N° 1 - Maggio 2002 - Tradizione - Lavori in corso - Contributi

 

 

Qui venaliciariam vitam exercebat”: ruolo sociale e qualificazione giuridica dei venditori di schiavi(*)

 

di Rosanna Ortu

 

 

(*) Articolo in corso stampa nella rivista Ius Antiquum-Drevnee Pravo 9, (Moskva) 2002.

 

 

 

Sommario:

1.   Premessa: qui venaliciariam vitam exercebat.

2.      I lemmi venaliciarius e mango nelle fonti. A) Venaliciarius.

3.      B) Mango.

4.      Venaliciarii e mangones: negotiatores o mercatores?

5.      La societas come strumento organizzativo dell’attività dei venaliciarii.

 

 

1. Premessa: qui venaliciariam vitam exercebat

 

Qui venaliciariam vitam exercebat è la significativa espressione utilizzata dal giurista Ulpiano, in D. 32.73.4, per indicare il mestiere esercitato da chi si dedicava alla vendita di mancipia:

 

D. 32.73.4 (Ulp. 20 ad Sab.): Eum, qui venaliciariam vitam exercebat, puto suorum numero non facile contineri velle eiusmodi mancipia, [nisi evidens voluntas fuit etiam de his sentientis]: nam quos quis ideo comparavit, ut ilico distraheret, mercis magis loco quam suorum habuisse credendus est[1].

 

Nel frammento 73, tratto dall’opera Ad Masurium Sabinum libri LI[2], il giurista discute problemi relativi a fattispecie di legato in cui il testatore avesse destinato all’onorato tutti i suoi servi. In particolare nel paragrafo 4, per spiegare quali mancipia fossero da considerare servi sui, Ulpiano prospetta il caso del testatore qui venaliciariam vitam exercebat e manifesta l’opinione che si dovessero escludere dalla fattispecie i mancipia destinati alla vendita, in quanto – argomenta Ulpiano – si deve ritenere che tali servi fossero stati acquistati dal de cuius con la precisa intenzione di rivenderli.

Del frammento ulpianeo, da cui prende le mosse questo mio lavoro dedicato ad alcuni aspetti della attività “imprenditoriale” dei venditori di servi, mi pare opportuno sottolineare anzitutto l’espressione venaliciariam vitam exercere, utilizzata dal giurista severiano per designare la professione del venditore di mancipia; di questa espressione meritano di essere sottolineati due dati particolarmente significativi per qualificare dal punto di vista giuridico l’attività professionale dei commercianti di schiavi.

Il primo consiste nell’utilizzazione del verbo exercere[3]. Nelle fonti tale verbo viene sovente usato per qualificare una attività economica e lavorativa condotta attraverso negotiationes[4], infatti, nel linguaggio dei giuristi sono assai frequenti espressioni come “exercere negotiationes/exercere negotiationem[5] ed “exercere negotium[6].

A questo proposito, appare condivisibile una osservazione del Fadda sul significato del verbo exercere: «congiunto ad un ramo di speculazione commerciale, sia marittima sia terrestre, equivale al negotiari ed accenna ad una attività continuativa»[7]. é evidente che nel frammento di Ulpiano il verbo exercere viene utilizzato con un significato corrispondente ad un “negotiari” avente ad oggetto, in questo caso, la compravendita di servi. Il giurista severiano sceglie il verbo exercere per qualificare una attività professionale organizzata, continuativa, a scopo di lucro, finalizzata a concludere negotiationes[8]. Dunque, coloro i quali venaliciariam vitam exerceba(n)t altro non erano che commercianti di mancipia, che si avvalevano di una organizzazione, si direbbe oggi, di tipo “imprenditoriale”[9].

Anche il secondo dato appare di notevole rilievo. L’espressione venaliciariam vitam exercebat sottende, quasi per certo, anche un giudizio negativo nei confronti della professione di venditore di schiavi. Per il giurista tale mestiere, non casualmente definito venaliciariam vitam, sembra connotare in maniera del tutto negativa la vita e il ruolo sociale dell’individuo che lo esercita.

 

 

2. I lemmi venaliciarius e mango nelle fonti. A) Venaliciarius

 

Mentre nella lingua latina i termini di uso più comune per definire il mercante di schiavi erano venaliciarius e mango; nel linguaggio dei giuristi, invece, colui che esercitava il commercio di schiavi veniva di norma indicato con il sostantivo venaliciarius[10]. Anche l’aggettivo venaliciarius[11], come attestano le fonti, risulta utilizzato dai giuristi soprattutto per qualificare qualsiasi cosa riguardasse il mercato di schiavi: così nel  Digesto sono piuttosto frequenti espressioni quali societas venaliciaria[12] (che sta ad indicare il particolare tipo di società costituita dai commercianti di mancipia), o venaliciariam vitam exercere[13] (per fare riferimento all’attivitа svolta dai venaliciarii).

Al contrario, nei testi giuridici[14] la parola mango compare una sola volta, pur essendo usuale il suo utilizzo nelle fonti letterarie[15] ed epigrafiche[16].

Per quanto riguarda venaliciarius, il termine risulta già utilizzato dal giurista Africano[17]; successivamente lo si ritrova nelle opere di Papiniano[18] e il suo uso si consolida in età severiana con i giureconsulti Paolo[19] e Ulpiano[20], i quali offrono significative testimonianze sugli impieghi del lemma venaliciarius e sull’attività svolta da questa categoria di commercianti.

Pur non esprimendo alcun giudizio di valore sulla professione svolta dai commercianti di servi, Africano si occupa della qualificazione giuridica dei venaliciarii, mentre Papiniano evidenzia alcuni importanti elementi organizzativi dell’attività commerciale da loro condotta.

Così in D. 50.16.207 (Afr. 3 quaest.) si legge:

 

‘Mercis’ appellatione homines non contineri Mela ait: et ob eam rem mangones non mercatores, sed venaliciarios appellari ait, et recte[21].

 

Africano, dopo essere ricorso alla dottrina di Fabio Mela[22], in merito alla qualificazione del termine merx, puntualizza che i mangones non potevano essere definiti mercatores, ma dovevano considerarsi venaliciarii. È evidente che la qualificazione di venaliciarii e mangones come mercatores o negotiatiores appare essere centrale nel frammento di Africano; ma qui mi preme evidenziare, piuttosto, il fatto che questo frammento rappresenta la fonte giuridica più risalente in cui si utilizzano i lemmi venaliciarius e mango per indicare i venditori di schiavi.

Dal discorso di Papiniano emergono invece ulteriori elementi sull’attività dei venaliciarii:

 

D. 17.1.57 (Pap. 10 resp.): Mandatum distrahendorum servorum defuncto qui mandatum suscepit intercidisse constitit. quoniam tamen heredes eius errore lapsi non animo furandi sed exsequendi, quod defunctus suae curae fecerat, servos vendiderant, eos ab emptoribus usucaptos videri placuit. sed venaliciarium ex provincia reversum Publiciana actione non inutiliter acturum, cum exceptio iusti dominii causa cognita detur neque oporteat eum, qui certi hominis fidem elegit, ob errorem aut imperitiam heredum adfici damno[23].

 

La lettura del frammento, tratto dai Responsorum libri XIX[24], offre particolari riferimenti a forme di esercizio della professione di venaliciarius. Il caso discusso dal giurista riguarda una vendita di servi effettuata per errore dagli eredi di un mandatario; vendita conclusa dagli eredi, non con animus furandi[25], ma al solo fine di portare a compimento l’incarico attribuito da un venaliciarius al defunto mandatario. Il frammento si presenta ricco di problematiche, a proposito della tutela dei compratori e della possibilità del venaliciarius, al suo rientro dalla provincia, di intentare vittoriosamente l’actio Publiciana[26]. Di questo frammento, però, vorrei evidenziare altri aspetti, che possono risultare utili per delineare la struttura organizzativa dei venaliciarii. Il fatto che il giurista descriva una fattispecie in cui il venaliciarius abbia conferito mandato per la vendita di mancipia ad un uomo libero, in seguito defunto, denota quanto fosse abituale, per i venditori di schiavi, nell’epoca di Papiniano, ricorrere al contratto consensuale di mandato per meglio organizzare il proprio tipo di commercio. Inoltre, il riferimento al ritorno del venaliciarius dalla provincia, attesta che i mercanti di schiavi sovente si spostavano in luoghi lontani per condurre negotiationes. Ne consegue, quindi, che il venaliciarius, mediante incarico a uno o più mandatari, poteva operare contemporaneamente in più mercati e così ampliare territorialmente il proprio raggio d’azione.

In merito all’organizzazione dell’attività venaliciaria sono di grande interesse anche le testimonianze dei giuristi Paolo e Ulpiano.

Paolo, in un noto frammento riportato in D. 21.1.44.1, tratto dal suo commentario Ad edictum aedilium curulium[27], evidenzia la consueta fallacia insita nell’operato dei venaliciarii:

 

D. 21.1.44.1 (Paul. 2 ad ed. aed. cur.): Proponitur actio ex hoc edicto in eum cuius maxima pars in venditione fuerit, quia plerumque venaliciarii ita societatem coeunt, ut quidquid agunt in commune videantur agere: aequum enim aedilibus visum est vel in unum ex his, cuius maior pars aut nulla parte minor esset, aedilicias actiones competere, ne cogeretur emptor cum multis litigare, quamvis actio ex empto cum singulis sit pro portione, qua socii fuerunt: nam id genus hominum ad lucrum potius vel turpiter faciendum pronius est[28].

 

Nel passo si percepisce chiaramente quanto fosse più complessa l’organizzazione dell’attività venaliciaria, rispetto a quella descritta da Papiniano. Paolo, discutendo il caso della societas venaliciaria, mostra come ormai consolidata la prassi di ricorrere al contratto di società[29] per l’esercizio del commercio degli schiavi. A tal proposito, il giurista dà notizia del fatto che gli edili curuli emanarono l’editto adversus venaliciarios per sanzionare la responsabilità dei singoli soci con l’actio redhibitoria[30], nel caso in cui fosse stata omessa la dichiarazione dei vizi degli schiavi venduti nei mercati.

Inoltre, la costituzione di una societas consentiva ai venaliciarii socii di agire simultaneamente in diversi mercati e di ripartire pro quota gli eventuali rischi e responsabilità derivanti dall’esercizio della loro attività.

Nella parte finale del passo si legge una frase assai significativa, con la quale Paolo delinea chiaramente i fini poco nobili insiti nel mestiere di venditori di schiavi: “nam id genus hominum ad lucrum potius vel turpiter faciendum pronius est”. Nel pensiero del giurista si coglie una nota di disapprovazione[31] nei confronti dell’operato di coloro che si dedicavano alla compravendita di homines. È risaputo che questo ramo dei traffici commerciali era considerato dagli antichi come il peggiore e il più infamante[32]; è altrettanto noto che i mercanti di schiavi, per ottenere facili guadagni, attuavano numerosi artifici e raggiri ai danni dei compratori ignari[33].

Di questa situazione testimonia anche il giurista Ulpiano, contemporaneo di Paolo:

 

D. 21.1.37 (Ulp. 1 ad ed. aed. cur.): Praecipiunt aediles, ne veterator pro novicio veneat. et hoc edictum fallaciis venditorum occurrit: ubique enim curant aediles, ne emptores a venditoribus circumveniantur. ut ecce plerique solent mancipia, quae novicia non sunt, quasi novicia distrahere ad hoc, ut pluris vendant: praesumptum est enim ea mancipia, quae rudia sunt, simpliciora esse et ad ministeria aptiora et dociliora et ad omne ministerium habilia: trita vero mancipia et veterana difficile est reformare et ad suos mores formare. quia igitur venaliciarii sciunt facile decurri ad noviciorum emptionem, idcirco interpolant veteratores et pro noviciis vendunt. quod ne fiat, hoc edicto aediles denuntiant: et ideo si quid ignorante emptore ita venierit, redhibebitur[34].

 

L’intero frammento è connotato da un susseguirsi di giudizi negativi nei confronti dei commercianti di servi. Il giurista scrive che gli edili curuli, al fine di evitare gli atti fraudolenti dei venditori di schiavi (sono eloquenti al riguardo le espressioni “fallaciis venditorum occurrit” e “ne emptores a venditoribus circumveniantur”), emanarono un editto attraverso il quale veniva sanzionato con l’actio redhibitoria il comportamento di colui che veterator pro novicio veneat[35]. L’abituale modo di agire dei mercanti di servi è delineato nel passo con chiarezza: i venaliciarii erano soliti interpolare gli schiavi veteratores al fine di farli apparire come servi novicii e quindi venderli ad un prezzo superiore[36].

In merito ai venaliciarii è assai rilevante anche un altro frammento di Ulpiano (D. 14.4.1.1), in quanto contribuisce ad arricchire le notizie sul complesso sistema organizzativo dei venditori di mancipia e sullo svolgimento della loro attività.

In D. 14.4.1.1 (Ulp. 29 ad ed.):

 

Licet mercis appellatio angustior sit, ut neque ad servos fullones vel sarcinatores vel textores vel venaliciarios pertineat, tamen Pedius libro quinto decimo scribit ad omnes negotiationes porrigendum edictum[37],

 

il giureconsulto utilizza il lemma venaliciarius per indicare servi con peculio[38], dediti alla compravendita di schiavi per conto del dominus. Appare chiaro che il termine venaliciarius qualificava non solo l’attività svolta da uomini liberi, ma anche quella intrapresa dai servi.

Se ne deduce che ai tempi di Ulpiano doveva essere consueto svolgere il commercio di schiavi mediante il ricorso a strutture organizzative assai complesse, basate anche sull’impiego di servi con peculio; in tal modo utilizzando forme di organizzazione che in termini moderni potremmo definire “imprenditoriali”, il dominus restringeva, entro i limiti dell’attivo del peculio dello schiavo, la propria responsabilità nei confronti dei terzi. Nel frammento di Ulpiano è, quindi, possibile intravedere, applicato all’impresa venaliciaria, quel peculiare modello di organizzazione imprenditoriale che A. Di Porto denomina «“modello” a responsabilità limitata»[39].

Le fonti fin qui considerate, chiariscono il significato del termine venaliciarius nel linguaggio dei giuristi. Il venaliciarius esercitava il commercio degli schiavi ricorrendo ad un’organizzazione di base più o meno articolata: sia nell’uso di conferire mandato per la vendita di schiavi a uomini liberi; sia nella costituzione di apposite società di venaliciarii; sia nella utilizzazione di servi venaliciarii con peculio. Per i giuristi erano, dunque, venaliciarii quanti organizzavano la propria attività per concludere negotiationes aventi ad oggetto la compravendita di schiavi: in sintesi, coloro i quali venaliciariam vitam exerceba(n)t.

 

 

3. B) Mango

 

Il sostantivo non risulta utilizzato dai giuristi romani per qualificare i venditori di schiavi. Unica eccezione è il già citato passo dei Quaestionum libri IX[40] di Sesto Cecilio Africano, in cui il giurista rifiuta la qualifica di mercatores per i mangones, i quali a suo avviso dovevano essere considerati venaliciarii.

La parola latina mango, di sicura derivazione greca[41], nelle fonti letterarie ed epigrafiche[42] veniva utilizzata per indicare diverse categorie di mercatores, il più delle volte con l’accezione di mercante astuto e fraudolento[43]. Nei testi degli autori antichi, il sostantivo mango viene usato per qualificare mercanti di vino[44], di profumi e spezie[45], di gioielli e pietre preziose[46] ed, infine, di muli[47], anche se, comunque, si può constatare che tale parola aveva prevalentemente, il significato di commerciante di schiavi[48], accezione che si consolidò soprattutto in età imperiale[49].

Sovente gli autori latini descrivono, come fatto di costume, i vari tipi di artifici attuati dai mangones per ingannare i compratori di schiavi. Interessanti, a questo proposito, le parole che Seneca[50] rivolge agli emptores di servi:

 

Ep. 80.9: Equum empturus solvi iubes stratum, detrahis vestimenta venalibus, ne qua vitia corporis lateant: hominem involutum aestimas? mangones quicquid est, quod displiceat, aliquo lenocinio abscondunt, itaque ementibus ornamenta ipsa suspecta sunt: sive crus alligatum sive brachium aspiceres, nudari iuberes et ipsum tibi corpus ostendi.

 

Il filosofo, nel mettere in guardia i compratori, riferisce l’abituale consuetudine dei mangones di ricoprire con ornamenta gli schiavi, per nasconderne difetti fisici; per tanto, suggerisce agli emptores di servi di scoprire il corpo dei mancipia al momento della vendita al fine di evitare l’atto di frode dei mangones[51].

