N. 5 – 2006 – D & Innovazione

 

Giove Capitolino nello spazio romano

 

Renato del Ponte

Genova

 

 

 

Sommario: 1. Nascita dello spazio romano per volontà di Giove (Romolo inaugurato Rex. L’assenso al  tracciamento del pomerio e la nascita dell’Urbs). – 2. Valore particolare del Campidoglio/Mons Saturnius nella geografia sacra (L’oracolo di Dodona ai Pelasgi. I culti precapitolini). – 3. Miti e simboli capitolini del futuro spazio-temporale romano (Terminus e il caput humanum. Il miliario d’oro di Augusto). – 4. Funzione “politica” di Giove ed erezione del Tempio Capitolino. – 5. La realtà divina della Res Publica. – 6. I Capitolia nello spazio romano, come manifestazione di lealismo e identificazione civica. – 7. Epilogo (da Diocleziano alla battaglia del Frigido).

 

 

1. – Nascita dello spazio romano per volontà di Giove (Romolo inaugurato Rex. L’assenso al tracciamento del pomerio e la nascita dell’Urbs)

 

Quando nasce e perché nasce lo spazio romano? Questa è la prima domanda che dovremo rivolgerci affrontando l’argomento proposto alla vostra attenzione. Ebbene, si può affermare con sicurezza che lo spazio romano (e quindi la futura realtà di Roma) nasce per un atto di volontà nella mente di Giove (non ancora Captolino …) ed a coronamento delle operazioni augurali di Romolo: sì che si può dire che lo spazio, e il tempo, romani sono correlati alla divina realtà di Giove ab origine in virtù di un patto primordiale, quello che i Romani chiamarono pax deorum.

L’inaugurazione di scelta circa il regnum, l’auspicazione del dies natalis e l’inaugurazione di approvazione del pomerio, sono tutte operazioni che il Fondatore compie col beneplacito di Iuppiter, «il Dio degli auguria e degli auspicia»[1].

Come è stato autorevolmente detto, «il ‘punto dello spazio-tempo’ in cui si inizia la vita del populus Romanus Quirites» è contrassegnato dalla volontà di «Iuppiter  grazie all’opera del rex-augur Romolo sul colle Palatium e nel giorno dei Palilia: 21 aprile, dies natalis», derivandone che «aspetto spaziale ed aspetto temporale del sistema giuridico-religioso romano hanno un punto d’incontro, all’origine, nell’azione augurale di Romolo»[2].

«Giove!» – fa dire Livio al Fondatore nel momento più pericoloso della guerra con i Sabini – «qui sul Palatino per ordine dei tuoi uccelli ho gettato le prime fondamenta della città»[3].

E Giove, il padre Marte e Vesta Mater egli avrebbe soprattutto invocato nel momento di tracciare il solco secondo Ovidio, per il quale l’approvazione del tracciamento del solco, cioè del luogo del pomerio, è richiesta sul luogo stesso[4], cui segue l’approvazione divina, rappresentata dal tuono e dal fulmine proveniente dalla parte sinistra del cielo[5].

Non si può dunque prescindere dal primigenio e fondamentale fas di Giove per intendere il potere del primo rex, come base del potere di tutti i magistrati che opereranno nello spazio romano a partire da quel momento.

 

 

2. – Valore particolare del Campidoglio/Mons Saturnius nella geografia sacra (L’oracolo di Dodona ai Pelasgi. I culti precapitolini)

 

Ma quando verrà associato il nome di Giove a quello del Campidoglio, colle non compreso nel primo pomerio? Il processo è stato molto lungo, ma molto significativo, per cui, per intendere bene questa associazione, sarà opportuno riviverne le tappe più indicative. Varrone – che ha tra le sue fonti Ennio[6] – scrivendo della Rupe Tarpea, poi compresa nel colle Capitolino cui è contigua, riporta che «secondo la tradizione questo colle era chiamato un tempo ‘di Saturno’ … Si legge che su questo colle c’era un’antica città chiamata Saturnia, di cui rimangono tre ricordi…»[7]. L’archeologia ha dimostrato da tempo la consistenza di Saturnia e in corrispondenza del margine orientale del pianoro del colle scavi effettuati sotto il Tabularium hanno restituito reperti risalenti almeno al Bronzo Recente, oltre a materiali di fasi immediatamente successive. Anche nel racconto di Virgilio, il re arcade Evandro ne indicava ad Enea i resti diruti, «reliquie e ricordi degli uomini antichi»[8], aggiungendo che «su questo colle dalla cima frondosa / abita un dio (si ignora chi sia); credono gli Arcadi / d’aver veduto Giove medesimo quando scuote l’egida nera / per le tempeste, come fa spesso, e con la destra scatena uragani»[9]. Fa qui la sua prima comparsa il nome di Giove, nel dominio, si può dire, ancora del suo padre Saturno. Ed occorre ora ricordare che la nozione di umbilicus Italiae, trattata da Varrone nella perduta sistematica delle Antiquitates rerum divinarum e riferitaci da Plinio[10], dà rilievo al lago di Cotilia, nell’ager Reatinus, centro di più ondate migratorie delle popolazioni italiche, secondo Catone[11], e questo speciale centro simbolico viene messo in maniera esplicita in rapporto col mons Saturnius, cioè col Campidoglio, poiché così afferma un antichissimo oracolo preellenico, quello di Dodona in Epiro. Il dio di Dodona (che poi altri non è che Zeus o, addirittura, secondo il linguista Ribezzo, un protolatino Iuppiter Quercus)[12] così prescriveva ai Pelasgi in procinto di migrare: «Andate in cerca della terra Saturnia dei Siculi e degli Aborigeni …»[13].

