ds_gen N. 6 – 2007 – Memorie//Scienza-giuridica

 

Roncati fotoStefania Roncati

Università di Genova

 

La Novella 74: legge e caso concreto

 

 

 

La produzione del diritto in età giustinianea è caratterizzata da un orientamento legale sistematico, ossia dalla tendenza ad una disciplina uniforme e centralizzata. L’attenzione al caso concreto, che aveva fornito fondamento e contenuti al diritto giurisprudenziale repubblicano e classico, sopravvive in Giustiniano solo come occasio legis, quindi solo come un mezzo per individuare i settori che richiedono un intervento immediato del legislatore. È lo stesso Giustiniano ad affermarlo: nella praefatio della Nov. 2[1] l’imperatore ricorda che, come la varietas causarum ha sempre offerto l’occasione per legiferare, così egli stesso ha tratto la maggior parte di stimoli dalle suppliche dei cittadini o dai processi; o, ancora, nella Nov. 49 praef.[2], Giustiniano, dopo aver fatto cenno alla volubilità umana che produce disordine nelle legislazioni, sostiene che anche le disposizioni fatte con ogni avvedutezza sovente devono essere modificate proprio per la varietà dei casi emergenti. Pur racchiusa in questi ristretti limiti, la casistica presente nella legislazione novellare appare uno strumento imprescindibile per dare risalto alle situazioni reali, ai conflitti sociali e religiosi, ai dubbi interpretativi di funzionari e sudditi, con cui le leggi devono confrontarsi e talora scontrarsi. Tali spunti si sono spesso estrinsecati in una nuova tecnica legislativa che sfocia in ampie revisioni delle regole codificate nel Codice e nel Digesto.

Di grande interesse si configura quindi l’analisi del concetto di generalitas della legge[3]. Per l’antichità, infatti, la generalità del dettato legislativo non è, come ai giorni nostri, associata all’astrattezza: anzi, «la normativa di carattere personale era considerata come un mezzo molto idoneo per consentire al legislatore di risalire dal particolare e dal concreto ad una visione più ampia degli interessi dell’intera popolazione»[4].

Un esempio paradigmatico di ciò si può rintracciare nella Nov. 74 del 538, indirizzata a Giovanni prefetto del pretorio, che si occupa, da un lato, della legittimazione dei figli naturali, dall’altro, delle forme di celebrazione del matrimonio. In questa sede si tralascerà l’esame analitico dei contenuti normativi della Novella – cui si dedicheranno solo brevi cenni – concentrando piuttosto l’attenzione sugli aspetti più direttamente e intimamente connessi con il tema delle tecniche legislative novellari.

La disciplina novellare rappresenta il luogo principale delle inversioni di tendenza e delle incertezze in cui si dibattevano Giustiniano e Triboniano di fronte ai vari problemi socio-giuridici per «l’irriducibile tensione esistente tra principi classici (in qualche modo nuovamente ‘attualizzati’ attraverso la compilazione) e disposizioni di epoca tardo-imperiale»[5]. Tale tensione si palesa già nella praefatio della Novella 74 che si apre con un interessante richiamo ai giuristi classici e, in particolare, a Giuliano:

 

Nov. 74 praef. pr.: `Orqîj e‡rhtai to‹j prÕ ¹mîn kaˆ prÒ ge ¡p£ntwn 'Ioulianù tù sofwt£tJ tÕ mhdšna nÒmon mhd dÒgma tÍ polite…v `Rwma…wn teqn dÒxai kaˆ prÕj tÕ p©n aÙt£rkwj ™x ¢rcÁj nomoqethqšn, ¢ll¦ pollÁj dehqÁnai tÁj ™panorqèsewj, †na prÕj t¾n tÁj fÚsewj poikil…an kaˆ t¦j ™ke…nhj ™pitecn»seij ¢rkšsai. Perˆ mn oân tîn ™k noqe…aj ¢fiknoumšnwn e„j gnhs…ouj polloÝj ™gr£yamen kaˆ poik…louj nÒmouj, ™k d tîn kaq' ˜k£sthn ØpÕ tÁj fÚsewj tecnazomšnwn eØrÒntej ti to‹j ½dh nenomoqethmšnoij ™lle‹pon toàto kat¦ tÕ parÕn ™panorqoàmen[6].

 

Si dice, infatti, che “correttamente è stato detto dai nostri predecessori e prima di tutti dal sapientissimo (sofètatoj) Giuliano che nessuna legge né senatoconsulto emanato nella respublica romana sembra dall’inizio essere sufficiente ad abbracciare tutti i casi, ma ha bisogno di molte correzioni per conformarsi alla varietà (poikil…a) della natura[7] e alle sue astuzie (™pitecn»seij)”. Perciò – prosegue Giustiniano – “noi abbiamo redatto molte e diverse leggi riguardo ai figli naturali che diventano legittimi, ma trovando che qualcosa manca a quelle che già sono state emanate, è necessario apportare delle correzioni”.

La citazione di Giuliano è stata ritenuta dalla maggior parte della dottrina come un mero sfoggio di erudizione. Ora, questo giudizio mi sembra un po’ riduttivo e superficiale. A smentirlo sono le stesse puntuali citazioni giurisprudenziali presenti nelle Novelle, ove solo quattro giuristi romani sono menzionati[8]: Quinto Mucio Scevola[9], Giuliano[10] appunto, Papiniano[11] e Ulpiano[12]. Se si fosse trattato di una pura ostentazione di cultura, le allusioni alla giurisprudenza sarebbero dovute risultare magari più frequenti, ma comunque non precise e pertinenti come appaiono. Più semplicemente mi pare che la spiegazione risieda nel fatto che la legge era ormai l’unica fonte del diritto: infatti, anche la giurisprudenza – a questo punto tutta raccolta nel Digesto – aveva assunto valore di legge, perdendo la propria autonoma identità come formante del tessuto normativo[13].

Tornando alla Novella 74, il riferimento è chiaramente individuabile nel passo giulianeo contenuto in:

 

D.1.3.10 (Iul. 59 dig.)[14]: Neque leges neque senatus consulta ita scribi possunt, ut omnes casus qui quandoque inciderint comprehendantur, sed sufficit ea, quae plerumque accidunt contineri.

 

Peraltro anche in un altro passo Giuliano si esprime pressappoco negli stessi termini: è D.1.3.12 (Iul. 15 dig.)[15], ove afferma che leggi e senatoconsulti non possono ‘comprehendere singillatim’, ossia, in altre parole, elencare in dettaglio e in modo separato tutte le situazioni da disciplinare[16].

È palese la consonanza tra i due testi giulianei: in entrambi si parla di leggi e senatoconsulti; in entrambi si parla della loro inidoneità a comprendere ogni possibile evento. Però, se nel primo Giuliano si pone sul piano delle tecniche legislative, consigliando al legislatore di attenersi alla menzione dei casi che si ripetono più spesso nella pratica, in D.1.3.12 l’angolo di visuale da cui il giurista adrianeo si pone per osservare la questione è quello dell’applicazione processuale: il titolare di iurisdictio, quindi, deve ad similia procedere, ossia estendere anche a situazioni simili l’intenzione normativa della legge o del senatoconsulto ampliandone il dettato e quindi ius dicere coerentemente[17]. E non si può dimenticare che, vista l’epoca in cui scrive, Giuliano certo pensava anche all’attività interpretativa dei giuristi come mezzo di realizzazione del raccordo tra previsione astratta della norma e pluralità delle fattispecie concrete[18].

Il Casavola, in merito alla citazione della praefatio della Nov. 74, reputa innegabile «l’impiego, oggi si usa dire ideologico, del pensiero giulianeo da parte del suo ammiratore ed emulo bizantino Triboniano. Giuliano appare a Triboniano, vero teorico dell’assolutismo imperiale, come un predecessore ed un maestro»[19]. Triboniano, chiamando Giuliano a fondare l’ideologia del legislatore riformatore, si serve del giurista adrianeo per fargli dire che le leggi, essendo imperfette, devono essere sottoposte a continue revisioni e miglioramenti: solo l’imperatore può interpretare ed emanare nuove leggi[20] quando si scoprono incertezze o lacune. Giuliano, invece, nei testi appena esposti, asseriva che, essendo impossibile per leggi e senatoconsulti contemplare tutte le fattispecie in concreto verificabili, la loro portata doveva essere estesa a casi simili mediante interpretazione analogica posta in essere dal magistrato giusdicente.

La sintesi del pensiero di Giuliano suggerita dalla Novella può forse dirsi leggermente forzata a fini ideologici, ma di quel pensiero esprime una logica e coerente conseguenza, per cui non può certo considerarsi una «artefatta costruzione di Triboniano»[21].

Giustiniano ricorda poi i precedenti provvedimenti presi in materia di legittimazione dei figli naturali per susseguente matrimonio[22], notando che però in determinate situazioni tale forma di legittimazione era irrealizzabile per motivi dipendenti dalla madre o dai figli. La praefatio della Novella 74 presenta quindi tre casi che con tutta probabilità erano stati portati alla cognizione dello stesso Giustiniano.
 
