N° 2 - Marzo 2003 – Lavori in corso – Contributi

 

La Sardegna cristiana in età tardo-antica(*)

 

 

Attilio Mastino

Università di Sassari

 

 

 

Mi sono assunto incautamente il compito di presentare un quadro generale della storia della Sardegna in età tardo-antica, iniziando dalle prime testimonianze relative allo sviluppo del cristianesimo nell'isola fino all'età di Gregorio Magno.

In realtà gli ultimi anni hanno conosciuto un progresso negli studi così consistente e significativo da rendere parziale e deludente qualunque tentativo di sintesi. Sono state rilette, ridiscusse ed interpretate le fonti letterarie, partendo dall'opera di Piero Meloni[1], con una serie di approfondimenti che si debbono soprattutto a Raimondo Turtas, che si è dedicato sostanzialmente a due temi principali, Fulgenzio e Gregorio Magno[2]; sono state allargate le indagini archeologiche in tutta l'isola, soprattutto grazie all'impegno delle due Soprintendenze e dell'équipe guidata da Letizia Pani Ermini, partendo da quella prima campagna di scavi a Cornus nel 1978, alla quale io stesso ebbi l'onore di partecipare[3]; sono state presentate importanti novità nella documentazione epigrafica, con nuove scoperte, letture e riletture che dobbiamo a Giovanna Sotgiu ed ai suoi allievi[4]. Dopo un secolo di eccessive cautele, una nuova generazione di studiosi si è positivamente interessata alle grandi scoperte epigrafiche del Seicento: una consistente quantità di documenti, oltre 400 epigrafi paleocristiane, che il Mommsen aveva giudicato incautamente «di fabbrica fratesca»[5], può essere dunque oggi parzialmente recuperata e portata all'attenzione degli studiosi, grazie agli studi di Donatella Mureddu, Donatella Salvi, Grete Stefani[6], Marcella Bonello[7] e Paola Ruggeri[8]. Sono stati soprattutto i convegni di Cuglieri ed i convegni internazionali de «L'Africa Romana», che hanno in qualche modo periodicamente scandito i progressi della ricerca in questo campo. Non dimenticherò le tesi di laurea, come quella di Giovanna Artizzu, dedicata all'età vandalica[9]; oppure le memorie di «diploma di studi approfonditi» (D.E.A.), come quella presso l'Università di Bordeaux di Daniela Sanna sulle iscrizioni c.d. falsae, gran parte delle quali sono forse conservate nella cripta seicentesca della Cattedrale di Cagliari ed andrebbero rivisitate[10]; e infine le tesi di dottorato, quella di Antonio Corda sulle iscrizioni paleocristiane[11], quella di Piergiorgio Spanu sulla prima età bizantina[12] e quella di Klaus Pokorny sui monumenti tardoantichi e paleocristiani della Sardegna[13]. Lavori che ci auguriamo possano essere tra breve pubblicati.

Al di là dei problemi di dettaglio, emerge la straordinaria complessità della storia della Sardegna in un periodo che rappresenta veramente la cerniera tra l'età antica e l'età moderna: la pace costantiniana, la vivace resistenza delle tradizioni pagane profondamente radicate nella società isolana soprattutto in ambito rurale, l'organizzazione civile ed ecclesiastica nel basso impero, il marcato orientamento africano anche in ambito religioso, l'occupazione vandalica ed il confronto con il mondo germanico ariano, la spedizione dei Goti, la riconquista giustinianea, l'attività del grande papa Gregorio Magno e della chiesa di Roma, le sollecitazioni culturali orientali, le prime minacce arabe. L'isola ci appare veramente collocata nel cuore del Mediterraneo, aperta alle più diverse influenze culturali, tra oriente ed occidente, in bilico tra mondo europeo e mondo africano.

E' singolare il fatto che la prima vicenda che riguarda i cristiani esiliati eji" mevtallon Sardoniva", quella del futuro papa Callisto dopo il fallimento della banca di Carpoforo, sia localizzata nelle miniere sulcitane nell'età di Commodo, forse a Metalla ed in quella stessa valle di Antas nella quale Caracalla avrebbe restaurato vent'anni più tardi il tempio dedicato al culto salutifero del grande dio eponimo della Sardegna, il Sardus Pater-Sid-Baby[14]: un tempio che credo abbia rappresentato nell'antichità preistorica, poi in quella punica e soprattutto in età romana, il luogo alto dove era ricapitolata tutta la storia del popolo sardo, nelle sue chiusure e resistenze, ma anche nella sua capacità di adattarsi e di confrontarsi con le culture mediterranee. E' solo uno dei tanti dati sulla forza e sulla vitalità che le tradizioni pagane continuavano ad avere in Sardegna, dove per tutto il III ed anche nel IV secolo abbiamo notizia di restauri di edifici di culto pagani e, su base municipale e provinciale, della ramificata e capillare organizzazione del culto imperiale[15], che fu il modello territoriale diretto sul quale credo dovette impiantarsi la nuova organizzazione religiosa diocesana, che troviamo documentata (per la capitale provinciale Karales, successivamente qualificata come mhtrovpoli")[16] a partire dal concilio antidonatista di Arelate all'indomani della pace costantiniana, ma che risale sicuramente almeno al secolo precedente[17].

Raimondo Zucca ha scritto di recente che proprio in questo periodo il tempio del Sardus Pater fu abbandonato dai fedeli: le testimonianze più tarde sono infatti delle monete imperiali del IV secolo, che offrono evidentemente il terminus post quem per la caduta in disuso o per la distruzione violenta del tempio, forse per volontà del clero cristiano locale[18]. C'è da chiedersi quanti altri templi pagani nel corso del IV secolo e soprattutto nei due secoli successivi siano stati distrutti dai cristiani, oppure siano stati destinati ad altro uso o più probabilmente trasformati e riconvertiti, secondo le istruzioni che per un'epoca più avanzata furono impartite dai pontefici romani, come Gregorio Magno, a proposito della necessità di trasformare i templi degli Angli da luogo di adorazione dei démoni a luogo di adorazione del vero Dio[19].

Un altro caso assolutamente emblematico è rappresentato dall'ipogeo di Ercole salvatore alle porte di Tharros, in territorio di Cabras[20]: in questo caso il culto salutifero delle acque ed il culto di Eracle swthr, dio che rimane alla base di tutti i miti classici sulla colonizzazione della Sardegna[21], è stato ribattezzato e reinterpretato con riferimento a Cristo Salvatore, con un sincretismo di profondissimo significato, forse testimoniato dalla raffigurazione di Daniele nella fossa dei leoni[22]. Del resto, già Robert Rowland ha osservato che la nuova pratica religiosa si andò impiantando su luoghi di culto pagani, assimilando i più fortunati culti precedenti; altre volte monumenti ed edifici religiosi nuragici, punici o romani furono forse invece demoliti con l'intento di sopprimere una più antica devozione pagana[23]: il primo caso è ben esemplificato dal sorgere delle chiese rupestri all'interno delle domus de janas abbandonate[24]; oppure dal subentro, nell'ipogeo di Forum Traiani, del culto del martire Lussorio[25], sull'antichissimo culto di Esculapio e delle Ninfe salutari delle sorgenti calde delle Aquae Hypsitanae[26]; ma la continuità del culto è documentata di frequente in Sardegna, come per il tempio di Ercole-Melkart di Olbia, sul quale si sono sovrapposti due successivi edifici cristiani, l'ultimo dei quali consacrato a San Paolo[27].

Per il secondo caso, si può pensare al tempio dedicato a Giove in Barbaria, sulla montagna sacra di Bidonì al di là del Tirso, dove forse era proseguito l'antichissimo culto paleosardo del toro[28].

La vicenda dei cristiani esiliati in Sardegna sfiora soltanto la storia dell'isola e rimane in gran parte estranea alla natura profonda della società sarda: e questo vale per quei ejn Sardoniva mavrture" romani liberati assieme a Callisto dal presbitero Giacinto per volontà della liberta e concubina di Commodo Marcia Aurelia Ceionia Demetrias e grazie alla disponibilità dell'ejpitropeuvwn th'" cwvra", il locale procurator metallorum imperiale[29], su un elenco fornito dall'africano Papa Vittore[30]; ma quest'estraneità all'isola ritorna anche per l'episodio dell'esilio di Papa Ponziano e del presbitero Ippolito nell'età di Massimino il Trace[31], che conferma come la Sardegna fosse considerata ancora terra d'esilio popolata da pagani, nella quale il vescovo di Roma non avrebbe potuto trovare solidarietà da parte dei pochi fedeli. Del resto anche alcuni grandi santi della chiesa sarda ci vengono presentati spesso come estranei alla realtà locale: è il caso già di Antioco, che si vuole cacciato in esilio dalla Mauretania per la sua adesione alla dottrina cristiana ed approdato secondo una dubbia tradizione nell’età adrianea alla Sulcitana insula Sardiniae contermina a bordo di una parva navicula[32]. Ma questo è il caso anche di alcuni martiri che le rispettive passioni tarde vogliono uccisi durante la grande persecuzione dioclezianea[33], come Efisio, che si vuole nato in oriente ad Elia Capitolina-Gerusalemme[34], oppure come Saturno, il cui nome ci suggerisce una probabile origine africana[35]. Nè escluderei che lo stesso glorioso martire turritano, il soldato Gavinus palatinus[36], fosse un militare temporaneamente presente in Sardegna, come il suo collega Thalassus palatinus, dominus et nutritor dell'infelix Musa alla fine del IV secolo[37] o forse come il Leontius di un epitafio caralitano considerato falso dal Mommsen[38]. E ciò vale anche per i semplici fedeli, che spesso erano degli immigrati totalmente estranei alla realtà isolana, se ad esempio per il v(ir) s(pectabilis) Pascalis, onorato dalla comunità cittadina per i suoi meriti, si può precisare: hic iace[t] peregrina morte raptus[39]. Una vicenda analoga fu quella del messo pontificio Annius Innocentius, un attivissimo acol(uthus), che ob eclesiasticam dispositionem itinerib(us) saepe laborabit: inviato per due volte alla corte di Costantinopoli o comunque in Oriente, ma anche in Campania, Calabria ed Apulia, infine morì in Sardegna; le sue ossa furono traslate alla metà del IV secolo a Roma, nel cimitero di Callisto: postremo missus in Sardiniam, ibi exit de saeculo; corpus eius huc usq(ue) est adlatum[40]. Non escluderei che questa missione ufficiale in Sardegna, svoltasi poco prima del 366, «nel pieno delle traversie subite dalla chiesa romana da parte degli ariani»[41] possa essere collegata con le posizioni assunte da Lucifero di Cagliari o dai suoi seguaci.