Meritano considerazione anche due passi di Quintiliano[52] nei quali il retore descrive il consueto operare dei mangones. Nel primo di questi testi leggiamo:

 

Inst. 2.15.24, 25: Plerique autem, dum pauca ex Gorgia Platonis a prioribus inperite excerpta legere contenti neque hoc totum neque alia eius volumina evolvunt, in maximum errorem inciderunt credunt que eum in hac esse opinione, ut rhetoricen non artem, sed ‘peritiam quandam gratiae ac voluptatis’ existimet, et alio loco ‘civilitatis particulae simulacrum et quartam partem adulationis’, quod duas partes civilitatis corpori adsignet, medicinam et quam interpretantur exercitatricem, duas animo, legalem atque iustitiam, adulationem autem medicinae vocet cocorum artificium, exercitatricis mangonum, qui colorem fuco et verum robur inani sagina mentiantur, legalis cavillatricem, iustitiae rhetoricen.

 

Alla fine del brano il retore fa riferimento alla pratica dei mangones di simulare la prestanza fisica dei mancipia: «colorem fuco et verum robur inani sagina mentiantur».

Il secondo passo, invece, è una declamazione preparata da Quintiliano per un dibattimento su un caso di truffa relativo all’importazione di schiavi novicii:

 

Decl. 340 pr.: Novicius praetextatus. Qui voluntate domini in libertate fuerit, liber sit. Mango novicium puerum per publicanos traiecit praetextatum. Dicitur ille liber.

 

Le parti della controversia sono dei pubblicani e un mango. Dalla lettura dell’intera Declamatio[53], risulta che l’oggetto della controversia riguardava un’accusa di falsa dichiarazione di novicii, importati dal mango, per evadere il pagamento del vectigal dovuto ai publicani. Proprio l’applicazione del vectigal era oggetto di discussione, in quanto i pubblicani ne pretendevano il pagamento a proposito di un giovinetto dichiarato libero dal mango (ma evidentemente considerato novicius dagli esattori). A prescindere dal fatto che il mango in questa occasione possa essere considerato autore o vittima della truffa, risulta però evidente che nell’antica Roma né i mangones e né i pubblicani godevano di buona reputazione, tant’è che Quintiliano alla fine del passo nota con rammarico quanto fossero frequenti episodi di questo genere (Decl. 340.11.2: Novimus istam negotiationem, et frequentissima in foro videmus iudicia talium iniuriarum).

L’autore latino che offre maggiori testimonianze delle pratiche fraudolente dei venditori di schiavi è Plinio il Vecchio[54]. In alcuni passi della Naturalis historia, l’enciclopedista descrive con dovizia di particolari l’operato dei mangones ai danni di ignari compratori:

 

Nat. hist. 7.56: Toranius mango Antonio iam triumviro eximios forma pueros, alterum in Asia genitum, alterum trans Alpis, ut geminos vendidit: tanta unitas erat. postquam deinde sermone puerorum detecta fraude a furente increpitus Antonio est, inter alia magnitudinem preti conquerente (nam ducentis erat mercatus sestertiis), respondit versutus ingenii mango, id ipsum se tanti vendidisse, quoniam non esset mira similitudo in ullis eodem utero editis; diversarum quidem gentium natales tam concordi figura reperire super omnem esse taxationem; adeo que tempestivam admirationem intulit, ut ille proscriptor animus, modo et contumelia furens, non aliud in censu magis ex fortuna sua duceret.

 

L’episodio è molto significativo. Plinio racconta, infatti, di un atto di frode perpetrato da un famoso venditore di schiavi, Toranio[55], ai danni del compratore, il triumviro Antonio. Dal testo emerge chiaramente la sfrontatezza e, soprattutto, la facilità nel mentire di Toranio, il quale, pur di guadagnare sesterzi in più, riuscì a vendere due giovinetti di diversa nazionalità (uno proveniva dall’Asia e l’altro dalla Gallia Transalpina), in qualità di gemelli, solo perché tra i due esisteva una forte rassomiglianza fisica. La vera abilità di Toranius si era manifestata al momento del reclamo da parte del compratore; infatti, aveva convinto Antonio di essere stato molto fortunato nel suo acquisto, poiché era raro trovare due persone simili come gemelli, ma di diversa nazionalità. In questo modo Toranio aveva dimostrato anche la congruità dei 200.000 sesterzi[56], pagati dal compratore al momento della vendita.

Plinio riferisce anche i diversi tipi di artifici posti in essere dai mangones per mantenere il più a lungo possibile l’aspetto da impuberes dei mancipia:

 

Nat. hist. 21.170: Hyacinthus in Gallia maxime provenit. hoc ibi fuco hysginum tingunt. radix est bulbacea, mangonicis venaliciis pulchre nota, quae e vino dulci inlita pubertatem coercet et non patitur erumpere. torminibus et araneorum morsibus resistit. urinam impellit. contra serpentes et scorpiones morbum que regium semen eius cum habrotono datur.

 

Nat. hist. 30.41: Umeri doloribus mustelae cinis cum cera medetur. - Ne sint alae hirsutae, formicarum ova pueris infricata praestant, item mangonibus, ut lanugo sit pubescentium, sanguis e testiculis agnorum, cum castrantur. qui evulsis pilis inlitus et contra virus proficit.

 

L’enciclopedista descrive i metodi naturali, ben noti ai mangones, per ritardare l’avvento della pubertà. Mantenere il più a lungo possibile l’aspetto da giovinetti dei servi doveva costituire, infatti, un grande vantaggio economico per i mangones:  costoro potevano realizzare ingenti guadagni[57] dalla vendita dei giovani mancipia, in quanto un giovane schiavo aveva un valore di mercato assai più elevato rispetto a quello di un servus veterator.

Infine, in un altro passo Plinio fa menzione del rimedio utilizzato dai mangones in caso di eccessiva gracilità del servus:

 

Plinio, Nat. hist. 24.35: Natura in medendo contrahere vulnera, purgare, discutere collectiones. lenit pectoris vitia terebinthina; inlinitur eadem calida membrorum doloribus spasticis que - in sole abluitur - et totis corporibus mangonum maxime cura ad gracilitatem emendandam, spatiis ita laxantium cutem per singula membra, capaciora que ciborum facienda corpora,

 

Dalle fonti fin qui esaminate, appare evidente che i mangones non godevano di una buona reputazione.

Nel linguaggio degli autori antichi col lemma mango vengono definiti in termini dispregiativi i mercanti in genere, a prescindere dal tipo di commercio da loro effettivamente svolto. In un primo tempo, quindi, il termine mango pare utilizzato per qualificare i mercatores disonesti, mentre successivamente (in età imperiale) la parola servirà ad identificare principalmente i mercanti di schiavi; cioè i venditori al dettaglio di “merce umana”. Dai testi discussi in precedenza non si evince in alcun modo che i mangones avessero bisogno di una organizzazione di tipo “imprenditoriale” per lo svolgimento delle loro attività.

Mi pare chiaro che i sostantivi mango e venaliciarius inizialmente avessero una valenza diversa. Nel linguaggio degli antichi sembrerebbe che il termine tecnico per indicare il commerciante di schiavi (cioè il soggetto a cui faceva capo una organizzazione assai articolata per lo svolgimento della sua attività commerciale) fosse venaliciarius; mentre il sostantivo mango risultava utilizzato nel linguaggio comune, con una valenza dispregiativa, per identificare i mercanti che si occupavano di vari tipi di commerci e, tra questi, anche della vendita al dettaglio di servi[58].

 

 

4. Venaliciarii e mangones: negotiatores o mercatores?

 

Si tratta, a questo punto, di stabilire se venaliciarii e mangones fossero considerati mercatores[59] oppure negotiatiores[60]. I termini negotiator e mercator, almeno fino al I sec. d.C.[61], si presentavano concettualmente distinti, come risulta ben evidente dalla lettura di due passi di Cicerone[62]:

 

Verr. II.2.188: Postulo ut mihi respondeat qui sit is Verrucius, mercator an negotiator an arator an pecuarius, in Sicilia sit an iam decesserit. clamare omnes ex conventu neminem umquam in Sicilia fuisse Verrucium.

 

Planc. 64: Frumenti in summa caritate maximum numerum miseram; negotiatioribus comis, mercatoribus iustus, mancipibus liberalis, sociis abstinens omnibus eram visus in omni officio diligentissimus; excogitati quidam erant a Siculis honores in me inauditi.

 

La dottrina[63] si mostra concorde sul significato del termine negotiator : tale termine era usato per indicare quel commerciante che svolgeva stabilmente la sua attività, operando in una struttura fissa (taberna instructa[64]). Pertanto, si deve convenire con A. Di Porto sul fatto che gli elementi distintivi dell’attività svolta dai negotiatores sono: la «continuità dell’esercizio»[65]; l’esistenza di una «certa organizzazione di cose e di uomini»[66]; il «fine di lucro»[67].

Mercator[68] era invece colui il quale, pur esercitando una attività continuativa[69], comprava determinate merci al fine di rivenderle, senza tuttavia svolgere i suoi commerci in un luogo determinato[70].

Questa distinzione risulta confermata anche da alcune fonti epigrafiche, come ad esempio:

 

CIL IX. 4680: a. herennuleius\cestus negotiator\vinarius a septem\ caesaribus idem mercator\omnis generis mercium\ transmarinarum lictor\ vivos sibi fecit et libertis\ libertabusque suis\posterisque eorum.

 

Nel testo, Erennuleio Cestio viene definito sia negotiator vinarius, sia mercator omnis generis mercium; quindi, al commerciante in questione risulta attribuita la duplice qualificazione di negotiator e di mercator. Al riguardo, mi sembra da condividere l’interpretazione dell’epigrafe proposta da T.J. Chiusi: «il personaggio in questione – scrive la studiosa – esercitava in modo stabile una negotiatio vinaria, stabile nel senso di fissa e permanente in un luogo e nel suo oggetto, ed inoltre vendeva merci di diverso genere … Si può ipotizzare che egli comprasse e rivendesse diversi tipi di merces e perciò fosse qualificato mercator e accanto a questa attività possedesse una taberna organizzata al fine di vendere vino e sempre nel medesimo luogo»[71]. In tal modo l’A. giustifica la doppia qualificazione di Erennuleio sia come mercator sia come negotiator[72].

Cercherò di risolvere, ora, la questione posta all’inizio del paragrafo: di stabilire cioè se venaliciarii e mangones fossero considerati mercatores oppure negotiatiores. Il testo da cui prendere le mosse è il frammento di Africano D. 50.16.207 (3 quaest.) che ora ripropongo all’attezione del lettore:

 

‘Mercis’ appellatione homines non contineri Mela ait: et ob eam rem mangones non mercatores, sed venaliciarios appellari ait, et recte[73].

 

Per Africano, dunque, i mangones non potevano essere considerati mercatores, ma dovevano essere più giustamente chiamati venaliciarii. Il giurista giustifica questa sua affermazione ricorrendo alla dottrina di Fabio Mela, secondo il quale il termine merx non ricomprendeva gli homines. Il fatto che Africano non qualifichi i mangones come mercatores sta a significare che anche i venaliciarii non erano mercatores. A mio avviso, il voler equiparare i mangones ai venaliciarii, può solo significare che i mangones in un primo momento rappresentavano una categoria di commercianti differente rispetto a quella dei venaliciarii[74]; con molta probabilità, i mangones inizialmente erano annoverati solo nella categoria dei mercatores. Il frammento di Africano rappresenta una autorevolissima testimonianza per affermare che, dal momento in cui con il termine mango si indicava esclusivamente il commerciante di schiavi, i mangones non furono più considerati mercatores bensì venaliciarii.

Come ho già riferito nel paragrafo precedente, il termine mango nelle fonti si trova utilizzato anche per indicare il venditore di vino[75], quello di spezie[76], di gioielli e di pietre preziose[77]. In tutti questi casi i mangones potevano considerarsi mercatores, in quanto la loro attività si esplicava nel comprare e nel vendere merces. Nell’ambito del contratto consensuale di compravendita[78] merx[79] era tutto ciò che poteva essere acquistato mediante il pagamento di un pretium. Al riguardo, il giurista Paolo, nel trattare le origini del contratto di compravendita[80], scrive che quando si ebbe la creazione del denaro si iniziarono a distinguere i concetti di vendere e di comprare, di pretium e di merx:

 

D. 18.1.1.1 (Paul. 33 ad ed.): Nam ut aliud est vendere, aliud emere, alius emptor, alius venditor, sic aliud est pretium, aliud merx: quod in permutatione discerni non potest, uter emptor, uter venditor sit[81].

 

Il giurista distingue il contratto consensuale di compravendita dalla permuta, nella quale non era possibile qualificare il compratore e il venditore e dove non si poteva individuare nemmeno il pretium dalla merx.

Anche Ulpiano dà una sua definizione di merx:

 

D. 50.16.66 (Ulp. 74 ad ed.): “mercis” appellatio ad res mobiles tantum pertinet.

 

Da Nonio Marcello, inoltre, apprendiamo che:

 

De comp. doctr. 431.9: Merx et mercatura hoc distant. Merx est species ipsa; mercatura actus ipse vel lucrumde merce; mercatus locus in quo agitur mercatura.

 

Dunque anche nella lingua letteraria, come del resto nel linguaggio dei giuristi, i termini merx, mercator, mercatura[82] e mercatus[83] risultano avere i significati tecnici ben precisi[84].

Tornando però al passo di Africano (il quale, sulla base della dottrina di Fabio Mela, riteneva che il termine merx non ricomprendesse gli homines), ne consegue che il commerciante non poteva essere considerato mercator, quando oggetto della compravendita era un “homo”. Tale orientamento interpretativo sembra essere condiviso anche da Ulpiano:

 

D. 14.4.1.1 (Ulp. 29 ad ed.): Licet mercis appellatio angustior sit, ut neque ad servos fullones vel sarcinatores vel textores vel venaliciarios pertineat, tamen Pedius libro quinto decimo scribit ad omnes negotiationes porrigendum edictum[85].

 

In questo passo il giurista severiano scrive che il concetto di merx è angustior e non riguarda i servi lavandai, sarti, tessitori e venditori di schiavi. Pur riferendosi, il termine merx, all’ambito di applicazione più specifico dell’editto de tributoria actione[86], è comunque rilevante il fatto che Ulpiano accolga l’orientamento giurisprudenziale secondo cui i servi, in quanto homines, non potevano essere ricompresi nel concetto di merx.

Tuttavia, questo non era solo l’unico orientamento interpretativo della giurisprudenza romana. Vi sono, infatti, delle fonti in cui il termine merx viene usato per indicare gli homines, mentre il sostantivo mercator viene utilizzato per qualificare i commercianti di schiavi.

Vediamo brevemente alcune di queste fonti. In Plauto[87] e in Cicerone, ad esempio, abbiamo impieghi del sostantivo merx per indicare schiavi.

 

Plauto, Persa 586:

Sag.: Hoc age. opusnest hac tibi empta?

Dor.: Si tibi venissest opus, mihi quoque emptast; si tibi subiti nihil est, tantumdemst mihi.

Sag.: Indica, fac pretium.

Dor.: Tua mers est, tua indicatiost.

 

Verr. 5.146: At quae causa tum subiciebatur ab ipso iudices huius tam nefariae crudelitatis? eadem quae nunc in defensione commemorabitur. quicumque accesserant ad Siciliam paulo pleniores, eos Sertorianos milites esse atque a Dianio fugere dicebat. illi ad deprecandum periculum proferebant alii purpuram Tyriam, tus alii atque odores vestem que linteam, gemmas alii et margaritas, vina nonnulli Graeca venalisque Asiaticos, ut intellegeretur ex mercibus quibus ex locis navigarent. Non providerant eas ipsas sibi causas esse periculi, quibus argumentis se ad salutem uti arbitrabantur. iste enim haec eos ex piratarum societate adeptos esse dicebat, ipsos in lautumias abduci imperabat, navis eorum atque onera diligenter adservanda curabat.

 

Nei versi di Plauto si tratta di una compravendita servile, a proposito della quale il compratore, nel momento in cui si deve decidere l’ammontare del prezzo, sollecita il venditore a proporre la cifra in quanto “tua mers est”.

Il passo di Cicerone elenca, invece, beni oggetto di commercio, includendovi anche i venales Asiaticos. Alla fine del passo, poi, definisce genericamente tutti questi beni con il termine merx.

Veniamo infine, sempre a proposito di merx, al passo di Ulpiano già esaminato per altri aspetti nel primo paragrafo.