Nov. 74 praef. 1-2: [1] 'All' ›terÒn ti toioàton ¢p»nthsen. ™k g¦r d¾ toiaÚthj sunhqe…aj genÒmenoi pa‹dej ØpÁrcÒn tini, Ð d aÙtoÝj ºboÚleto tù par' ¹mîn ™pinohqšnti trÒpJ poiÁsai gnhs…ouj tÍ tîn gamikîn poi»sei sumbola…wn, bouleuomšnJ d taàta tù patrˆ teteleÚthken ¹ gun», kaˆ Ð tÁj diat£xewj aÙtÕn ™pšlite trÒpoj: oÙ g¦r Ãn prÕj ¼ntina œdei gamikÕn sunt£xai sumbÒlaion, kaˆ nÒqoi mšnousin oƒ pa‹dej ¥kontoj toà patrÒj. Ka… ti kaˆ deÚteron ¢nšsth toioàton ™p' ¢ndr£sin oÙd ¢gnèstoij ¹m‹n. ™paidopoi»sato mn g£r tij oÙ nom…mwj, kaˆ toÝj mn pa‹daj Øperhg£pa kaˆ gnhs…ouj aÙtù genšsqai kat¦ tÕn nÒmon ºboÚleto, t¦ d tÁj gunaikÕj oÙk Ãn aÙtù pantelîj ¢nam£rthta, oÙd ¢x…an aÙt¾n ¹ge‹to nom…mou tinÕj ÑnÒmatoj t»n ge ˜aut¾n Øbr…sasan (¢rke‹ g¦r tosoàton e„pe‹n). éste deÚteroj oátoj trÒpoj Ð toÝj pa‹daj ¢dikîn, ™n mn d¾ tù protšrJ di¦ tÁj teleutÁj tÁj mhtrÒj, ™n d tù deutšrJ di' ïn ™x»marten ™ke…nh. [2] ”Ismen d ka… ti tr…ton ›teron kinhqšn. Ð mn g¦r pat¾r gnhs…ouj ºboÚleto poiÁsai toÝj pa‹daj kaˆ t¦ ™pˆ to‹j proikóoij nomoqethqšnta par' ¹mîn ™skÒpei, oƒ mšntoi pa‹dej a„sqÒmenoi toÚtwn, ™peid»per tij paradÒxwj Ãlqen e„j t¾n tekoàsan aÙtoÝj (ka…toige oÙ nÒmimon aÙtù gamet¾n oâsan) par£ tinoj suggenoàj eÙpor…a, kakoÚrgwj ¤ma ka„ dolerîj pr£ttontej t¾n mhtšra ¢pškruyan, †na m¾ gšnhtai dunatÕn tù patrˆ poi»sasqai gnhs…ouj aÙtoÝj kaˆ teleutèshj ‡swj tÁj mhtrÕj tÁj tîn mhtrówn pragm£twn ¢polaàsai cr»sewj, toàto Óper to‹j patr£si d…dwsin eâ poiîn Ð nÒmoj. ta‹j toiaÚtaij oân ¢ntit£xasqai tšcnaij nÒmou kaqšsthken ‡dion ¢kriboàj, Ön ™n tù parÒnti t…qemen[23].
 
Il primo caso riguarda un padre che aveva dei figli naturali con una donna a lui congiunta da mero affetto e che voleva renderli legittimi con la confezione degli strumenti dotali. Ma prima che ciò accadesse, la donna morì, per cui egli non poteva più conficere il documento, cosicché i figli sarebbero rimasti naturali contro la sua volontà. Il secondo caso ha come protagonista un altro padre che aveva figli che desiderava legittimare, ma non attraverso il matrimonio con la loro madre, che non riteneva degna del nome di moglie in ragione della sua cattiva condotta. Nel primo caso impediva la legittimità dei figli la morte della madre, nel secondo il fatto che illa peccavit. In entrambi i casi è la madre all’origine dell’impossibilità della legittimazione, impossibilità che il padre e i figli devono subire.

È interessante notare come l’Epitome di Teodoro faccia cenno nel particolare all’adizione dell’imperatore per la soluzione di tali casi:

 

Ep. Theod. 74.1: `O œcwn nÒqouj mn pa‹daj tÁj gunaikÕj aÙtoà teleuths£shj À ¡marths£shj kaˆ ™kblhqe…shj À oÙ fainomšnhj enai nÒmimoj, ™¦n dehqÍ basilšwj, gnhs…ouj kaˆ Øpexous…ouj aÙtoÝj poie‹, À ™¦n ™n tÍ diaq»kV toàto e‡pV kaˆ oƒ pa‹dej aÙtoˆ dehqîsi basilšwj perˆ toÚtou. shme…wsai dš, Óti t¦ e„rhmšna oÙ krate‹ gnhs…wn ØpÒntwn pa…dwn. ¢n£gnwqi bi. e/ toà kèd. t…. ka/ kaˆ kz/ di£t. a/ kaˆ j/ kaˆ h/ kaˆ near¦n pq/[24].

 

L’ultimo caso[25] concerne un padre che voleva legittimare i figli con la redazione degli instrumenta dotali: ma i figli stessi, avendo appreso prima della loro legittimazione che la loro madre aveva ricevuto in eredità beni “a cognato aliquo” (par£ tinoj suggenoàj), occultarono la loro madre maligne et dolose per evitare che più tardi, dopo la morte della madre, il padre superstite godesse dell’usufrutto legale delle res maternae.

Visti i casi appena esposti, si potrebbe pensare che l’imperatore, piuttosto che risolvere singole cause portate alla sua cognizione, abbia privilegiato l’emanazione di una Novella ad hoc: la trasmigrazione delle varie questioni dal piano giurisdizionale a quello legislativo consentiva, come è ovvio, la formulazione di regole più generali dirette alla soluzione di una pluralità di controversie.

Il capo 1 della Novella in effetti contiene le soluzioni ai casi sopra esposti:

 

Nov. 74.1: E‡ tij oân oÙk œcwn pa‹daj nom…mouj, nÒqouj d mÒnon, aÙtoÝj mn gnhs…ouj poi»sasqai boÚletai, t¾n guna‹ka d À oÙk œcoi pantelîj À oÙk ¢nam£rthton À oÙ fainomšnhn œcoi À kat£ ti nÒmimon prÕj tÕ sunoikšsion ™mpodizomšnhn, d…domen aÙtù parrhs…an xšnV tinˆ kaˆ nàn ™xhurhmšnV par' ¹mîn Ðdù prÕs gnhs…ouj ¢gage‹n toàj nÒqouj, dhlad¾ gnhs…wn ™pˆ tîn toioÚtwn qem£twn oÙk Ôntwn. ésper g¦r œsti tij to‹j prÕ ¹mîn ™churhmšnoj trÒpoj Öj toàj ¢peleuqšrouj e„j eÙgšneian ¥gei, prokaqa…rwn mn aÙtoÝj ˜tšrv tinˆ pr£xei kaˆ didoÝj aÙto‹j tÕ tîn crusîn daktul…wn d…kaion, Ûsteron d e„j aÙt¾n ™pan£gwn t¾n fÚsin t¾n doàlÒn te kaˆ ™leÚqeron ™x ¢rcÁj m¾ diakr…nasan, ¢ll' ™leuqšran t¾n ¢nqrèpou poihsamšnhn gon»n: oÛtw d¾ kaˆ ¹me‹j toàton d¾ tÕn trÒpon ™pinooàmen tù pr£gmati. kaˆ ™xšstw tù patrˆ ™pˆ tîn œmprosqen ¹m‹n e„rhmšnwn trÒpwn, À kaˆ e‡ tij ›teroj ¢pant»sei toioàtoj (poll¦ dš, kaq£per œfqhmen e„pÒntej, t¦ tÁj fÚsewj kainourg»mata), ™xšstw to…nun kaq£per œfamen tù patr…, e‡per gnhs…aj oÙk eÙporo…h gonÁj, toÝj pa‹daj ¢pokatastÁsai tÍ fÚsei kaˆ tÍ ¥nwqen eÙgeneˆv, e‡ ge ™x ™leuqšraj aÙtù gšnointo, kaˆ gnhs…ouj tÕ loipÕn kaˆ Øpexous…ouj œcein. <OÙd g¦r ™x ¢rcÁj, ¹n…ka ¹ fÚsij> dieqesmoqštei to‹j ¢nqrèpoij mÒnh, prˆn toÝj graptoÝj e„jfoitÁsai nÒmouj, Ãn tij diafor¦ nÒqou te kaˆ gnhs…ou, ¢ll¦ to‹j prètoij goneàsin oƒ prîtoi pa‹dej ¤ma tÍ proÒdJ gegÒnasi gn»sioi, kaˆ éjper ™pˆ tîn ™leuqšrwn ¹ mn fÚsij ™leuqšrouj pepo…hken ¤pantaj, oƒ pÒlemoi d t¾n doule…an ™xeàron, oÛtw k¢ntaàqa ¹ mn fÚsij gnhs…aj pro»gage t¦j gon£j, ¹ d e„j ™piqum…an ™ktrop¾ tÕ nÒqon aÙta‹j projanem£xato. éjte Ðmo…wn tîn paqîn genomšnwn de‹ kaˆ t¾n qerate…an ™k tîn ‡swn ™xeureqÁnai, t¾n mn par¦ tîn prÕ ¹mîn t¾n d Øf' ¹mîn[26].

 

In apertura si ribadisce la possibilità per il padre che ha solo figli naturali di legittimarli nei modi indicati dall’imperatore e si paragona questa situazione a quella dei liberti, ai quali venne accordato lo status di ingenui dando loro il ius anulorum aureorum e la restituzione dei natali. Poi Giustiniano si concede una digressione storica, esponendo i motivi che sul piano teorico avallano la difesa degli interessi dei figli. Infatti, spiega che inizialmente, quando solo la natura dettava leggi agli uomini, prima che fossero introdotte le leggi scritte, non vi era differenza alcuna tra il figlio naturale e quello legittimo, nascendo tutti legittimi: e come nel caso dei liberi la natura ha fatto tutti liberi, e solo le guerre hanno inventato la schiavitù[27], così, anche in questo caso, la natura ha introdotto delle discendenze legittime, mentre la devianza verso la passione (™piqum…a) vi ha mescolato l’illegittimità[28].