Al di là di quest'esemplificazione, che ovviamente può apparire troppo schematica anche in rapporto con le nostre conoscenze sulle origini e sulla dignità della chiesa caralitana, il vero tornante della storia religiosa isolana fu dunque ancora una volta Costantino Magno, l'imperatore così caro alla chiesa sarda, il cui culto si è sviluppato probabilmente ben prima dell'età bizantina[42]; per il periodo più tardo abbiamo ora nuove testimonianze, come quella in lingua greca ma in caratteri latini di Nuraminis, riferita dalla Pani Ermini all'età alto-giudicale[43]. Fu appunto Costantino, dopo la battaglia del Ponte Milvio del 28 ottobre 312, a recuperare la Sardegna, dove qualche anno prima era stato riconosciuto l'usurpatore africano L. Domizio Alessandro, proclamatosi imperatore contro Massenzio e sostenuto da Costantino e dai suoi uomini, tra i quali quel preside provinciale L. Papius Pacatianus, ricordato in un miliario di Carbonia[44], arrivato poi alla prefettura del pretorio e premiato da Costantino[45]. All'indomani dell'editto di tolleranza, il vescovo di Karales, ex provincia Sardinia, Quintasius, accompagnato dal presbitero Ammonius, poteva partecipare al concilio di Arelate tra i vescovi africani, in una posizione d'onore: il suo nome è elencato tra il primate della Mauretania (il vescovo di Caesarea Fortunatus) ed il vescovo di Cartagine Caecilianus[46]; qualche decennio dopo la chiesa sarda fu rappresentata al concilio di Serdica del 343, al quale parteciparono cento vescovi occidentali, impegnati a definire una professione di fede sulla natura dei rapporti tra Cristo e lo Spirito Santo[47].

Fu Costantino ad assicurare anche in Sardegna la libertà religiosa e ad adottare provvedimenti che potrebbero esser stati ispirati dalle autorità della chiesa locale, come ad esempio quello del 325, conservatoci parzialmente modificato nel Codex Theodosianus, relativo alla ricostituzione delle famiglie degli schiavi smembrate tra i conduttori in enfiteusi dei latifondi imperiali[48]: gli studiosi prevalentemente ritengono che il principio di inscindibilità delle famiglie servili introdotto a partire da questo periodo ed il conseguente temperamento della condizioni di vita degli schiavi coinvolti nei processi di smembramento dei fondi patrimoniali ed enfiteuticari, possano essere ritenuti come il «frutto di uno spirito nuovo e veramente cristiano»[49]. Fu ancora Costantino ad avviare la controversa politica delle grandi donazioni, come quella alla basilica dei Santi Pietro e Marcellino, alla quale iniziavano forse ad essere versati i proventi derivanti dalle proprietà imperiali in Sardegna: insulam Sardiniam cum possessiones omnes ad eandem insulam pertinentes[50]. 

Possiamo seguire lo sviluppo della Chiesa sarda, che il Guillou vede inquadrata fin dal IV secolo all'interno della Chiesa d'Africa[51], ma che manteneva saldi legami con la chiesa romana dalla quale provenivano i primi martiri, anche attraverso le vicende personali dei sardi Eusebio, vescovo di Vercelli[52] e di Lucifero vescovo di Cagliari[53], che ebbero un ruolo determinante nelle vicende del IV secolo e, in qualche misura, nell'elaborazione del pensiero cristiano e che nel 354 vediamo inviati ad Arelate presso Costanzo II per incarico del pontefice Liberio; l'anno dopo, partecipando pur con qualche titubanza (almeno Eusebio) al concilio di Milano, i due vescovi sarebbero andati incontro all'esilio, fino all'età di Giuliano. Non a caso l'autorità dell'Apostata fu immediatamente riconosciuta in Sardegna e la marcia di Giuliano verso l'oriente contro l'eretico Costanzo II fu seguita con favore nell'isola[54]: forse un indizio di quanto ci si sbagliasse nel giudicare il nuovo imperatore[55]. Una debole traccia del seguito di cui Lucifero continuava a godere tra i vescovi della Sardegna ben oltre lo scisma luciferiano successivo al concilio di Alessandria e ben oltre la sua stessa morte avvenuta attorno al 370 ci è conservata in una poco nota opera di Sant'Ambrogio, Fe excessu fratris Satyri, dove si narra tra l'altro del naufragio di Satiro, avvenuto in una terra nella quale Lucifero aveva lasciato dei sostenitori (fidei suae reliquisset haeredes), che Ambrogio considera a tutti gli effetti degli scismatici (et forte ad id locorum in schismate regionis illius Ecclesia erat). L'episodio appare effettivamente svoltosi in Sardegna a pochi anni di distanza dalla morte di Lucifero:  nonostante la scomparsa del loro maestro, i vescovi sardi non apparivano in comunione con la chiesa di Roma e pare si mantenessero ancora uniti ed isolati nello scisma[56].  Riconoscente per esser scampato al naufragio ed all'affondamento della nave (in naufragio constitutus, cum ea qua veheretur navis scopuloso illisa vado), Satiro tuttavia non volle farsi battezzare da un vescovo che seguiva le posizioni dottrinarie di quel Lucifero che ormai appariva ad Ambrogio totalmente coinvolto nello scisma: Lucifer enim se a nostra tunc temporis communione diviserat[57].      

Le recenti eccezionali scoperte effettuate da Francesca Manconi nell'area antistante la basilica di San Gavino a Porto Torres[58] dimostrano che già alla metà del IV secolo esisteva nella colonia una fiorente comunità cristiana, un vulgus ed un populus concorde, che apprezzava gli operatori di giustizia, come Matera, auxilium peregrinorum saepe quem censuit vulgus[59], un’espressione che forse anticipa la pia fama di un dubbio epitafio tardo di Karales[60]; ed esisteva un culto dei martiri, se alla Puella dulcia immaculata Ad[e]odata si augurava di venire accolta dai santi martiri, a sanctis marturibus suscepta spons[a]ta[61]. Il riferimento cronologico è sicuro, dal momento che appunto da quest'area proviene la prima iscrizione sicuramente datata della Sardegna paleocristiana, l'epitafio di Musa, sepolta presso la basilica martiriale, datato al I giugno 394 grazie alla menzione del consolato di Arcadio ed Onorio, alla vigilia della separazione dell'impero tra oriente e occidente: appare ora dimostrata stratigraficamente la relazione con le altre epigrafi dell'area, alcune delle quali sono di poco precedenti[62].  La data consolare compare solo un'altra volta in Sardegna, nell'iscrizione funeraria su marmo (rinvenuta anch'essa presso la basilica di San Gavino a Porto Torres) del puer Victorinus, morto a 15 anni il giorno mercoledì 26 ottobre 415 d.C., in occasione del consolato di Onorio e di Teodosio II[63]. 

L'espressione auxilium peregrinorum non è inedita in Sardegna: essa ricorre in altre due iscrizioni un poco più tarde, che contengono concetti analoghi riferiti alla classe sociale dei ricchi possessores; esse sembrano conservare a giudizio di Letizia Pani Ermini un «emblematico elemento di continuità: l'immagine del ricco proprietario, uomo di grande integrità morale, padre degli orfani, rifugio dei poveri, aiuto dei pellegrini»[64]: ad Olbia il cristiano Secundus, è esaltato come magnae integritatis vir bonus, pater orfanorum, inopum refugium, peregrinorum fautor, religiosissimus adque exercitatissimus totius sinceritatis disciplin(ae)[65]; a Tharros si ricorda in un'epoca che per il De Rossi è il IV secolo, ma che per il Duval è appena più tarda, Karissimus, amicorum omnium pr(a)estator bonus, pauperum mandatis serviens[66]. Del resto dall'epistolario di Gregorio Magno sappiamo che proprio a Turris Libisonis il vescovo Mariniano, arrivando fino all'esarca d'Africa, aveva dovuto difendere contro il dux Theodorus i poveri della sua Chiesa, in tutti i modi vessati e afflitti da svariate usure: civitatis suae pauperes omnino vexari et commodalibus affligi dispendiis[67].

