N. 4 – 2005 – Memorie

 

Ija. L. Majak

Università Statale di Mosca “Lomonosov”

 

Guerra, diritto, cittadinanza: Roma e le comunità italiche Nell’età delle Guerre Puniche

 

Vorrei rivolgermi a un problema spesso dibattuto nella dottrina, quello dei rapporti di Roma con gli alleati italici[1].

Com’è noto, Roma aveva sin dall’epoca dei re delle alleanze con le città italiche, etrusche e con Cartagine, e i loro rapporti erano regolati con un sistema di trattati. Ne abbiamo delle notizie negli autori antichi, e, bisogna subito dirlo, sono notizie affidabili. Il fatto sta che gli scrittori antichi, Polibio, Livio, Dionigi erano soliti citare o riferire quasi testualmente i documenti ufficiali, spesso avendoli visti con i propri occhi. Non si può dimenticare che alcune scoperte dei tempi moderni confermano le notizie degli antichi a proposito dei fatti di questo genere. A titolo di esempio eloquente potrei citare gli scavi nella zona della città antica di Pirgi che hanno confermato i rapporti fra i punici e i romani stipulati nel Primo trattato con Cartagine.

Mi ci soffermo perché l’affidabilità delle informazioni sulla sopraddetta categoria di documenti permette un certo grado di sicurezza nella valutazione degli eventi, dei processi sociopolitici ad essi legati nel corso dell’epoca regia e repubblicana.

Ma al centro della nostra attenzione sarà situato il periodo fra la prima e la seconda guerra punica. La scelta del tempo non è casuale perché esso segna una fase importante della storia romana, tesi riconosciuta da tutti gli studiosi.

Per comprendere meglio il senso degli eventi storici e delle realtà giuridiche della fine del terzo - prima metà del II sec. a. C., bisogna ricordare quale aspetto aveva preso l’Italia nei tempi precedenti.

Fino alla sottomissione dell’Italia ad opera dei romani, il paese non era uniforme dal punto di vista politico e giuridico. Tutti i suoi abitanti vivevano nelle comunità, ma erano comunità di diverso carattere. Roma, le sue colonie dai differenti status, i municipi delle due categorie rappresentavano le strutture di tipo poliade, il che è stato stabilito ancora nell’ottocento da N. Fustel de Coulanges[2].

Probabilmente seguendo la stessa tendenza andavano sviluppandosi le città-stato etrusche. Perlomeno esternamente, cioè dal punto di vista della topografìa e del regime politico assomigliavano alle poleis greche e alle civitates italiche, per cui gli autori greci le chiamavano poleis[3]. Ma se prendiamo in considerazione che il contenuto sociopolitico di tali forme della convivenza delle persone come città-stato e civitas = polis non è identico, che in loro la società e la cultura da essa generata si differiscono, propongo di chiamarle intanto città-stato. Se sarà comprovata l’esistenza in esse della forma antica classica di proprietà[4], analoga a quella greca e romana, si potrà togliere questa riserva.

Tuttavia le formazioni politiche sia romane sia italiche, sia greche, sia etrusche, erano delle comunità civilizzate di carattere statale. Oltre ad esse in Italia si erano conservate delle comunità assai primitive, non giunte all’ordinamento statale, dei lucani e dei bruttii, e, al Nord, probabilmente quelle dei lìquri e dei celti che vi penetravano.

La diffusione della vita di polis nell’Italia centrale e meridionale (dai latini, capuani, greci) è attestata anche da questo fatto. Quando i romani, in seguito alla prima guerra sannitica (trecentoquarantatrè - trecentoquarantuno) s’impadronirono della fertile Campania, i rappresentanti di Seti, Circeo, Signia, e Velletri, dove c’erano colonie romane, cioè latini, a nome loro, nonché a nome dei volsci, espressero una protesta contro l’estensione del potere romano (i campani, che paventano i Sanniti presentano l’eccezione – Liv. VI.30 – 31.1-4), ma non vi era la contestazione della forma del potere in Roma e in generale dell’organizzazione della vita di polis[5]. Essa era per tutti loro abituale, comprensibile e naturale. Allo stesso tempo, i coloni romani, cioè i latini etnici (senza i volsci!) pretesero praticamente all’inclusione (e più precisamente, al ritorno) nella civitas romana in entrambi i sensi di questa parola. Se teniamo presente che la civitas significa un insieme dei fondamentali diritti politici e patrimoniali dei cittadini e, allo stesso tempo, il collettivo civile, risulta che gli abitanti delle colonie summenzionate di antica fondazione non si sentivano romani, facevano parte di altre, seppur analoghe, comunità civili e aspiravano a reintegrarsi in quella romana[6].