Ma la cancelleria imperiale è molto generica quanto alle sue intenzioni normative in merito. L’intervento imperiale come strumento di legittimazione dei figli naturali si disvelerà apertamente solo nel capo 2. Qui, dopo aver per l’ennesima volta esposto le motivazioni del provvedimento, puntualizzando che la legge è lo strumento indispensabile per governare gli eccessi della natura e dopo aver ricapitolato i casi in cui si poteva ricorrere alla legittimazione per rescriptum principis[29], Giustiniano prevedeva che gli stessi figli naturali potessero chiedere il rescritto imperiale di legittimazione se nel testamento paterno fosse espressa la volontà di legittimarli e averli come successori[30]:

 

Nov. 74.2.1: E„ mšntoige Ð mÒnwn fusikîn pa…dwn pat¾r toàto mn di£ tinaj tuchr¦j perist£seij oÙ pr£xeie, teleutîn d ™p… tinoj tîn œmprosqen e„rhmšnwn qem£twn gr£yeien <™n> diaq»kV boÚlesqai aÙtù gnhs…ouj enai toÝj pa‹daj kaˆ diadÒcouj, kaˆ ™n toÚtJ d…domen aÙtJ parrhs…an: deomšnwn mšntoi kaˆ oÞtw tîn pa…dwn met¦ t¾n teleut¾n toà patrÕj kaˆ toàto didaskÒntwn, kaˆ deiknÚntwn t¦j toà patrÕj diaq»kaj, kaˆ klhronomoÚntwn e„j Óson ¨n Ð pat¾r aÙtoÝj gr£yeie, kaˆ ™k tÁj basile…aj aÙtÕ lambanÒntwn, †na kat¦ taÙtÕn dîron Ï tÕ ginÒmenon patrÒj te kaˆ basilšwj, tautÕn dš ™stin e„pe‹n fÚseèj te kaˆ nÒmou. Kaˆ taàt£ famen oÙdšna tîn œmprosqen nom…mwn ¢nairoàntej trÒpwn, ¢ll¦ kaˆ toàton projtiqšntej ™f' ïn ˜ke…nouj labe‹n oÙk œxestin. Ólwj g¦r gnhs…wn ØpÒntwn eta nÒqwn ™piginomšnwn À progenomšnwn oÙk ¨n ¹ gnhsiÒthj aÙto‹j projteqe…h, e„ m¾ p£ntwj di¦ tîn diat£xewn ¹mîn, a†per tÕn tîn proikówn sumbola…wn e„jhg»santo trÒpon[31].

 

Ancora una volta il binomio natura-legge si pone alla base di questa legittimazione per testamentum: infatti, Giustiniano dichiara espressamente che la legittimità dei figli naturali deriverà dal padre e dall’imperatore, il che equivale a dire dalla natura e dalla legge.

Giustiniano, nel capo 4[32] della Novella – ritenuto a ragione come «il primo tentativo del legislatore giustinianeo di stabilire un sistema generale di forme di celebrazione del matrimonio»[33] –, giungendo ad occuparsi delle persone quae sine dotalibus instrumentis contrahere non possunt, fa conoscere in primo luogo il motivo che lo aveva indotto ad intervenire in materia:

 

Nov. 74.4 pr.: K¢ke‹no d ¹goÚmeqa k£llion enai t£xai projhkÒntwj, Óper ™k pollÁj tÁj tîn pragm£twn ™l£bomen pe…raj: pollaˆ goàn kaˆ ™fexÁj d…kai projhggelmšnai tù ¹metšrJ kr£tei toà parÒntoj ¹m©j e„j cre…an ½gagon nÒmou.[34].

                                                                                            

Il tema delle multae et continuae lites (pollaˆ kaˆ ™fexÁj d…kai) è un argomento ricorrente in tutta la legislazione giustinianea[35]: in materia di matrimonio e di legittimazione dei figli lo si rinviene, ad esempio, anche in Nov. 97 praef.[36].  Di grande interesse sono le informazioni che ci fornisce Giustiniano: per un verso, siamo edotti del fatto che l’imperatore-legislatore fu sollecitato ad introdurre questa nuova disciplina dalla conoscenza diretta delle controversie insorte[37], acquisita attraverso l’attività svolta – o in prima persona o tramite i coadiutori più stretti – in sede giurisdizionale; per un altro verso, apprendiamo che la disciplina precedente fondata sull’irrilevanza dello strumento dotale e sulla corrispondente piena libertà formale[38], vale a dire quindi sul paradigma classico ‘consensus facit nuptias’, evidentemente non doveva aver trovato sufficienti rispondenze nella prassi del tempo.

Nello specifico Giustiniano si doleva delle false testimonianze, sempre più frequentemente ripetute nei tribunali imperiali, in cui si asseriva che l’uomo e la donna vicendevolmente si chiamavano dominus e domina (… kaˆ Óti kur…an ™k£lei t¾n sunoikoàsan Ð ¢n¾r k¢ke…nh toàton Ðmo…wj çnÒmaze …) allo scopo di simulare matrimoni che non erano mai realmente esistiti[39].

Nell’enunciare le motivazioni della riforma introdotta da Nov. 74,4 si rinvengono richiami a ragioni di carattere filosofico e a precedenti normativi. Tra gli altri si opera il richiamo alla legge naturale, riconosciuta come motivo ispiratore dell’attività legislativa imperiale (toàto ò»qhmen crÁnai kat¦ toÝj fusikoÝj dior…sai nÒmouj): anche se si tratta di un tópos della legislazione novellare[40] specialmente a proposito del diritto di famiglia, è quantomeno originale ritrovarlo in un contesto, quale quello del matrimonio, ove non avevano influenza alcuna i principi della legge di natura. L’amore, che aveva la capacità di offuscare la mente umana e di condurla a compiere azioni imprudenti, richiedeva l’adozione di misure idonee ad arginarne la potenza travolgente. Come in precedenza altri imperatori, per contrastare una eventualità di tale sorta, avevano statuito il divieto di donazione fra coniugi[41], così Giustiniano che si definiva amator castitatis (swfrosÚnhj ™rast»j)[42] e si mostrava consapevole del fatto che il furor amoris (man…a ™rwtikÁ) poteva essere arginato unicamente dalla philosophia (filosof…a)[43], emanava una casta lex (sèfronikÒj nÒmoj). Tale concezione era in linea con la visione giustinianea che «l’ordinamento giuridico debba avere un suo fine, al quale armonizzarsi strutturalmente e verso il quale tendere nel suo concreto realizzarsi»[44] in quanto «il mondo del diritto mette a suo fondamento la sintesi dell’utilitas publica con l’utilitas privata proclamandone il valore. L’imperatore, che provvede alle necessità organizzative della società, deve tendere attraverso l’opera di gubernator[45] ad adeguare questa sintesi a quei naturalia iura, quae apud omnes gentes peraeque servantur[46], in quanto divina quadam providentia constituta[47], e che per questo, e cioè in quanto al di sopra della storia, semper firma atque immutabilia permanent»[48].

La parte dispositiva del capo I di Nov. 74.4 introduceva, ai fini di una valida conclusione del matrimonio, l’obbligo di costituzione di dote e donazione obnuziale per gli appartenenti alle categorie sociali più elevate, ossia in pratica ai membri dell’ordine senatorio, descritti come coloro che si trovavano in maioribus itaque dignitatibus, et quaecunque usque ad nos et senatores, et magnificentissimos illustres[49]. In realtà, la Novella non prescrive esplicitamente la necessità degli strumenti dotali, ma la sottintende richiedendo p£nta Ósa to‹j semnotšroij pršpei tîn Ñnom£twn (= omnia quae honestiora decet nomina), locuzione in cui, attraverso un raffronto con le disposizioni immediatamente seguenti e soprattutto con le Epitomi[50], si può individuare il documento probatorio.

A coloro che invece appartenevano ad una classe sociale medio-alta – a titolo esemplificativo venivano citati le più alte cariche militari e i massimi esponenti del mondo del commercio e dell’amministrazione[51] – era concessa la possibilità di presentarsi in chiesa e dichiarare la propria volontà al defensor ecclesiae (œkdikoj, ™kklhsiškdikoj)[52]: questi, alla presenza di almeno tre o quattro chierici nel ruolo di testimoni, doveva redigere una specie di certificato matrimoniale contenente la data, l’indicazione dei nubendi, l’attestazione delle nozze e la sottoscrizione del defensor stesso, delle parti dei chierici. Il documento doveva essere rilasciato ad entrambe le parti o anche ad un sola di esse, o, eventualmente, essere conservato dallo stesso defensor negli archivi ecclesiastici ubi venerabilia vasa servantur[53].

Nell’ultimo paragrafo del caput 4 si esonerano dalle formalità sopradette i soggetti dalla abiecta vita, meno abbienti e residenti nei luoghi meno civilizzati dell’impero, come gli agricoltori, i militari cosiddetti caligati[54], ai quali venne concessa la ¥deia (licentia) di contrarre matrimonio ex non scripto, sulla base della prestazione del semplice consenso coniugale[55].

Il quadro normativo della Novella 74 era perfezionato dalle disposizioni contenute nel capo quinto, che riconoscevano la possibilità di contrarre matrimonio secondo pratiche e forme proprie del rito cristiano. In primo luogo venivano esposte, come fatto anche in precedenza, le situazioni concrete che avevano reso indispensabile l’intervento legislativo:

 

Nov. 74.5 pr.: 'Epeid¾ d ™k tîn projeleÚsewn tîn ginomšnwn ¹m‹n ¢eˆ sucnÒteron d¾ p£ntwn gunaikîn ¢koÚomen Ñduromšnwn kaˆ prosaggellousîn, éj tinej projtaqe…v kratoÚmenoi prÕj aÙt¦j eta taÚtaj ¢n£gousin o‡koi, kaˆ tîn qe…wn ¡ptÒmenoi log…wn À ™n eÙkthr…oij o‡koij ÑmÒsantej, Ã m¾n ›xein aÙt¦j nom…mouj gamet£j, oÛtwj aÙt¦j o„keioàntai crÒnon polÝn kaˆ paidopoioàsin ‡swj, eta ™peid¦n ™mplhsqe‹en tÁj aÙtîn ™piqum…aj, À tîn pa…dwn cwrˆj À met¦ tîn pa…dwn ¢porr…ptousi tîn o‡kwn, ™kr…namen kaˆ toàto crÁnai qerapeàsai. kaˆ e‡per ¹ gun¾ de‹xai dunhqe…h trÒpoij nom…moij, Óti kat¦ toàto tÕ scÁma Ð ¢n¾r taÚthn œlaben o‡koi ™pˆ tù guna‹ka gnhs…an œcein kaˆ pa…dwn gnhs…wn mhtšra, mhkšti pantelîj ¥deian aÙtù kaqest£nai taÚthn par¦ t¾n toà nÒmou t£xin ™xwqe‹n tÁj o„k…aj, ¢ll' œcein gnhs…an kaˆ toÝj pa‹daj gnhs…ouj aÙtù kaqest£nai ...[56].