Il IV secolo, l'età successiva alle grandi persecuzioni, fu dunque il momento più significativo per lo sviluppo del cristianesimo in Sardegna, almeno nei municipi e nelle colonie collocati sulla costa, più aperti verso l'esterno e fondati su un'economia prevalentemente commerciale e di scambio, mentre invece ancora nell'età di Gregorio Magno la regione interna abitata dai barbari - la Barbaria - appare tutta da evangelizzare, se in ambito rurale continuavano ad essere praticate antiche consuetudini religiose pagane, forse risalenti direttamente o indirettamente al passato nuragico: particolarmente vitale appare ad esempio il culto agricolo di Demetra-Cerere praticato ancora nel IV secolo d.C. in numerosi nuraghi dell'isola, come è dimostrato dal frequente ritrovamento di oggetti in terracotta di carattere votivo dedicati in età romana entro edifici più antichi (si pensi al nuraghe Lugherras di Paulilatino oppure al nuraghe Sa Turricula di Muros)[68]. Del resto Gregorio distingueva tra i cristiani della provincia bizantina ed i pagani dell'interno, tra provinciales e barbari[69] e, nell'ambito della stessa provincia, precisava che esistevano alcuni territori, come quello della lontana diocesi di Fausiana, in cui i pagani continuavano ad essere in numero consistente: quosdam illic paganos remanere cognovimus et ferino degentes modo Dei cultum penitus ignorare[70].  Eppure la provincia aveva conosciuto proprio in età bizantina una riduzione territoriale fin dall'età di Giustiniano con la costruzione di castra fortificati, se è valida l'ipotesi di Durliat che colloca a pochi chilometri da Karales il confine con il ducato autonomo della Barbaria e la stazione doganale cittadina nell'età dell'imperatore Maurizio[71]. Del resto anche gli stessi rustici, i contadini al servizio della chiesa sarda, per la negligenza dei rispettivi vescovi, risultavano ancora pagani alla fine del VI secolo: in infidelitate remanere. Da ciò la minaccia di Gregorio Magno di punire i vescovi presso i quali rimanesse anche un solo paganus rusticus[72]. Ma il paganesimo dei rustici era pressochè generalizzato, se in una lettera ai magnifici nobiles ac possessores in Sardinia insula consistentes, lettera forse inoltrata attraverso i vescovi, Gregorio Magno esortava i proprietari a combattere l'idolatria dei contadini impiegati nelle possessiones isolane[73].

Come è noto nessuna delle iscrizioni paleocristiane della Sardegna, se si esclude il falso epitafio di Anania rinvenuto ad Orgosolo[74], è stata ritrovata nella Barbaria interna, ma tutte provengono dai municipi e dalle colonie della costa e delle pianure, luoghi più aperti e disponibili ad accettare innovazioni esterne: dunque soprattutto Karales, ma anche Nora, Sulci, Forum Traiani, Tharros, Cornus, Turris Libisonis ed Olbia[75]; viceversa anche in età più antica l'epigrafia latina si è quasi sempre limitata, nelle aree interne e collinari, a testimoniare la presenza dell'autorità in un territorio ostile e non troppo ben disposto verso gli immigrati, comunque non interessato, a quel che pare, a superare i limiti di un millenario analfabetismo[76].  Proprio nelle città della costa, che pure secondo la storiografia prevalente hanno conosciuto un processo di progressivo restringimento del perimetro urbano, possiamo seguire il restauro di edifici e di opere pubbliche con il riuso di materiali di spoglio della prima età imperiale, come per le terme di Cornus restaurate nell'età di Graziano, Valentiniano II e Teodosio[77]; o come per l'acquedotto di Nora restaurato alla vigilia dell'invasione vandalica sotto Teodosio II dal principalis et primor di Nora Valerius Euhodius[78]; o come le nuove destinazioni civili o militari o religiose degli edifici termali[79]. Del resto si andavano verificando in questo periodo modificazioni profonde della geografia e dell'urbanistica isolana, soprattutto in relazione alle nuove funzioni assunte sul territorio dai diversi centri e dallo sviluppo degli agglomerati rustici attorno alle ville imperiali; nascevano nuovi centri urbani, come Aristianes[80] o Nurachi[81]. Proprio nelle città del resto dovevano essersi concentrati i possessores, primi tra tutti gli appartenenti all'ordine senatorio, di cui ci è rimasta traccia nelle fonti[82]: i senatores de Sardinia, forse colpevoli di essersi schierati dalla parte dell'usurpatore Magno Massimo, difesi nel 390 da Simmaco presso il tribunale di Nicomaco Flaviano[83]; oppure i clarissimi rifugiatisi in Sardegna alla vigilia del sacco alariciano di Roma del 410, l'avvenimento che tanto aveva impressionato i contemporanei e che aveva fatto riesplodere il risentimento dei pagani contro i cristiani, incapaci di difendere la città eterna: Rutilio Namaziano si era augurato: atque utinam numquam Iudaea subacta fuisset ![84]

Marcella Bonello ha recentemente tentato un bilancio dell'epigrafia paleocristiana della Sardegna ed ha elencato le iscrizioni più antiche (una trentina), prevalentemente caralitane, che per caratteristiche stilistiche, paleografia, simboli e formulario, possono essere riferite al IV secolo[85]; in almeno un caso, abbiamo un epitafio in lingua greca, che ricorda la morte in Sardegna di una giovane originaria dalla lontana Frigia[86]. La tipologia è quanto mai varia, perchè ci rimangono epitafi su mosaico[87], iscrizioni metriche[88], grafiti, lastre e sarcofagi, con un progressivo aumento nel tempo, a partire dalla riconquista bizantina, della documentazione in lingua greca[89]. Anche i contenuti sono estremamente significativi, soprattutto se la documentazione tradizionale viene integrata con altre fonti e soprattuto con le epigrafi c.d. falsae (senza nessuna pretesa in questa sede di affermare l'autenticità dell'insieme della documentazione, che pure in parte andrà rivalutata)[90].

Conosciamo in successione (distinguendo gli ordini maggiori dagli ordini minori):

- archiepiscopi[91] ed episcopi[92] oltre che dei rectores[93];

- archipresbiteri s(an)c(ta)e ec(c)les(iae) Ka(ra)litan(a)e[94] e presbyteri[95];

-  archidiaconi[96], alcunidiaconi, definiti ecclesiae sanctae ministri oppure ministri Christi[97], un levita[98], subdiaconi[99];

- un acoluthus[100];

- dei lectores sanctae ecclesiae[101],

- alcuni clerici[102].

   Decisamente più tardi appaiono gli abbates[103] e le abbatissae[104]; conosciamo anche una mwnavstrha[105]; vd. anche le famulae s(anctae) eclesiae[106],  le castae virgines[107] e  gli altri viri religiosi[108].

Possiamo anche richiamare un a(c)tuar(ius)[109], un notar(ius) subregionarius s(an)ct(ae) Rom(anae) eccl(esiae)[110],  un defensor sedis apostolicae[111], un defensor s(an)c(ta)e ec(c)lesi(a)e Karalitan(a)e[112]. Il richiamo alla chiesa caralitana, che ricorre ripetutamente sulle iscrizioni (accanto alla chiesa universale ed alla chiesa romana)[113], ritorna del resto su due sigilli di età vandalica rinvenuti rispettivamente in un luogo indeterminato della Sardegna[114] e presso la chiesa di S. Giorgio megalomartire a breve distanza da Tharros: è la prima testimonianza di un archivio rimasto in attività almeno fino all'XI secolo ed all'epoca del giudice arborense Zerchis[115].

Numerosi sono anche i riferimenti al popolo di Dio, composto dai fedeli[116] e dalle fideles puellae[117], dai viri devoti[118], Dei servi[119], famulae Dei[120], ancillae Dei[121], feminae honestae[122]; ma si vedano anche docendi (nel senso di catecumeni)[123]; e l'elenco è destinato ad ampliarsi con un utilizzo più consapevole delle circa 400 iscrizioni condannate dal Mommsen: l'esistenza effettiva di alcune di esse è stata limpidamente dimostrata, anche dopo il ritrovamento nell'altare della chiesa di Sant'Antonio, nel palazzo arcivescovile di Cagliari e nella chiesa di S. Restituta di otto epigrafi, considerate in passato a tutti gli effetti tra le falsae[124].

Infine i martiri[125], i numerosi santi ricordati dalle passioni tarde o nel Martirologio Geronimiano[126], i dubbi sanctissimi confessores[127], i tanti beati sardi[128], come il beatissimus martyr Luxurius[129] ed il beatus martir  Archelaus a Forum Traiani[130] ed africani come Restituta a Karales (che la tradizione identifica come la madre di Eusebio), sepolta assieme alle sanctissimae martires et virgines Dorothea, Theodosia ed Eugenia[131]. Per non parlare degli altri santi della chiesa universale, come San Paolo, di cui ci è rimasta a Cornus una statuina bronzea del IV secolo[132], ma il cui culto è documentato nella stessa località fino all'età medioevale da alcune epigrafi, che ricordano anche la Vergine, Giovanni Evangelista e Giovanni Battista[133].  Tra le iscrizioni c.d. falsae, si segnalerà soltanto il caso di Thimoteus, unus ex discipulis Iesu Christi, che si vorrebbe sepolto a Cagliari[134].

Le iscrizioni ci fanno conoscere anche alcuni monasteri[135], come quello femminile di San Lorenzo a Cagliari (forse da localizzare presso San Mauro), con l'abbatissa Redemta, nella seconda metà del VI secolo[136].

Dall'epistolario di Gregorio Magno conosciamo anche alcune sorprendenti presbyterae[137], un oeconomus della chiesa caralitana[138], dei sacerdotes[139] e, con riferimento alla vita monastica, religiosi[140], religiosae feminae[141], monachi[142] ed i diversi monasteri[143], quelli femminili dei Santi Gavino e Lussorio (che prendeva il nome dalla devozione per due santi sardi)[144], di S. Erma[145], di S. Vito, quest'ultimo istituito da una Vitula che potrebbe essere identificata con una omonima nobile maura, originaria di Sitifis, ricordata da Draconzio[146]; quelli maschili di S. Giuliano[147] e il monasterium Agilitanum, la cui denominazione potrebbe ancora suggerire un collegamento con Cartagine e con il Nord Africa[148].