 

D. 32.73.4 (Ulp. 20 ad Sab.): Eum, qui venaliciariam vitam exercebat, puto suorum numero non facile contineri velle eiusmodi mancipia, [nisi evidens voluntas fuit etiam de his sentientis]: nam quos quis ideo comparavit, ut ilico distraheret, mercis magis loco quam suorum habuisse credendus est[88].

 

Il giurista severiano alla fine del frammento qualifica come merces gli schiavi esclusi dal legato di colui che venaliciariam vitam exercebat, in quanto erano stati destinati alla vendita.

Mentre il termine mercator riferito ai commercianti di schiavi si ritrova sia in autori latini[89], sia in fonti epigrafiche, come quella riferibile a L. Valerius Zabdae, qualificato nell’iscrizione “mercatoris venalici”:

 

CIL VI. 33813:

l. valerivs zabdae mercatoris venalici l. aries//sev stvpor est hvic stvdio sive est insania nomen//omnis ab hac cvra/ cvra levata mea est //monimentvm apsolvi impensa mea    amica//tellvs vt det hoptium ossibvs/ qvod omnes //rogant sed felices impetrant/ nam qvid //egregium qvidve cupiendvm est magis qvam //vbi lvcem libertatis acceperis lassam senectae//spiritvm ibi deponere qvod innocentis signum//est maximvm[90].

 

Che cosa si può dedurre da tutte queste fonti in cui merx è utilizzato per definire anche servi e mercator per qualificare anche commercianti di schiavi? Nel periodo più antico – ne danno conferma i versi di Plauto –, con il termine merx si designava genericamente qualsiasi cosa mobile, oggetto di compravendita. Più tardi, si diffuse una concezione nuova per la quale il servus in quanto homo non poteva essere considerato merx, pur restando oggetto di compravendita. Si affermò, quindi, il principio poi enunciato dal giurista Mela: “merx homines non contineri.

Per quanto attiene alla testimonianza di Cicerone, pur non essendovi enunciato il principio merx homines non contineri, non mi pare che dal passo possa conseguire necessariamente la qualifica di mercatores per i commercianti di schiavi, anche perché in altro luogo Cicerone opera una netta distinzione tra commercianti di mancipia e mercatores:

 

Cicerone, Or. Frg. A VIII 9: Neque me divitiae movent, quibus omnis Africanos et Laelios multi venalicii mercatoresque superarunt, neque vestis aut caelatum aurum et argentum…

 

Mi sembra quindi di poter affermare che nel passo delle verrine, Cicerone faccia riferimento ad un soggetto, la cui attività principale non era il commercio di servi; si trattava piuttosto di un mercante che commerciava merci di vario tipo e quindi poteva essere considerato anche genericamente un mercator[91].

Per quanto riguarda poi il contenuto della iscrizione, può essere convincente la spiegazione proposta da T.J. Chiusi, la quale scrive: «il personaggio in questione potrebbe aver ricevuto due qualifiche: quella di mercator e quella di venalicius»[92]; dando così per certo che il soggetto menzionato nell’epigrafe svolgesse principalmente la professione di commerciante di schiavi e secondariamente anche quella di commerciante di altre merci.

Per concludere. Inizialmente i mangones venivano considerati mercatores, in quanto si dedicavano continuativamente alla compravendita di vari tipi di merces, senza però disporre di una struttura stabile e fissa per lo svolgimento della loro attività. In seguito, quando diventò prevalente l’opinione giurisprudenziale per la quale “merx homines non contineri[93], i mangones che esercitavano come attività principale il commercio di schiavi non vennero più considerati mercatores, ma equiparati ai venaliciarii (al riguardo sono eloquenti le parole di Africano). Quindi, si può affermare che i venaliciarii non appartennero mai alla categoria dei mercatores, in quanto esercitavano in maniera continuativa il commercio di mancipia, avvalendosi di organizzazioni assai complesse e di strutture stabili in cui svolgere la loro attività[94]. Questo spiega perché nell’antica Roma i venaliciarii (e successivamente i mangones) venivano definiti negotiatores.

 

 

5. La societas come strumento organizzativo dell’attivitа dei venaliciarii

 

Gaio[95], nel terzo libro delle sue Institutiones, quando tratta del contratto di società scrive:

 

Gai 3.148: Societatem coire solemus aut totorum bonorum aut unius alicuius negotii, veluti mancipiorum emendorum aut vendendorum.

 

Nel testo appare molto significativo il fatto che il giurista, dopo aver enunciato che si è soliti unirsi in società “aut totorum bonorum”, oppure “unius alicuius negotii”, citi come esempio tipico di societas unius negotiationis la societas di coloro che si dedicano alla compravendita di schiavi. L’attività di mancipia emere vendereque corrispondeva a quella particolare forma di negotiatio propria dei venaliciarii. Dunque, con molta probabilità, doveva essere assai frequente per i venaliciarii riunirsi in società.

In questo caso, l’organizzazione imprenditoriale dei commercianti di schiavi si regolava con un contratto consensuale di società[96]. Nel Digesto si fa menzione della societas venaliciaria[97] in due passi: D. 17.2.60.1 (Pomp. 13 ad Sab.) e D. 21.1.44.1 (paul. 2 ad ed. aed. cur.).

Nel frammento di pomponio[98] leggiamo:

 

D. 17.2.60.1 (Pomp. 13 ad Sab.): Socius cum resisteret communibus servis venalibus ad fugam erumpentibus, vulneratus est: impensam, quam in curando se fecerit, non consecuturum pro socio actione Labeo ait, quia id non in societatem, quamvis propter societatem impensum sit, sicuti si propter societatem eum heredem quis instituere desisset aut legatum praetermisisset aut patrimonium suum neglegentius administrasset: nam nec compendium, quod propter societatem ei contigisset, veniret in medium, veluti si propter societatem heres fuisset institutus aut quid ei donatum esset[99].

 

Il passo fa riferimento indiretto alla societas venaliciaria, in quanto si pone il problema di stabilire a chi imputare le spese mediche del socio ferito durante un tentativo di fuga dei servi comuni messi in vendita[100]. Sembra chiaro che il socio in questione sia un venaliciarius e che quindi pomponio discuta un caso di societas venaliciaria.

Nel frammento di Paolo si prendono in considerazione i problemi della responsabilità per vizi dei venaliciarii socii. Rileggiamo il passo paolino:

 

D. 21.1.44.1 (paul. 2 ad ed. aed. cur.): Proponitur actio ex hoc edicto in eum cuius maxima pars in venditione fuerit, quia plerumque venaliciarii ita societatem coeunt, ut quidquid agunt in commune videantur agere: aequum enim aedilibus visum est vel in unum eius, cuius maior pars aut nulla parte minor esset, aedilicias actiones competere, ne cogeretur emptor cum multis litigare, quamvis actio ex empto cum singulis sit pro portione, qua socii fuerunt: nam id genus hominum ad lucrum potius vel turpiter faciendum pronius est.

 

 

Il testo lascia intendere che i mercanti di schiavi costituivano delle società per poter organizzare meglio la loro attività. Molto probabilmente il vincolo societario veniva adoperato in maniera tale da poter creare delle agevolazioni nei confronti degli astuti venditori[101].

Di conseguenza per salvaguardare i diritti degli acquirenti, gli edili curuli inserirono nel loro editto la rubrica adversus venaliciarios[102], con la quale si stabiliva che le azioni edilizie potevano essere intentate per intero nei confronti del venditore cui spettasse una quota maggiore o, in mancanza, uguale a quella degli altri soci.

Con questa disposizione si affermava uno speciale regime di solidarietà[103], al fine di evitare che il compratore dovesse agire pro quota contro ogni singolo socio, per ottenere il prezzo pagato durante la vendita dello schiavo. Dal testo di Paolo, inoltre, si può capire che al momento della vendita del mancipium non era indispensabile la presenza di tutti i venaliciarii socii, dato che questi ultimi venivano ugualmente obbligati, entro i limiti della loro quota, dall’atto di gestione compiuto da un solo socio. In questo caso non si può negare l’esistenza di una forma di rappresentanza reciproca tra i soci e una rilevanza esterna del rapporto sociale nel caso in cui i mercanti di schiavi avessero costituito la società in modo da renderne nota l’esistenza ai terzi[104]. Questa è l’interpretazione del fr. 44.1 proposta da F. Serrao[105]. Lo studioso si discosta dalla interpretazione tradizionale per la quale era necessaria la presenza di tutti i soci al momento della vendita dello schiavo: solo in questo modo - si affermava - , tutti i venaliciarii socii si obbligavano e potevano così applicarsi le disposizioni dell’editto degli edili curuli[106].

Ritengo che l’interpretazione del serrao sia quella da seguire in quanto, l’insigne studioso, esaminando il passo di Paolo «senza alcun preconcetto», ha ottenuto come risultato una interpretazione il cui pregio è la sua «aderenza al testo»[107]. lo speciale regime di solidarietà ben si adattava alle esigenze negoziali dei commercianti di schiavi. Si può quindi affermare che la scelta della societas quale strumento organizzativo per lo svolgimento dell’attività venaliciaria comportava un fondamentale vantaggio per i soci: la possibilità di agire contemporaneamente in più mercati con il conseguente aumento del volume degli affari[108].

 

 

 

 

 



[1] o. lenel, Palingenesia iuris civilis, II, Lipsiae 1889, coll. 1086, fr. 2612. Il Lenel segnala l’interpolazione tribonianea della frase “nisi evidens ... sentientis”. In merito al passo di Ulpiano vedi: H.J. Wieling, Testamentsauslegung im Römischen Recht, München 1972, pp. 178, 182.

[2] Riporto il titolo dell’opera indicato da o. lenel, Palingenesia iuris civilis, II, cit., col. 1019. Per i frammenti superstiti si rinvia sempre a o. lenel, Palingenesia iuris civilis, II, cit., coll. 1019 ss., frr. 2421 - 2992; e a F. Schulz, Sabinus-Fragmente in Ulpians Sabinus-Commentar, Halle 1906, pp. 11 ss., il quale individua tutti i frammenti dell’opera di Ulpiano in cui è possibile ritrovare frasi o frammenti dei ‘Iuris civilis libri III’ di Masurio Sabino.

Dalle fonti emerge che vi furono due edizioni del commentario ulpianeo. A tale proposito si veda il paragrafo 3 della Praefatio de emendatione codicis del Codex da cui risulta che: in antiquis etenim libris non solum primas editiones, sed etiam secundas, quas repetitae praelectionis veteres nominabant, subsecutas esse invenimus, quod ex libris Ulpiani, viri prudentissimi, ad Sabinum scriptis promptum erat quaerentibus reperire.

Per quanto riguarda il periodo in cui fu redatto il commentario di Ulpiano ai ‘Libri iuris civilis’ di Masurio Sabino, fin dalla dottrina risalente si ritiene che, con molta probabilità, l’opera dovrebbe risalire all’epoca di Antonino Caracalla, cfr. P. Jörs, s.v. “Domitius”, in RE V, Stuttgart 1903, col. 1441: «Buch, ohne Frage aber in seinem ganzen Umfange, nach Severus Tode unter Caracalla (211-217) veröffentlicht worden»; F. Schulz, Sabinus-Fragmente in Ulpians Sabinus-Commentar, cit., pp. 1 ss., in particolare p. 5; Id., Geschichte der römischen Rechtswissenschaft, Weimar 1961, pp. 264 ss. (Id., Storia della giurisprudenza romana, trad. it. a cura di G. Nocera, Firenze 1968, pp. 381 ss.). Sull’opera in generale e la sua datazione vedi anche G. Crifò, Ulpiano. Esperienze e responsabilità del giurista, in ANRW II.15, Berlin-New York 1976, pp. 732 ss., 753 s. Sulle altre opere del giurista vedi: T. Honorè, Ulpian, Oxford 1982; F. Mercogliano, Tituli ex corpore Ulpiani”. Storia di un testo, Napoli 1997; Id., Le “regulae iuris” del “Liber singularis” ulpianeo, in Index 26, 1998, pp. 353 ss.

[3] Per le occorrenze di tale verbo nelle fonti giuridiche e, soprattutto, per la valenza di exercere nel passo di Ulpiano rinvio a H. Heumann - E. Seckel, Handlexicon zu den Quellen des römischen Rechts10, Graz 1958, p. 188, v. “exercere”.

[4] Risulta assai utile, per la nozione di negotiatio, un testo di Marciano, in cui si riferisce l’autorevole opinione di Labeone riguardo ad una fattispecie di legato di schiavi da cui venivano esclusi i servi negotiatores: D. 32.65 pr. (Marcian. 7 inst.): Legatis servis exceptis negotiatoribus Labeo scripsit eos legato exceptos videri, qui praepositi essent negotii exercendi causa, veluti qui ad emendum locandum conducendum praepositi essent: cubicularios autem vel obsonatores vel eos, qui piscatoribus praepositi sunt, non videri negotiationis appellatione contineri: et puto veram esse Labeonis sententiam. Dal frammento emerge chiaramente, accanto a quelle che non possono esserne incluse, quali attività debbano essere ricomprese nella nozione di negotiatio. Per Labeone quindi, la negotiatio riguarda l’attività svolta dai servi al fine di acquistare, locare e condurre. Per la nozione di negotiatio vedi anche D. 14.3.5 (Ulp. 28 ad ed.); D. 14.4.1.1 (Ulp. 29 ad ed.) e D. 50.11.2 (Call. 3 de cogn.).

Sul significato del termine negotiatio nel linguaggio dei giuristi romani vedi, anzitutto, C. Fadda, Istituti commerciali del diritto romano. Lezioni 1902-1903, I, Napoli 1903, p. 52, il quale riconduce il concetto di negotiatio a quello di «speculazione commerciale». Per quanto attiene alla nozione generica di negotiatio come attività continuativa commerciale vedi: W.W. Buckland, The Roman law of slavery, Cambridge 1908, p. 234; A.D. Manfredini, Costantino la ‘tabernaria’ il vino, in Atti del VII convegno internazionale dell’Accademia Romanistica Costantiniana (Spello-Perugia-Norcia, 16-19 ottobre 1985), Napoli 1988, p. 328; A. Wacke, Alle origini della rappresentanza diretta: le azioni adiettizie, in Nozione formazione e interpretazione del diritto dall’età romana alle esperienze moderne. Ricerche dedicate al Prof. Filippo Gallo, II, Napoli 1997, p. 596. Rinvio, comunque, ai fondamentali studi di: F. Serrao, Impresa e responsabilità a Roma nell’età commerciale, Pisa 1989, p. 22, il quale, in riferimento al frammento di Ulpiano D. 50.16.185 (Ulp. 28 ad ed.) su taberna instructa e negotiatio, così afferma: «E se, come parmi sicuro, negotiatio si traduce con “impresa”, cominciamo pure ad avere il concetto di impresa e in particolare di impresa commerciale»; F. Gallo, Negotiatio e mutamenti giuridici nel mondo romano, in Imprenditorialità e diritto nell’esperienza storica, (Erice 22-25 novembre 1988), a cura di M. Marrone, Palermo 1992, pp. 133 ss., 823 n. 4, il quale sottolinea efficacemente lo stretto collegamento tra negotiatio e attività imprenditoriale; A. Di Porto, Il diritto commerciale romano. Una “zona d’ombra nella storiografia romanistica e nelle riflessioni storico-comparative dei commercialisti, in Nozione formazione e interpretazione del diritto dall’età romana alle esperienze moderne. Ricerche dedicate al Prof. Filippo Gallo, III, Napoli 1997, p. 440, il quale scrive: «Come studi recenti hanno posto ormai in chiara evidenza, con negotiatio i giuristi fanno riferimento all’idea generale di attività imprenditoriale, in una parola al concetto di impresa». Di grande interesse anche lo studio di T.J. Chiusi, Contributo allo studio dell’editto “de tributoria actione”, in Memorie Acc. Lincei, serie IX, III, fasc. 4, Roma 1993, p. 283 n. 2: «Negotiatio, correlato a negotiari, è termine vasto nel quale rientra sia l’attività di rivendita di merces, sia quella artigianale, sia quella di prestazione di servizi»; nonché quello recentissimo di M.A. Ligios, “Taberna”, “negotiatio”, “taberna cum instrumento” e “taberna instructa” nella riflessione giurisprudenziale classica, in «Antecessori oblata». Cinque studi dedicati ad Aldo Dell’Oro (con, in appendice, un inedito di Arnaldo Biscardi), Padova 2001, pp. 65 s., la quale sostiene che: «siano qualificabili alla stregua di negotiationes le sole attività economiche consistenti nella conclusione di determinati contratti con la clientela, che siano svolte in maniera stabile e abituale a fine di lucro». Inoltre, la Ligios è dell’avviso che il concetto di ‘negotiatio’ non riguardi il settore della produzione (in part. vedi pp. 53 ss.) e mostra di non condividere quanto sostenuto da A. Di Porto, op. ult. cit., p. 439, a proposito dell’interpretazione di D. 14.4.1.1 (Ulp. 29 ad ed.), il quale ritiene che negotiator e negotiari venissero utilizzati da Sesto Pedio e da Ulpiano «per fare riferimento all’intero ambito imprenditoriale, compresa la produzione».