Nell’orientamento sacro dei tempi più antichi veniva dunque rilevato un nesso concettuale tra umbilicus Italiae e Campidoglio, non lungi da dove, nel sottostante Comitium, il mundus, centro qualitativo e non geometrico dell’urbs (identificato dal Coarelli con quel singolare monumento, di cui rimangono resti, definito significativamente umbilicus Urbis)[14], contribuisce a «mettere in evidenza il nesso fra spazio e tempo», poiché «il centro religioso dello spazio è anche il punto iniziale della storia del popolo romano»[15].

Ragione per cui non stupisce che sul colle, già molto prima dell’edificazione del grande tempio dei Tarquini, il flamen Dialis, la cui carica, risalendo a Numa, preesisteva al culto capitolino, ad ogni Idus del mese sacrificasse un ovis idulis, «un agnello delle Idi», a Giove, molto probabilmente là dove, almeno dai tempi di Numa, sorgerà, di lato al santuario di Giunone Moneta (già aedes di Tito Tazio) l’auguraculum o templum augurale, indispensabile per inaugurare, col consenso di Giove, i re e i flamini maggiori, e donde lo sguardo spaziava (e spazia tuttora) libero in direzione della vetta di Monte Albano, sede del culto di Iuppiter Latiaris. Sull’altro rilievo del colle, volto al Tevere, una sacra quercia era stata dedicata allo stesso Giove (secondo la tradizione il primo luogo consacrato di Roma al di fuori del pomerio), divenuta quindi un fanum e secoli dopo un tempio a Giove Feretrio, conservante le spoglie opime tratte da Romolo al re di Caenina Acrone, là dove poi sarà custodito lo scettro di verbena e la pietra di selce (lapis silex) che i Feziali recheranno con sé a garanzia e segno di autorità e potenza conferite ai Romani dal dio sovrano. Infatti il Giove del più antico calendario romano – quello detto “di Romolo”, di dieci mesi – probabilmente Iuppiter Feretrius, ha già un carattere sovrano, ma non ancora Ottimo Massimo, pur avendo come compagni subordinati Mars e Quirinus. Al primordiale sacello di Giove Feretrio (i cui resti sarebbero stati individuati sotto la sala della Protomoteca) culminava il più antico trionfo, o ovatio, che si svolgeva lungo la Sacra via, a patire dal sacello di Strenia.

 

 

3. – Miti e simboli capitolini del futuro spazio-temporale romano (Terminus e il caput humanum. Il miliario d’oro di Augusto)

 

Dopo Romolo e Tito Tazio, non pare fortuita la circostanza che proprio sul Campidoglio gli esponenti della nuova regalità etrusca, i Tarquini, avessero volto lo sguardo per farne la sede grandiosa del dio sovrano. Quelle particolari valenze che già abbiamo visto connettersi al colle si rafforzeranno, acquistando un nuovo e intenso significato, reale e simbolico a un tempo.

Nel racconto di Livio, che Giulia Piccaluga giustamente ritiene avere «a che fare con miti autentici, parte integrante di una tradizione, tendenti a fondere nei suoi vari aspetti una precisa realtà»[16], si tratta, com’è noto, della mancata exaugurazione del fanum del dio Terminus, risalente a Tito Tazio (poi inglobato nell’edificio templare di Giove Ottimo Massimo e sub divo), interpretato come annuncio di perpetua stabilità, e del rinvenimento, negli scavi per le fondamenta del tempio, di un caput humanum, considerato dai vati e dagli aruspici divino preannuncio che «quella sarebbe stata la rocca dell’impero e il capo del mondo»[17]. Ora, le basi del diritto costituiscono la creazione di portata più universale della civiltà romana e poggiano appunto innanzitutto sul rispetto dei limiti. La festa (di fine anno) dedicata a Terminus, i Terminalia del 23 febbraio, era volta a celebrare tutto ciò: sul piano privato, tra i proprietari di due campi confinanti, su quello pubblico, presso un cippo collocato ai più antichi confini dell’ager Romanus, sulla via Laurentina, ad sextam lapidem (5 miglia) dalla città, a garanzia di quelli che furono i confini pubblici del populus Romanus Quirites in epoca remota[18].

All’interno del Tempio di Giove, la stabilità di Terminus e la garanzia del caput humanum fondano il destino di Roma e dei suoi abitanti, fissandoli per sempre al Capitolium, il “colle del capo”[19]. Sino a che esisterà il tempio di Giove e il suo immobile cippo i Romani saranno detentori di un imperium sine fine, annunciato loro dallo steso dio sovrano, che in Virgilio non pone esplicitamente limiti di spazio e di tempo:

 

His ego metas verum nec tempora pono / imperium sine fine dedi[20].