Infine, emergono aspetti legati alla conoscenza in sede locale delle Scritture, Vecchio Testamento e Vangeli, sicuramente anche attraverso la lettura degli scritti di Lucifero, fondati su una antichissima versione latina della Bibbia: si pensi alle maledizioni evocate per chi violerà la tomba di Lellus: habeat partem cum (Iuda et lebra ?) Gezi qui istum locum boluerit biolare[149]; oppure agli anatemi, che minacciano la vendetta del Signore nel giorno del giudizio, come quelli di un epitafio frammentario di Porto Torres: [coniuro per diem tremendam ?] iudicii [--- et] nullus aude[at mole]stare ossa m[ea][150].  In positivo, si citerà l'augurio di Amantius, quiescens in sinus Abrahae Isac et Iacob in pace X(ris)ti[151]; oppure, all'inizio del VI secolo, la speranza di Silbius, ecclesiae sanctae minister, un diacono che attende con fede la resurrezione della carne: expectat Christi ope / rursus sua vivere carne / et gaudia lucis nobae / ipso dominante videre[152]. Infine ricorderei il rammarico di Demeter per la scomparsa della moglie Flavia Cyriace a Turris Libisonis, ancora nel IV secolo: et ego optabam in manibus tuis  anans spiritum dare: un'espressione che richiama indirettamente il Vangelo secondo Luca 23, 46, con riferimento al grido di Cristo in croce: «Pater, in manus tuas commendo spiritum meum» e che va sicuramente confrontata con la frase pronunciata dal protomartire Stefano morente, alla presenza di Saulo, ancora in Luca, Act. Ap. 7,59: Domine Iesu, suscipe spiritum meum; in entrambi i casi è però evidente la ripresa di un notisimo passo dell'Antico Testamento ed in particolare di un Salmo di David: Pater, in manus tuas commendo spiritum meum (30,6)[153]. 

Dev'essere segnalata inoltre la possibilità di ulteriori indagini nell'ambito dell'onomastica cristiana della Sardegna, con evidenti stratificazioni culturali che lasciano intravvedere una linea di continuità con il passato, ma anche con evidenti innovazioni ed aperture significative, sia in ambito latino che greco: penso ai nomi teofori, ai nomi composti, ai nomi derivati da participi passati, ai nomi di buon augurio, ai nomi di santi, ai nomi di umiliazione, ai nomi introdotti dal Nord Africa, agli etnici ecc.[154]

L'impegno più pressante per gli studiosi credo debba esser volto in futuro al tentativo di recuperare le iscrizioni rinvenute nel Seicento e soprattutto di definire da un punto di vista cronologico l'attribuzione della documentazione epigrafica alla fase tardo-antica, alla fase vandalica oppure alla prima età bizantina, e ciò al fine di articolare e distinguere correttamente le diverse realtà istituzionali e religiose, soprattutto per chiarire il rapporto tra la realtà locale e le posizioni politiche e dottrinarie prevalenti. Penso alla chiusura della Sardegna di fronte al donatismo africano[155], che pure sembra in qualche modo ripreso e rivitalizzato nel pensiero rigorista di Lucifero, nutrito dalla lettura degli autori cristiani d'Africa[156]; penso più tardi al rapporto tra la fides ariana, sentita come carattere nazionale e distintivo dei Vandali, capace di definire l'identità stessa di un popolo, e la fede cattolica comunemente praticata nell'isola dai romani[157]; ma, per un'epoca più avanzata si può pensare alla dedica dei dipendenti delle saline di Karales forse con una sottolineatura nicena ed antiariana in n(omine) d(omini) D(e)i n(ostri) Ih(es)u Xr(ist)i[158]  o alle posizioni in tema di monotelismo e di iconoclastia, pur nell'ambito di una sostanziale «romanità» della chiesa sarda[159]. Infine penso allo sviluppo della presenza giudaica nell'isola, a ridosso della comunità cristiana[160]: gruppi che mantennero per secoli una propria identità, come i Beronicenses, forse incolae aggregati al municipio di Sulci[161], o gli ebrei di Tharros[162] o quelli di Turris[163] e di Karales, che avevano una propria sinagoga[164]; ma le attestazioni di una presenza giudaica si spingono all'interno, fino ad Isili[165] ed a Macomer[166].

Una rilettura dell'opera di Procopio di Cesarea, diretto collaboratore di Belisario e di Solomone in Africa e testimone del passaggio dalla dominazione vandalica alla riconquista giustinianea, può forse consentire di portare nuova luce sul periodo vandalico, il cui inizio in Sardegna credo vada posticipato di qualche anno e collocato ben oltre il sacco di Roma del 2 giugno 455, se Sidonio Apollinare nel suo panegirico all'imperatore d'occidente Maggioriano, ancora nel 458  poteva esaltare l'esportazione di argento a Roma dalle miniere sarde, Sardinia argentum ...defert[167]; l'isola dunque forse non riconosceva ancora l'autorità di Genserico, che pure fin dal 440, all'indomani dell'occupazione di Cartagine, aveva iniziato gli assalti contro le isole tirreniche, provocando gravi incertezze nella navigazione[168].

Del resto la provincia Sardinia fu amministrata dai re vandali con relativa mitezza, senza quella sinistra ferocia che Vittore Di Vita denuncia per Cartagine ed il Nord Africa, sicuramente con qualche deformazione ed eccesso retorico determinato dal proposito di sollecitare l'intervento militare di Giustiniano, unico titolare del potere imperiale dopo la traslatio imperii successiva alla caduta dell'impero d'occidente[169]: già l'effimera riconquista della Sardegna nel 466, avvenuta forse su sollecitazione del papa sardo Ilaro (anni 461-468)[170], con l'intervento di Marcellino che riuscì senza troppa difficoltà a travolgere le piccole guarnigioni vandale stanziate nell'isola[171], dimostra come i Vandali si limitassero a controllare soltanto alcune località, lasciando la massima libertà ai Sardi dell'interno ed agli stessi Mauri trasferiti dalla Cesariense ed esiliati da Genserico in Sardegna, confinati assieme alle loro donne, che avrebbero rappresentato un problema solo qualche decennio dopo, in età bizantina[172]. 

Ma è soprattuto la vicenda del temporaneo esilio in Sardegna ed in Sicilia dei laici funzionari della curia regia cacciati da Unnerico nel corso del dibattito teologico che avrebbe portato al Concilio di Cartagine, domibus proiecti omnique substantia expoliati[173], e poi quella dell'esilio dei vescovi africani allontanati dopo il 507 da Trasamondo[174] a rivelare paradossalmente la relativa mitezza del governo vandalico: in particolare sappiamo che Fulgenzio, appena ordinato vescovo dal primate della Byzacena, s'installò a Karales, dove poteva ricevere come giudice e mediatore («ultor» ed «intercessor») i vescovi esiliati, e coloro che dal Nord Africa - «enavigato mari» - gli si presentavano per ottenere il perdono[175]; potè continuare la sua attività monastica e poté allargare il suo proselitismo, contando sull'appoggio del papa sardo Simmaco (498-514) e del vescovo Primasio-Brumasio[176]; c'è chi vorrebbe identificare quest'ultimo personaggio con il vescovo che si occupò delle reliquie di Speratus e di altri martiri africani ricordato in un'iscrizione rinvenuta nel basso Campidano[177]. Fulgenzio fu poi temporaneamente richiamato in Africa tra il 517 ed il 519[178] e, al suo ritorno in Sardegna, poté fondare presso la basilica di San Saturno a ridosso della necropoli paleocristiana un secondo cenobio[179], che segnò un salto di qualità nello sviluppo dell'esperienza monastica[180], che doveva rappresentare per l'isola un momento di straordinaria fioritura culturale e di profonda spiritualità, almeno fino al definitivo richiamo di Fulgenzio e degli altri vescovi esiliati per volontà di Ilderico[181]: cultura teologica in Sardegna al tempo di Fulgenzio era stato comunque avviato un significativo rilancio dell'edilizia religiosa, fortemente influenzata dai modelli africani[182]. Attorno al santuario martiriale di Karales, un po' come anche a Cornus[183], a Forum Traiani[184], a Sulci[185] ed a Nora[186], si andò sviluppando la necropoli di età vandalica che proseguì in età bizantina, di cui ormai conosciamo decine di epitafi, alcuni dei quali come quello di Numida Cuiculitanus, dunque originario di Djemila[187], sono sicuramente da connettere con l'ambiente africano degli esiliati, che aveva propri martiri da venerare, proprie tradizioni, proprie consuetudini religiose; ma si pensi anche ad alcuni etnici, come Maurus e Maurusius[188], o Bizacena[189], oppure ad altri nomi africani, come Mapparia[190] o Restituta[191]. Del resto nell'isola fu celebrato nel 521 un Concilium Sardiniense episcoporum Africanorum in Sardinia exulum, che si occupò del rapporto tra grazia e libero arbitrio: i risultati del dibattito furono raccolti in un'epistola synodica trasmessa da Fulgenzio ai monaci orientali[192].

