delle narrazioni agiografiche, del culto, dei poemi cavallereschi, dei cicli pittorici era destinata a percorrere i secoli.