 

E il pontefice massimo Augusto, facendosi interprete della volontà divina, farà costruire in puro oro (il metallo dell’età delle origini, che emana da Saturno padre di Giove) il teminus miliarius ai piedi del Campidoglio, punto di partenza verso tutti gli itinerari del mondo. Si trattava di conciliare l’inamovibilità del terminus con la mobilità del confine romano, ovvero con la concezione di una Roma che non conosce confini: cosa che avviene con la conquista misurata radialmente mediante pietre miliari. Lo spazio romano era infatti misurato dalla distanza dal Campidoglio delle vie che si irradiavano dalla città. Così le pietre miliari che fornivano la lunghezza viaria «sostituivano il confine o fornivano, di volta in volta, il confine ideale e provvisorio. La pietra miliare era inamovibile come si conviene a un terminus, però il confine era prorogabile perché nessuna pietra miliare era mai l’ultima»[21].

 

 

4. – Funzione “politica” di Giove ed erezione del Tempio Capitolino

 

Come si è già visto, sin dagli inizi Giove appare come un dio sovrano ed elargitore di sovranità. Ciò bene accentua la sua forte caratterizzazione “politica” che lo diversifica dall’Essere Supremo celeste di tradizione indoeuropea (vedi il sanscrito Dyāuh Pitá), di cui peraltro rimangono tracce nella figura e nei compiti sacerdotali del flamen Dialis (da dius, “cielo”: Giove era detto un tempo Diespiter, ci ricorda Varrone)[22], ma anche dai vari Giove italici – compreso il Latiaris di Monte Albano – che, scesi dal cielo alla terra, scelgono, al più, come sito privilegiato delle loro manifestazioni, l’atmosfera o la cima di certe montagne.

Il Giove romano è il garante della sovranità, che può elargire attraverso le aves, gli uccelli che solcano l’atmosfera dello spazio consacrato dagli auguri, gli “interpreti di Giove Ottimo Massimo”[23], fornendo gli auspicia e gli auguria, garanzia dell’imperium.

Questa sovranità divina, in cui Giove è del tutto solo, a differenza che presso altre civiltà indoeuropee (ad esempio, presso gli indoiranici e gli scandinavi)[24], è caratterizzata dal suo titolo di rex, valido indipendentemente dal regime politico esistito in tutto il corso della storia romana. E’ alla base, come si è ben visto, dell’esistenza della res publica, fondata grazie all’augusto augurio di Romolo, e della sua continuità per mezzo dell’imperium magistratuale.

Giove, nel nome del quale si compivano i più sacri giuramenti, era dunque il simbolo più elevato della comunità politica, che si reggeva sul “diritto” e sulla “lealtà”, ius et fides. Questa, per giunta, poteva essere resa più forte dalla legittimazione sacrale dei rapporti politici con i popoli confinanti: cosa che avverrà per mezzo del collegio dei Fetiales, gli esperti del diritto internazionale tutelato dal dio sovrano. Al quale, in quanto promotore di ogni vittoria, sulla soglia del tempio capitolino, si recherà poi in abiti insolitamente regali (proprio perché concepiti a somiglianza dei suoi) l’imperator, il generale vittorioso, per deporre l’alloro e la veste trionfale ai piedi della sua immagine, il trionfo non dovendosi intendere altro che il coronamento di un’azione militare condotta secondo il suo volere. Anche lo speciale rapporto fra Giove e il vino (o la vite) rinvia, non tanto ad una sua presunta funzione agraria, quanto alle sue prerogative regali (si consideri il mito, riportato da Catone, posto a fondamento delle festività calendariali dei Vinalia Rustica del 19 agosto)[25].

Ora, come si è già visto, la tradizione concorde attribuisce l’inaugurazione e la consacrazione del grande edificio templare di Giove Ottimo Massimo (o Capitolino, come si dirà da allora) alla dinastia etrusca dei Tarquini, mentre la dedica pubblica sarebbe avvenuta nel primo anno della repubblica, il 13 settembre del 509 a.C., per opera di Marco Orazio Pulvillo, console e, secondo Seneca[26], anche pontefice. Anche se non possiamo verificare i singoli particolari della vicenda, nessuno oggi dubita più della cronologia degli antichi, avvalorata dagli scavi di quanto rimane delle imponenti mura di cappellaccio del VI secolo a.C. L’importanza della nuova struttura religiosa realizzata sotto la dinastia etrusca è testimoniata, oltre che dalla posizione dominante sul colle – pregno di quei valori e simboli che abbiamo esaminato – dalle dimensioni davvero ragguardevoli per i tempi, che scavi recenti hanno dimostrato corrispondere a quelle indicate da Dionigi di Alicarnasso[27]. La concezione originaria etrusca del monumento è testimoniata dal fatto, ben osservato e convalidato dalle osservazioni degli scavi[28], che l’orientazione del tempio di Giove Capitolino è sull’asse nord-sud, cosa riscontrata in pochissime altre costruzioni templari di Roma (ad esempio, l’aedes Saturni e il tempio dei Castores, edificati in tempi di poco successivi a quello del tempio capitolino, e pure, eccezionalmente, il Pantheon, innalzato nel 27-25 a.C. su un asse perfettamente orientato a nord [5° di long. ovest], in un’epoca di studio e ripresa delle concezioni antiche)[29].