A proposito della relativa libertà di azione di cui godevano i cattolici in Sardegna[193], citerei un aspetto significativo e poco noto, rappresentato dalle circostanze attraverso le quali si pervenne alla convocazione da parte di Unnerico del concilio di Cartagine, al quale secondo il primo editto conservatoci da Vittore di Vita avrebbero dovuto partecipare soltanto universi coepiscopi ... per universam Africam constituti[194]; il vescovo cattolico di Cartagine Eugenio, subito dopo l'editto reale del 18 maggio 483, chiese invece la convocazione di un concilio ecumenico e sostenne che, dal momento che dovevano discutersi questioni che non riguardavano unicamente le provinciae africanae, l'invito dovesse essere esteso anche a quei vescovi transmarini qui nobiscum sunt in una religione vel communione consortes[195]: vescovi, transmarinarum omnium partium, non pressati dalla dominazione vandala e dunque più  aperti e pieni di fiducia sulla possibilità di ribaltare la situazione e comunque in grado di far pervenire in tutto il Mediterraneo, forse attraverso il vescovo di Roma, le informazioni sulla politica anticattolica portata avanti dai Vandali in Africa; dovevano esser convocati anche «qui alieni ab eorum dominatu maiorem fiduciam libertatis haberent, pariterque oppressionis nostrae calumnias universis terris et populis nuntiarent»[196]. 

Di fatto, la richiesta del vescovo Eugenio fu forse parzialmente accolta, se al Concilio di Cartagine non parteciparono solo i 458 episcopi per universam Africam constituti, ma anche gli otto vescovi trasmarini, ricordati tutti come episcopi insulae Sardiniae, nell'ordine il vescovo di Karales, forse già con l'autorità di metropolita su 7 vescovi suffraganei, di Forum Traiani, di Senafer, di Minorica, di Sulci, di Turris, di Maiorica e di Evusum; di essi dunque 4 sicuramente sardi, tre delle Baleari, uno, quello di Senafer, ancora della Sardegna pittosto che della Corsica[197]. Comunque la presenza anche di almeno un vescovo della Corsica è sicura dai documenti conciliari[198]. Non sappiamo se questi vescovi effettivamente abbiano svolto un ruolo attivo nel difendere la libertas dei colleghi africani dall'oppressione vandala; di certo il concilio si concluse con una condanna per le posizioni ariane e con una clamorosa sconfitta per il re qeomavco", Unnerico, destinato ad un'orribile morte descrittaci da Vittore di Vita con particolari orripilanti tipici di un genere letterario, che si rifà ai modelli biblici, già imitati e riproposti nel De mortibus persecutorum di Lattanzio[199].

Credo che il passo di Vittore di Vita conservi una piccola testimonianza sulla libertà di cui godevano i vescovi transmarini delle isole mediterranee, meno pressati dalla dominazione dei Vandali: è comunque probabile che non ci fosse neppur un vescovo sardo tra gli 88 vescovi morti all'indomani del concilio di Cartagine (prevalentemente provenienti dalla Numidia e dalla Cesariense), così come tra i 46 vescovi africani relegati in Corsica[200].

Del resto la debolezza del potere vandalo in Sardegna può essere verificata anche alla fine del periodo, quando sotto il vecchio Ilderico l'isola con i suoi redditi fu quasi data in appalto ad uno schiavo di origine gota, Godas, secondo Procopio,  qumoeidh;" me;n kai; drasth;rio" kai; pro;" ijscu;n ijkanw'" pefukwv",  «un individuo appassionato ed energico in possesso di una grande forza fisica»[201]. Per i Vandali si trattava del resto di una politica tradizionale di sfruttamento e di indiretto interesse per la Sardegna, politica tanto più pressante alla vigilia dell'invasione bizantina. L'impresa di Tzazon, inviato dal fratello Gelimero a riprendere l'isola contro l'usurpatore, si svolse quando le sorti dei Vandali erano ormai compromesse[202]. Lo scambio di lettere tra i due fratelli, lungo la rotta tra Cartagine e Karales,  ricorda molto da vicino un analogo episodio raccontato da Polibio alla fine della dominazione punica in Sardegna, nel corso della rivolta dei mercenari[203]. Va osservato che, sollecitato da Gelimero, Tzazon abbandonò la Sardegna e sbarcò con i suoi 5000 uomini sul promontorio che segnava il confine tra Numidia e Mauretania, forse il Promontorium Metagonium (Cap Bougaroun), dunque nei pressi della foce del fiume Ampsaga (oggi l'oued el Kebir), molto ad occidente rispetto alla rotta regolare da Karales: penserei anche al porto di Rusicade oggi Skikda in Algeria alla foce del Thapsus flumen (oggi l'oued Saf Saf) oppure al porto di Igilgili (Djidjelli). Su questa stessa rotta, ma in senso contrario, aveva viaggiato vari decenni prima la giovane maura Vitula di Sitifis, che come si è detto era andata sposa in Sardegna al caralitano Giovanni nell'età di Gundamondo; i due sposi, di cui ci è rimasto l'epitalamio scritto dal cartaginese Blossio Emilio Draconzio, allora in carcere per aver composto un poema dedicato all'imperatore bizantino Zenone, si trasferirono in Sardegna alla fine del V secolo: nell'epitalamio il poeta associa felicemente «le roselline di Sétif apportatrici di gioia con l'erba sardonica, che nell'antichità si riteneva capace di provocare il riso e la morte»[204].

Dopo la vittoria di Belisario a Bulla Regia, la testa mozzata di Tzazon fu mostrata da Cirillo agli isolani di Sardegna, oij nhsiw'tai, che non sembravano entusiasti dei nuovi padroni, se Procopio precisa che non erano del tutto spontanei nel sottomettersi ai Romani[205].

Dai territori di quello che era stato il regno vandalico dunque dalla Sardegna e dall'Africa Giustiniano volle avviare la sua straordinaria renovatio imperii :  con l'occupazione bizantina, l'isola divenne una delle sette province africane, organizzate in prefettura e successivamente in esarcato[206].

Il VI secolo fu per la Sardegna un periodo tormentato: contro i Mauri che dalla Barbaria muovevano su Karales o più probabilmentre su Crusopolij[207], il primo prefetto del pretorio della diocesi d'Africa Solomone iniziò ad inviare truppe[208]; il personaggio (Salomw'n stratelavth") è probabilmente ricordato su un sigillo bizantino rinvenuto presso la chiesa di San Giorgio a Tharros, dalla quale proviene anche un sigillo dello stratelavth" Sergio[209]. Contro i Barbaricini dell'interno mosse ripetutamente, almeno fino al trattato di pace del 594, l'esercito del duca bizantino collocato sul Tirso[210]. Gli Ostrogoti di Totila si insediavano per qualche mese nella capitale della provincia, sanguinosamente contrastati dai Bizantini[211]; i Longobardi di Agilulfo attaccavano ripetutamente le coste, come ci ricordano le lettere di Gregorio Magno[212] e l'epigrafe monumentale di Porto Torres, datata in un'epoca che gli studiosi fissano tra il 641 ed il 654 oppure tra il 681 ed il 685[213], epigrafe che per la Pani Ermini potrebbe spiegare anche il toponimo «Palazzo di Re Barbaro», che andrebbe riferito non al preside Barbarus giudice del martire Gavino nell'età di Diocleziano[214], ma al riuso militare bizantino delle Terme Centrali[215]. Si spiega allora il fervore edilizio, la costruzione di mura di cinta e di fortificazioni, come le mura di Karales assediata da Tzazon e dagli Ostrogoti[216], le mura urbane di Turris Libisonis[217] o quelle del castrum sulcitanum presso il ponte romano che collegava l'isola di S. Antioco con la terraferma[218]. Proprio all'inizio dell'età bizantina Nora appare un praesidium[219], Tharros un kavstron[220] e Forum Traiani un frouvrion[221].

Da un punto di vista sociale André Guillou ha recentemente suggerito la progressiva scomparsa della classe dei grandi proprietari laici, colpiti dal fiscalismo bizantino, che abbandonarono i loro domini e scomparvero dalla vita economica, con vantaggio dell'alto clero e dei più alti esponenti dell'esercito imperiale[222]: anche se tale processo non si sviluppò esattamente con queste dimensioni[223], furono gli esponenti del clero e dell'esercito che andarono a costituire la nuova aristocrazia fondiaria, che viveva utilizzando la mano d'opera degli schiavi rustici e l'iniziativa dei contadini-coloni e che rappresentava la nuova controparte rispetto agli interessi del fisco imperiale. Un collare di schiavo dell'inizio del VI secolo rinvenuto probabilmente a Monastir ci dà una vivacissima testimonianza di una società nella quale gli alti esponenti del clero erano tra i principali proprietari di schiavi: l'arcidiacono Felix raccomandava a chi avesse trovato lo schiavo fuggitivo: tene me ne fugiam[224].  Del resto Gregorio Magno si procurava schiavi barbaricini per le necessità della chiesa di Roma[225].

E poi i vasti latifondi del demanio bizantino e della chiesa isolana, che sono sicuramente alla base di quelle proprietà di cui i giudici potranno disporre liberamente dopo il Mille.

Anche la geografia religiosa isolana si era notevolmente modificata, se il metropolita di Cagliari, ricordato spesso come Episcopus Sardiniae[226] e presidente del sinodo provinciale[227], aveva ora sei vescovi suffraganei, sicuramente quelli di Fausiana[228] e Turris Libisonis[229], ma anche presumibilmente di Forum Traiani-Crusovpoli", Sulci, Cornus e forse Tharros-Sines[230]; queste ultime due sedi dovevano essere di recente costituzione, forse dopo la divisione della diocesi di Senafer, se quest'ultima era veramente una sede sarda e non della Corsica, dato che alla metà del VII secolo conserviamo la testimonianza di Boethius, episcopus della Sancta Cornensis Ecclesia, per la sua partecipazione al Concilium Lateranense Romanum[231]. Gli ultimi studi hanno accertato una serie di aspetti topografici ed urbanistici, legati alla localizzazione della cattedrale e della vasca battesimale[232], come nel caso di Sulci, dove l'edificio ubi corpus beati sancti Anthioci quiebit potrebbe coincidere con la primitiva cattedrale diocesana, che il vescovo Pietro nel VII secolo restaurò ed abbellì con marmi e tituli epigrafici[233]. La Pani Ermini ha recentemente sottolineato un aspetto urbanistico particolarmente significativo, e cioé il «dualismo» ricorrente in età giustinianea soprattutto in Africa ma anche in Sardegna «tra civitas vescovile, raccolta intorno alla cattedrale» e priva di mura, e castrum militare costruito fuori dall'ambito urbano; anche a Cornus, a Tharros, a Cagliari del resto i nuclei fortificati «si pongono in posizione staccata e, in alcuni casi, si direbbe alternativa rispetto all'insula episcopalis»[234]. O forse meglio viceversa. 