 

Si trattava di parecchie interpellationes di donne ingannate da uomini che fingevano di volerle come mogli legittime, giurando sulle sacre scritture, ma che, dopo averle tenute presso di loro per lungo tempo e aver saziato le loro brame, le cacciavano di casa con o senza i figli eventualmente nati dal rapporto. Per assicurare alle vittime di tali situazioni una opportuna tutela si introduceva una eccezione[57] al regime generale esposto nel capo precedente concedendo loro di dimostrare trÒpoij nom…moij (modis legitimis) di essere state sposate tramite il rituale del giuramento di reciproca fedeltà sui libri sacri o ™n eÙkthr…oij o‡koij (in oratoriis), il che avrebbe implicato la validità del matrimonio e, come diretta conseguenza, la legittimità dei figli[58], indipendentemente dalla volontà del padre.

Anche nell’epilogo si ritrova evidenziato lo scopo della legge:

 

Nov. 74 ep.: T¦ parast£nta to…nun ¹m‹n kaˆ e„j ¢nqrèpwn qerape…an kaˆ tÁj fÚsewj ¢napl»rwsin di¦ toàde toà nÒmou diorisqšnta ¹ s¾ Øperoc¾ faner¦ p©si poihs£tw programm£twn tiqemšnwn, di' ïn ¤pasin Ð nÒmoj œstai saf»j, ginèskousi kaq' Ön perˆ tîn toioÚtwn politeÚsontai trÒpon, kaˆ t¾n ¹metšran ™nnooàsi prÒnoian Óti p£shj ¢scol…aj ˜tšraj t¾n aÙtîn çfšleian prot…qemen[59].

 

Esso è quello di correggere[60] e supplire alle carenze della natura, accostato all’altro motivo, altrettanto ricorrente nella legislazione novellare[61], dell’utilitas subiectorum: le disposizioni contenute nella legge sono dirette a comune vantaggio di coloro ai quali sono indirizzate e dai quali devono essere osservate.

Giustiniano, colui che «per voler del primo amor» che sentiva «d’entro le leggi» trasse «il troppo e ’l vano»[62],  incarnava quindi la figura del «buon legislatore»[63], quella che i filosofi del positivismo giuridico hanno tratto dalla teoria della completezza e della coerenza dell’ordinamento, completezza e coerenza che sono ideali tipicamente razionalistici e che certo – io ritengo – Giustiniano pose come obbiettivi della sua politica del diritto.

Resta infine da sottolineare come la visione giustinianea della legge come insufficiente a disciplinare tutti i casi che si possono presentare nella pratica sia stata ripresa, molti secoli più tardi, dai legislatori francesi del Code civil. Nel Discours préliminaire sur le projet de Code civil[64], infatti, si legge:

 

Un code, quelque complet qu’il puisse paraître, n’est pas plutôt achevé, que mille questions inattendues viennent s’offrir au magistrat. Car les lois, une fois rédigées, demeurent telles qu’elles ont été écrites; les hommes, au contraire, ne se reposent jamais; ils agissent toujours; et ce mouvement, qui ne s’arrête pas, et dont les effets sont diversement modifiés par les circonstances, produit à chaque instant quelque combinaison nouvelle, quelque nouveau fait, quelque résultat nouveau. Une foule de choses sont donc nécessairement abandonnées à l’empire de l’usage, à la discussion des hommes instruits, à l’arbitrage des juges. L’office de la loi est de fixer, par de grandes vues, les maximes générales du droit; d’établir des principes féconds en conséquences, et non de descendre dans le détail des questions qui peuvent naître sur chaque matière. C’est au magistrat et au juriconsulte, pénétrés de l’esprit général des lois, à en diriger l’application. De là, chez toutes les nations policées, on voit toujours se former, à côté du sanctuaire des lois, et sous la surveillance du législateur, un dêpot de maximes, de décisions et de doctrines qui s’épure journellement par la pratique et par le choc des débats judiciaires, qui s’accroît sans cesse de toutes les connaissances acquises, et qui a constamment été regardé comme le vrai supplément de la législation. On fait à ceux qui professent la jurisprudence le reproche d’avoir multiplié les subtilités, les compilations et les commentaires. Mais dans quel art, dans quelle science ne s’est-on pas exposé à le mériter?[65]. Forcer le magistrat de recourir au législateur, ce serait admettre le plus funeste des principes; ce serait renouveler parmi nous la désastreuse législation des rescrits; car, lorsque le législateur intervient pour prononcer sur des affaires nées et vivement agitées entre particuliers, il n'est pas plus à l'abri des surprises que les tribunaux[66].

 

La varietas e le machinationes della natura giustinianee si traducono nell’incessante mouvement degli uomini descritto dai legislatori francesi: movimento, che si contrappone alla fissità delle leggi, e i cui effetti mutano in relazione alle circostanze concrete. Così, il compito della legge è quello di fissare, a grandi linee, le massime generali del diritto, di stabilire i principi che ne derivano di conseguenza, ma non quello di scendere nei dettagli delle questioni che possono nascere su ciascuna materia, ossia di comprehendere singillatim, come già scriveva Giuliano[67].

Radicalmente differente è però la soluzione adottata da Giustiniano rispetto a quella del code civil per quanto riguarda i fatti non specificamente disciplinati dalla legge. Se infatti Giustiniano ha riservato a se stesso, in quanto mandatario di Dio, in via esclusiva il potere di intervenire, i legislatori francesi, al contrario, hanno riconosciuto al magistrato e al giurista «pénétrés de l’esprit général des lois»[68] di regolare l’applicazione della legge, dal momento che:

 

… le recours au législateur entraînerait des longueurs fatales au justiciable, et, ce qui est pire, il compromettrait le sagesse et la sainteté des lois. En effet, la loi statue sur tous: elle considère les hommes en masse, jamais comme particuliers; elle ne doit point se mêler des faits individuels ni des litiges qui divisent, les citoyens. S'il en était autrement, il faudrait journellement faire de nouvelles lois; leur multitude étoufferait leur dignité et nuirait à leur observation. Le jurisconsulte serait sans fonctions, et le législateur, entraîné par les détails, ne serait bientôt plus que jurisconsulte. Les intérêts particuliers assiégeraient la puissance législative; ils la détourneraient, à chaque instant, de l'intérêt général de la société[69].

 

Costringere il magistrato a ricorrere al legislatore, sarebbe infatti stato come riportare in vita la ‘disastrosa’ pratica romana dei rescritti, mentre in realtà la legge doveva essere rivolta ed avere ad oggetto la collettività e mai singoli individui. E certo non ci saremmo aspettati un atteggiamento diverso da una nazione, che era uscita da poco da una travagliata fase rivoluzionaria, e per la quale le leggi non sono «de purs actes de puissance», ma atti «de sagesse, de justice et de raison», e il legislatore «exerce moins une autorité qu’un sacerdoce»[70].

 

 



 

[1] Nov. 2 praef. pr.: Kaˆ to‹j prÕ ¹mîn nenomoqethkÒsi `Rwma…oij tÁj ¢eˆ nomoqes…aj ¢form¾n ¹ tîn ¢nafuomšnwn pragm£twn ™d…dou poikil…a, kaˆ ¹me‹j, tÕ nomoqetikÕn ¤pan katakosm»santej tÁj polite…aj mšroj, t¾n Ólhn scedÕn ™panÒrqwsin pot mn ™pˆ ta‹j tîn deomšnwn prosaggel…aij, pot d ™pˆ ta‹j dikastika‹j zht»sesin ™poihs£meqa: kaˆ polloÚj ge tîn nÒmwn ™nteàqen to‹j ÚphkÒoij to‹j ¹metšroij ™gr£yamen. `Opo‹on d» ti kaˆ nàn ¢nast¦n e„j tÒnde ¹m©j tÕn nÒmon ™k£lesen. Faccio seguire al testo greco della Novella – qui come in tutti gli altri luoghi dell’articolo – la traduzione dell’ed. Schoell-Kroll: Et legislatoribus Romanis, qui ante nos fuerunt, perpetuam leges ferendi occasionem emergentium causarum dedit varietas, et nos universa legislatoria reipublicae parte ornata, omnem fere correctionem partim in eis, quae a supplicantibus ad nos deferuntur, partim in iudicialibus consultationibus adhibuimus, atque hinc multas leges subditis nostris tulimus. Quale quid etiam nunc emersit et nos ad hanc legem commovit.