Tale tipo di orientazione è giustificata dal fatto che gli Etruschi (quindi le maestranze dei Tarquini) ritenevano che gli dei celesti, e Giove in special modo, risiedessero al polo nord astronomico, e, più in generale, nel quadrante spaziale di nord-est. Si vedrà che nelle colonie, il Capitolium, considerato aedes Iovis, veniva eretto non tanto sull’altura vicina più elevata, ma sul lato settentrionale del cardo, l’asse verticale che tagliava perpendicolarmente il decumanus. Che nel tempio capitolino il primato di Giove fosse ben presente agli stessi Tarquini, è attestato dal fatto che già nel tempio originario le cellae ospitanti i simulacri delle divinità della triade risultano ripartite secondo il rapporto 3 : 4 : 3, con Giove che occupa la stanza centrale e maggiore, accanto a quelle di Giunone e Minerva[30]. Egli da dio sovrano della triade arcaica (destinata a sopravvivere solo in alcuni riti desueti e nel cristallizzato ordo sacerdotum), riassume ora in sé, trascendendole, tutte e tre le funzioni dell’antica teologia: la prima in quanto Maximus; la seconda in quanto destinatario dei trionfi militari; la terza in quanto Optimus, “beneficentissimo”, cioè supremo elargitore di opes.

 

 

5. – La realtà divina della Res Publica

 

Con la nascita della Repubblica ogni sapere giuridico e religioso veniva a concentrarsi soprattutto nelle mani del collegio dei pontefici, coordinati in maniera esplicita dal pontefice massimo, il quale, per quasi tre secoli dopo la cacciata dei re, coopterà fra i membri del collegio gli esponenti delle principali famiglie patrizie, che contemporaneamente rivestivano o già avevano rivestito, le magistrature curuli. Fra coloro che furono rivestiti del summum imperium troviamo soprattutto i Valerii e, dopo le leggi Licinie Sestie (367 a.C.), i Cornelii.

Dei 24 pontefici massimi noti della Repubblica, comprendenti non più di 13 gentes, troviamo ben 6 Cornelii, di cui tre della famiglia degli Scipioni (a partire da un Aulo Cornelio del 431). Specialmente dopo la vicenda dell’incendio gallico (in cui è da notarsi che solo il Campidoglio col suo grande edificio templare sfuggì alla distruzione) i Cornelii verranno messi in relazione col culto di Giove Capitolino, come documentato da numerose serie di monete o dalla notizia che Scipione l’Africano lasciava credere di essere figlio di Giove stesso, recandosi spesso a meditare da solo nel tempio, al cui interno, dopo la morte, un onore veramente insolito a Roma, fu collocata la sua immagine[31].

Senza dimenticare che un altro Cornelio, il dittatore Lucio Cornelio Silla – colui che ampliò il pomerio 500 anni dopo Servio Tullio – diede nell’82 a.C. l’incarico di ricostruire il tempio capitolino, andato distrutto in un incendio l’anno precedente (che bruciò anche i Libri Sibillini, custoditi in un’arca di pietra nei sotterranei sin dai tempi dei Tarquini). Un suo antenato, Publio Cornelio Rufo o Rufino Silla, nel 212 a.C. fu perfino flamine di Giove e, nel contempo, pretore urbano. Ognuno vede da sé la relazione che può stabilirsi tra la propensione al potere dei Cornelii e la funzione politica assunta dal Giove Capitolino.

In ogni modo, il culto statuale romano, così come ci appare dalle fonti a partire dalla dedica del tempio di Giove Capitolino, risulta del tutto spoglio di miti: tradizioni leggendarie popolari o gentilizie concernenti alcune divinità non sembrano avere alcun rapporto con i culti ufficiali della res publica. Proprio quello di Giove, che tutti li riassume, come nucleo fondante del mondo religioso romano, ne è del tutto assente. La cosa, secondo molti storici della religione del mondo classico (ad esempio, Koch, Brelich, Dumézil, Sabbatucci, Montanari), non deriverebbe tanto da un’incapacità generica dei Romani verso l’affabulazione mitologizzante, quanto da una ben precisa scelta della classe dirigente agli albori della Repubblica. Come abbiamo detto, questa classe dirigente è stata guidata all’epoca, sul piano sacrale, dal collegio dei pontefici: custodi della tradizione e nel contempo elaboratori della coscienza storica della compagine romana tramite la compilazione degli Annales Maximi, sarebbero loro, secondo Montanari e Sabbatucci, «i veri protagonisti “pro populo” della demitizzazione come “storificazione dei miti”»[32].