[5] Le espressioni “exercere negotiationes/exercere negotiationem” ricorrono in numerosi passi del Digesto. Particolarmente interessanti: D. 14.4.5.15 (Ulp. 29 ad ed.): Si plures habuit servus creditores, sed quosdam in mercibus certis, an omnes in isdem confundendi erunt et omnes in tributum vocandi? ut puta duas negotiationes exercebat, puta sagariam et linteariam, et separatos habuit creditores. puto separatim eos in tributum vocari: unusquisque enim eorum merci magis quam ipsi credidit; D. 38.1.45 (Scaev. 2 resp.): Libertus negotiatoris vestiarii an eandem negotiationem in eadem civitate et eodem loco invito patrono exercere possit? respondit nihil proponi, cur non possit, si nullam laesionem ex hoc sentiet patronus. Vedi anche: D. 14.3.11.3 (Ulp. 28 ad ed.); D. 14.4.5.16 (Ulp. 29 ad ed.); D. 32.65 pr. (Marcian. 7 inst.).

Sull’exercere negotiationes per servos communes rinvio, soprattutto, ai lavori di A. Di Porto, Impresa collettiva e schiavo manager” in Roma antica. (II a.C.-II d.C.), Milano 1984, pp. 19 ss.; Id., Il diritto commerciale romano. Una “zona d’ombra nella storiografia romanistica e nelle riflessioni storico-comparative dei commercialisti, cit., pp. 413 ss.

[6] Il giurista Scevola utilizza spesso la locuzione exercere negotium, come nel frammento D. 37.14.18 (Scaev. 4 resp.): Quaero, an libertus prohiberi potest a patronoin eadem colonia, in qua ipse negotiatur, idem genus negotii exercere. Scaevola respondit non posse prohiberi; ma anche in D. 26.7.47.6 (Scaev. 2 resp.); D. 26.7.58 pr. (Scaev. 11 dig.). Fra i tanti frammenti delle opere dei giuristi, in cui compare l’espressione exercere negotium, vedi: D. 4.9.32 (Ulp. 14 ad ed.); D. 14.3.19.1 (Pap. 3 resp.); D. 32.65 pr. (Marcian. 7 inst.).

[7] C. Fadda, Istituti commerciali del diritto romano, cit., p. 57. Dello stesso avviso anche A. Di Porto, Il diritto commerciale romano. Una “zona d’ombra nella storiografia romanistica e nelle riflessioni storico-comparative dei commercialisti, cit., p. 438; M.A. Ligios, “Taberna”, “negotiatio”, “taberna cum instrumento” e “taberna instructa” nella riflessione giurisprudenziale classica, cit., p. 65 n. 124, la quale ritiene che ciò sia particolarmente evidente in numerose fattispecie considerate dai giuristi: fra le tante, elencate da M.A. Ligios, anche l’attività di commercio degli schiavi (“venaliciariam vitam exercere”) a cui si riferisce Ulpiano nel frammento D. 32.73.4 (Ulp. 20 ad Sab.).

[8] Faccio riferimento a categorie utilizzate, al fine di chiarire le nozioni di negotiator e di negotiatio, da A. Di Porto, Il diritto commerciale romano. Una “zona d’ombra nella storiografia romanistica e nelle riflessioni storico-comparative dei commercialisti, cit., p. 442: «Iniziamo da negotiator (exercitor) e negotiatio. Sembrano essere caratterizzate dai seguenti elementi: - dalla continuità dell’esercizio …; - dall’esistenza di una certa organizzazione, di uomini e cose, finalizzata all’esercizio della negotiatio; - dal fine di lucro, dal quaestus».

[9] Le fonti mostrano in maniera inequivocabile che l’attività dei commercianti di schiavi era organizzata in modo più o meno complesso, infatti, potevano disporre di organizzazioni (che in termini moderni si potrebbero definire imprenditoriali) di beni e di uomini finalizzate alla compravendita di servi. A tale proposito, sono significavi: 1) il riferimento all’esistenza di tabernae in cui i commerciati di schiavi negotiantur al fine di mancipia emere vendereque (Seneca, De const. sap. 2.13.4: Num moleste feram, si mihi non reddiderit nomen aliquis ex his qui ad Castoris negotiantur, nequam mancipia ementes vendentesque, quorum tabernae pessimorum servorum turba refertae sunt? Non, ut puto); 2) i documenti epigrafici che attestano trasferimenti di “aziende” venaliciarie (Tabula Herculanensis n. LXIII e CIL IV. 3340 n. XLV = FIRA, Negotia, Apocha Pompeiana, Chirographa, n. 130a); 3) i frammenti delle opere dei giuristi su servi institores preposti alla vendita di schiavi (D. 14.3.17 pr.; Paul. 30 ad ed.) e su servi con peculio dediti all’attività imprenditoriale di compravendita di schiavi (D. 14.4.1.1; Ulp. 29 ad ed.), che dimostrano l’impiego, anche in questo ambito commerciale, dei modelli imprenditoriali a responsabilità limitata e illimitata del dominus. Su tali aspetti dell’organizzazione giuridica dei commercianti di schiavi, rinvio a R. Ortu, Note in tema di organizzazione e attività dei venaliciarii, in Archivio storico e giuridico sardo di Sassari 6, 1999 (in corso di stampa).

In generale sui commercianti di schiavi vedi: w. Westermann, The Slaves Sistems of Greek and Roman Antiquity, Philadelphia 1955, pp. 98 s.; M.I. Finley, Il commercio degli schiavi nell’antichità: il Mar Nero e le regioni danubiane, in Schiavitù antica e ideologie moderne, a cura di M.I. Finley, Bari 1981, pp. 231 ss. (= The Slave trade in Antiquity: the Black Sea and Danubian Regions, in Klio 40, 1962, pp. 51 ss.); Id., Aulus Kapreilius Timotheus, in Aspects of Antiquity, a cura di M.I. Finley, London 1968, pp. 162 ss.; F. Serrao, Sulla rilevanza esterna del rapporto di società in diritto romano, in Studi Volterra, V, Milano 1971, pp. 743 ss.; W.E. Boese, a study of the slave trade and the sources of slaves in the Roman Republic and the early Roman Empire, Washington 1973, pp. 158 ss.; M.F. Heichelheim, Storia economica del mondo antico, II, Bari 1979, pp. 759 ss.; A.J. Toynbee, L’eredità di Annibale, II, Torino 1981, pp. 425 ss.; F. Coarelli, Iside capitolina, Clodio e i mercanti di schiavi, in Studi Adriani, III, Roma 1984, pp. 461 ss.; Id., “Magistri Capitolinie mercanti di schiavi nella Roma Repubblicana, in Index 15, 1987, pp. 174 ss.; I. Bieżuńska Małowist, La schiavitù nel mondo antico, Napoli 1991, pp. 34 ss.

[10] Per quanto riguarda l’uso nelle fonti del sostantivo venaliciarius vedi: H.E. Dirksen, Manuale latinitatis fontium iuris civilis Romanorum, Berolini 1837, p. 987, s.v. “venaliciarius”; E. Forcellini, Lexicon totius Latinitatis, IV, Patavii 1887, p. 931, s.v. “venaliciarius”; Vocabolarium Iurisprudentiae Romanae, V, Berolini 1939, col. 1255, s.v. “venaliciarius”; H. Heumann - E. Seckel, Handlexicon zu den Quellen des römischen Rechts10, cit., p. 616, s.v. “venaliciarius”.

[11] Sulle occorrenze dell’aggettivo venaliciarius vedi: H.E. Dirksen, Manuale latinitatis fontium iuris civilis Romanorum, cit., p. 987, s.v. “venaliciarius”; E. Forcellini, Lexicon totius Latinitatis, cit., p. 931, s.v. “venaliciarius”; Vocabolarium Iurisprudentiae Romanae, V, cit., col. 1255, s.v. “venaliciarius”; H. Heumann - E. Seckel, Handlexicon zu den Quellen des römischen Rechts10, cit., p. 616, s.v. “venaliciarius”.

[12] Cfr. D. 21.1.44.1 (Paul. 2 ad ed. aed. cur.).

[13] Cfr. D. 32.73.4 (Ulp. 20 ad Sab.).

[14] Cfr. D. 50.16.207 (Afr. 3 quaest.).

[15] Il termine mango viene utilizzato assai di frequente dagli autori latini. Al riguardo vedi Varrone, frg. Non. 179.7; Orazio, Ep. 2.2.13; Seneca, Contr. 1.2.9; Seneca, Ep. 80.9; Plinio, Nat. Hist. 7.56, 9.168, 10.140, 21.170, 23.26, 24.35, 30.41; Marziale, Ep. 1.58.1, 7.80.9, 9.5(6).4; Quintiliano, Inst. 2.15.25, Decl. 340; Svetonio, Aug. 69.1, Dom. 7.1; Macrobio, Sat. 2.4.28.

[16] Vedi CIL XIII.8348: C Aiacius P. f Stel mango hic situs est. Vale Aiaci; ILS 4833: I. O. M. Poenino C. Domitius Carassounus Hel(uetius) mango u.s.l.m. Sulle due iscrizioni vedi T. Kleberg, Mango - a semasiological study, in Eranos 43, 1945, pp. 282 s., il quale osserva che: «Even if these examples do not directly state anything about the meaning of mango, it is evident that the word has not a derogatory sound, but is used as a purely objective indication of profession»; W.E. Boese, A Study of the Slave trade and the Sources of Slaves in the early Roman Empire, cit., pp. 158, 189 n. 112 e 113, 193 nn. 158.

[17] Sul giurista Sesto Cecilio Africano vedi W. Kalb, Roms Juristen. Nach ihrer Sprache Dargestellt, Leipzig 1890, pp. 66 ss. Rinvio comunque ai più recenti contributi di A. Wacke, Dig. 19, 2, 33: Afrikans Verhältnis zu Julian und die Haftung für höhere Gewalt, in ANRW II.15, Berlin-New York 1976, pp. 455 ss.; e di F. Casavola, Cultura e scienza giuridica nel secondo secolo d.C.: il senso del passato, in ANRW II.15, cit., pp. 131 ss. [ora in Id., Giuristi adrianei, (con Note di prosopografia e bibliografia su giuristi del II secolo d.C., a cura di G. De Cristofaro, Napoli 1980, pp. 8 ss.)] da leggersi con le recensioni di M. Talamanca, Per la storia della giurisprudenza romana, in BIDR 80, 1977, pp. 277 ss. Da ultimo vedi F. Casavola, Gellio, Favorino, Sesto Cecilio, in Giuristi adrianei, cit., pp. 75 ss., 324 ss., al quale si fa rinvio anche per l’ampia bibliografia ivi citata.

Per i frammenti superstiti del giurista Africano vedi o. lenel, Palingenesia iuris civilis, I, cit., coll. 1 ss., frr. 1-122; ph. Huschke - e. Seckel - b. Kübler, iurisprudentiae anteiustinianae reliquiae6, I, Lipsiae 1908, pp. 97 ss.

[18] Il giurista Papiniano è stato oggetto di numerosi studi da parte della dottrina a partire da W. Kalb, Roms Juristen. Nach ihrer Sprache Dargestellt, cit., pp. 107 ss.; E. Costa, Papiniano. Studio di storia interna del diritto romano, Bologna 1894 (rist. an. Roma 1964). Si rinvia però, anche per la bibliografia ivi citata, a V. Giuffrè, Papiniano: fra tradizione ed innovazione, in ANRW II.15, cit., pp. 632 ss. (sul contributo del Giuffrè vedi le considerazioni critiche di M. Talamanca, Per la storia della giurisprudenza romana, cit., pp. 204 ss.).

[19] Sulla figura del giurista si rinvia a C.A. Maschi, La conclusione della giurisprudenza classica all’età dei Severi. Iulius Paulus, in ANRW II.15, cit., pp. 667 ss., da leggere con la recensione di M. Talamanca, Per la storia della giurisprudenza romana, cit., pp. 221 ss. Del giurista si occupa anche A. Mantello, Il sogno, la parola, il diritto. Appunti sulle concezioni giuridiche di Paolo, in BIDR 94-95, 1991-1992, pp. 349 ss.

[20] La dottrina romanistica ha dedicato un gran numero di studi a questo giureconsulto. Si fa, per tanto, rinvio per contenuti e bibliografia ivi citata a G. Crifò, Ulpiano. Esperienze e responsabilità del giurista, cit., pp. 708 ss. (su cui vedi le considerazioni critiche di M. Talamanca, Per la storia della giurisprudenza romana, cit., pp. 236-249). Più recenti: V. Marotta, Ulpiano e l’impero, I, Napoli 2000; M.P. Baccari, Concetti ulpianei per il diritto di famiglia, Torino 2001. Sulla formazione stoica del giurista vedi: U. Manthe, Beiträge zur Entwicklung des antiken gerechtigkeitsbegriffes II: Stoische Würdigkeit und iuris praecepta Ulpians, in ZSS 114, 1997, pp. 1 ss. Sul pensiero di Ulpiano in tema di schiavitù vedi A. Schiavone, Legge di natura o convenzione sociale? Aristotele, Cicerone, Ulpiano sulla schiavitù-merce, in Schiavi e dipendenti nell’ambito dell’“oikos” e della “familia”. Atti del XXII Colloquio GIREA, Pontignano 19-20 novembre 1995, a cura di M. Moggi - G. Cordiano, Pisa 1997, pp. 173 ss.

[21] Cfr. o. lenel, Palingenesia iuris civilis, I, cit., col. 6, fr. 23. Sul frammento di Africano vedi: A. Di Porto, Impresa collettiva e schiavo manager” in Roma antica, cit., pp. 223 s.; T.J. Chiusi, Contributo allo studio dell’editto “de tributoria actione”, in Memorie Acc. Lincei, serie IX, III, fasc. 4, Roma 1993, pp. 315 ss.; E. Jakab, Praedicere und cavere beim Marktkauf, München 1997, pp. 17 s.

[22] Per i frammenti in cui viene citato il giurista Fabio Mela rinvio a o. lenel, Palingenesia iuris civilis, I, cit., col. 691 ss., frr. 1-33, il quale afferma: «Melam Servio esse aetate minorem, maiorem Proculo colligitur ex fr. (33.9) 3 § 10, (9.2) 11 pr.» (col. 691 n. 1). Sul giurista vedi, in particolare, C. Ferrini, Saggi intorno ad alcuni giureconsulti romani. A) Fabio Mela, in Opere, II, Milano 1929, pp. 11 ss. (già in Rend. Ist. Lomb. 18, 1885, pp. 865 ss.); W. Kunkel, Herkunft und soziale Stellung der römischen Juristen, Weimar 1952, p. 116.

[23] Cfr. o. lenel, Palingenesia iuris civilis, I, cit., col. 928, fr. 639. Sul frammento di Papiniano vedi A. Burdese, Autorizzazione ad alienare in diritto romano, Torino 1950, pp. 85 s.; D. Daube, Mistake of Law in Usucapion, in The Cambridge Law Journ., 1958, pp. 85 ss.; F.B.J. Wubbe, Res aliena pignori data. De verpanding van andermans zaak in het klassieke Romeinse Rehct, Leiden 1960, pp. 54 ss.; R. Martini, Il problema della causae cognitio pretoria, Milano 1960, pp. 127 s.; J.A.C. Thomas, Animus furandi, in Iura 19, 1968, pp. 18, 30; O. Behrends, Die Prokuratur des klassischen römischen Zivilrechts, in ZSS 101, 1971, pp. 235, 275; P. Apathy, Die Actio Publiciana beim Doppelkauf vom Nichteigentuemer, in ZSS 112, 1982, pp. 158 ss.; O. Milella, Il consenso del “dominus” e l’elemento intenzionale nel furto, in BIDR 91, 1988, pp. 391 ss.

[24] I frammenti superstiti dei Responsorum libri XIX sono raccolti da o. lenel, Palingenesia iuris civilis, I, cit., coll. 881 ss., frr. 387-749; ph. Huschke - e. Seckel - b. Kübler, iurisprudentiae anteiustinianae reliquiae6, I, cit., pp. 429 ss., frr. 2-23. Per quanto riguarda il periodo di composizione dell’opera, o. lenel, Palingenesia iuris civilis, I, cit., col. 881, ritiene che: «Responsorum pars prior conscripta est sub imp. Severo et Caracalla, pars posterior iam solo imperante Caracalla».