 

[2] Nov. 49 praef. pr.: TÕ ·eustÕn d¾ toàto kaˆ ¢nqrèpinon kaˆ mšnein ™pˆ taÙtoà mhdepèpote dun£menon, ¢ll¦ ginÒmenon mn ¢eˆ mšnon d oÙdšpote, kaˆ ta‹j monoqes…aij e„j£gei tin¦ tarac»n, kaˆ tÕ dÒxan œcein Ñrqîj kaˆ ™n beba…J ke‹sqai dokoàn kaˆ tÍ tîn ¢kribîn katasfalisqn parathr»sei poll£kij ™k…nhsen ¹ tîn ˜pisumb£ntwn poikil…a pragm£twn.Volubilis illa atque humana condicio, quae manere in eodem numquam potest, sed semper quidem fit, numquam vero manet, legislationi quoque turbas aliquas affert, et quod visum est recte se habere et videtur in tuto collocatum atque accurata observatione munitum est, id saepe movit emergentium causarum varietas.

 

[3] Di tale problema si è occupata l’Unità di Ricerca genovese («Temi e tecniche della legislazione novellare» - Responsabile scientifico: Mariagrazia Bianchini) nell’ambito del progetto cofinanziato dal Miur (PRIN 2004) dal titolo «L’esperienza giuridica giustinianea dopo la Compilazione: Novelle e interpreti» (Coordinatore scientifico: Francesco Sitzia).

 

[4] PRIN 2004 – Consuntivo Unità di ricerca genovese – Punto 8. Descrizione della Ricerca eseguita e dei risultati ottenuti. Quanto al motivo dell’utilitas subiectorum lo si veda più in dettaglio infra in Nov. 74 ep.

 

[5] G. Luchetti, Matrimonio ‘cum scriptis’ e ‘sine scriptis’ nelle fonti giuridiche giustinianee, in BIDR 92-93 (1989-1990) [ma pubbl. 1993], 328 s.

 

[6] Recte dictum est ab iis qui ante nos fuerunt et prae omnibus a Iuliano viro sapientissimo neque legem ullam neque senatusconsultum reipublicae Romanae latum videri ad omnia sufficienter ab initio sancitum, verum multiplici indigere emendatione, ut ad varietatem naturae eiusque inventa sufficiat. Atque de iis quidem qui ex naturalibus legitimorum ius consequuntur multas ac varias leges scripsimus, quoniam autem ex iis quae in diem a natura struuntur, deesse aliquid legibus iam sancitis deprehendimus, hoc in praesentia emendamus.

 

[7] Il tema delle continue innovazioni della natura si rinviene anche in Nov. 69.4.1 i.f. (¢ll' ¤pantej ØpakoÚoien toà nÒmou, kaˆ Øpokeklimšnoi tù tÁj dikaiosÚnhj qesmù timùšn te aÙtÕn kaˆ di¦ p£ntwn ¥goien „scurÒn, m¾ mÒnon e„j ˜autoÝj blšpontej, ¢ll¦ kaˆ e„j t¦j ™fexÁj diadoc£j, kaˆ e„dÒtej æj oÙdn scedÕn tîn ™pˆ gÁj ™pˆ taÙtoà mšnei, ·šei, d ¹ fÚsij ¢eˆ e„j poll¦j kaˆ ¢mhc£nouj ™xelittomšnh trop£j, §j oÜte proŽdšsqai ·®dion oÜte proeipe‹n, qeoà mÒnou kaˆ basilšwj ¢kolouqoàntoj qeù taÚtaj kubern©n metr…wj te kaˆ ™pieikîj dunamšnou. … sed omnes legi oboediant, et iustitiae normae subiecti et honorent eam et per omnia tueantur validam, neve ad se ipsos solum respiciant, sed etiam ad successiones deinceps futuras, ac sciant nihil fere eorum quae in terris sunt in eodem statu manere, sed velut flumine ferri naturam semper ad multas atque inopinatas mutationes sese evolventem, quas nec praevidere nec praedicere facile sit, cum deus solus et deum sequens imperator haec moderate et iuste gubernare possit); Nov. 74.1; 74.2 pr.; Nov. 84 praef. pr. [Pollo‹j pantacÒqen ¹ fÚsij kainourg»masin ™n to‹j pr£gmasi crwmšnh (e„rhmšnon ½dh toàto poll£kij ™n to‹j nÒmoij tÕ proo…mion, e„r»setai d kaˆ aâqij ›wj ¨n ™ke…nh t¦ ˜autÁj pr£ttÍ) pollîn ¹m©j e„j cre…an kaq…sthsi nÒmwn. - Quae multa undique in rebus nova profert natura (quod quidem iam saepe dictum est in legibus prooemium, sed idem denuo dicetur quamdiu illa agat quae eius propria sunt) multarum legum nobis necessitatem attulit.…]; cfr. 84.1.1. Sulla questione vedi H. Krumpholz, Über sozialstaatliche Aspekte in der Novellengesetzgebung Justinians, Diss. Bonn 1992, 209.

 

[8] Sul limitato spazio lasciato alle citazioni dei giuristi nelle Novelle vedi, da ultimo, E. Franciosi, Qui ante nos fuerunt legislatores. I richiami ai giurisprudenti e ai predecessori nella legislazione novellare giustinianea, in MEP IX (2006) fasc. 11, 377 ss.

 

[9] Vedi Nov. 22.43, a. 535 (Q. Muc. D.35.1.7 pr.): ¢ll¦ Quintoj Mucioj Scaevolaj pronomoqet»saj ™tÚgcanen, ™pˆ p£ntwn d¾ tîn ºrthmšnwn e„j t¦j tîn pragm£twn kwlÚseij t¦j toiaÚtaj ™pino»saj ¢sfale…aj. sed Q. Mucius Scaevola sanciendo praeceperat, qui quidem in omnibus, quae a rerum prohibitione pendent, eiusmodi cautiones excogitavit.

 

[10] Oltre alla citazione qui presa in esame, vedi anche Nov. 87 praef., a. 539: kaq£per 'IoulianÕj Ð sofètatoj ™nomoqšthse, toàto Óper ¹me‹j ™n tù lq' bibl…J tîn ¹metšrwn digšstwn ™gr£yamen quemadmodum Iulianus vir sapientissimus statuit, id quod nos in trigesimo nono libro digestorum nostrorum perscripsimus ….

 

[11] Vedi Nov. 4.1, a. 535 (Pap. D.46.1.49.2): oÙd g¦r Ãn tij ™ntaàqa tù palaiù nÒmJ diwrismšnh prÕj qerape…an mšqodoj, ka…toi PapinianÕj Ð mšgaj Ãn Ð taàta prîtoj Øfhghs£menoj. Neque enim ulla hic erat antiqua lege definita medendi ratio, tametsi magnus ille Papinianus haec primus demonstraverit.; 108 praef. 2, a. 541 (Pap. D.36.1.56(54)): ‡smen to…nun Papinianù tù sofwt£tJ ·hqšn ti ™n tù iq' tîn aÙtoà quaestionwn … Atque novimus a Papiniano viro prudentissimo dictum esse aliquid in libro decimo nono quaestionum …; 108.1: (Óper Ð PapinianÕj œlegen interventendi fideicommissi causa) (quod Papinianus dicebat intervertendi fideicommissi causa) . Quanto all’identificazione del passo di Papiniano citato in Nov. 4,1, cfr. F. Briguglio, Fideiussoribus succurri solet, Milano 1999, 180 ss., che ritiene più probabile sia D.45,1,116.

 

[12] Vedi Nov. 97,6,1, a. 539 (Ulp. D.24,3,24): kaˆ ‡smen kaˆ OÙlpianÕn tÕn sofètaton t¦ toiaàta zht»santa kaˆ ¢pÒrou toà ¢ndrÕj eØreqšntoj bohq»santa tÍ gunaik…, kaˆ e„j Óson Ð ¢n¾r eÙpore‹ t¾n suneisfor¦n aÙtÍ genšsqai boulÒmenon. Atque scimus Ulpianum quoque virum sapientissimum haec talia quaesivisse, et viro inope comperto mulierem iuvisse et in quantum vir opibus valeret collationem ab ea fieri voluisse.

 

[13] E. Franciosi, Qui ante nos fuerunt legislatores, 378, imputa la ragione di questo uso così parco della giurisprudenza nell’ultima legislazione di Giustiniano, da un lato, all’assenza dei giuristi dal suo piano di lavoro, dall’altro, alla loro totale integrazione nel suo pensiero, cosicchè diventa impossibile distinguere i loro apporti.

 

[14] Sul passo vedi, tra gli altri, V. Giodice-Sabbatelli, Constituere: dato semantico e valore giuridico, in Labeo 27 (1981), 354 s.; F. Gallo, Produzione del diritto e sovranità popolare nel pensiero di Giuliano (A proposito di D.1.3.32), in Iura 36 (1985), 73; V. Scarano Ussani, L’utilità e la certezza. Compiti e modelli del sapere giuridico in Salvio Giuliano, Milano 1987, 88 s. (e n. 107 per altra bibliografia).

 

[15] D.1,3,12 (Iul. 15 dig.): Non possunt omnes articuli singillatim aut legibus aut senatus consultis comprehendi: sed cum in aliqua causa sententia eorum manifesta est, is qui iuris dictioni praeest ad similia procedere atque ita ius dicere debet. Sul passo vedi E. Bund, Untersuchungen zur Methode Julians, Graz 1965, 76 ss.; F. Gallo, All’origine dell’analogia, in Opuscula selecta, Padova 1999, 915 ss. [già in Diritto e processo nella esperienza romana. Atti del seminario torinese (4-5 dicembre 1991) in memoria di Giuseppe Provera, Napoli 1994, 64 ss.].

 

[16] Per un excursus sull’individuazione da parte della dottrina del passo giulianeo citato in Nov. 74, vedi G. Luchetti, Matrimonio ‘cum scriptis’, 273 n. 179.

 

[17] F. Gallo, All’origine dell’analogia, 916.

 

[18] V. Scarano Ussani, L’utilità e la certezza. Compiti e modelli del sapere giuridico in Salvio Giuliano, Milano 1987, 89.

 

[19] F. Casavola, Giuristi romani nella cultura bizantina tra classicità e cristianesimo, in Studi Tardoantichi I (1986), 237.