Si tratta di un grandioso progetto, religioso e politico, rivolto al futuro, che concepisce la concentrazione dell’azione divina sul presente e sull’avvenire. Se Lares, Penates e Vesta mater possono concernere sia la sfera pubblica che quella privata e la loro realtà è volta al passato come rielaborazione nel presente di una situazione primordiale, la figura di Giove Ottimo Massimo appartiene solo alla res publica. Questa e il dio sovrano si protendono entrambi verso il futuro, che molti prodigi rivelano foriero di grandezza[33]. Al centro di tutto, il tempio capitolino, nato sacralmente in contemporanea alle nuove magistrature. Ha scritto Angelo Brelich: «Lo Stato non si plasma su di un’idea divina che sia su un diverso piano di valori, ma è, esso stesso, una realtà divina. Ogni atto, ogni manifestazione dello Stato romano è, in pari tempo, atto religioso, manifestazione religiosa. Non c’è precedenza tra il dio romano e lo Stato romano…»[34].

La concezione di Giove Capitolino si propone anche come il simbolo sovrano e divino di un’epoca futura in cui le stesse disuguaglianze sociali siano vanificate nel segno di una superiore sintesi.

Così che Roma, nella maturità della sua res publica, apparirà come un’autentica “comunità di destino” e vero “patrimonio di tutti”. La sua peculiarità in ambito religioso è personificata dall’immagine di Giove Capitolino, diventato col tempo non più dio dei soli patrizi, ma dei Quiriti tutti.

Nel 296 a.C., pochi anni dopo che la lex Ogulnia aveva garantito l’accesso dei plebei ai collegi dei pontefici e degli auguri, i magistrati patrizi e plebei, concordi, utilizzando somme di danaro confiscate agli usurai, onorarono con generose offerte rituali Giove e Marte e «nei pressi del fico Ruminale posero una statua dei gemelli fondatori della città sotto le mammelle della lupa»[35]. La definitiva conciliazione tra i due ordini sociali avveniva sotto il segno degli unici possibili capostipiti comuni: i fondatori della realtà romana, e nel segno dei patres divini Iuppiter e Mars (i quali, dal canto loro, non fecero mancare il loro apprezzamento per la ritrovata concordia)[36].

 

 

6. – I Capitolia nello spazio romano, come manifestazione di lealismo e identificazione civica

 

In quanto espressione, nella propria esistenza politica, della realtà divina rappresentata da Giove Capitolino, sorsero nell’orbe romano (dapprima riservati, in epoca repubblicana, alle coloniae di cittadini, emanazione diretta di Roma, e successivamente, durante l’Impero, in molte provinciae) i Capitolia, templi dalle triplici celle, a ripetizione del celebre modello dell’Urbe, di solito situati presso il Foro o piazza centrale della città. I documenti epigrafici e gli scavi attestano l’esistenza di oltre 130 Capitolia in tutto il territorio soggetto a Roma, per la maggior parte in Africa (ben oltre trenta), nel secondo e all’inizio del terzo secolo d.C., in città con statuti municipali diversi, che in questo modo vogliono testimoniare la loro romanizzazione[37].

Nelle regioni di frontiera europee, dove pure sorgono molti Capitolia (dieci in Germania e altrettanti nelle province danubiane), l’omaggio alla triade capitolina giunge soprattutto da parte di funzionari e di militari[38]. Altrove (ad esempio in Gallia) sono le città stesse o ricchi provinciali, che in tal modo intendono attestare la loro fides verso la capitale.

Sono scarsi gli esempi nell’Oriente ellenistico, dove di norma Giove Capitolino (Zêus Capetólios) è onorato da solo, tranne la notevole eccezione di Aelia Capitolina, cioè la rinata Gerusalemme romana, dove nel 137 Adriano eresse un Capitolium sullo spiazzo delle rovine dell’antico tempio del giudaismo, sul cui sito (immaginiamo noi, sulla base delle consuetudini tradizionali) gli augures avranno compiuto opere di liberazione (o exaugurazione) delle precedenti presenze[39].

Non è, questo dei Capitolia, un campo specifico della mia indagine, ma accennerò – da ultimo – soltanto a due Capitolia sorti in colonie di cittadini romani in territorio italico: a quelli di Cosa, in Etruria, e di Lunae, in territorio già ligure-etrusco. La colonia di Cosa fu fondata nel 273 a.C. e il Capitolium (risalente al 175-150 a.C.) si sovrappone ad una struttura quadrata (interpretata come un templum augurale) e alla adiacente fossa di fondazione della città (dove furono rinvenute dagli archeologi terra e primizie carbonizzate)[40].  E’ interessante constatare come la fossa fosse considerata il centro geometrico per la costruzione del nuovo edificio. L’altare del Capitolium riprese l’orientamento della precedente struttura quadrata: entrambi, infatti, vennero orientati secondo i punti cardinali (verso nord, come già sappiamo).