[25] I problemi inerenti all’animus furandi nel frammento di Papiniano sono affrontati soprattutto da: J.A.C. Thomas, Animus furandi, cit., p. 18; O. Milella, Il consenso del “dominus” e l’elemento intenzionale nel furto, cit., pp. 392 s.

[26] Sull’ambito di applicazione dell’actio Publiciana in D. 17.1.57, vedi P. Apathy, Die Actio Publiciana beim Doppelkauf vom Nichteigentuemer, cit., p. 180.

[27] Per i frammenti tratti dal commentario Ad edictum aedilium curulium di Paolo, vedi o. lenel, Palingenesia iuris civilis, I, cit., coll. 1095 s., frr. 832-842. I frammenti superstiti riguardano sempre il commento all’editto de mancipiis vendundis e vengono inseriti nei libri 79 (frr. 832-839) e 80 (frr. 840-842) dell’opera di paolo Ad edictum. Cfr. anche ph. Huschke - e. Seckel - b. Kübler, iurisprudentiae anteiustinianae reliquiae6, II, cit., pp. 4 ss.

[28] Cfr. o. lenel, Palingenesia iuris civilis, I, cit., col. 1096, fr. 841.

[29] Il contratto di società è stato oggetto di numerosi studi da parte della dottrina romanistica vedi tra gli altri: B.W. Leist, Zur Geschichte der römischen Societas, Jena 1881; E. Del Chiaro, Le contrat de société en droit privé romain, Paris 1928; F. Wieacker, Societas. Hausgemeinschaft und Erwerbsgesellschaft, Weimar 1936; C. Arnò, Il contratto di società, Torino 1938; E. Szlechter, Le contrat de société en Babylonie en Grèce et a Rome, Paris 1947; v. Arangio-ruiz, La società in diritto romano, Napoli 1950; M. Bianchini, Studi sulla societas, Milano 1967; F. Bona, Studi sulla società consensuale in diritto romano, Milano 1973; M. Talamanca, v. “Società. a) Diritto romano”, in ED 29, Milano 1990, pp. 814 ss.; J.H. Lera, El contrato de sociedad. La casuistica jurisprudencial clasica, Madrid 1992; L. Gutiérrez-Masson, Del “consortium” a la “societas”, I-II, Madrid 1994; G. Santucci, Il socio d’opera in diritto romano. Conferimenti e responsabilità, Padova 1997.

[30] Sull’actio redhibitoria si vedano soprattutto: W.W. Buckland, The Roman law of slavery, Cambridge 1908, pp. 59 ss.; R. Monier, La garantie contre les vices, Paris 1930, pp. 59 ss.; A. Pezzana, D. 21, 1, 45. Contributi alla dottrina romana dell’actio redhibitoria, in risg, serie III, 5, 1951, pp. 275 ss.; F. Pringsheim, The decisive moment for Aedilician liability, in Rida 5, 1952, pp. 545 ss.; v. Arangio-ruiz, La compravendita in diritto romano, Napoli 1954, pp. 369 ss.; G. Impallomeni, L’editto degli edili curuli, Padova 1955, pp. 137 ss.; A.M. Honoré, The history of the Aedilitian actions from Roman-dutch law, in Studi De Zulueta, Oxford 1959, pp. 132 ss.; D. Pugsley, The Aedilician Edict, in Daube Noster, a cura di A. Watson, Edinburgh-London 1974, pp. 253 ss.; A. Watson, Sellers’ Liability for Defects: Aedilician Edict and Pretorian law, in Iura 38, 1987, pp. 167 ss.; L. Manna, “Actio redhibitoria” e responsabilità per vizi nell’editto “de mancipiis vendundis”, Milano 1994, pp. 173 ss.; R. Zimmermann, The Law of Obligations. Roman Foundations of the Civilian Tradition, Oxford 1992 (rist. 1996), pp. 317 ss.; N. Donadio, Sull’“actio redhibitoria, in Index 25, 1997, pp. 649 ss.; L. Garofalo, “Redhibitoria actio duplicem habet condemnationem” (a proposito di Gai. ad ed. aed. cur. D. 21,1,45), in Atti del Convegno sulla Problematica contrattuale in diritto romano, Milano 11-12 maggio 1995. In onore di Aldo Dell’Oro, Milano 1998, pp. 57 ss.; Id., Perimento della cosa e azione redibitoria in un’analisi storico-compararatistica, in Europa e diritto privato 2, 1999, pp. 843 ss.; Id., Studi sull’azione redibitoria, Padova 2000.

[31] La disapprovazione sociale e la pessima reputazione dei venditori di schiavi emerge fin dal periodo di Plauto, Capt. vv. 98-101: nunc hic occepit quaestum hunc fili gratia/ inhonestum et maxime alienum ingenio suo:/ homines captivos commercatur, si queat/ aliquem invenire, suom qui mutet filium.

[32] Cfr. W.E. Boese, A Study of the Slave trade and the Sources of Slaves in the early Roman Empire, cit., pp. 158 ss.; H.A. Wallon, Historie de l’esclavage, Aalen 1974, p. 48; J. Toynbee, L’eredità di Annibale, II, cit., p. 425.

[33] Nelle fonti vi sono numerose attestazioni degli atti di frode dei venditori di mancipia. Sono particolarmente interessanti gli atti fraudolenti perpetrati dai commercianti di schiavi per aggirare le disposizioni dell’editto degli edili curuli. Le frodi dei venditori di servi vengono evocate in maniera molto limpida da Cicerone, de off. 3.17.71: Nec vero in praediis solum ius civile ductum a natura malitiam fraudemque vindicat, sed etiam in mancipiorum venditione venditoris fraus omnis excluditur. Qui enim scire debuit de sanitate, de fuga, de furtis, praestat edicto aedilium. Nel titolo D. 21.1 vi sono alcuni frammenti in cui l’emanazione dell’editto degli edili viene sempre giustificata facendo ricorso alla volontà di porre fine alla fallacia dei venditori di schiavi, tra tutti vedi: D. 21.1.1.2 (Ulp. 1 ad ed. aed. cur.): Causa huius edicti proponendi est, ut occurratur fallaciis vendentium et emptoribus succurratur ...; D. 21.1.37 (Ulp. 1 ad ed. aed. cur.): Praecipiunt aediles, ne veterator pro novicio veneat. Et hoc edictum fallaciis venditorum occurrit: ubique enim curant aediles, ne emptores a venditoribus circumveniantur. Nei due passi citati il giurista Ulpiano descrive chiaramente comportamenti fraudolenti dei venditori di servi ai danni degli ignari compratori. Ma vedi anche D. 21.1.44 pr. (Paul. 2 ad ed. aed. cur.): Iustissime aediles noluerunt hominem ei rei quae minoris esset accedere, ne qua fraus aut edicto aut iure civili fieret, in cui si fa riferimento all’intervento degli edili, i quali emanarono la rubrica “si alii rei homo accedat”, al fine di evitare che si attuasse la frode all’editto, da parte dei venditori di mancipia, mediante la vendita di uno schiavo in qualità di accessorio di una res.

[34] o. lenel, Palingenesia iuris civilis, II, cit., col. 896, fr. 1789. Sul frammento di Ulpiano vedi: G. Impallomeni, L’editto degli edili curuli, cit., pp. 69 ss.; M. Kaser, Die Jurisdiktion der Kurulischen Ädilen, in Mélanges Philippe Meylan, I, Lausanne 1963; R. Freudenberger, Das Verhalten der römischen Behörden gegen die Christen im 2. Jahrhundert dargestellt am Brief des Plinius an Trajan und den Reskripten Trajans und Hadrians, München 1969, p. 84. Più recenti L. Manna, “Actio redhibitoria” e responsabilità per vizi della cosa nell’editto “de mancipiis vendundis”, cit., pp. 75 s.; E. Jakab, Praedicere und cavere beim Marktkauf, cit., pp. 141 ss.; F. Serrao, Impresa, mercato, diritto. Riflessioni minime, in Mercati permanenti e mercati periodici nel mondo romano, Atti degli incontri capresi di storia dell’economia antica (Capri 13-15 ottobre 1997), a cura di E. Lo Cascio, Bari 2000, p. 46.

[35] Gli edili curuli contemplarono nel loro editto anche la rubrica ‘ne veterator pro novicio veneat’ (cfr. O. Lenel, L’édit perpétuel, (trad. fr. a cura di F. Peltier), Paris 1903, pp. 303 ss.), nella quale veniva sanzionata con l’actio redhibitoria la mancata dichiarazione (o l’errata dichiarazione) dei servi novicii e di quelli veteratores: D. 21.1.65.2 (Ven. 5 act.): servus tam veterator quam novicius dici potest. sed veteratorem non spatio serviendi, sed genere et causa aestimandum Caelius ait: nam quicumque ex venalicio noviciorum emptus alicui ministerio praepositus sit, statim eum veteratorum numero esse: novicium autem non tirocinio animi, sed condicione servitutis intellegi. nec ad rem pertinere, Latine sciat nec ne: nam ob id veteratorem esse, si liberalibus studiis  eruditus sit.

[36] Cfr. F. Serrao, Impresa, mercato, diritto. Riflessioni minime, cit., p. 46, il quale, inoltre, afferma: «L’‘interpolazione’ denunciata da Ulpiano in tanto poteva avvenire in quanto in mercato venivano presentati come tali gruppi piuttosto numerosi di novicii, magari con particolari indicazioni pubblicitarie».

[37] o. lenel, Palingenesia iuris civilis, II, cit., col. 591, fr. 836. Sul passo di Ulpiano vedi soprattutto A. Di Porto, Impresa collettiva e schiavo manager” in Roma antica, cit., pp. 220 ss.; Id., Il diritto commerciale romano. Una “zona d’ombra nella storiografia romanistica e nelle riflessioni storico-comparative dei commercialisti, cit., pp. 439 ss.; T.J. Chiusi, Contributo allo studio dell’editto “de tributoria actione”, cit., pp. 314 ss.; F. Serrao, Impresa, mercato, diritto. Riflessioni minime, cit., p. 46; M.A. Ligios, “Taberna”, “negotiatio”, “taberna cum instrumento” e “taberna instructa” nella riflessione giurisprudenziale classica, cit., pp. 59 ss.; R. Ortu, Note in tema di organizzazione e attività dei venaliciarii, cit. supra in n. 9.

[38] Sul peculio, la sua origine e il suo impiego a fini imprenditoriali vedi, soprattutto: T. Trincheri, Studi sulla condizione degli schiavi in Roma; Roma 1888, pp. 59 ss.; G. Micolier, Pecule et capacité patrimoniale, Lyon 1932; F. Serrao, Diritto privato, economia e società nella storia di Roma, I, Napoli 1984, p. 298; Id., Impresa e responsabilità a Roma nell’età commerciale, cit., pp. 27 ss.; A. Di Porto, Impresa collettiva e schiavo “manager” in Roma antica, cit., pp. 42 ss.; Id., v. “Peculio”, in Enciclopedia Virgiliana IV, Roma 1998, pp. 2 ss.; Id., Il diritto commerciale romano. Una “zona d’ombra nella storiografia romanistica e nelle riflessioni storico-comparative dei commercialisti, cit., pp. 424 ss.; L. Amirante, Lavoro di giuristi sul peculio. Le definizioni da Q. Mucio a Ulpiano, in Studi in onore di Cesare Sanfilippo, III, Milano 1983, pp. 1 ss.; F. De Martino, L’economia, in Princeps urbium. Cultura e vita sociale dell’Italia romana, Milano 1991, pp. 308 s.; A. Schiavone, La storia spezzata. Roma antica e Occidente moderno, Bari 1996, p. 195.

[39] A. Di Porto, Il diritto commerciale romano. Una “zona d’ombra nella storiografia romanistica e nelle riflessioni storico-comparative dei commercialisti, cit., pp. 423 s., il quale sostiene che: «Emergono, nitidamente, i contorni di alcuni fondamentali “modelli” organizzativi, in corrispondenza con i due principali modi di impiego dello schiavo: come praepositus e come “organo” del peculio. Si possono classificare in base al diverso regime di responsabilità del dominus (o dei domini). B1) Il “modello” a responsabilità illimitata […] B2) Il “modello” a responsabilità limitata». Il “modello” a responsabilità limitata si caratterizza per l’attribuzione di un peculio al servus e il Di Porto spiega che: «il peculio assume la configurazione di “patrimonio separato” del dominus, separato dal restante suo patrimonio, la “res domini”. Il peculium, infatti è del dominus, ma rappresenta il limite della responsabilità del dominus stesso dinanzi ai creditori ex causa peculiari […] Di tale patrimonio il servus rappresenta, per così dire, l’organo vitale. Il peculium cioè vive giuridicamente ed economicamente attraverso l’attività di amministrazione dello schiavo, che – è appena il caso di rilevarlo – può concretarsi nello svolgimento di qualsiasi attività economica, non solo di impresa» (p. 424).

[40] D. 50.16.207 (Afr. 3 quaest.). I frammenti tratti dai Quaestionum libri IX sono stati raccolti e ordinati da o. lenel, Palingenesia iuris civilis, I, cit., coll. 2 ss., frr. 2-121, il quale afferma che: «Africani libri quaestionum temporibus Hadriani aut Antonini videntur esse conscriptis».

[41] Sull’origine della parola mango, vi sono diversi orientamenti tra gli studiosi. Inizialmente, il termine si riteneva che potesse derivare dall’antico inglese mangere e dal tedesco mangon che avevano il generico significato di commerciante: cfr. A.S. Wilkins, Q. Horati Flacci Opera, London 1896, p. 136.

Sulla derivazione greca di mango, vedi E.H. Brewster, Roman Craftsmen and Tradesman of the Early Empire, Menasha - Wisconsin 1917, p. 30; RE, XIV, Stuttgart 1928, col. 1107, s.v. “mango”; T. Kleberg, Mango - a semasiological study, cit., pp. 278 s., il quale ritiene che: «No doubt the Greek m£ggnon, ‘means of bewtching and deceiving’, etc., magganeÚein, ‘deceive by artificial means’, ‘play tricks’, maggane…a, ‘trickery’, ‘witchcraft’, ‘deception’, are of the same origin. One is apt to believe that mango is simply a Greek loanword *m£ggwn. This word has not, however, been found, but can be presupposed. The meaning of the whole word-group clearly indicates that the word, when introduced into Latin, had the function ‘merchant who polishes up his goods by artificial means’»; v. “mango”, in Thesaurus linguae latinae VIII, Lipsiae 1936-1966, col. 300.

[42] Per le occorrenze del termine mango nelle fonti letterarie ed epigrafiche vedi: H.E. Dirksen, Manuale latinitatis fontium iuris civilis Romanorum, cit., p. 566, s.v. “mango”; H. Heumann - E. Seckel, Handlexicon zu den Quellen des römischen Rechts10, cit., p. 332, v. “mango”. Ma soprattutto rinvio a L. Deicke, vv. “mango”; “mangonico”; “mangonicus”, in Thesaurus linguae latinae VIII, cit., col. 300.

[43] Cfr. L. Deicke, v. “mango”, in Thesaurus linguae latinae VIII, cit., col. 300, in cui si legge che mango in generale «significat primitus homines, qui mercibus deterioribus ut pluris vendant speciem meliorum induunt, inde certa genera negotiatorum, qui talibus fraudibus famosi erant» e che il termine viene impiegato per indicare, in modo più specifico, coloro che vendevano schiavi, giumenti, altri tipi di cose nonché «convicii loco adhibetur ad notandum hominem nequissimum». Sull’uso dei diversi significati di mango vedi, soprattutto: Seneca, Epist. 80.9; Plinio, Nat. hist. 7.12.56, 24.22.35, 23. 22.40, 30.13.41, 37.13.76; Marziale 9.5; Quintiliano, Inst. 2.15.24, 25; Svetonio, Vesp. 4.3.

[44] Plinio, Nat. hist. 23.22.40: Vinum [situinum] fumo inueteratum insaluberrimum. Mangones ita in apothecis excogitauere, iam et patresfamilias, aetatem addi, antequam per se cariem traxere.

[45] Plinio, Nat. hist. 12.20.98: Ladam vocant talem barbaro nomine. Alia est balsamodes, ab odore simili appellata, sed amara ideoque utilior medicis, sicut nigra unguentis. Pretia nulli diversiora, optimae in libras L, ceteris  V. His adiecere mangones quam Daphnidis vocant, cognominatam isocinnamon, pretiumque ei faciunt CCC. Adulteratur styrace et propter similitudinem corticum laurus tenuissimis surculis. quin et in nostro orbe seritur, extremoque in margine imperii, qua Rhenus adluit, vidi in alvariis apium satam. color abest ille torridus sole et ob id simul idem odor.