 

[20] L’esclusività del diritto dell’imperatore a legiferare è confermata da Nov. 113.1 pr., a. 541 (... ¢ll¦ kat¦ toÝj genikoÝj ¹mîn nÒmouj t¦j d…kaj ™xet£zesqa… te kaˆ tšmnesqai: - … sed secundum generales leges nostras lites et examinentur et decidantur …), così come di quello di interpretare la legge è attestata da Nov. 143 praef., a. 563 (Legis interpretationem culmini tantum principali competere nemini venit in dubium, cum promulgandae quoque legis auctoritatem fortunae sibi vindicat eminentia …).

 

[21] Così invece pensa F. Casavola, Giuristi romani nella cultura bizantina, 237. Nel mio stesso senso cfr. E. Franciosi, Qui ante nos fuerunt legislatores, 379 n. 6.

 

[22] C.5.27.10 e 11; Nov. 12.4 e 18.11. Su tali testi si legga G. Luchetti, La legittimazione dei figli naturali nelle fonti tardo imperiali e giustinianee, Milano 1990, rispettivamente, 227-236; 237-242; 247-254; 255-262; più in generale, sulla legitimatio per subsequens matrimonium, vedi, di recente, F. Sitzia, Novella 19: fra problemi di tecnica legislativa e cavilli della prassi, in Nozione formazione e interpretazione del diritto dall’età romana alle esperienze moderne. Studi in onore di F. Gallo, I, Napoli 1997, 319 ss.; R. Vigneron, La politique moralisatrice de Justinien à l’égard des séducteurs (plus spécialement au vu de la Nov. 74,5), in Collatio iuris Romani. Études dédiées à Hans Ankum à l’occasion de son 65eme anniversaire, 2, Amsterdam 1995, 583 ss.; R. Astolfi, Costantino e la legittimazione dei figli naturali mediante matrimonio, in Utrumque ius 26, 1994, 227 ss.; R. Vigneron, La Novelle 74.5 de Justinien et le regime juridique du concubinat romain, in Le droit de la famille en Europe, son evolution de l’antiquitè a nos jours, Strasbourg 1992, 729 ss.

 

[23] [1] Sed aliud quid eiusmodi accidit. Nam ex eius generis consuetudine erant liberi alicui nati, ille autem eos ratione a nobis excogitata legitimos efficere volebat nuptialium instrumentorum confectione: atqui dum pater haec mente agitat decessit mulier, et constitutionis ratio eum destituit: neque enim erat cum qua nuptiale instrumentum componere liceret, et naturales manebant liberi invito parente. Atque etiam aliud quid eiusmodi exortum est in viris nobis haud ignotis. Etenim liberos aliquis non legitime procreavit, atque illos quidem admodum diligebat et legitimos sibi fieri secundum legem volebat, mulieris autem res probro non omnino carebant neque dignam eam existimabat legitimo aliquo nomine, quippe quae sibi ipsa iniuriam fecisset (sufficit enim tantum dixisse). Itaque alter hic modus est quo liberi damno afficiantur, nempe ut priore per mortem matris ita altero per ea quae mater peccavit. [2] Novimus vero etiam tertium aliquid esse motum. Nam pater quidem legitimos efficere liberos volebat atque eorum quae de dotalibus a nobis sancita sunt rationem habebat, liberi tamen ubi haec senserunt, quoniam praeter opinionem ad matrem eorum (licet legitima illius uxor non esset) a cognato aliquo opes quaedam pervenissent, improbe simul et dolose agentes matrem occultaverunt, ne patri copia fieret ipsos legitimos efficiendi et defuncta forte matre maternarum rerum usufructu potiendi, in id quod patribus lex merito tribuit. Talibus igitur artibus resistere legis proprium est accuratae, quam in praesenti sancimus.

 

[24] Ep. Theod. 74.1: Qui liberos naturales [tantum] habet, si mulier eius mortua sit, vel propter delictum ab eo reiecta sit, vel legitima uxor esse non possit, si imperatorem precibus adierit, legitimos eos facit et sub potestatem redigit, vel si in testamento hoc dixerit et liberi ipsi imperatorem super hoc precibus adierint …. L’annotazione che segue è: Nota vero, quae dicta sunt, non valere, si legitimi subsint liberi. Lege lib. V Cod. tit. 21 (?) et 27 const. 1 et 6 et 8 et Nov. LXXXIX.

 

[25] Nov. 74 praef. 2.

 

[26] Si quis igitur non habens liberos legitimos, sed naturales tantum, eos quidem legitimos reddere vult, mulierem autem vel omnino non habeat vel quae probro non careat vel quae non appareat vel quae secundum aliquam legem ad nuptias faciendas impediatur, licentiam ei damus nova quadam via et nunc excogitata a nobis ad legitimorum ius ducendi naturales, scilicet si legitimi in eiusmodi casibus praesto non sint. Sicut enim ratio quaedam est a decessoribus nostris excogitata quae libertinos ad ingenuitatem ducit, cum eos prius per alium quendam actum purget detque iis ius aureorum anulorum, deinde autem ipsi eos naturae restituat, quae servum et liberum ab initio non discrevit, sed liberam fecit hominis prolem: ita iam nos quoque hunc modum illi causae statuimus. Atque liceat patri in modis a nobis ante dictis, vel etiam si quis eius generis alius acciderit (multa enim, sicut supra diximus, a natura innovantur), liceat igitur uti dicebamus patri, si quidem legitimae subolis copia ei non sit, liberos restituere natalibus et antiquae ingenuitati, si modo ex libera ei nati sint, et legitimos in posterum ac sub potestate habere. Neque enim a principio, cum natura hominibus sola leges daret, antequam scriptae inducerentur leges, differentia erat ulla inter naturalem et legitimum, sed primis parentibus primi filii simul ac progeniti sunt legitimi extiterunt, et quemadmodum in liberis hominibus natura quidem omnes fecit liberos, bella autem servitutem invenerunt, ita hic quoque natura quidem legitimam produxit subolem, conversio autem ad libidinem naturalium notam iis impressit. Itaque cum similes affectus facti sint, remedium quoque ex similibus excogitari par est, alterum a decessoribus nostris alterum a nobis.

 

[27] L’affermazione di principio che la natura non ha proceduto ad alcuna distinzione fondata sul sesso, sulla libertà o sulla legittimità dei figli è ripetuto più volte nelle Novelle: vedi, tra le altre, Nov. 18.5; Nov. 74.1; Nov. 89.1 pr., 9 pr. e 12.5 i.f.

 

[28] Secondo G. Lanata, I figli della passione. Appunti sulla Novella 74, in Società e diritto nel mondo tardo antico, Torino 1994, 93 s., «la convinzione giusnaturalistica che sorregge queste asserzioni andrebbe ricondotta a principi fondati su una humanitas cristiana», così come «il rilievo della Novella 74, secondo cui l’esistenza degli illegittimi è dovuta … a una passione distorta o deviata, sembra rimandare a un’etica matrimoniale cristiana».

 

[29] Nov. 74.2 pr. A completare la disciplina giustinianea sulla legittimazione per rescritto del principe è intervenuta infine Nov. 89.9-10 (a. 539), per il contenuto della quale rinvio a G. Luchetti, La legittimazione dei figli naturali, 305 ss.

 

[30] Ciò era possibile solo a condizione che il padre non avesse figli legittimi.

 

[31] Si tamen pater naturalium tantum liberorum id quidem propter fortuitas quasdam necessitates non fecerit, moriens autem de uno ex casibus supra dictis in testamento scripserit velle se liberos sibi legitimos esse et successores, huius quoque rei licentiam ei damus, ut tamen sic quoque liberi post mortem patris supplicent et hoc doceant, et testamentum patris ostendant, et heredes existant in quantum eos pater scripserit, atque id ab imperatore impetrent, ut quod fit eodem modo donum sit et patris et imperatoris, vel quod idem est et naturae et legis. Atque haec dicimus nullum ex prioribus modis legitimis tollentes, immo hunc addentes ubi illos adhibere non licet. Utique enim si legitimi praesto sint et naturales postea nascantur sive antea nati sint, ius legitimorum iis non impertietur nisi omnino per constitutiones nostras, quae modum dotalium instrumentorum introduxerunt.

 

[32] Nel capo 3 di Nov. 74 Giustiniano conferma la constitutio C.5.27.7 del 519, con la quale Giustino I aveva vietato l’arrogazione dei figli naturali e ne loda con enfasi il disposto. Cfr., in merito a tali arrogazioni C.5.27.6 (a. 517) dell’imperatore Anastasio, la quale, anche se in maniera non del tutto chiara, stabilì invece che coloro che, privi di figli nati da iustae nuptiae, avessero avuto una relazione concubinaria già convertita in matrimonio (vedi in tal senso C. Van De Wiel, La légitimation par mariage subséquent de Constantin à Justinien. Sa réception sporadique dans le droit byzantin, in RIDA 25 (1978), 324, e G. Luchetti, La legittimazione dei figli naturali, 205 e n. 54, ove altra bibliografia), avrebbero potuto tenere come legittimi i figli ‘progenitos seu procreandos’, ossia in precedenza generati o non ancora nati; per il futuro si dispose altresì che il concubinato dovesse trasformarsi in matrimonio con la necessaria redazione degli strumenti dotali.

 

[33] G. Luchetti, Matrimonio ‘cum scriptis’, 358.

 

[34] Sed illud quoque ut apte ordinemus satius esse arbitramur, quod ex multa rerum experientia accepimus: certe multae et continuae lites ad nostram maiestatem delatae ad praesentis nos legis necessitatem adduxerunt.

 

[35] Vedi, tra le altre, anche Nov. 1.1; 4 praef.; 30.5.1; 34 praef.; 49 praef. 2; 53 praef.; 56 praef.; 59 praef.; 64 praef.; 69.1.1; 125 praef.; Ed. 7 praef.; 9 praef.