Alla stessa serie di fatti appartengono ancor altri eventi. Alla fine della seconda guerra sannitica (307 - 302 a. C.) i romani ottennero una vittoria sui sanniti presso Allifi. I vincitori inflissero una severa punizione agli alleati dei sanniti: alcuni furono venduti come schiavi, e gli ernici furono mandati a Roma per l’investigazione, se avessero combattuto i romani a fianco dei sanniti per proprio arbitrio o meno (Liv. IX.42.8). Gli ernici si indignarono e dichiararono guerra al popolo romano, ad eccezione degli aletrini, dei ferentini e dei verulani (Liv. IX.42.11). Avendo vinto nel 305 a. C. questa campagna, i romani offrirono alle tre suddette comunità degli ernici la cittadinanza romana (Liv.IX.43.23) in aggiunta al loro proprio ordinamento politico, cioè lo status di municipi di rango più alto. Ma quelli lo rifiutarono. Ne consegue che Aletria, Ferentino e Verula preferirono rimanere delle civitates autosufficienti e indipendenti, che la civitas romana non le attraeva. In seguito a ciò nel 304 a. C. nelle trattative con i feziali inviati presso gli equi, alleati dei sanniti, quelli dichiararono di voler governare al pari degli altri con le proprie leggi (Liv. IX.45.7-8) - dunque anche per loro la propria civitas era più cara di quella romana.

Un altro atteggiamento verso la civitas romana da parte degli abitanti dell’Italia si manifestò nella colonizzazione del secondo secolo avanti Cristo. Gli autori antichi ci forniscono un materiale abbondante che permette di trarre una conclusione sull’assoluta preminenza delle colonie di cittadini rispetto a quelle di diritto latino. Tenendo conto di una possibile variabilità nei calcoli, si può dire che solo un terzo delle colonie aveva il carattere di diritto latino.

La maggioranza degli studiosi, a partire da Th. Mommsen, K.-Ju. Beloch, E. Pais, T. Salmon, F. M. Nečaj, hanno sottolineato l’importanza strategica, militare del processo di colonizzazione nella Roma dei primi tempi, compreso il II sec. a. C., soprattutto per quanto riguarda le colonie costiere. E non è il caso di negarlo. Rudolf, al contrario, evidenziava l’importanza crescente nel II sec. a.C. del fattore agrario nella fondazione delle colonie romane. Evidentemente, anche la necessità di assegnazioni per Roma è indubbia. Ma la distribuzione delle terre fra i cittadini era un fattore permanente dello sviluppo sociale di Roma, significativo non solo per il II secolo. Nello stesso tempo non è sfuggito all’attenzione degli studiosi un particolare proprio della società romana del II sec. a.C.: nelle colonie dei cittadini romani si assegnavano dei piccoli appezzamenti da 5 a 10 iugeri, mentre i coloni di diritto latino ricevevano i terreni da 20 a 40 iugeri. K. Nich spiegava i piccoli appezzamenti nelle colonie civili romane con il fatto che essi erano assegnati agli strati più bassi della popolazione romana[7]. Ma nella colonizzazione la parte interessata e partecipe fu sempre la plebe[8].

Senza rigettare completamente l’aspetto agrario nella spiegazione del fatto della fondazione nel II sec. prevalentemente delle colonie di diritto latino, F. M. Nečaj[9] ha avanzato la seguente tesi. I piccoli appezzamenti nelle colonie di cittadini erano soltanto degli orti attigui all’abitazione. La carenza di terre, invece, era compensata con l’occupazione di una parte dell’ager publicus. Però secondo i dati degli agrimensori romani, le terre collettive (boschi, pascoli), nonché quelle pubbliche, cioè appartenenti a tutti i coloni, ovvero l’ager publicus locale, erano possedute dalle colonie indipendentemente dal loro rango. In tal modo nessuna delle spiegazioni avanzate sulla differenza nelle dimensioni degli appezzamenti nelle colonie di rango diverso sembra definitiva e convincente. A mio avviso, pare che per la soluzione del problema bisogni prendere più in considerazione il contesto storico generale.

Il fatto sta che Roma, venendo alla ribalta della storia mediterranea, accrescendo la potenza militare, diventò uno Stato grande e molto forte. E questo si rifletté nell’immagine del cittadino romano. Il modesto agricoltore e al tempo stesso guerriero era rimasto nel passato. Ora egli avanzava sicuro, di battaglia in battaglia, sottomettendo la temibile Cartagine, il regno macedone e quello dei Seleucidi, dominando sulle isole e sulle coste dei tre continenti. Queste grandi guerre arricchivano sensibilmente non solo i comandanti, ma anche i soldati, arruolati sia nelle legioni, sia nelle unità degli alleati socii. Tutti i militi, a seconda della truppa e del rango professionale si arricchivano con la preda in forma di rimunerazione monetaria. Ma era appunto nella sfera delle conquiste che i soci romani si sentivano discriminati. Bisogna tener presente che tutti i coloni nel territorio italiano che godevano del diritto latino si trovavano per la loro posizione di fatto al livello di soci, pur essendo più privilegiati degli altri.