[46] Plinio, Nat. hist. 37.13.76: Decussi fragmenti, quod in lamina ferrea uratur, efficacissimum experimentum excusate mangones gemmarum recusant, similiter et limae probationem. Obsianae fragmenta ueras gemmas non scariphant, in ficticiis scariphatio omnis candicat.

[47] Svetonio, Vesp. 4.3: Quadam rapa in eum iacta sunt. Rediit certe nihilo opulentior, ut qui prope labefactata iam fide omnia praedia fratri obligaret necessarioque ad mangonicos quaestus sustinendae dignitatis causa descenderit; propter quod vulgo mulio vocabatur. Conuictus quoque dicitur ducenta sestertia expressisse iuveni, cui latum clavum adversus patris voluntatem impetrarat, eoque nomine graviter increpitus.

[48] Tra questi vedi anche Varrone, frg. Non. p. 179.7: Alii ita sunt circumtonsi et terti atque unctuli, ut mangonis esse videantur servi; nonché i versi di Orazio, Ep. 2.2.13: Multa fidem promissa levant, ubi plenius aequo / laudat venalis qui vult extrudere merces: / res urget me nulla; meo sum pauper in aere. /nemo hoc mangonum faceret tibi; non temere a me / quivis ferret idem./semel hic cessavit et, ut fit, / in scalis latuit metuens pendentis habenae; Seneca padre, Contr. 1.2.9: P. Asprenatis. Contradico non <odio, non> inimicitiis [cuiquam] impulsus. quod enim odium, quae inimicitiae cuiquam <cum ea> esse possunt, quam nemo civium suorum norat, antequam prostitit? movet me respectus omnium virginum, de quibus gravis hodie fertur sententia, si in civitate nulla inveniri potest neque meretrice castior neque homicida purior. Piratae te inviolatam servaverunt? a sacerdote se non abstinuisset pirata, leno, mango. de sacerdotis pudicitia his sponsoribus credendum est? iacuisti in piratico myoparone, contrecta<ta> es alicuius manu, alicuius osculo, alicuius amplexu. an melius pirata servavit quam pater? Conversata es cruentis et humano sanguine delibutis; inde est profecto, quod potes hominem occidere; Marziale, 1.58.1: Milia pro puero centum me mango poposcit: / risi ego, sed Phoebus protinus illa dedit. /hoc dolet et queritur de me mea mentula se cum / laudatur que meam Phoebus in invidiam. / sed sestertiolum donavit mentula Phoebo / bis decies: hoc da tu mihi, pluris emam, 7.80.9: sed si parva tui munuscula quaeris amici / commendare, ferat carmina nostra puer, / non qualis Geticae satiatus lacte iuvencae / Sarmatica rigido ludit in amne rota, / sed Mitylenaei roseus mangonis ephebus / vel non caesus adhuc matre iubente Lacon, 9.5.4: non puer avari sectus arte mangonis / virilitatis damna maeret ereptae, / nec quam superbus computet stipem leno / dat prostituto misera mater infanti; Giovenale 6.371-373b: ergo expectatos ac iussos crescere primum / testiculos, postquam coeperunt esse bilibres, / tonsoris tantum damno rapit Heliodorus. / Mangonum pueros vera ac miserabilis urit / mangonum pueros vera ac miserabilis urit / debilitas, follisque pudet cicerisque relicti, 11.145-150: Plebeios calices et paucis assibus emptos / porriget incultus puer atque a frigore tutus, / non Phryx aut Lycius non a mangone petitus / quisquam erit et magno: cum posces, posce Latine; Svetonio, Dom. 7.1: Multa etiam in communi rerum usu nouauit: sportulas publicas sustulit reuocata rectarum cenarum consuetudine; duas circensibus gregum factiones aurati purpureique panni ad quattuor pristinas addidit; interdixit histrionibus scaenam, intra domum quidem exercendi artem iure concesso; castrari mares uetuit; spadonum, qui residui apud mangones erant, pretia moderatus est.

[49] Cfr. W.E. Boese, A Study of the Slave trade and the Sources of Slaves in the early Roman Empire, cit., pp. 193 n. 158. Sono interessanti i testi di Agostino, Serm. 7.3; Patrol. Lat. 46.838: Deus et diabolus pater et mango. Deus ut pater flagellat et corrigit et assumit; mango blanditur, seducit et vendit, e Serm. 21.4; Patrol. Lat. 46.911. Vedi anche Macrobio, Sat. 2.4.28; Cassiodoro, Psalm. 118.141.

[50] Sulle opere di Seneca: M. Schanz - C. Hosius, Geschichte der römischen Literatur, II, cit., pp. 679 ss.; C. Marchesi, Seneca, Milano 1942; I. Lana, L. Anneo Seneca, Torino 1965; P. Grimal, Seneca, trad. it., Milano 1992. Sul pensiero giuridico di Seneca vedi F. Stella Maranca, Seneca giureconsulto, Lanciano 1926; R. Düll, Seneca iureconsultus, in ANRW II.15, cit., pp. 364 ss. (sul quale vedi le considerazioni critiche di M. Talamanca, Per la storia della giurisprudenza romana, cit., pp. 195 ss.); A. Mantello, ‘Beneficium’ servile - ‘debitum’ naturale. Sen., de ben. 3.18.1 ss. - D. 35.1.40.3 (Iav., 2 ex post. Lab.), Milano 1979; M. Brutti, Il potere, il suicidio, la virtù. Appunti sulla ‘Consolatio ad Marciam’ e sulla formazione intellettuale di Seneca, in Seminari di storia e di diritto, a cura di A. Calore, Milano 1995, pp. 65 ss.

[51] Il sostantivo mango viene utilizzato da Seneca anche in De ben. 4.13.3: Itaque multa, quae summam utilitatem aliis adferunt, pretio gratiam perdunt. Mercator urbibus prodest, medicus aegris, mango venalibus; sed omnes isti, quia ad alienum commodum pro suo veniunt, non obligant eos, quibus prosunt. Non est beneficium, quod in quaestum mittitur. 'Hoc dabo et hoc recipiam' auctio est.

[52] Sul grande retore rinvio soprattutto a M. Schanz - C. Hosius, Geschichte der römischen Literatur, II, cit., pp. 745 ss. Vedi anche J. Cousin, ètudes sur Quintilien, I-II, Paris 1935 (rist. Amsterdam 1967); G. Kennedy, Quintilian, New York 1969; M. Winterbottom, Problems in Quintilian, in Institute of classical studies, Bullettin supplement 25, 1970, pp. 3 ss.; O. Seel, Quintilian, Stuttgart 1977; P.V. Cova - R. Gazich - G.E. Manzoni - G. Melzani,  Aspetti della ‘paideia’ di Quintiliano, Milano 1990; T. Zinsmaier, Der von Bord geworfene Leichnem, Frankfurt am Main 1993. Sempre utile E. Bonellus, Lexicon Quintilianeum, Lipsiae 1834.

[53] Quintiliano, Decl. 340: Qui voluntate domini in libertate fuerit, liber sit. Mango novicium puerum per publicanos traiecit praetextatum. Dicitur ille liber.

DECLAMATIO :'Qui voluntate domini in libertate fuerit, liber sit'. Quaerendum est nobis quid sit in libertate esse. 'voluntate domini est in libertate qui eo volente liber est'. Nos finimus ita: 'voluntate domini in libertate est qui ius libertatis usurpavit domino volente'. Id primum scripto ipso colligemus. Non enim difficile fuit ei qui hanc legem componebat id scribere: 'qui voluntate domini liber fuerit'; nunc hoc scribendo: 'qui in libertate fuerit' satis ostendit aliud esse in libertate esse, aliud liberum esse. Excutiamus etiam causas legis huius. Indignum putavit legum lator eum qui in fortuna aliqua rei publicae, qui in numero civitatis fuisset, redigere in servitutem. Sed hoc quoniam sibi nequitia interim adserebat, adiecit ut ii liberi essent qui in libertate voluntate domini fuissent. Vis scire quanto aliud sit in libertate esse, aliud liberum esse? Eum qui in libertate fuerit iubet lex liberum esse. Tanta rerum differentia est in causa libertatis. In libertate est igitur quisquis caret forma servitutis. Id, iudices, ex hac ipsa lege adhuc manifestum est. Non enim legum lator putavit etiam eos qui a dominis fuga abessent esse in libertate? Quod colligo scripto eius: 'qui voluntate domini in libertate fuerit': apparet aliquos et non voluntate domini in libertate esse; quod si verum est, potest in libertate esse etiam qui liber non est.

Nihil ergo prodest tibi cum dicis liberum eum non fuisse. Non enim quaeritur an voluntate tua liber fuerit, sed an voluntate tua in libertate fuerit. Si voluntate tua liber [non] fuisset, quid nos postularemus? Depulsus hac pugna transcendit eo, ut neget in libertate saltem fuisse. Quomodo igitur colligemus? Eum qui in libertate <non> est quibus argumentis colligemus fuisse in libertate? Signavit aliquis tamquam liber: si id voluntate domini fecerit, etiamsi maxime illum servum esse dominus voluit eo tempore, manifestum erit <fuisse> in libertate; sic quisquis aliquid pro libero fecit. Atqui hic puer non tantum pro libero sed etiam pro ingenuo est: praetextatus fuit. Si talem illum ad iudices produxissem, hoc insigne non [tantum] libertatis modo sed etiam dignitatis esset. Ecquid paves ne scelus feceris? Et alius fortasse tantum usurpaverit libertatem: hic et adprobavit. Quibus? Publicanis, hominibus, ut parcissime dicam, diligentissimis. In summa velim ostendere totum tuum comitatum: quis habitus servorum fuit?

'Ego tamen' inquit 'non ea voluntate feci ut hic liber esset, sed ea ut 'Ego tamen' inquit 'non ea voluntate feci ut hic liber esset, sed ea ut publica non solveret.' Saepius eadem dicenda sunt etiam gratulamur si invito te liber est: liberum esse noluisti, sed in libertate esse voluisti. Nihil interest qua causa hoc feceris: id est, ut propius ad verba legis accedam, nihil interest qua causa in libertate esse eum volueris. Verum ista causa quam praetendis digna poena est: circumscribere vectigalia populi Romani voluisti, specie praetextati imponere publicano voluisti. Postmodum dicam quantum intersit huius pueri; interim dicam, tua quid interest? Quod petieras non contigit tibi? Non fefellisti?

SERMO: Haec circa ius, illa iam circa aequitatem. 

DECLAMATIO: Quae passurus est hic puer domino redditus? Sine dubio <ultima>. Novimus istam negotiationem, et frequentissima in foro videmus iudicia talium iniuriarum. Fortasse etiam natus est ingenuus, fortasse rapto ex aliquo litore praetextam Fortuna reddidit. Illud est tamen quod nos magis confundat: videtur mangoni puer pretiosus, timuit ne magno aestimaretur. Ista species in quacumque servitute miserabilis foret. Rogamus vos, iudices, cogitetis quam multa facere possit adversus puerum mango iratus. Aut illi fortasse pretium excisa virilitate producet, aut ob infelicis contumeliae annos venibit in aliquod lupanar. Res est nobis cum homine qui non erubescit, nihil reservat: etiam periculose avarus est. Quos cultus accipiet qui praetextam habuit? Ego vobis allego etiam ipsum illud sacrum praetextarum quo sacerdotes velantur, quo magistratus, quo infirmitatem pueritiae sacram facimus ac venerabilem. Su questo testo di Quintiliano vedi: T. Kleberg, Mango - a semasiological study, cit., p. 281; E.M. ŠtaermanM.K. Trofimova, La schiavitù nell’Italia imperiale, Roma 1975, p. 16.

[54] Per la biografia e le opere di Plinio il Vecchio, vedi per tutti M. Schanz - C. Hosius, Geschichte der römischen Literatur, II, cit., pp. 768 ss. Per gli studi più recenti vedi: Aa.Vv., Science in the Early Roman Empire: Pliny the Elder, his Sources and Influence, a cura di R. French e F. Greenaway, London 1986; S. Citroni Marchetti, Plinio il Vecchio e la tradizione del moralismo romano, Pisa 1991; J.F. Healy, Pliny the Elder on Science and Tecnology, Oxford 1999; B. Tautz, Das bild des Kaisers Augustus in der Naturalis Historia des Plinius, Bochum 1999.

[55] Toranius mango doveva essere assai conosciuto nell’antica Roma. Di questo celebre venditore di mancipia ne danno notizia anche Svetonio, Aug. 69.1: adulteria quidem exercuisse ne amici quidem negant, excusantes sane non libidine, sed ratione commissa, quo facilius consilia aduersariorum per cuiusque mulieres exquireret. M. Antonius super festinatas Liuiae nuptias obiecit et feminam consularem e triclinio uiri coram in cubiculum abductam, rursus in conuiuium rubentibus auriculis incomptiore capillo reductam; dimissam Scriboniam, quia liberius doluisset nimiam potentiam paelicis; condiciones quaesitas per amicos, qui matres familias et adultas aetate uirgines denudarent atque perspicerent, tamquam Toranio mangone uendente; e Macrobio, Sat. 2.4.28: Delectatus inter cenam erat symphoniacis Toronii Flacci mangonis atque eos frumento donaverat cum in alia acroamata fuisset nummis liberalis, eosdem que postea Toronius aeque inter cenam quaerenti Caesari sic excusavit: ad molas sunt. Sul testo di Plinio vedi I. Bieżuńska Małowist, La schiavitù nel mondo antico, cit., pp. 35 s.

[56] I numerosi documenti epigrafici, relativi a vendite di schiavi, rappresentano preziose fonti per la conoscenza dei prezzi di mercato. Al riguardo, rinvio, tra i tanti, a FIRA, III, Negotia, n. 87 “Emptio puellae”, pp. 283 ss.; n. 88 “Emptio pueri”, pp. 285 s.; n. 89 “Emptio ancillae”, pp. 287 s. Sui prezzi degli schiavi si vedano: w. Westermann, The Slaves Sistems of Greek and Roman Antiquity, cit., pp. 100 ss.; F. De Martino, Storia economica di Roma antica, II, Firenze 1979, pp. 274 ss.; J. Axer, I prezzi degli schiavi e le paghe degli attori nell’orazione di Cicerone «Pro Q. Roscio comoedo», in Actes du Colloque sur l’esclavage. Nieborów 2-6 dicembre 1975, Warszawa 1979, pp. 217 ss.; E.M. Štaerman – M.K. Trofimova, La schiavitù nell’Italia imperiale, cit., pp. 25 s.; I. Bieżuńska Małowist, La schiavitù nel mondo antico, cit., pp. 34 ss.; E. Jakab, Praedicere und cavere beim Marktkauf, cit., pp. 7 ss.

[57] Le ingenti ricchezze dei venaliciarii vengono menzionate da Cicerone, orat. 232: Neque me divitiae movent quibus omnes Africanos et Laelios multi venalicii mercatoresque superarunt.

[58] A proposito della differente valenza dei termini venaliciarius e mango vedi W.E. Boese, A Study of the Slave trade and the Sources of Slaves in the early Roman Empire, cit., p. 158; E. Jakab, Praedicere und cavere beim Marktkauf, cit., p. 19, la quale afferma che: «... daß im römischen Handelsleben kein großer Unterschied zwischen venaliciarii und mangones bestand. Jedenfalls kann man keine feste Struktur des Handels feststellen, die den venaliciarii als Großhändler die mangones eindeuting als Kleinhändler gegenüberstellen würde».

[59] Per il significato di mercator e le occorrenze nelle fonti vedi: H.E. Dirksen, Manuale latinitatis fontium iuris civilis Romanorum, cit., p. 580, s.v. “mercator”; H. Heumann - E. Seckel, Handlexicon zu den Quellen des römischen Rechts10, cit., p. 339, s.v. “mercator”; V. Bulhart, v. “mercator”, in Thesaurus linguae latinae VIII, cit., coll. 788 ss.

[60] Per il sostantivo negotiator rinvio a: H.E. Dirksen, Manuale latinitatis fontium iuris civilis Romanorum, cit., pp. 619 s., s.v. “negotiator”; H. Heumann - E. Seckel, Handlexicon zu den Quellen des römischen Rechts10, cit., p. 365, v. “negotiator”.