Del Capitolium di Lunae, edificato con le consuete tre celle dedicate alla triade capitolina, dirò che risale a poco dopo il periodo di fondazione della colonia, nel 177 a.C. (fu poi ricostruito alla fine della Repubblica), come lasciano intendere le sue strutture di tipo etrusco-italico ed il suo podio, rivestito di blocchi di calcare e non di marmo. Secondo lo schema che già conosciamo, anch’esso è sito in posizione centrale rispetto al tracciato del cardine massimo, a nord del decumano massimo appunto, corrispondente al tratto urbano dell’antica via Aurelia[41]. Di notevole, infine, il rinvenimento dell’iscrizione marmorea Fulgur conditum in un saeptum a sud-ovest dell’edificio: ricordo reverenziale di una operazione rituale volta a seppellire i resti dell’edificio colpiti da un fulmine[42] e non certo testimonianza di un supposto culto a Iuppiter Fulgur, come qualcuno ha ipotizzato[43].

 

 

7. – Epilogo (da Diocleziano alla battaglia del Frigido)

 

Giungendo alla conclusione della mia esposizione, dovrò ricordare che ancora nel tardo Impero (nonostante il dilagare dei sincretismi religiosi e dei culti d’origine orientale, la cui importanza è stata forse troppo sopravvalutata) la funzione politica di Giove Capitolino appare rilevante. Lo sarà soprattutto al tempo della tetrarchia. Il Giove di Diocleziano (che ha come compagno il figlio Ercole, entrambi concepiti come i capostipiti divini della duplice dinastia imperiale degli Iovii e degli Herculei) non cela certo in sé una delle varie divinità supreme orientali di Siria o Cappadocia, quali Iuppiter Damascenus o Dolichenus. Si tratta proprio dello Iuppiter Optimus Maximus della tradizione latina antica, di cui abbiamo parlato, dello Iuppiter conservator Augusti (così definito dai tempi di Ottaviano); infine dello Iuppiter comes e tutator, “compagno” e “protettore” dell’imperatore; del victor e ultor, “vincitore” e “vendicatore” dei suoi nemici[44].

Per infondere afflato divino alle riforme politiche, economiche, sociali e militari dell’Impero, occorreva, per il sovrano illirico, rendere nuovamente a Giove Ottimo Massimo quel culto che gli avevano tributato gli antenati. Tutti avrebbero dovuto sottostare al culto restaurato, anche i Cristiani … Le conseguenze di tutto ciò sono note …

Cento anni dopo, le due divinità che erano state patrone di Diocleziano e Massimiano presiedettero, il 6 settembre 394, alla disfatta dell’ultimo esercito pagano del mondo antico. Mi riferisco a quelle statue di Giove fulgurator che Virio Nicomaco Flaviano aveva fatto porre sulle alture ai lati della valle del Frigido (oggi Vipacco, nel Goriziano), accanto agli stendardi con l’immagine di Ercole, prima della famosa battaglia che vedrà alla fine vincitore Teodosio. Nella angusta valle alle soglie della terra Italia si riassorbiva e si concludeva la fortuna dell’antico sovrano celeste degli Indoeuropei che, col suo numen, per più di mille anni aveva fatto da garante all’imperium del popolo romano[45].

 

 

Bibliografia essenziale

 

A) Giove Romano

Brelich A., Giove e l’idea romana dello Stato [1940], in Arthos XV, 30 (1986), 233-237.

Dumézil G., Gli dei sovrani indoeuropei, trad. it., Torino 1985.

Koch C., Giove romano, trad. it., Roma 1986.

Montanari E., Dio Sommo ed Essere Supremo, in Id., Categorie e forme nella storia delle religioni, Milano 2001, 131-153.

del Ponte R., La Religione dei Romani, Milano 1992, 128-139.

 

B) Culto capitolino e Capitolia

Bianchi U., Disegno storico del culto capitolino nell’Italia romana e nelle province dell’Impero, in Memorie dell’Accademia dei Lincei, serie VIII, vol. II, 1950, 349-465.

Bianchi U., I Capitolia, in AA.VV., Atti del Convegno internazionale per il XIX centenario della dedicazione del Capitolium, Brescia 1974.

Radke G., Il valore religioso e politico delle divinità del Campidoglio, in AA.VV., Atti del Convegno internazionale per il XIX centenario della dedicazione del Capitolium, cit., 245-253.

 

C) Giove di Diocleziano:

Costa G., Religione e politica nell’Impero Romano, Torino 1923, 186-199.

 

 



 

[1] P. Catalano, Contributi allo studio del diritto augurale, I, Torino 1960, 155.

 

[2] P. Catalano, Aspetti spaziali del sistema giuridico-religioso romano. Mundus, Templum, urbs, ager, Latium, Italia, in Aufstieg und Nidergang der römischen Welt, 16.1, Berlin-New York 1978, 443-444.

 

[3] Liv. 1.12.4. 4: Romulus et ipse turba fugientium actus arma ad caelum tollens 'Iuppiter, tuis' inquit 'iussus avibus hic in Palatio prima urbi fundamenta ieci.

 

[4] Ovid., Fasti 4. 827-829: Vox fuit haec regis: Condenti, Iuppiter, urbem, / et genitor Mavors Vestaque mater, ades, / quosque pium est adhibere deos, advertite cuncti!.

E’ anche il parere di A. Carandini, Remo e Romolo, Torino 2006, 150-151.

 

[5] Ovid., Fasti 4. 833-834: Ille praecabatur, tonitru dedit omina laevo / Iuppiter et laevo fulmina missa polo.