Chi si trovava nelle spedizioni lontane, era a lungo assente dalla casa con la sua rudimentale economia che soddisfaceva i modesti bisogni di un italico. Si manifestò la tendenza alla creazione di uno strato di veterani nell’esercito romano. E i veterani, carichi di preda e stanchi, volevano tornare a casa. Ma i primi ad ottenere il licenziamento erano i romani, perfino gli alleati latini rimanevano di più al servizio.

È noto che come premio i militi ricevevano terra in Italia. Ciò si riferiva ai romani e ai cittadini latini (Liv. XLII.4). Ma queste rimunerazioni non erano uguali: le parcelle dei cittadini romani superavano tre volte quelle dei militi di diritto latino. I premi distribuiti dal capo militare erano rispettivamente due volte più grandi (Liv. XLI. 13. 8). Durante il servizio anche i militi in possesso del diritto latino subivano, a differenza dei romani, delle pene umilianti (Plut. G. Gr. 9). Vi erano dei casi di discriminazione dei latini, nel senso lato, nella sfera sacrale (Liv. XXXII.1.9), non gli veniva assegnata la quota sufficiente della carne dell’animale sacrificato. Questo status difettoso delle persone di diritto latino, per non parlare di quelli appartenenti alla classe dei socii, provocò, nel II sec. a. C., un’ondata di migrazioni a Roma con lo scopo di passarvi il censimento e di diventare cittadini romani.

Nel caleidoscopio dei fatti citati si delinea l’importanza dell’istituto della civitas romana in confronto con le altre strutture di tipo poliade in Italia. Con la sostanza giuridica immutabile della civitas romana si intravvede una tendenza alla sua trasformazione in quanto collettivo della comunità civile, caratterizzata dal carattere chiuso, autarchico e autonomo. Proprio quest’ultimo tratto verrà perduto dalla civitas romana in seguito alla guerra sociale, ma il contenuto giuridico della comunità civile romana persisterà. Verranno modificate, nel corso della storia, le civitates italiche e le poleis greche dell’Italia. Esse acquisteranno i diritti della cittadinanza romana, ma non riavranno mai quel tratto così proprio della comunità civile antica classica, com’è l’autonomia. Un fattore stimolante di questi mutamenti furono le guerre puniche e quelle successive nel Mediterraneo orientale. In questa maniera le strutture poliadi in Italia non furono perdute, ma rimasero in vita in una versione modificata.

 

 



 

[1] Tra le più importanti indicherò le opere seguenti: A. Afzelius, Die römische Eroberung Italiens // Acta Jutlandica. XIV. Kobenhavn 1942; K.-J. Beloch, Campanien, Berlin 1879; K.-J. Beloch, Der Italische Bund unter Roms Hegemonie, Leipzig 1880; A. Biscardi, I cives sine suffragio, in Athenaeum, n.s. 16, f. 4, 1938; W. Dahlheim, Deditio und Societas. Untersuchungen zur Entwiklung der römischen Aussenpolitik der Blütezeit der Republik, München 1965; G. De Sanctis, Storia dei Romani, 2, Milano 1960; F. De Martino, Storia della Costituzione romana, voll. 1-2, Napoli 1954; G. Giannelli, Storia di Roma, voll. 1-2, Bologna 1938; J. Göhler, Rom und Italien. Die Bundesgenossenpolitik von den Anfängen bis zum Bundesgenossenkrieg, Breslau 1939; W. Hoffmann, Hannibal und Rom, in Antike und Abendland 6, 1957; E. Kornemann, v. Colonia, in PWRE, Bd. 4, Leipzig 1845; E. Kornemann, Römische Geschichte, 1, Stuttgart 1941, 3-tte Aufl. 1954; Th. Mommsen, Römisches Staatsrecht, Bd. III, Leipzig 1887; H. Nissen, Italische Landeskunde, Bd. 1-2, Berlin 1902; E. Pais, Serie cronologica delle coloniae, in Memorie dell’Accademia dei Lincei, Scienze morali, 17, 1928; A.J. Pfiffig, Die Haltung Etruriens im 2 Punischen Krieg, in Historia 75, Heft. 2, 1966; A. Piganiol, La conquête romaine, Paris 1944; A. Rosenberg, Der Staat der alten Italiker, Berlin 1913; H. Rudolph, Stadt und Staat im römischen Italien , Leipzig 1935; E.T. Salmon, Roman Colonisation, in JRS 26, 1936; E.T. Salmon, Roman Colonisation under the Republic, London 1969; W. Seston, La citoyenneté romaine, Moscou 1970. A.N. Sherwin-White, The roman citizenship, Oxford 1939; E. Smith, Latin and roman citizenship in roman colonies, in JRS 44, P. 1-2. F. Vittinghoff, Römische Kolonisation und Bürgerschaftspolitik unter Caesar und Augustus, in Abhandlungen der Geistes- und Sozialwissenschaftlichen Klasse 14, 1951; J.A.Weyer, Die Staatsrechtlichen Beziehungen Kapuas zu Rom 343-211, Bonn 1913; P. Willems, Le droit public romain, Louvain 1910. История Европы. Т. 1. Москва 1988. Маяк И. Л. Взаимоотношения Рима и италийцев в III-II вв. до н. э., Москва 1971. Немировский А. И. История раннего Рима и Италии, Воронеж 1962. Нетушил И. В. Римские трибы, в ЖМНП, 1903 отд. V. Нетушил И. В. Вопросы древнего Лация, в ЖМНП, 1905 отд. V. Нетушил И. В. Начало мировой политики Римской Республики и конец Лация, в ЖМНП 1904, отд. V. Нетушил И. В. Основная территория римской общины, в ЖМНП 1902, отд. V. Нечай Ф. М. Рим и италики, Минск 1963. Низе Б. Очерк римской истории и источниковедения, Санкт-Петербург 1899. Ревяко К. А. Пунические войны, Минск 1988.