Sulla nozione di negotiator vedi Marciano in D. 32.65 pr. (7 inst.), citato supra n. 4, in cui viene riportato un scritto di Labeone in materia di legato. In particolare, il grande giurista indica i criteri necessari per individuare i servi negotiatores, gli unici esclusi per volontà del testatore dal legato avente ad oggetto tutti i suoi schiavi. Labeone esprime chiaramente il suo parere: sono negoriatores gli schiavi che “praepositi essent negoti exercendi causa”. Il giurista propone come esempio di negotiatio l’attività volta ad acquistare, locare e condurre; ritenendo peraltro “cubicularios autem vel obsonatores vel eos, qui piscatoribus praepositi sunt, non videri negotiationis appellatione contineri”. A proposito di questa definizione, A. Di Porto, Il diritto commerciale romano. Una “zona d’ombra nella storiografia romanistica e nelle riflessioni storico-comparative dei commercialisti, cit., pp. 437 s., evidenzia lo specifico impiego, da parte di Labeone, del verbo exercere nella locuzione exercendi causa: «Con l’espressione exercendi causa il giurista individua l’elemento che fa la differenza, che qualifica come negotiatores, distinguendoli, così almeno a me sembra, dai “semplici” preposti e dunque (ad esempio) dagli institori. Insomma: l’institor è praepositus (negotiationis o negotio), il negotiator, in quanto servus, è sempre praepositus, ma (negotii o negotiationis) exercendi causa». Su D. 32.65 pr. (Marcian. 7 inst.) vedi E. Jakab, Praedicere und cavere, cit., p. 20.

[61] Cfr. T.J. Chiusi, Contributo allo studio dell’editto “de tributoria actione”, cit., p. 316, la quale afferma che: «A tal proposito val la pena sottolineare come il termine negotiator, almeno fino alla seconda metà del II sec. d.C., sia abbastanza distinto da quello di mercator». Sul punto vedi anche W.E. Boese, A Study of the Slave trade and the Sources of Slaves in the early Roman Empire, cit., pp. 178 s.; P. Baldacci, Negotiatores e mercatores frumentarii nel periodo imperiale, in Ist. lomb. Sc. e Lett. 161, 1967, pp. 273 ss.; J. Andreau, Les Affaires de Monsieur Jucundus, Roma 1974, pp. 223 ss.; S. Treggiari, Urban labour in Roma: mercenarii and tabernarii, in Non Slave Labour in the Greco-Roman World, Cambridge 1980, pp. 48 ss.; A. Bürge, Fiktion und Wirklichkeit: Soziale und rechtliche Strukturen des römischen Bankwesen, in SZ 104, 1987, pp. 488 ss.; E. Jakab, Praedicere und cavere beim Marktkauf, cit., pp. 16 ss.

[62] Sul grande oratore di Arpino rinvio a M. Schanz - C. Hosius, Geschichte der römischen Literatur, I, cit., pp. 400 ss. (ivi letteratura precedente); P. Grimal, Cicerone, trad. it. a cura di L. Guagnellini Del Corno, Milano 1987. Per la carriera politica vedi T.R.S. Broughton, The Magistrates, II, New York 1951, pp. 233 ss. Si vedano invece, in merito al pensiero giuridico ciceroniano, le opere di E. Costa, Cicerone giureconsulto, Bologna 1927 (rist. Roma 1964); M. Pallasse, Cicéron et le sources du droit, Paris 1946; A. Pezzana, Sull’actio empti come azione di garanzia per vizi della cosa in alcuni testi di Cicerone, in BIDR 62, 1953, pp. 158 ss.; V. Arangio-Ruiz, Cicerone giurista, in Marco Tullio Cicerone, scritti nel bimillenario della morte, Roma 1961, pp. 1 ss. (= Id., Scritti di diritto romano, IV, Camerino 1977, pp. 259 ss.); G. Pugliese, Cicerone tra diritto e retorica, in Studi in onore di A.C. Jemolo, Milano 1962, pp. 31 ss.; F. D’Ippolito, I giuristi e la città, Napoli 1978, pp. 95 ss.; I. Lana, I principi del buon governo secondo Cicerone e Seneca, Torino 1981; M. Bretone, Cicerone e i giuristi del suo tempo, in Quaderni di Storia 5, 1979 n. 10, pp. 243 ss. (= Tecniche e ideologie, cit., pp. 63 ss.); A. Schiavone, Il caso e la natura. Un’indagine sul mondo di Servio, in Società romana e produzione schiavistica, a cura di A. Giardina - A. Schiavone, III, Roma-Bari 1981, pp. 41 ss.; A. Ronconi, Cicerone e la costituzione romana, in Studi Italiani di Filologia Classica 54, 1982, pp. 7 ss.; F. Sini, Documenti sacerdotali di Roma antica. I. Libri e commentarii, Sassari 1983, pp. 93 ss.; G. Hamza, Cicero und der Idealtypus der iurisconsultus, in Helikon 22-27, 1982-1987, pp. 281 ss.; F. Bona, La certezza del diritto nella giurisprudenza tardo-repubblicana, in La certezza del diritto nell’esperienza giuridica romana, Padova 1987, pp. 117 ss.; C.A. Cannata, Per una storia della scienza giuridica europea, I, Torino 1997, pp. 288 ss. Per i frammenti vedi F.P. Bremer, Iurisprudentiae Antehadrianae, I, Lipsiae 1896, pp. 127 ss., il quale inserisce Cicerone tra i giureconsulti dell’ottavo secolo di Roma; H. Funaioli, Grammaticae Romanae fragmenta, Lipsiae 1907, pp. 417 ss.

[63] Sul punto vedi soprattutto P. Baldacci, Negotiatores e mercatores frumentarii nel periodo imperiale, cit., pp. 273 ss.; T.J. Chiusi, Contributo allo studio dell’editto “de tributoria actione”, cit., p. 316; A. Di Porto, Il diritto commerciale romano. Una “zona d’ombra nella storiografia romanistica e nelle riflessioni storico-comparative dei commercialisti, cit., p. 442; M.A. Ligios, “Taberna”, “negotiatio”, “taberna cum instrumento” e “taberna instructa” nella riflessione giurisprudenziale classica, cit., pp. 65 s.

[64] La definizione di taberna instructam viene elaborata da Ulpiano in D. 50.16.185 (Ulp. 28 ad ed.): ‘Instructam’ autem tabernam sic accipiemus, quae et rebus et hominibus ad negotiationem paratis constat. Sulla nozione di taberna instructa e sulle attività imprenditoriali in Roma antica, rinvio, soprattutto, ai lavori di A. Di Porto, Impresa collettiva e schiavo manager” in Roma antica, cit.; Id., Filius, servus, e libertus. Strumenti dell’imprenditore romano, in Imprenditorialità e diritto nell’esperienza storica, (Erice 22-25 novembre 1988), a cura di M. Marrone, Palermo 1992, pp. 231 ss.; Id., Il diritto commerciale romano. Una “zona d’ombra nella storiografia romanistica e nelle riflessioni storico-comparative dei commercialisti, cit., pp. 413 ss.; F. Serrao, Impresa e responsabilità a Roma nell’età commerciale, cit., pp. 21 ss.; e al recentissimo saggio di M.A. Ligios, “Taberna”, “negotiatio”, “taberna cum instrumento” e “taberna instructa” nella riflessione giurisprudenziale classica, cit., pp. 27 ss.

[65] A. Di Porto, Il diritto commerciale romano. Una “zona d’ombra nella storiografia romanistica e nelle riflessioni storico-comparative dei commercialisti, cit., p. 442. Sul punto, già C. Fadda, Istituti commerciali del diritto romano, cit., pp. 54 ss., parlava di esercizio di una «professione abituale».

[66] A. Di Porto, op. ult. cit., p. 442.

[67] A. Di Porto, op. ult. cit., p. 442.

[68] Sulle diverse valenze dei termini mercator e negotiator, nonché i rapporti tra le due nozioni, vedi J. Rougé, Recherches sur l’organisation du commerce maritime en Méditerranèe sous l’empire romain, Paris 1966, pp. 287 ss., in part. 289; P. Baldacci, Negotiatores e mercatores frumentarii nel periodo imperiale, cit., pp. 273 ss.; W.E. Boese, A Study of the Slave trade and the Sources of Slaves in the early Roman Empire, cit., pp. 160 ss.; T.J. Chiusi, Contributo allo studio dell’editto “de tributoria actione”, cit., pp. 316 s.

[69] Cfr. A. Di Porto, op. ult. cit., p. 438. Il carattere della continuità della professione svolta dai mercatores viene evidenziata nell’espressione “quae venire solebant” di Sabino citato da Paolo D. 33.9.4.2 (Paul. 4 ad Sab.): Item si quis solitus fructus suos vendere penum legaverit, non omnia quae et promercii causa habuit, legasse videtur, sed ea sola, quae in penum sibi separabat. quod si promiscue uti solebat, tunc quantum ad annuum usum ei sufficeret familiaquae eius ceterorumque, qui circa sunt, legato cedet: quod fere, inquit Sabinus, evenit in personis mercatorum aut quotiens cella est olei et vini, quae venire solebant, in hereditate relicta.

[70] A questo proposito sono significative le parole di E. Forcellini, Lexicon totius Latinitatis, cit., p. 355, s.v. “negotiatio”, in a proposito della netta distinzione concettuale dei due termini in Cicerone: «Negotiatores videntur esse, qui eodem loco haerentes comparant et coemunt merces, quas pluris distrahant, qui nullo certo loco consistunt, et merces coemptas hic inde exportant, atque huc illuc important». Rinvio comunque a M.A. Ligios, “Taberna”, “negotiatio”, “taberna cum instrumento” e “taberna instructa” nella riflessione giurisprudenziale classica, cit., p. 119 n. 290, la quale osserva che: «è interessante notare come in nessuno dei testi giuridici a noi pervenuti nei quali compaia il termine ‘mercator’, si faccia menzione di ‘tabernae’: tale soggetto, evidentemente, doveva svolgere i propri commerci al di fuori di questi locali».

[71] T.J. Chiusi, Contributo allo studio dell’editto “de tributoria actione”, cit., p. 317 n. Sul testo epigrafico si vedano anche J. Rougé, Recherches sur l’organisation du commerce maritime en Méditerranèe sous l’empire romain, cit., p. 289; P. Baldacci, Negotiatores e mercatores frumentarii nel periodo imperiale, cit., p. 287.

[72] Di opinione contraria P. Baldacci, Negotiatores e mercatores frumentarii nel periodo imperiale, cit., p. 287, il quale afferma che nel documento epigrafico in questione i termini mercator e negotiator vengono utilizzati come sinonimi.

[73] Sul passo di Africano vedi soprattutto: A. Di Porto, Impresa collettiva e schiavo manager” in Roma antica, cit., pp. 223 s.; T.J. Chiusi, Contributo allo studio dell’editto “de tributoria actione”, cit., pp. 315 ss.; E. Jakab, Praedicere und cavere beim Marktkauf, cit., pp. 17 s.

[74] Dalla testimonianza delle fonti, mi pare sia evidente che i venaliciarii fossero negotiatores. Sul punto, rinvio ai passi del Digesto in cui si fa riferimento alla complessa organizzazione dell’attività venaliciaria, basata su assetti logistici stabili di beni e di uomini (tabernae), configurata giuridicamente anche attraverso la costituzione di società oppure mediante l’impiego delle strutture imprenditoriali a responsabilità illimitata (praepositio di un servus institor venaliciarius) o a responsabilità limitata (servus venaliciarius con peculio): Seneca, De const. sap. 2.13.4; Tabula Herculanensis n. LXIII e CIL IV.3340 n. XLV = FIRA, Negotia, Apocha Pompeiana, Chirographa, n. 130 a); D. 21.1.44.1 (Paul. 2 ad ed. aed. cur.); D. 14.3.17 pr. (Paul. 30 ad ed.); D. 14.4.1.1 (Ulp. 29 ad ed). Vedi, comunque, R. Ortu, Note in tema di organizzazione e attività dei venaliciarii, cit. supra in n. 9.

[75] Plinio, Nat. hist. 23.22.40.

[76] Plinio, Nat. hist. 12.20.98.

[77] Plinio, Nat. hist. 37.13.76.

[78] Sul contratto consensuale di compravendita rinvio al fondamentale lavoro di M. Talamanca, v. “Vendita in generale (diritto romano)”, in ED 46, Milano 1993, pp. 303 ss. Ma vedi anche, tra gli altri, C. Ferrini, Sull’origine del contratto di vendita in Roma, in Opere, III, Milano 1929; v. Arangio-ruiz, La compravendita in diritto romano, Napoli 1956; C.A. Cannata, La compravendita consensuale romana: significato di una struttura, in Vendita e trasferimento della proprietà nella prospettiva storico-comparatistica. Atti del congresso Internazionale, Pisa-Viareggio-Lucca 17-21 aprile 1990, a cura di L. Vacca, II, Milano 1991 (= in Vendita e trasferimento della proprietà nella prospettiva storico-comparatistica. Materiali per un corso di diritto romano, a cura di L. Vacca, Torino 1997); G. Impallomeni, Applicazione del principio dell’affidamento nella vendita romana, in Scritti di diritto romano e tradizione romanistica, Padova 1996.

[79] Sul termine merx vedi: H.E. Dirksen, Manuale latinitatis fontium iuris civilis romanorum, cit., p. 582, s.v. “merx”; H. Heumann - E. Seckel, Handlexicon zu den Quellen des römischen Rechts10, cit., p. 341, v. “merx”; V. Bulhart, s.v.“merx”, in Thesaurus linguae latinae VIII, cit., coll. 850 ss.

[80] D. 18.1.1 pr. (Paul. 33 ad ed.): Origo emendi vendendique a permutationibus coepit. olim enim non ita erat nummus neque aliud merx, aliud pretium vocabatur, sed unusquisque secundum necessitatem temporum ac rerum utilibus inutilia permutabat, quando plerumque evenit, ut quod alteri superest alteri desit. sed quia non semper nec facile concurrebat, ut, cum tu haberes quod ego desiderarem, invicem haberem quod tu accipere velles, electa materia est, cuius publica ac perpetua aestimatio difficultatibus permutationum aequalitate quantitatis subveniret. eaque materia forma publica percussa usum dominiumque non tam ex substantia praebet quam ex quantitate nec ultra merx utrumque, sed alterum pretium vocatur.

[81] o. lenel, Palingenesia iuris civilis, I, cit., col. 1034, fr. 502.

[82] Vedi Cicerone, De off. 1.151. Cfr. E. Jakab, Praedicere und cavere, cit., pp. 22 ss.

[83] Lo scambio delle merci avveniva sempre in luoghi determinati. Assai interessante un passo di Isidoro, Orig. 5.25.35: Commercium dictum a mercibus quo nomine res venales appellamus. Unde et mercatus dicitur coetus multorum hominum, qui res vendere vel emere solent. Sul mercato e sul “diritto del mercato” rinvio al fondamentale contributo di F. Serrao, Impresa, mercato, diritto. Riflessioni minime, cit., pp. 31 ss.

[84] Cfr. T.J. Chiusi, Contributo allo studio dell’editto “de tributoria actione”, cit., p. 316, e n. 110.

[85] o. lenel, Palingenesia iuris civilis, II, cit., col. 591, fr. 836. Il passo di Ulpiano è stato oggetto di numerosi studi, tra tutti vedi: A. Di Porto, Impresa collettiva e schiavo manager” in Roma antica, cit., pp. 225 ss.; Id., Il diritto commerciale romano. Una “zona d’ombra nella storiografia romanistica e nelle riflessioni storico-comparative dei commercialisti, cit., pp. 439 ss.; T.J. Chiusi, Contributo allo studio dell’editto “de tributoria actione”, cit., pp. 315 ss.; F. Serrao, Impresa, mercato, diritto. Riflessioni minime, cit., p. 57; M.A. Ligios, “Taberna”, “negotiatio”, “taberna cum instrumento” e “taberna instructa” nella riflessione giurisprudenziale classica, cit., pp. 59 ss. In particolare, in merito all’attività dei servi venaliciarii, R. Ortu, Note in tema di organizzazione e attività dei venaliciarii, cit. supra in n. 9.

[86] Sull’actio tributoria rinvio soprattutto a T.J. Chiusi, Contributo allo studio dell’editto “de tributoria actione”, cit., pp. 274 ss. (ivi bibliografia precedente).

