2 – Marzo 2003 – In Memoriam – De Martino

 

Labruna.jpg (67226 byte)Luigi Labruna

Presidente del

Consiglio Universitario Nazionale

           

           

IL PROFESSORE

 

 

                * Pubblicato in Index. Quaderni camerti di studi romanistici 30, 2002, p. 572-573.

 

Moltissimi studenti della Facoltà giuridica dell’Ateneo Fridericiano di Napoli hanno avuto il privilegio, tra gli anni 50 e gli anni 80 del Novecento, di seguire (talvolta in ore quasi antelucane) i corsi di Storia del diritto romano di Francesco De Martino, lo studioso che nel secolo appena conchiuso ha meritato il paragone con il tedesco Mommsen, vero gigante, nell’Ottocento, degli studi storici, filologici e giuridici. Incaricato nella nostra Università fin dal 1935, il Professore, dopo l’insegnamento di Messina e di Bari, tornò a Napoli, definitivamente, nel 1950, proprio quando lo studioso si affermava anche come politico di caratura nazionale, passato con decisione dall’originaria matrice azionista al socialismo. Allievo di Siro Solazzi, ma “carissimo” anche ad Arangio-Ruiz - sono i nomi ormai quasi leggendari della romanistica napoletana della prima metà del secolo scorso, maestri non solo di storia e di diritto, ma di politica e di vita -, De Martino è stato giurista completo, versato nella dogmatica civilistica come nelle raffinatezze della critica testuale delle antiche fonti romane. Mai, però, queste grandi qualità hanno prevalso nel suo essere maestro. Il profilo da lui tracciato della storia politico-istituzionale di Roma antica, il vero laboratorio della sua più profonda vocazione - quella di storico, che ha dato come frutto maggiore il vasto trattato di “Storia della costituzione romana” in sei volumi (oltre alla “Storia economica di Roma antica” e una serie amplissima di scritti minori) - è lucido, coerente, ma soprattutto vivo. Vivificato dalla convinzione  che la prospettiva dello storico del diritto (e dunque delle istituzioni), pur se tecnica, specialistica, non può essere isolata. Deve essere unitaria, comprendere, necessariamente, le ragioni economiche e sociali del divenire. Una prospettiva, quella di De Martino, in cui l’umanesimo marxista (un umanesimo di cui oggi troppo facilmente ci si libera) ha dato tra i frutti più alti delle scienze storiche (non solo antichistiche) del Novecento. Una posizione di alta umiltà, diametralmente opposta al settarismo che troppo spesso ha caratterizzato la storiografia italiana. Il filo sottile tra oggettività dei fatti ed interpretazione soggettiva, nelle pagine, nelle lezioni del professore, è teso sempre con equilibrio, con passione. Talvolta, specie nella descrizione della dialettica tra le classi, dei tentativi rivoluzionari per l’attuazione della giustizia sociale (di quella che amava chiamare “l’utopia di un mondo felice”), con commozione. Mai con retorica. Il suo discorso si articola su storia e prova; sui fatti e sulle fonti. Sulla forza e sul coraggio delle idee.

 

De Martino ha creduto, con fermezza e nobiltà, nell’impegno, nell’importanza di combattere per quelli che ha chiamato i “valori fondamentali della civiltà”, che “non si possono considerare validi solo per epoche determinate”. La giustizia, in primo luogo. Ma, da storico, non l’ha mai ritenuta separata dall’uguaglianza, dalla razionalità e dall’umanizzazione della vita materiale. Nel suo lungo magistero, oltre i grandi risultati scientifici, questo ha saputo trasmettere. A tutti i suoi studenti, ai suoi allievi, per i quali è stato testimone alto non solo di scienza, ma soprattutto di virtù civili e politiche. Ad essi ha concesso, senza pregiudizi, fiducia. Fiducia nella propria storia, intesa – sono parole sue – non come un “idillio”, ma come pienezza delle forze umanamente vitali, di idee, di esempi. Esempio, per tutti noi che lo abbiamo conosciuto ed amato, è Francesco De Martino, maestro veramente indimenticabile di storia e di vita.