 

[6] Cfr. Enn., Ann. 5.25

 

[7] Varr., De ling. Lat. 5.7.42: Hunc antea montem Saturnium appellatum prodiderunt et ab eo late Saturniam terram, ut etiam Ennius appellat. Antiquum oppidum in hoc fuisse Saturnia<m> scribitur. Eius vestigia etiam nunc manent tria, quod Saturni fanum in faucibus, quod Saturnia Porta quam Iunius scribit ibi, quam nunc vocant Pandanam, quod post aedem [Saturni] in aedificiorum legibus privatis parietes ‘postici muri <Saturni>’ sunt scripti. L’antiquario si riferisce al Saturni fanum in faucibus Capitolii, alla porta Saturnia (poi Pandana) e all’espressione “muri posteriori di Saturno”.

 

[8] Verg., Aen. 8.356: reliquias veterorumque vides monumenta virorum.

 

[9] Verg., Aen. 8.351-354: 'hoc nemus, hunc' inquit 'frondoso vertice collem / (quis deus incertum est) habitat deus: Arcades ipsum / credunt se vidisse Iovem, cum saepe nigrantem / aegida concuteret dextra nimbos que cieret.

 

[10] Plin., Nat. Hist. 3.109.

 

[11] Cato, fr. 50 (in Dion. Hal. 2.49.2).

 

[12] Cfr. F. Ribezzo, Numa Pompilio e la riforma etrusca della religione primitiva di Roma, in Rendiconti dell’Accademia dei Lincei, VIII ser., vol. 5, fasc. 11-12 (1950) 556.

 

[13] Varro (in Macr., Sat. 1.7.28) e Dion. Hal. 1.19.3.

 

[14] Cfr. F. Coarelli, Il Foro romano. Periodo arcaico, Roma 1985, 199 ss.; per il riferimento specifico 210-217.

 

[15] P. Catalano, Aspetti spaziali del sistema giuridico-religioso romano, cit., 464.

 

[16] G. Piccaluga, Terminus. I segni di confine nella religione romana, Roma 1974, 204.

 

[17] Liv. 1.55.2-6: Et ut libera a ceteris religionibus area esset tota Iovis templique eius quod inaedificaretur, exaugurare fana sacellaque statuit quae aliquot ibi, a Tatio rege primum in ipso discrimine adversus Romulum pugnae vota, consecrata inaugurataque postea fuerant. Inter principia condendi huius operis movisse numen ad indicandam tanti imperii molem traditur deos; nam cum omnium sacellorum exaugurationes admitterent aves, in Termini fano non addixere; idque omen auguriumque ita acceptum est non motam Termini sedem unumque eum deorum non evocatum sacratis sibi finibus firma stabiliaque cuncta portendere. Hoc perpetuitatis auspicio accepto, secutum aliud magnitudinem imperii portendens prodigium est: caput humanum integra facie aperientibus fundamenta templi dicitur apparuisse. Quae visa species haud per ambages arcem eam imperii caputque rerum fore portendebat; idque ita cecinere vates quique in urbe erant quosque ad eam rem consultandam ex Etruria acciverant.

 

[18] A cinque miglia (7  km. e mezzo) dal centro della città (cioè dal Campidoglio) tutta una serie di santuari avvolgevano come un anello Roma a guisa di difesa religiosa e magica, delimitando in tal modo l’Ager Romanus Antiquus, risalente all’epoca dei re. La funzione di Giove come garante dei confini, delimitati dai termini, è evidente nel cosiddetto “frammento di Vegoia” in Gromatici Veteres, p. 350  L., in un contesto, pare, etrusco.

 

[19] L’etimologia antica pare ammessa dai moderni linguisti, cfr. M.G. Bruno, La lingua dei Sabini, Bologna 1969, 22-23: «La forma più antica per testimonianza dei grammatici sarebbe stata Capitodium (…) si suppone sia connesso con caput (…) La seconda parte -tolium è da connettere con il lat. tales, -ium ‘gozzo’ … con il valore di ‘collina, tumulo’».

 

[20] Verg., Aen. 1. 278-279.

 

[21] D. Sabbatucci, La religione di Roma antica, dal calendario festivo all’ordine cosmico, Milano 1988, 75.

 

[22] Varr., De ling. Lat. 5.66.

 

[23] Cic., De leg. 2.20.

 

[24] Cfr. il classico lavoro di G. Dumézil, Gli dei sovrani degli indoeuropei, trad. it., Torino 1985.

 

[25] Cit. in Macr., Sat. 3.5.10. Cfr. E. Montanari, Funzione della sovranità e feste del vino nella Roma repubblicana, in Studi e Materiali di Storia delle Religioni, n.s., VII.2 (1983), 243-262.

 

[26] Sen., Dial. 6.13.1.

 

[27] La platea (scoperta nel 1919) misura m. 62 in lunghezza e m. 57  in larghezza. Tali dimensioni non furono mai modificate nel tempo.

 

[28] Cfr. V. Paribeni, in Notizie degli Scavi, 1921, 38.