La specificità delle posizioni dottrinarie, degli usi e costumi dimostrano una qualche peculiarità della chiesa sarda, rispetto alla chiesa di Roma[235]: si pensi alle questioni di forma, come per le vesti indossate delle monache di S. Gavino e di S. Lussorio a Karales che vestivano come le mogli dei presbiteri (le presbyterae)[236]; alla deroga concessa da Gregorio in materia di unzione col crisma, effettuata dai presbiteri anzichè dai vescovi[237]; al rito del battesimo degli infantes praticato nell'isola[238]; ma si vedano anche le questioni disciplinari, come le ricorrenti violazioni al voto di castità, il concubinaggio di alcuni sacerdoti, ecc.[239] Oppure anche le questioni di sostanza, adombrate dalle posizioni dottrinarie assunte dai seguaci di Lucifero[240]. Le iscrizioni attestano la predilezione per alcuni temi e per alcuni passi del vangelo di Luca e degli Atti degli Apostoli riguardanti i pauperes, l'obbligo dell'elemosina e della carità[241]; in particolare segnalano l'attenzione per i peregrini, intesi come i fedeli che vivevano o erano di passaggio in una comunità diversa da quella presso la quale avevano ricevuto il battesimo[242]. Ed è noto che a Karales si utilizzava una rara versione della Bibbia, se l'epitafio del VI secolo, dettato dal padre affranto in memoria del giovane Gaudiosus, optio dracconarius forse un marinaio in servizio su un dromone, conserva il Miserere del Salmo 50 di Davide nella versione del Salterio romano anzichè della Vulgata[243]. Del resto si è detto che già Lucifero aveva utilizzato un'antica versione della Bibbia[244].

E' stato anche osservato come i ricorrenti interventi di Gregorio Magno attestino le preoccupazioni del Papa per la degenerazione di un fenomeno, il monachesimo sardo, che restava sostanzialmente estraneo alle tradizioni isolane e che non riusciva a raggiungere una piena maturità, nel suo adattarsi alle condizioni locali; a causa del troppo breve contatto con i maestri africani, secondo Raimondo Turtas, il fenomeno non sempre sembrava aver assimilato in Sardegna le motivazioni profonde del movimento monastico[245].

Infine, come non ricordare un'espressione del papa sardo Simmaco (498-514), che arrivò a Roma e fu battezzato ex paganitate [246] ?  Quest'episodio la dice lunga sulle difficoltà incontrate dalla nuova religione ad affermarsi in Sardegna. Del resto anche successivamente sarebbero sopravvissute in tutta l'isola antiche forme di religiosità popolare, spesso confinanti con la magia. Per di più, le popolazioni ad economia pastorale e fortemente conservatrici della Barbaria sarebbero rimaste pagane ancora all'epoca di Gregorio Magno ed oltre: la Sardegna era ormai prevalentemente cristiana da un punto di vista demografico, mentre la minoranza pagana, spesso costretta a ricevere il battesimo in età bizantina, continuava ad abitare le regioni dell'interno, ampie da un punto di vista geografico, ma meno popolate.   Appare poi significativa la sopravvivenza in Sardegna di una serie di pratiche magiche che sembrano fondarsi su antichissime competenze e su una tradizione di conoscenze che non si può escludere vadano collegate al mondo punico ed a quello etrusco, se non altro per quanto riguarda il settore dell'aruspicina[247]. A parte il sacrificio rituale dei fanciulli[248] e degli anziani[249] e l'uso di erbe velenose (alcune provocano il "riso sardonio", la morte tra terribili sofferenze)[250], si pensi al rito dell'incubazione ed all'interpretazione dei sogni (forse nell'esedra delle tombe dei giganti)[251], all'ordalia per accertare la responsabilità dei briganti e dei ladri sacrileghi[252], alla lettura di prodigi che annunciano lo scoppio delle guerre (scudi che sudano sangue)[253], all'idolatria ed alla venerazione di ligna et lapides[254], alla presenza di maghi e streghe (le terribili bitiae dalla duplice pupilla che uccidono con lo sguardo)[255]. Oppure alle spaventose maledizioni incise sulle tabellae defixionum, come a Nulvi e ad Orosei, dove compare il Dio degli inferi cui si affida il maleficium[256]. Conosciamo poi l'episodio che vide protagonista un governatore romano, Flavius Maximinus, che, secondo una diceria raccolta da Ammiano Marcellino, avrebbe ucciso con l'inganno un Sardo espertissimo nell'evocare anime dannate e nel trarre presagi dagli spiriti[257].  Che tali pratiche siano proseguite in Sardegna è esplicitamente testimoniato da Gregorio Magno, a proposito del chierico Paolo, accusato di celebrare nascostamente dei riti magici, costretto a rifugiarsi in Africa[258]. Ma più in generale, Gregorio invita il vescovo di Karales a vigilare contro i cultori degli idoli, gli indovini e gli stregoni: una categoria di persone specializzate nelle scienze occulte[259]: queste poche notizie forniscono comunque un quadro delle stratificazioni culturali e della complessità della società sarda alla fine del mondo antico.

Siamo ormai cronologicamente fuori dal periodo che è oggetto di quest'intervento: eppure non potrà omettersi che la conquista araba di Cartagine avvenuta nel 698 (vanamente contrastata da un esercito bizantino, forse integrato da elementi sardi), provocò il distacco politico della Sardegna dall'Africa, ma non interruppe gli scambi culturali. Furono numerosi i profughi africani che si rifugiarono nell'isola prima dell'arrivo degli Arabi[260]: la stessa struttura burocratica dell'esarcato d'Africa fu in parte trasferita per qualche decennio in Sardegna, assieme alla zecca imperiale di Cartagine con tutto il suo personale; ma è fondamentale per il successivo destino dell'occidente la vicenda del trasferimento a Karales da Ippona delle reliquie di Sant'Agostino[261]: un episodio che, nel naufragio della romanità africana, dopo la fase più matura della classicità, segna veramente l'inizio di tempi nuovi.



 

* Pubblicato in La Sardegna paleocristiana tra Eusebio e Gregorio Magno. Atti del Convegno Nazionale. Cagliari 10-13 ottobre 1996, a cura di A. Mastino, G. Sotgiu, N. Spaccapelo, [Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna. Studi e Ricerche di Cultura Religiosa. Nuova serie, 1] Cagliari 1999.

Il testo mantiene il carattere discorsivo dell'esposizione orale, con la sola aggiunta delle note. Ringrazio cordialmente i proff. Raimondo Turtas e Raimondo Zucca, per le numerose osservazioni ed integrazioni.

 

[1] P. Meloni, La Sardegna romana, Sassari 1991 (2a ed.).

 

[2] R. Turtas, Note sul monachesimo in Sardegna tra Fulgenzio  e Gregorio Magno, "Rivista di Storia della Chiesa in Italia", XLI, 1987, pp. 92-110; Id., Rapporti tra Africa e Sardegna nell'epistolario di Gregorio Magno (590-604), in «L'Africa Romana», IX,1991 (1992), pp. 691-710; Id., Informatori sardi nell'epistolario di Gregorio Magno (590-604), in Atti Convegno «La Sardegna paleocristiana  tra Eusebio  e Gregorio Magno» (Cagliari 11-13 ottobre 1996).

 

[3] Vd. L. Pani Ermini, Cornus (Oristano). Indagini nell'aea paleocristiana. Relazione preliminare della campagna 1978, "NSc", 1981, pp. 543-591;  AA.VV., Cultura, materiali e fasi storiche del complesso archeologico di Cornus: primi risultati di una ricerca, in L'archeologia romana e altomedievale nell'Oristanese, Atti del Convegno di Cuglieri (22-23 giugno 1984) (Mediterraneo tardoantico e medievale, Scavi e ricerche, 3), Taranto 1986, pp. 69 ss.; per la campagna di scavo del 1978, vd. A. Mastino, Cornus nella storia degli studi (con un catalogo delle iscrizioni rinvenute nel territorio di Cuglieri), Cagliari 1979.

 

[4] G. SOTGIU, L'epigrafia latina in Sardegna dopo il C.I.L. X e l'E.E. VIII, in ANRW II, 11, 1, Berlino-New York, pp. 552-739 (= ELSard.).

 

[5] Vd. S.A. De Castro, Il prof. Mommsen e le Carte d’Arborea, Sassari 1878, pp. 17 s., cfr. A. Mastino, P. Ruggeri, I falsi epigrafici romani delle Carte d'Arborea, in Le Carte d'Arborea. Falsi e falsari nella Sardegna del XIX secolo, Atti del Convegno, Oristano 22-23 marzo 1996, Cagliari 1997, pp. 223 ss.