 

[36] Nov. 97 praef.: 'Epeid¾ t¦ poll¦ tîn ™n to‹j nÒmoij znt»sewn Ðrîmen per… te t¦j prètaj ¹mîn genšseij, toutšsti g£mouj te kaˆ paidopoi…aj, kinoÚmena per… te t¦ teleuta‹a, Ðpo‹on d» ti tÕ tîn boul»seèn te kaˆ diaqhkîn ™stin Quoniam plurimas in legibus quaestiones tam de primis ortus nostri causis, hoc est nuptiis et liberorum procreatione, quam de rebus extremis, quales sunt ultimae voluntates et testamenta, motas videmus ….

 

[37] G. Luchetti, Matrimonio ‘cum scriptis’, 358 n. 63, ritiene probabile – anche se in via congetturale – che «le multae et continuae lites di cui si fa menzione nel principium coinvolgessero principalmente le classi socialmente ed economicamente più elevate». Da questo si può forse inferire che la licentia concessa ai meno abbienti ed istruiti nascesse anche dalla percezione della minor litigiosità della categoria in sede giurisdizionale.

 

[38] Nov. 74.4 pr.: ™peid¾ g¦r kaˆ to‹j palaio‹j dihgÒreutai nÒmoij kaˆ ¹m‹n aÙto‹j t¦ aÙt¦ diatštaktai, éste toÝj g£mouj kaˆ gamikîn sumbola…wn cwrˆj ™k mÒnhj ™rrîsqai diaqšsewj kaˆ kur…ouj enai Nam cum et antiquis legibus praeceptum et idem a nobis ipsis constitutum sit, ut nuptiae etiam sine nuptialibus instrumentis ex solo affectu valeant et ratae sint …. Vedi anche Nov. 22.

 

[39] È questo anche un diretto riflesso dell’atteggiamento di sfiducia dimostrato dagli imperatori tardoimperiali, e in particolare da Giustiniano, nei confronti della prova testimoniale. Dopo la constitutio Antoniniana la documentazione scritta, in virtù della fissità del suo contenuto, «dilaga nella pratica e tende a conquistare un’efficacia probatoria superiore agli altri mezzi, cui ancora si oppongono gli imperatori riaffermando il pari valore di qualsiasi idoneo mezzo di prova. Tale resistenza, mantenuta fino a Diocleziano, non poteva durare più oltre, perché è lo stesso clima del Dominato, con le sue esigenze di certezze del diritto, di pubblicità, di controllo fiscale, a privilegiare la scrittura» (M. Amelotti-G. Costamagna, Alle origini del notariato italiano, Milano 1995, 25). In particolare, poi, in relazione all’età giustinianea, «il fenomeno dell’incremento delle liti nella capitale o comunque con variazione della normale competenza dei giudici provincialidove[tt]e concretarsi anche in una pratica eliminazione della prova testimoniale dal novero dei mezzi istruttori concretamente disponibili, con corrispondente monopolio di fatto della prova documentale» (U. Zilletti, Studi sulle prove nel diritto giustinianeo, in BIDR 47 (1964), 200 e n. 16 per un elenco delle fonti giustinianee in materia). In merito all’efficacia del documento in età giustinianea, che è oggetto della Nov. 73 (a. 538), si rimanda, oltre ai lavori appena citati, a M. Talamanca, Documentazione e documento (diritto romano), in ED XIII, Milano 1964, 553 ss.; M. Amelotti, Notaio (diritto romano), in ED XXVIII, Milano 1978, 557 ss.; Id., Unitarietà e particolarismi del documento bizantino, in Actes du XVe Congrès International de Papyrologie, IV, Bruxelles 1979, 154 ss. (ora anche in Scritti giuridici, a cura di L. Migliardi Zingale, Torino 1996, 228 ss.); N. van der Wal, Wer war der ‘Enantiophanes’, in TR 48 (1980), 136 ss.; M. Amelotti, Dall’epoca postclassica all’età giustinianea, in Atti del XVII Congresso Internazionale di Papirologia, III, Napoli 1984, 1172 (= Il mondo del diritto nell’epoca giustinianea. Caratteri e problematiche, Ravenna 1985, 136, e Scritti giuridici, 192); Id., Giustiniano e la comparatio litterarum, in Novella Constitutio. Studies in Honour of Nicolaas van der Wal (= Subseciva Groningana 4, 1990), 5 ss. (= Scritti giuridici, 219 ss.);  S. Tarozzi, Ricerche in tema di registrazione e certificazione del documento nel periodo postclassico, Bologna 2006, 105 ss.

 

[40] Quanto alle relazioni tra legge e natura vedi G. Lanata, Legislazione e natura nelle Novelle giustinianee, Napoli 1984, 170 ss., 234 ss.

 

[41] D.24.1.1 (Ulp. 32 ad Sab.): Moribus apud nos receptum est, ne inter virum et uxorem donationes valerent. Hoc autem receptum est, ne mutuo amore invicem spoliarentur donationibus non temperantes, sed profusa erga se facilitate. Vedi anche Ulp. D.24.3.10.

 

[42] La castità, virtù per eccellenza, è frequentemente raccomandata nelle Novelle: Nov. 2.3; Nov. 6.6 i.f.; Nov. 12.1 i.f. e 3; Nov. 14.1; Nov. 51 praef. e ep.; Nov. 74.3 i.f. e 4 pr.

 

[43] Cfr. Nov. 12.1: Ópwj ¨n m£qoi swfrone‹n kaˆ e‡sw tÁj fÚsewj mšnein, ¢ll¦ m¾ truf©n te kaˆ ™r©n ØperÒria, kaˆ tîn paradedomšnwn hm‹n ™k tÁj fÚsewj katauqadi£zesqai nÒmwn … ut discat caste vivere, et intra naturam se continere, nec vero luxuriari et quae modum excedunt appetere legibusque a natura nobis traditis vim facere . Quanto ai rapporti tra legge naturale e disciplina normativa imperiale visti nell’ottica filosofica giustinianea, vedi spec. G. Lanata, Legislazione e natura nelle Novelle giustinianee, Napoli 1984, 170 ss. e 234 ss.; G.G. Archi, Nuovi valori e ambiguità nella legislazione di Giustiniano, in Il mondo del diritto nell’epoca giustinianea. Caratteri e problematiche, Ravenna 1985, 225 ss.; H. Jones, ‘Justiniani Novellae’ ou l’autoportrait d’un législateur, in RIDA 35 (1988), 177 ss.

 

[44] G.G. Archi, Nuovi valori, 229.

 

[45] Sul significato del termine gubernare riferito all’attività imperiale in epoca giustinianea si veda C.M. Moschetti, Gubernare navem gubernare rem publicam. Contributo alla storia del diritto marittimo e del diritto pubblico romano, Milano 1966, 226 ss., ove attraverso l’analisi di alcune costituzioni giustinianee (C. 1.27.1-2 e Nov. 69.4.1) «si comprende come l’ideologia teocratica dello Stato, per cui l’imperatore veniva considerato un mandatario di Dio, strumento di attuazione della volontà divina, dovesse necessariamente portare ad attribuire un carattere sacro e divino alla persona di questo gubernator, cui è affidata la salvezza dell’impero» (p. 229).

 

[46] I.1.2.11.

 

[47] V. il citato I.2.1.11.

 

[48] G.G. Archi, Nuovi valori, 235.

 

[49] Cfr. D.1.9.12.1 (Ulp. 2 de cens.): Senatores autem accipiendum est eos, qui a patriciis et consulibus usque ad omnes illustres viros descendunt, quia et hi soli in senatu sententiam dicere possunt. Vedi anche Ep. Iul. 67.243 (… Alii autem, qui militiis honestioribus decorantur, vel negotiationibus, vel quibusdam artibus laudabilibus praediti sunt …); Ep. Athan. 11.3.4 (Oƒ Ôntej ™n semnotšraij strate…aij À ™pithdeÚmasin ... = Ii, qui in honestioribus militiis vel curationibus sunt …); Ep. Theod. 74.6 (Oƒ ™n strate…aij À semno‹j ™pithdeÚmasin Ôntej = Qui in militiis vel honestis curationibus sunt ...).

 

[50] Ep. Iul. 67.243 (Nemo dignitate decoratus senatoria sine dotalibus instrumentis et ante nuptias donatione nuptias contrahat …); Ep. Athan. 11.3.3 (Oƒ mšcrij „lloustr…wn sugklhtikoˆ cwrˆj proikówn sumbola…wn nÒmimon oÙ sunall£ttousi g£mon. = Senatores usque ad illustres absque instrumentis dotalibus iustas non contrahunt nuptias.); Ep. Theod. 74.5 (oƒ mšcri „lloustr…wn sugklhtikoˆ m¾ game…twsan ¢gr£fwj, ¢ll'™pˆ proikóoij sumbola…oij. = senatores usque ad illustres ne matrimonium contrahant sine scriptura, sed factis dotalibus instrumentis. ). Cfr. P. Voci, Polemiche legislative, 247 n. 126; G. Luchetti, Matrimonio ‘cum scriptis’, 355 n. 54.