 

[29] P.G. Goidanich, Rapporti culturali e linguistici tra Roma e gli Italici. Origine antica della cultura in Roma, in Atti Reale Acc. d’Italia. Memorie, Classe di Scienze Morali e Storiche, s. VII, vol. III, fasc. 7, Roma 1943, 382-383.

 

[30] Non mi soffermo in questa sede sul ruolo certamente sibordinato delle due dee a fianco del “dio sovrano”. Tuttavia, Giunone è certamente quella Regina già conosciuta a Lanuvio come tale e, in quanto a Minerva, il suo significato “politico” è, per l’epoca, bene attestato dalla terracotta, proveniente dal tempio della Mater Matuta, al Foro Boario (e risalente a circa il 530  a.C.), che la raffigura come introducente l’eroe divinizzato Ercole all’Olimpo. Un motivo che non è estraneo a quello della lastra architettonica della Regia nel Foro, dello stesso periodo, che presenta motivi mitici alludenti al processo eroico della conquista della dignità regale (Teseo e il Minotauro).

 

[31] App., Iber. 23.

 

[32] E. Montanari, Premessa a C. Koch, Giove romano, trad. it., Roma 1986, 42, che sviluppa alcune tematiche espresse da D. Sabbatucci, Lo Stato come conquista culturale, Roma 1975.

 

[33] Oltre ai casi di Terminus e del caput humanum di cui si è detto, vi è quello della miracolosa quadriga di creta fabbricata nelle officine di Veio, che avrebbe dovuto coronarne il fastigio e verrà considerata pignus imperii (cfr. M. Baistrocchi, Arcana Urbis, Genova 1978, 310).

 

[34] A. Brelich, Giove e l’idea romana dello Stato (1940), in Arthos, XV, 30 (1986), 236-237.

 

[35] Liv. 10.24.12.

 

[36] Mi riferisco alla “Battaglia delle nazioni” presso Sentino (295  a.C.), in cui l’improvvisa comparsa di un Martius lupus preannunciò la vittoria delle forze romane.

 

[37] Qui sono d’obbligo i riferimenti alle ricerche effetuate in Tunisia dalle Università della Sardegna: gli scavi condotti dall’Università di Cagliari ad Uthina (iniziati nel 1996), e soprattutto quelli (tuttora in corso) effettuati ad Uchi Maius dall’Università di Sassari, per iniziativa del qui presente prof. Attilio Mastino (a cui si deve la promozione e l’organizzazione dei Convegni internazionali dedicati a L’Africa Romana, di cui sono già stati editi gli atti dei primi quindici convegni [1983-2004]), nella pianura di Mejerda, a sud della capitale tunisina. In entrambi i casi il Capitolium rappresenta il nucleo centrale della città.

 

[38] Soldati e veterani, singolarmente, appaiono spesso come dedicatari di are votive a Giove Ottimo Massimo, grati per averli protetti durante gli anni del loro lungo servizio militare. E’ il caso di un’ara rinvenuta nel 1850 nelle Alpi Graie, ad Usseglio (To), poco nota, e da me esaminata, in cui può leggersi: Iovi Op(timo) M(aximo) Clodius Castus Vecati f(ilius) veteranu(s) v(otum) s(olvit) l(ibens) m(erito) mil(itavit) an(nos) XXVI. A Luni è invece L. Titinio Glauco Lucreziano, flamen Romae e Augusti, esponente dell’alta borghesia della colonia, ad associare la triade capitolina Felicitati · Romae·. divo Augusto.

 

[39] Pare che questa sia stata la vera causa della rivolta dei Giudei avvenuta al tempo di Adriano (Dion, Cass. 69.12-14). Si noti che il primo atto della disacralizzazione del tempio giudaico si verificò con l’atto di culto praticato dai legionari di Tito nei confronti delle aquilae, le insegne militari, avvenuto nel cortile esterno del Tempio stesso subito dopo la conquista, nel 70 d.C. (cfr. Svet. Tit. 5.2; Jos. Flav., Bell. Iud. 6.316; Oros. 7.9).

 

[40] Cfr. P. Brocato, Cosa quadrata, in AA.VV., Roma. Romolo, Remo e la fondazione della città, Roma 2000, 271.

 

[41] M.P. Rossignano, Gli edifici pubblici nell’area del Foro di Luni, in Quaderni del Centro di Studi Lunensi, n. 10-11-12 (Atti del Convegno), Luni 1985-1987, 123 ss.; in particolare 123, 126-127, 135.

 

[42] A cui forse fa riferimento Vibio Sequestro in Fulmina 106 (Macra, Liguriae, secundum Lunam urbem).

 

[43] Cfr. M.G. Angeli Bertinelli, Culti e divinità della romana Luni nella testimonianza epigrafica, in Quaderni del Centro di Studi Lunensi, n. 3, Luni 1978, 9.

 

[44] Sul culto di Giove ed Ercole nell’età di Diocleziano, cfr. G. Costa, Religione e politica nell’Impero Romano, Torino 1923, 186 ss.

 

[45] Su questi Iovis simulacra, quae … nescio quibus ritibus velut, consecrata in Alpibus constituta, cfr. Aug., De civ. dei 5.26.