 

[6] D. Mureddu, D. Salvi, G. Stefani, Sancti innumerabiles, Scavi nella Cagliari del Seicento: testimonianze e verifiche,  Oristano 1988; Eaed., Alcuni contesti funerari cagliaritani attraverso le cronache del Seicento, in Le sepolture in Sardegna dal IV al VII secolo, IV Convegno sull'archeologia tardoromana e medievale (Cuglieri, 27-28 giugno 1987) (Mediterraneo tardoantico e medievale, Scavi e ricerche, 8), pp. 179 ss. Vd. già D. Mureddu, G. Stefani, Scavi "archeologici" nella cultura del Seicento in Sardegna, in Arte e cultura del '600 e '700 in Sardegna. Atti del Convegno (Cagliari 2-5 maggio 1983), Napoli 1984, pp. 397-406; EAED., La diffusione del mosaico funerario africano in Sardegna: scoperte e riscoperte, in «L'Africa Romana», III, 1985 (1986), pp. 339-361; D. Salvi, G. Stefani, Riscoperta di alcune iscrizioni rinvenute a Cagliari nel Seicento, "Epigraphica", 50, 1988, pp. 244-151 (= AE 1988, 629-633). Vd. infine G. Stefani, A proposito di Savinus, defensor Sardiniae, «L'Africa Romana», IX, 1991 (1992), pp. 711-720.  

[7]  M. Bonello Lai, Le raccolte epigrafiche del '600 e del '700 in Sardegna, in Atti del Convegno Nazionale "Arte e Cultura del '600 e del '700 in Sardegna" (Cagliari-Sassari, 2-5 maggio 1983), Napoli 1984, pp. 379-395; Ead., Le iscrizioni rinvenute nella cripta, in AA.VV., Domus et Carcer Sanctae Restitutae, Storia di un santuario rupestre a Cagliari, Cagliari 1988, pp. 91-106; Ead., Una Abbatissa Monasterii Sancti Laurenti in una nuova iscrizione paleocristiana venuta alla luce a Cagliari, in «L'Africa Romana», VIII, 1990 (1991), pp. 1031-1061. 

 

[8] P. Ruggeri, D. Sanna, Mommsen e le iscrizioni latine della Sardegna: per una rivalutazione delle falsae con tema africano, "Sacer", 3, 1996, pp. 99 ss.; Eaed., L'epigrafia paleocristiana: Theodor Mommsen e la condanna delle "falsae",  in Atti Convegno  «La Sardegna paleocristiana  tra Eusebio  e Gregorio Magno» (Cagliari 11-13 ottobre 1996); Mastino, Ruggeri, I falsi epigrafici cit., pp. 223.

 

[9] G. Artizzu, I Vandali in Africa ed in Sardegna. Le fonti letterarie, Facoltà di Lettere e Filosofia, Univ. di Cagliari, relatori i proff. A. Mastino e M. Bonello, aa. 1992-93.

 

[10] D. Sanna, CIL X,1: Sardinia, Inscriptiones falsae vel alienae. Il problema dei falsi epigrafici in Sardegna, Mémoire de DEA préparé sous la direction de M. le Professeur J.-M. Roddaz et M. le Professeur A. Mastino, Université Michel De Montaigne, Bordeaux III, U.F.R. d'Histoire, Bordeaux 1996.

 

[11] A. Corda, La popolazione della Sardegna cristiana. Onomastica e formulari, tesi di Dottorato in Archeologia Cristiana presso il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, a.a. 1993-94, relatori i proff. Danilo Mazzoleni e Vincenzo Fiocchi Nicolai.

 

[12] P.G.I. Spanu, La Sardegna bizantina tra VI e VII secolo, Dottorato di ricerca in Archeologia e Antichità post-classiche (III-XI sec.) dell'Università degli studi di Roma "La Sapienza", VII ciclo, Roma 1994.

 

[13] K. Pokorny, Die Spätantiken und frühchristlichen Monumente Sardiniens, Diplomarbeit zur erlangung des Magistergrades der Philosophie an der Geistewissenschaftlichen Fakultät der Universität Wien (Institut für klassische Archäologie), Begutachterin: prof. Dr. R. Pillinger, Wien 1995.

 

[14] R. Zucca, Il tempio di Antas (Sardegna archeologica, Guide e Itinerari, 11), Sassari 1989; vd. ora F.O. Hvidberg-Hansen, Osservazioni su  Sardus Pater in Sardegna, "Analecta Romana Instituti Danici", 20, 1992, pp. 7-30. Per l'iscrizione, vd. CIL X 7539 = AE 1971, 119 = ELSard. p. 583 B 13 = AE 1992, 867. 

 

[15] Sulla quale vd. ora D. Fishwick, Un sacerdotalis provinciae Sardiniae à  Cornus (Sardaigne), in "CRAI", 1988, in c.d.s.; Id., A priestly career at Bosa, Sardinia, in Imago Antiquitatis. Religions et iconographie du monde romain, Mélanges R. Turcan,  in c.d.s.

 

[16] LEO SAP., Orientalium Episc. Notitiae PG 107 344 B.

 

[17] CONC. Arel. a. 314 CCH 148, p. 4, 1-7;  p. 15, 70-71; p. 17, 57-58; p. 19 e 20, 57-58; p. 22, 55-56, vd. G.D. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio, II, Parigi 1901, col. 477 B; F. Lanzoni, Le diocesi d'Italia dalle origini al principio del sec. VII, Faenza 1927, pp. 656 ss.; O. Alberti, La Sardegna nella storia dei Concilii, Roma 1964, p. 4 n. 9; L. P(ani) E(rmini), Complesso episcopale e città nella Sardegna tardo romana e altomedievale, in AA.VV., Il suburbio delle città in Sardegna: presistenze e trasformazioni, Atti del III Convegno di studio sull'archeologia tardoromana e altomedievale in Sardegna (Cuglieri, 28-29 giugno 1986) (Mediterraneo tardoantico e medievale, Scavi e ricerche, 7), Taranto 1989,  p. 63. 

 

[18] R. Zucca, Il Sardopavtoro" ijerovn e la sua decorazione fittile, in Carbonia e il Sulcis. Archeologia e territorio, a cura di V. Santoni,  Oristano 1995, pp. 317 ss.

 

[19] GREG. M., Epist.  XI, 56, cfr. F. Gandolfo, Luoghi dei santi e luoghi dei demoni: il riuso dei templi nel medioevo, in Santi e demoni nell'alto medioevo occidentale. Atti della XXXVI Settimana CISAM (Spoleto 1988), Spoleto 1989, pp. 883 ss.

 

[20] A. Donati, R. Zucca, L'ipogeo di San Salvatore (Sardegna Archeologica, Guide e itinerari, 21), Sassari 1992.

 

[21] Per i rapporti con il culto di Sardus, vd. ora Hvidberg-Hansen, Osservazioni su  Sardus Pater cit., pp. 11 ss.

 

[22] Vd. D. Levi, L'ipogeo di San Salvatore di Cabras in Sardegna, Roma 1949, p. 57 e tav. XII b (molto dubbia).  La scena di Daniele fra i leoni è sicuramente presente nel IV secolo nella catacomba cristiana di S. Antioco, vd. A. M. Nieddu, La pittura paleocristiana in Sardegna: nuove acquisizioni, "Rivista di Archeologia Cristiana", LXXII, 1996, pp. 266 ss.

 

[23] R. J. Rowland, The Christianization of Sardinia to ca. A.D. 600, "Bulletin of the Institute of Mediterranean Archaeology", II, 1977-78, pp. 31-36. Vd. anche L. Falanga, Albori del Cristianesimo in Sardegna, "Campania Sacra", XIII-XIV, 1982-83, pp. 17 ss.; J. Irmscher, Die Christianisierung Sardiniens, in «L'Africa Romana», VI, 1988 (1989), pp. 547-551.

 

[24] Vd. R. Caprara, Due chiese rupestri altomedievali nella Sardegna settentrionale, "NBAS", I, 1984, pp. 301-322; Id., Le chiese rupestri medievali della Sardegna, "NBAS", 3, 1986, pp. 251-278; Nieddu, La pittura paleocristiana cit., pp. 270 ss.

 

[25] Vd. B.R. Motzo, La passione di S. Lussorio o S. Rossore, "Studi Sardi", I, 1934, pp. 145-153; R. Zucca, Il complesso paleocristiano di San Lussorio (Forum Traiani), "Quaderni Oristanesi", 15-16 (1987), pp. 3-16; Id., Le iscrizioni latine del martyrium di Luxurius (Forum Traiani-Sardinia), Oristano 1988, cfr. AE 1990, 459 = 1992, 879.

 

[26] Per le Ninfe salutari, vd. AE 1991, 908-9. Vd. anche AE 1988, 644 ed ora  G. Sotgiu, Ricerche epigrafiche a Fordongianus (Cagliari), in Epigrafia. Actes du colloque en mémoire de Attilio Degrassi, Roma 1988 (Coll. EFRome, 143), Roma 1991, pp. 725-731; B.P. Serra, G. Bacco, G. Sotgiu, Forum Traiani: il contesto termale e l'indagine archeologica di scavo, in «L'Africa Romana», XII, 1996, in c.d.s.;  G. Sotgiu, L'ara di Quinto Bebio Modesto, ibid., in c.d.s.; A. Mastino, I Severi nel Nord Africa, in Atti XI Congresso di Epigrafia Greca e latina, Roma settembre 1997, in c.d.s. 

Per Esculapio, vd. G. Sotgiu, Arula dedicata ad Esculapio da un L. Cornelius Sylla (Fordongianus, Forum Traiani), in Studi in onore di G. Lilliu  per il suo settantesimo compleanno, Cagliari 1985, pp. 117-124 = AE 1986, 272.

 

[27] Vd. R. D'Oriano, Un santuario di Melqart-Ercole da Olbia, in «L'Africa Romana», X, 1992 (1994), pp. 937-948; T. Bruschi, Un saggio di scavo sull'acropoli di Olbia, in Da Olbìa ad Olbia. 2500 anni di storia di una città mediterranea, Sassari 1996, p. 351.