 

[51] A fondamento di questa interpretazione [sostenuta in dottrina da C. Castello, Lo strumento dotale, 217; H.J. Wolff, Written and Unwritten Marriages in Hellenistic and Postclassical Roman Law, Haverford (Penn.) 1939, 92; G. Luchetti, Matrimonio ‘cum scriptis’, 355 n. 55; R. Vigneron, La politique moralisatrice, 584] vedi Nov. 89.1.1, ove, nel riferirsi alla regola in oggetto, si parla di tÁj mšshj d taÚthj tîn ¢nqrèpwn katast£sewj, ossia ‘in mediocri hominum statu’: in altre parole si allude ad una categoria mediana e residuale. Altri Autori si sono invece espressi per un’enumerazione più o meno tassativa, ma comunque riferita solamente alle persone di ceto elevato: così M. Rage-Brocard, Rites de mariage: la deductio in domum mariti, Paris 1934, 122; A.L. Ballini, Il valore giuridico della celebrazione nuziale cristiana dal primo secolo all’età giustinianea, Milano 1939, 69 (per l’Autrice i destinatari della disposizione sono persone «di rango elevato, ma non illustres», i distinti industriali, «quelli insomma, che oggi si direbbero appartenenti all’alta borghesia»); E. Volterra, Matrimonio, 801; J. Valenti, Matrimonio y forma, 1674. Per P. Voci, Polemiche legislative, 247, il dettato prescrittivo è diretto agli honestiores.

 

[52] La dottrina è divisa sul preciso ruolo assunto dall’intervento del defensor ecclesiae (su tale carica si veda, per tutti, A.H.M. Jones, The Later Roman Empire, II, Oxford 1964, 911; III, Oxford 1964, 311 n. 99) nella certificazione del matrimonio: per alcuni è un chiaro sintomo dell’infiltrazione delle tendenze cristiane nella legislazione imperiale (B. Biondi, Diritto romano cristiano, 81 ss.; A.L. Ballini, Il valore giuridico, 71 ss.; C. Castello, Lo strumento dotale, 221 ss.); per altri sembra solo indice dell’affidamento riposto nella struttura burocratica ed archivistica ecclesiastica (P. Voci, Polemiche legislative, 248 n. 134; G. Luchetti, Matrimonio ‘cum scriptis’, 359 s.); per altri ancora questa norma (e quella di Nov. 74.5) «sembr[a]no più aggiustamenti del tiro che un’adesione a dei canoni precisi su cui i Padri della Chiesa non transigevano» (O. Bucci, Il matrimonio cristiano, 532 s.).

 

[53] Nov. 74.2 Auth.

 

[54] Vedi C.5.4.21, a. 426 (cfr. CTh.4.6.7). Cfr. Manuale Novellarum Justiniani. Aperçu sistematique du contenu des Novelles de Justinien composé par N. Van der Wal, Groningue 19982, 25 n. 70 («C’est par affectation savante que Justinien appelle caligati les simples soldats dans Nov. 74,4§3; la pratique militaire ne connaissait plus ce nom»).

 

[55] Nov. 74,4,3.

 

[56] Quoniam autem ex aditionibus quibus semper petimur omnium quidem frequentissime mulieres conqueri et nuntiare audimus, esse qui affectione erga ipsas victi domum eas ducant et divinis scripturis tactis vel in oratoriis sacramento praestito se eas legitimas uxores esse habituros ita per longum tempus eis utantur et liberos fortasse procreent, deinde ubi cupiditate earum satiati sint vel sine liberis vel cum liberis eas domibus eiciant, etiam huic rei remedium adhibendum esse iudicavimus. Et siquidem mulier modis legitimis ostendere potuerit, virum ea se condicione in domum recepisse, ut legitimam uxorem et liberorum legitimorum matrem haberet, nullo iam modo illi licentia detur contra legis constitutionem eam domo expellendi, sed habeat eam legitimam sintque liberi ei legitimi….

 

[57] Penso che si possa ritenere ormai definitivamente superata la concezione del Volterra (Matrimonio, 800), per il quale il passo rappresenterebbe una riaffermazione del principio tradizionale circa l’irrilevanza delle forme celebrative. La collocazione del disposto subito dopo le prescrizioni in tema di strumenti dotali è inequivocabile segno del fatto che si trattava di un’eccezione a quanto statuito in precedenza. Né si può aderire alla teoria della Ballini (Il valore giuridico, 70), che considerava Nov. 74.5 rivolta esclusivamente alla categoria sociale di più basso ceto: infatti, non solo nel testo non è presente alcuna puntualizzazione in tal senso, ma oltretutto la riforma non avrebbe avuto significato dal momento che per la suddetta categoria si era tenuto saldo il principio dell’irrilevanza delle forme di obbiettivazione (concordi G. Luchetti, Matrimonio ‘cum scriptis’, 364 e n. 75; R. Vigneron, La politique moralisatrice, 586). Pure da rigettare è la tesi del Vigneron (La politique moralisatrice, 587 ss.), per il quale il passo in esame non sembrerebbe alludere ad una forma matriomoniale, quanto piuttosto ad una promessa di matrimonio futuro – che avrebbe sottinteso quindi un legittimo fidanzamento – seguita da concubinato. Il tenore della costituzione pare, al contrario, ravvisare nel giuramento sui testi sacri un mezzo di obbiettivazione del consensus, in altre parole, uno di quei fattori di carattere sociale a cui il diritto ricorreva per acquisire prova del matrimonio. Per di più, a fornire un ulteriore argomento a sfavore è lo stesso Vigneron (La politique moralisatrice, 588) quando opera un confronto del caso in esame con C.5.27.10 pr.: se infatti nella Novella si tratta di un matrimonio valido a prescindere da un documento scritto, nel Codice la redazione del documento dotale si poneva a fondamento del riconoscimento della legittimità dei figli attraverso la conversione del concubinato in iustae nuptiae.

 

[58] Un’ulteriore precisazione del problema della legittimità si trova anche nel capo sesto, ove Giustiniano chiarisce quali sono i figli legittimi, quali i naturali e infine quelli nati ex damnato coitu, stabilendo altresì che i figli adulterini ed incestuosi non succedono al padre: vedi anche Nov. 89.15 praef.

 

[59] Quae igitur nobis placuerunt et ad hominum salutem ac naturae supplementum per hanc legem definita sunt, tua sublimitas manifesta omnibus faciat edictis propositis, per quae lex omnibus erit dilucida, unde cognoscant quemadmodum sibi in eiusmodi rebus vivendum sit nostramque providentiam intellegant, quod omni alii negotio ipsorum utilitatem praeponimus.

 

[60] Ctrl. Nov. 22 praef.: Polloˆ mn ½dh kaˆ poik…loi tšqeintai nÒmoi par' ¹mîn kaˆ ˜k£stJ mšrei tîn prÒteron ¹m‹n nomoqethqšntwn À diatacqšntwn mn, dox£ntwn d ¹m‹n œcein oÙk Ñrqîj t¾n ™pˆ t¦ kre…ttw didÒntej ÐdÕn kaˆ ØfhgoÚmenoi to‹j ØphkÒoij Ön pros»kei diazÁn trÒpon. 'Hme‹j dš ge ™n tÍ tîn diat£xewn sunq»kV poll¦ mn kaˆ ¥lla perˆ toÚtwn diwr…samen, ò»qhmen d crÁnai nàn, boula‹j teleiotšraij tÕ pr©gma kataskeptÒmenoi, ka… tina ™panorqîsai oÙ tîn ¥lloij mÒnon, ¢ll' ½dh kaˆ tîn par' ¹mîn aÙtîn nomoqethqšntwn. oÙ g¦r ™ruqriîmen, e‡ ti k£llion kaˆ ïn aÙtoˆ prÒteron e‡pomen projexeÚroimen, toàto nomoqete‹n kaˆ t¾n proj»kousan to‹j prÒteron deutšran ™pitiqšnai diÒrqwsin o‡koqen, ¢ll¦ m¾ par' ˜tšrwn ¢namšnein ™panorqwqÁnai tÕn nÒmon. Multae quidem iam ac variae a nobis latae sunt leges, quae et singulis partibus eorum, quae a nobis prius sancita erant vel constituta nec tamen recte se habere nobis visa sunt, viam ad meliora facerent et subditis praeciperent, quo modo vivere deceret.… Nos autem cum in constitutionum compositione alia multa de his definivimus, tum nunc re consiliis perfectioribus considerata quaedam emendanda esse existimavimus non solum eorum quae ab aliis, sed iam eorum quoque quae a nobis ipsis sancita fuerunt. Neque enim erubescimus, si quid pulchrius vel illis, quae ipsi antea diximus, reperiamus, id lege sancire et prioribus secundam quae conveniat correctionem sponte adferre, nec vero ut ab aliis lex emendetur expectare. Per H. Jones, Justiniani Novellae, 196, le correzioni di Giustiniano non sarebbero estranee alle aspre critiche mossegli da Procopio.

 

[61] Vedi anche Nov. 89 ep.; Nov. 101 ep. Sul contenuto dell’utilitas, cfr. H. Jones, Justiniani Novellae, 169, secondo cui essa non ha un contenuto tecnico, né si identifica con l’utilitas del diritto classico (Hor., Sat. 1.3.98; Cic., de inv. 2.53.160), ma nelle intenzioni dell’imperatore è una forma di «quiétude, qu’il assurera à ses sujets en les délivrant des soucis et des anxiétés, en les préservant des préjudices».

 

[62] Dante, Par. 6.11-12.

 

[63] Vedi N. Bobbio, L’idea del «buon legislatore», in Le raisonnement juridique, Bruxelles 1971, 243-248. Cfr. anche G. Gavazzi, La motivazione delle leggi, in Il politico 39 (1974), 173 ss., spec. 176.

 

[64] Tale discorso fu «présenté le 1er pluviôse an IX par la Commission nommée par le Gouvernement consulaire». La commissione era composta da Tronchet, Bigot de Préameneu, Portalis e Maleville, ma il solo Portalis fu incaricato della redazione di questo discorso, come è indicato dall’ordine delle firme apposte alla fine del discorso, ove il suo nome compare al primo posto.

 

[67] Cfr. Pomp. D.1.3.3; Cels. D.1.3.4 e 5; Paul. D.1.3.6; Iul. D.1.3.10.

 

[68] Cfr. D.1.3.17 (Cels. 26 dig.): Scire leges non hoc est verba earum tenere, sed vim ac potestatem.