[87] La bibliografia su Plauto è assai ampia: M. Schanz - C. Hosius, Geschichte der römischen Literatur bis zum Gesetzgebungswek des Kaisers Justinian4, I, cit., pp. 55 ss.; A. Rostagni, Letteratura latina, I, Torino 1949, pp. 121 ss.; R. Perna, L’originalità di Plauto, Bari 1955; E. Norden, La letteratura romana, trad. it., Bari 1958; E. Fraenkel, Elementi plautini in Plauto, trad. it. a cura di F. Munari, Firenze 1960; E. Paratore, Storia del teatro latino, Milano 1957, pp. 78 ss.; Id., Plauto, Firenze 1961; F. Della Corte, Da Sarsina a Roma (Ricerche plautine)2, Firenze 1967; K. Gaiser, Zur Eigenart der römischen Komödie: Plautus und Terenz gegenüber ihren griechischen Vorbildern, in ANRW I.2, Berlin-NewYork 1972, pp. 1027 ss.; E. Flores, Letteratura latina e ideologia del III-II a.C., Napoli 1974, pp. 49 ss.; L. Perelli, Imago vitae. Teatro comico e tragico da Plauto e Terenzio a Seneca, Torino 1983; G. Petrone, Teatro e antico inganno. Finzioni plautine, Palermo 1983; N.W. Slater, Plautus in performance. The theatre of mind, New York 1985; M. Crampon, Salve lucrum ou l’expression de la richesse et de la pauvreté chez Plaute, Paris 1985; P.G. Brown McCarthy, v. “Plautus”, in The Oxford Classical Dictionary3, Oxford 1996, pp. 1194 ss.; A. Garzya, La parola e la scena. Studi sul teatro antico da Eschilo a Plauto, Napoli 1997; E. Sergi, Patrimoni e scambi commerciali: metafore e teatro in plauto, Messina 1997; F. Gori, Il contrapasso buffo nelle commedie plautine: il Miles gloriosus, in SU (ser. Scienze umane e sociali) 68, 1997-1998, pp. 227 ss.; E. Flores, Il comico (“Pseudolus”) e il tragicomico (“Amphitruo”) in Plauto, in Lexis 16, 1998, pp. 139 ss.; B. Rochette, “Poeta barbarus”: Plaute, Miles gloriosus 211, in Latomus 57, 1998, pp. 415 ss. Sul lessico plautino si rinvia a G. Lodge, Lexicon Plautinum, Leipzig 1924 (rist. an. Hildesheim-New York 1971).

per i problemi giuridici vedi, tra gli altri, E. Costa, Il diritto privato nelle commedie di Plauto, Roma 1890 (rist. an. 1968); R. Dareste, Le droit romain et le droit grec dans Plaute, in Nouv. Études d’Hist. du droit, Paris 1902, pp. 149 ss.; A. De Senarclens, La date de l’édit, des édiles de mancipiis vendundis, in Tijd. 4, 1923, pp. 384 ss.; C. Ferrini, Sulla origine del contratto di vendita in Roma, cit., pp. 57 ss.; U.E. Paoli, Nota giuridica su Plauto, in Iura 4, 1953, pp. 174 ss.; Id., Comici latini e diritto attico, Milano 1962; F. De martino, I “quadruplatores” nel Persa di plauto, in Labeo 1, 1955, pp. 32 ss.; F. Treves Franchetti, v. Plauto”, in NNDI 13, Torino 1966, pp. 129 ss.; L. Labruna, Plauto, Manilio, Catone, cit., pp. 24 ss.; C.St. Tomulescu, La “mancipatio” nelle commedie di Plauto, in Labeo 17, 1971, pp. 284 ss.; G. Rotelli, Ricerca di un criterio metodologico per l’utilizzazione di Plauto, in BIDR 75, 1972, pp. 97 ss. Più recenti, su alcuni problemi specifici: M.V. giangrieco Pessi, “Argentarii” e trapeziti nel teatro di plauto, in AG 201, 1981, pp. 39 ss.; L. Peppe, Studi sull’esecuzione personale, I. Debiti e debitori nei primi due secoli della Repubblica romana, Napoli 1981, pp. 196 ss.; E. Gabba, Arricchimento e ascesa sociale in Plauto e in Terenzio, in Index 13, 1985, pp. 5 ss.; R.L. Dees, Aspects of the Roman Law of marriage in Plautus’ Casina, in Iura 39, 1988, pp. 107 ss.; G. Falcone, Testimonianze plautine in tema di ‘interdicta’, in AUPA 40, 1988, pp. 180 ss.; R. La Rosa, La repressione del furtum in età arcaica. Manus iniectio e duplione damnum decidere, Napoli 1990, pp. 113 ss.; L. Manna, “Actio redhibitoria”, cit., pp. 11 ss.; E. Jakab, Praedicere und cavere, cit., pp. 123 ss.

[88] o. lenel, Palingenesia iuris civilis, II, cit., coll. 1086, fr. 2612.

[89] Al riguardo si veda Plauto, poen. v. 340: Ad.: Quia apud aedem Veneris hodie est mercatus meretricius: eo conveniunt mercatores, ibi ego me ostendi volo./ Agor.: Invendibili merci oportet ultro emptorem adducere: proba mers facile emptorem reperit, tam etsi in abstruso sitast. quid ais tu? quando illi apud me mecum caput et corpus copulas?

[90] Su questo documento epigrafico vedi le considerazioni di A. Di Porto, Impresa collettiva e schiavo manager” in Roma antica, cit., p. 224 n. 33 bis; T.J. Chiusi, Contributo allo studio dell’editto “de tributoria actione”, cit., p. 315 n. 108.

[91] Sul passo delle Verrine vedi in particolar modo T.J. Chiusi, Contributo allo studio dell’editto “de tributoria actione”, cit., p. 316 n. 112.

[92] Cfr. T.J. Chiusi, Contributo allo studio dell’editto “de tributoria actione”, cit., p. 315 n. 108.

[93] La concezione di Mela-Africano mi pare che segua un orientamento giurisprudenziale, dominante, affermatosi in età repubblicana. È significativo il fatto che già in precedenza i giuristi avevano discusso se fosse opportuno considerare come fructus il parto della schiava. Sul partus ancillae si accese una controversia tra P.M. Scevola, M’. Manilio e M.G. Bruto, di cui resta traccia in Cicerone, De fin. 1.12: An, partus ancillae sitne in fructu habendus, disseret inter principes civitatis, P. Scaevolam Manliumque Manilium, ab hisque M. Brutus dissentiet?, e in Ulpiano, D. 7.1.68 (17 ad Sab.): Vetus fuit quaestio, an partus ad fructuarium pertineret, sed Bruti sententia optinuit fructuarium in eo locum non habere. Dalle fonti emerge che prevalse l’orientamento giurisprudenziale di Bruto, tendente a non considerare come frutti i parti delle schiave. Ciò sta a dimostrare che già nel periodo più antico vi era una corrente giurisprudenziale che tendeva a considerare i servi in maniera diversa rispetto alle altre categorie di res.

Per i problemi giuridici relativi alle sententiae di Scevola, Manilio e Bruto sul partus ancillae vedi G. Brini, La sentenza di Bruto sul ‘partus ancillae’, in Memorie dell’Accademia di Bologna 4, 1910, pp. 3 ss.; M. Kaser, Partus ancillae, in ZSS 75, 1958, pp. 157 ss.; V. Arangio-Ruiz, Cicerone giurista, in Ciceroniana 1, cit., p. 10; G. Grosso, Schemi giuridici e società. Dall’epoca arcaica alla giurisprudenza classica: diritti reali e obbligazioni, Torino 1970, pp. 58 s.; M. Talamanca, Costruzione giuridica e strutture sociali fino a Quinto Mucio, in Società romana e produzione schiavistica, a cura di A. Giardina - A. Schiavone, III, Roma-Bari 1981, cit., pp. 20 s.; E. Herrmann-otto, Ex ancilla natus, Stuttgart 1994; F. Horak, Etica della giurisprudenza, in Per la storia del pensiero giuridico romano. Dall’età dei pontefici alla scuola di Servio, Atti del seminario di S. Marino, 7-9 gennaio 1993, a cura di Dario Mantovani, Torino 1996, pp. 168 s.; R. Cardilli, La nozione giuridica di fructus, Napoli 2000, pp. 312 ss.; F. Zuccotti, «Partus ancillae in fructu non est», in «Antecessori oblata», cit., pp. 185 ss.

[94] Sul peculiare tipo di organizzazione imprenditoriale dell’attività dei venaliciarii, rinvio a quanto già detto supra nel paragrafo 2 (in part. vedi anche n. 9); nonché a R. Ortu, Note in tema di organizzazione e attività dei venaliciarii, cit. supra in n. 9.

[95] Per una biografia del giurista vedi A.M. Honoré, Gaius. A biography, Oxford 1962; ma anche G. Diódsi, Gaius, der Rechtsgelehrte, in ANRW II.15, cit., pp. 605 ss. (ivi, pp. 623 ss., accurata bibliografia gaiana di R. Wittmann, alla quale si fa rinvio); F. Casavola, Giuristi adrianei, cit., pp. 145 ss., 339 ss.; F. Gallo, La storia in gaio, in Il modello di Gaio nella formazione del giurista, Atti del convegno torinese 4-5 maggio 1979 in onore del prof. S. Romano, Milano 1981, pp. 89 ss.; G. Pugliese, Gaio e la formazione del giurista, in Il modello di Gaio nella formazione del giurista, cit., pp. 1 ss.; R. Quadrato, Le Institutiones nell’insegnamento di Gaio. Omissioni e rinvii, napoli 1979; Id., La persona in Gaio. Il problema dello schiavo, in Iura 37, 1986, pp. 1 ss.; O. Diliberto, considerazioni intorno al commento di Gaio alle XII tavole, in Index 18, 1990, pp. 403 ss.; F. D’Ippolito, Gaio e le XII Tavole, in Index 20, 1992, pp. 279 ss.; M. Bretone, una mano estranea sul commento di gaio all’editto provinciale, in Mélanges à la mémoire de André Magdelain, Paris 1998, pp. 39 ss.

[96] Su alcuni particolari tipi di società vedi F. Serrao, Sulla rilevanza esterna del rapporto di società in diritto romano, cit., pp. 743 ss. (ora in Id., Impresa e responsabilità a Roma nell’età commerciale, Pisa 1989, pp. 65 ss.); M.R. Cimma, Ricerche sulle società di publicani, Milano 1981.

[97] Per quanto riguarda la società venaliciaria vedi E. Del Chiaro, Le contrat de société en droit privé romain, cit., pp. 232 s.; F. Serrao, Sulla rilevanza esterna del rapporto di società in diritto romano, cit., pp. 748 ss.; Id., Impresa, mercato, diritto. Riflessioni minime, cit., pp. 48 ss.

[98] Sul giurista Pomponio si rinvia agli studi di D. Nörr, Pomponius oder “Zum Geschichtsverständnis der römischen Juristen”, in ANRW II.15, cit., pp. 497 ss. (vedi anche le considerazioni critiche di M. Talamanca, Per la storia della giurisprudenza romana, cit., pp. 261 ss.); M. Bretone, Tecniche e ideologie, cit., pp. 209 ss.; F. Casavola, Giuristi adrianei, cit., pp. 71 s., 130 ss., 314 ss. (ivi accurata bibliografia precedente); R.A. Bauman, Lawyers and politics in the early Roman Empire. A study of relations between the Roman jurists and the emperors from Augustus to Hadrian, München 1989, pp. 287 ss. I frammenti delle opere di Pomponio sono ordinati e raccolti da o. lenel, Palingenesia iuris civilis, II, cit., coll. 15 ss.

[99] o. lenel, Palingenesia iuris civilis, II, cit., col. 116, fr. 585. Sul passo si vedano: V. Arangio-Ruiz, La società, cit., p. 194; G. Gandolfi, ‘Damnum commune’, in Studi in onore di E. Volterra, III, Milano 1971, p. 535; G. Santucci, Il socio d’opera in diritto romano. Conferimenti e responsabilità, cit., pp. 128 ss.

[100] In merito ai problemi inerenti al risarcimento del danno sopportato dal socio d’opera vedi G. Santucci, Il socio d’opera in diritto romano. Conferimenti e responsabilità, cit., pp. 128 ss., il quale, nel mettere in correlazione D. 17.2.60.1 (Pomp. 13 ad Sab.) con D. 17.2.52.4 (Ulp. 31 ad ed.), evidenzia il contrasto tra le opinioni di Labeone e di Giuliano a proposito dei risarcimenti dei danni subiti dai soci d’opera.

[101] Cfr. G. Impallomeni, L’editto degli edili curuli, cit., p. 71, il quale scrive: «Approfittando della circostanza che il patto sociale è irrilevante nei confronti dei terzi, i venaliciarii, costituendo tra loro speciali società, vendevano apparentemente gli schiavi pro quota. Conseguentemente la regola della divisibilità passiva dell’azione redibitoria e della quanti minoris veniva a costituire un grave ostacolo processuale per il compratore, costretto ad agire pro quota contro ogni singolo componente la società, se avesse voluto ottenere una completa redibizione, o l’aestimatio vitii».

[102] Non tutta la dottrina è concorde nel ritenere che la rubrica adversus venaliciarios fosse inclusa nell’editto degli edili curuli. Quanto alla ricostruzione dell’editto edilizio, redatto in modo definitivo da Salvio Giuliano, O. Lenel, L’édit perpétuel, cit., pp. 303 ss., prospetta la seguente partizione: de mancipiis vendundis (§ 293, p. 303); de iumentis vendundis (§ 294, p. 316); de feris (§ 295, p. 317); stipulatio ab aedilibus proposita (§ 296, p. 318). Suddivide poi l’editto de mancipiis vendundis in 11 rubriche: 1) de vitiis pronunciandis e la concessione dell’actio redhibitoria (D. 21.1.1.1); 2) formula dell’actio redhibitoria (D. 21.1.23-27); 3) actio quanti minoris (D. 21.1.31.16); 4) actio in factum ad pretium reciperandum, si mancipium redhibitum fuerit (D. 21.1.31.17-19); 5) de cavendo (D. 21.1.31.20); 6) de natione pronuntianda (D. 21.1.31.21); 7) si quid ita venierit, ut, nisi placuerit, redhibeatur (D. 21.1.31.22-23); 8) si alii rei homo accedat (D. 21.1.31.25; 33; 35); 9) ne veterator pro novicio veneat (D. 21.1.37); 10) edictum adversus venaliciarios (D. 21.1.44.1); 11) edictum de ornamentis (D. 50.16.74). Per quanto attiene alla rubrica de castratione puerorum (D. 9.2.27.28) il lenel ipotizza che sia da considerare come un’appendice all’editto de mancipiis vendundis (p. 304).

La ricostruzione della versione giulianea dell’editto de mancipiis vendundis proposta dal Lenel si differenzia da quella di A.F. Rudorff, Edicti perpetui quae reliquia sunt, Lipsiae 1869, § 310, pp. 259 s.: quest’ultimo aveva individuato 10 rubriche, in quanto non considerava gli editti ‘si alii rei homo accedat’ e ‘adversus venaliciarios’, mentre introduceva l’editto de castratione puerorum. Anche F. Glück, Commentario alle Pandette, XXI, (trad. it. a cura di S. Perozzi e P. Bonfante), Milano 1898, pp. 12 ss., pur includendo 11 rubriche nell’editto de mancipiis vendundis, propone una diversa sequenza di argomenti rispetto a quella del lenel; ma il suo ordine sistematico viene criticato da S. Perozzi, (in F. Glück, Commentario alle Pandette, cit., pp. 12 ss. n. b) il quale preferisce la ricostruzione leneliana.

[103] Cfr. E. Del Chiaro, Le contrat de société en droit privé romain, cit., p. 233.

[104] Vedi f. Serrao, Impresa, mercato, diritto. Riflessioni minime, cit., p. 49, il quale afferma: «Con che non solo si ampliava e rafforzava l’ammissione delle rappresentanza fra i socii venaliciarii, ma si creava una speciale solidarietà infrangendo, anche per le società venaliciarie, il voluto principio della non rilevanza esterna del rapporto sociale».

[105] f. Serrao, Sulla rilevanza esterna del rapporto di società in diritto romano, cit., p. 743; Id., Impresa, mercato, diritto. Riflessioni minime, cit., pp. 48 ss.

[106] Il passo di Paolo viene interpretato in questo modo da: V. Arangio-Ruiz, La società in diritto romano, cit., pp. 91 e 141 ss.; G. Impallomeni, L’editto degli edili curuli, cit., pp. 71 ss.

[107] f. Serrao, Sulla rilevanza esterna del rapporto di società in diritto romano, cit., p. 749.

[108] Vedi f. Serrao, Sulla rilevanza esterna del rapporto di società in diritto romano, cit., p. 752, il quale sostiene che: «Dal punto di vista pratico, infine, una società venaliciaria i cui soci fossero costretti ad intervenire tutti alla vendita di un singolo schiavo non doveva essere molto comoda e funzionale, specie ove si pensi che uno dei vantaggi fondamentali dell’operare in società doveva essere costituito dalla possibilità per i venaliciarii socii di agire all’occorrenza contemporaneamente in diversi mercati».