 

[2] Фюстель де Куланж Н. Д. Гражданская община античного мира, рус. пер. Корша, Москва 1867. E. Kornemann, Polis und Urbs, in Klio 5, 1905; H. Rudolph, Stadt und Staat im römischen Italien, Leipzig 1935; E. Manni, Рer la Storia dei municipi, Roma 1947; F. De Francisci, Primordia civitatis, Roma 1959; H. Müller-Karpe, Zur Stadtwerdung Roms, Heidelberg 1962. Кудрявцев О. В. Эллинские провинции Балканского полуострова во II в. н. э. Москва 1954. Утченко С. Л. Кризис и падение Римской республики. Москва 1965. Штаерман Е. М. К проблеме возникновения государства в Риме, в ВДИ 2 1989. Маяк И. Л. Рим и италийцы в III - II вв. до н. э. Москва 1971. Маяк И. Л. К вопросу о понимании civitas в современной науке, в Феномены истории, Москва 1996. Маяк И. Л. Характер и роль colonia Romana в распространении римской власти на Апеннинском полуострове, в ВДИ, 3 1956. Кошеленко Г. А. Греческий полис на эллинистическом Востоке, Москва 1979. Античный полис. Межвузовский сборник. Ленинград 1979. Машкин Н. А. История древнего Рима. Москва 1949. A. Toynbee, Hannibals legacy. The Hannibals wars effects on Roman life, Vol. 1-2. London 1965. Моммзен Т. История Рима, т. 1, Москва 1936. Боголепов Н. П. Учебник истории римского права, Москва 1895. Крашенинников М. Римские муниципальные жрецы и жрицы. Эпиграфическое исследование, Санкт-Петербург 1891.

 

[3] Dionys. I.18.5; 21.4; 24.2; 25.3; 26.2; 41.1; 47.3; 49.4; 54.1; II.3.1; 6.1; V.1.3, passim.

 

[4] Маркс К. Формы, предшествующие капиталистическом производству, в Маркс К и Энгельс Ф. Сочинения, т. 46. ч. 1. Маяк И. Л. Pимляне Ранней Республики, Москва 1993.

 

[5] Liv. VIII.11.13; 13.8; 14.1-4; IX.16.2 et 6-8; 37.12. И. Л. Маяк, Взаимоотношения Рима и италийцев в III-II вв. до н. э., Москва 1971. In particolare il cap. 1.

 

[6] A. Toynbee, Hannibal’s legacy (con altra argomentazione): Маяк И. Л. Взаимоотношения… In particolare il cap. 1. Eadem. Характер и роль colonia Romana в распространении римской власти на Апеннинском полуострове, в ВДИ, 3 1956.

 

[7] Нич К. История Римской Республики, Москва 1908. In particolare il cap. 3.

 

[8] Liv. III.1.4; 6.16; VIII.12.12; 16.13; IX.24.15; X.6.3; Dionys. IX.59.

 

[9] F. Nečaj (Нечай Ф. М. Рим и италики, Минск 1963, 70) si oppose alla tesi di Rudolph (H. Rudolph, Stadt und Staat…) che la colonizzazione del secondo secolo a.C. avesse come scopo solo le assegnazioni delle terre. Secondo F. Nečaj, ebbe un’importanza decisiva l’aspirazione della nobiltà romana a fissare il dominio sui popoli d’Italia sottomessi.