 

[28] Vd. R. Zucca, L'altare rupestre di Iuppiter a Bidonì (Sardinia), in «L'Africa Romana», XII, 1996, in c.d.s.

 

[29] Così R. Zucca, Le massae plumbeae di Adriano in Sardegna, in «L'Africa Romana», VIII, 1990 (1991), p. 814 n. 50.

 

[30] HIPPOL., Refutatio omnium haeresium, IX, 12, cfr. C. Cecchelli, Tre deportati in Sardegna: Callisto, Ponziano e Ippolito, in AA.VV., Sardegna Romana, II, Roma 1939, pp. 55 ss.; A. Bellucci, I martiri cristiani 'damnati ad metalla' nella Spagna e nella Sardegna, "Asprenas", V,1, 1958, pp. 31 ss.; V, 2, 1958, pp. 125 ss.

 

[31] Catal. Lib. ed. Duchesne, I, Parigi ed. anast. 1955, pp. 4 s.; CHRONOGR. a. 354, chron. I, pp. 74 s., 37-38, 1-3; Liber Pontificalis,  ed. Duchesne, I, Parigi ed. anast. 1955, p. 145, cfr. Bellucci, I martiri cristiani cit., "Asprenas", VI,2, 1959, pp. 152 ss.  

 

[32] Vd. B.R. Motzo, La passione di S. Antioco, in Studi cagliaritani di Storia e Filologia, I, Cagliari 1927, pp. 98-128. Si tratta di un martire di origine sarda per H. Delehaye, Origines du culte des martyrs, Bruxelles 1933 (2a ed.), p. 313. Vd. ora Turtas, La diocesi di Sulci cit., pp. 146-170 e G. P. Mele, La passio medioevale di Sant'Antioco e la cinquecentesca Vida y miracles del benaventurat Sant'Anthiogo fra tradizione manoscritta, oralità e origini della stampa in Sardegna, "Theologica & Historica, Annali della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna", VI, 1997, pp. 111-139. Il santo (Presbyter martyr sanctus Antiocus Sulcytanus filius) potrebbe esser ricordato addirittura già nel II secolo (!!) in una dubbia epigrafe rinvenuta a Barega presso Corongiu, vd. F. Pili, Nuove iscrizioni dal Sulcis-Iglesiente, in Dottrina sacra. Saggi di Teologia e di Storia, Cagliari 1977, pp. 137 ss. nr. 1.

 

[33] Vd. P. Meloni, Sul valore storico di alcuni riferimenti contenuti nelle passioni dei martiri sardi, in Atti del Convegno di studi religiosi sardi (Cagliari, 24-26 maggio 1962), Padova 1963, pp. 55-66.

 

[34] Passio S. Ephysii martyris, Carali in Sardinia, "Analecta Bollandiana", III, 1884, pp. 362 ss., cfr. D. Filia, La Sardegna cristiana, I, Sassari 1909, pp. 64 s.

 

[35] Vd. B.R. Motzo, San Saturno di Cagliari, "Archivio Storico Sardo", XVI, 1926, pp. 3-32.

 

[36] Acta Sanctorum, a cura dei Bollandisti, Gennaio, I, pp. 997 sgg., cfr. B.R. Motzo, La passione dei Santi Gavino, Proto e Gianuario, in Sudi cagliaritani di Storia e Filologia, I, Cagliari 1927, pp. 129-161; B. De Gaiffier, La Passion de S. Gavin, martyr de Sardaigne, "Analecta Bollandiana", LXXXVIII, 1960, pp. 310 ss.; G. Zichi, K. Accardo, Passio Sanctorum martyrum Gavini, Proti et Ianuarii, Sassari 1989;  Meloni, La Sardegna romana cit., pp. 420 ss.

 

[37] Vd. A. Mastino, H. Solin, Supplemento epigrafico turritano, II, in Sardinia antiqua. Studi in onore di Piero Meloni in occasione del suo settantesimo compleanno, Cagliari 1992, pp. 361 ss. nr. 6, cfr. AE 1992, 902.

 

[38] CIL X, 1, 1279*.

 

[39] F. Manconi, Nuove iscrizioni paleocristiane dalla basilica di San Gavino a Porto Torres, in Epigrafia romana in area adriatica, IXe Rencontre franco-italienne sur l'épigraphie du monde romain, Macerata 10-11 novembre 1995, in c.d.s.

 

[40] ICUR IV, 11805  = Diehl 1251, cfr. Bonello Lai, Una Abbatissa  cit., p. 1046 e n. 56; vd. già A. Mastino, Popolazione e classi sociali a Turris Libisonis: i legami con Ostia,  in A. Boninu, M. Le Glay, A. Mastino, Turris Libisonis colonia Iulia, Sassari 1984, p. 80. Vd. ora A. Ferrua, La polemica antiariana nei monumenti paleocristiani, Città del Vaticano 1991, p. 273 nr. 357. La cronologia è fissata dalla data del 366 per la morte del fratello An(nius) Vincentius presb(yter) cu(m) quo bene laborabit, cfr. ICUR IV 11763 (dep. XI Kal. Iulias Gratiano et [Dag]alaifo conss.); vd. anche 11933.  Per la traslazione dei cadaveri, vd.  Grossi Gondi, Trattato cit., pp. 259 ss.

 

[41] Così Ferrua, La polemica antiariana cit., p. 273 nr. 357.

 

[42] Vd. A. F. Spada, Santu Antine. Il culto di Costantino il grande da Bisanzio alla Sardegna, Nuoro 1989; vd. ora Atti Convegno «Popolo sardo tra Oriente e Occidente. Il culto di San Costantino imperatore», Oristano-Sedilo, 4-5 luglio 1997, ISPROM Sassari, in c.d.s. ed Atti Convegno «San Costantino Imperatore e il progresso del diritto», Roma 3-4 ottobre 1997, ISPROM Sassari, in c.d.s.

 

[43] L. Pani Ermini, Una testimonianza del culto di San Costantino in Sardegna, in Memoriam Sanctorum venerantes. Miscellanea in onore di Mons. V. Saxer, Città del Vaticano 1992, pp. 613-625.

 

[44] ILSard. I 372 = AE 1966, 169 = ELSard. pp. 578 s. A 372, cfr. G. Sotgiu, Un miliario sardo di L. Domitius Alexander e l'ampiezza della sua rivolta, «ASS», XXIX, 1964, pp. 151-158.

[45] Cfr. H.G. Pflaum, L'alliance entre Constantin et L. Domilius (sic) Alexander, «BAA», I, 1962-65 (1967), pp. 159-161 = Scripta varia, I, Afrique romaine,  pp. 226-228; R. Andreotti, Problemi di epigrafia costantiniana, I, La presunta alleanza con l'usurpatore L. Domizio Alessandro, "Epigraphica", XXXI, 1969, p. 167;  sul personaggio, cfr. PLRE, I, p. 656.

 

[46] CONC. Arel. a. 314 CCH 148, p. 4, 1-7;  p. 15, 70-71; p. 17, 57-58; p. 19 e 20, 57-58; p. 22, 55-56. Per la collocazione del vescovo di Karales negli atti conciliari, vd. Turtas, Rapporti tra Africa e Sardegna cit., p. 708 n. 23.

 

[47] Vd. ATHAN., Apol. sec. 1 PG 25; Hist. Arian. 28 PG 25; CASSIOD., Hist. 4. 24, 1-2; COLL. Antiar. Paris. S.B. II, 1.1 Feder. 65 p. 103; S.B. II 2,5 CSEL 65 p. 1430 = Mansi,  Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio cit., III, 41 C; THEOD., Hist. eccl. 2, 6 PG 82.  Per i contenuti teologici della professione di fede che fu allora approvata, vd. M. Simonetti, Studi sulla cristologia del II e III secolo (Studia Ephemeridis «Augustinianum», 44), Roma 1993, p. 48 e p. 213.

 

[48] Codex Theod. II, 25,1, cfr. A. Puglisi, Servi, coloni, veterani e la terra in alcuni testi di Costantino, "Labeo", XXIII, 1977, pp. 305-317.

 

[49] Così P. Bonfante, Corso di diritto romano, I, Roma 1925, p. 204; vd. anche C. Bellieni, Enfiteusi, schiavitù e colonato in Sardegna all'epoca di Costantino, Edizioni della Fondazione Il Nuraghe, Cagliari 1928, pp. 1-67; vd. A. Mastino, P. Ruggeri, Camillo Bellieni e la Sardegna romana, "Sesuja, Quadrimestrale di cultura, Pubblicazioni dell'Istituto Camillo Bellieni di Sassari", 17-18, 1995-96, pp. 23 ss.

 

[50] Liber Pontificalis, I, p. 183, l. 14 ed. Duchesne.

 

[51] A. Guillou, La diffusione della cultura bizantina, in AA.VV.,  Storia della Sardegna e del Sardi, I, Dalle origini all'età bizantina, Milano 1988, pp. 373 ss.

 

[52] HIEROL., De viris ill. XCVI, cfr. Alberti, La Sardegna cit., pp. 14 ss. Vd. anche T. Bosio, Eusebio di Vecelli nel suo tempo pagano e cristiano, Torino 1995, pp. 17 ss.

 

[53]  Cfr. Alberti, La Sardegna cit., pp. 12 ss.; vd. anche  M. Simonetti, Appunti per una storia dello scisma luciferiano, in Atti del Convegno di studi religiosi sardi (Cagliari, 24-26 maggio 1962), Padova 1963, pp. 67 ss.; A. Figus, L'enigma di Lucifero di Cagliari, Cagliari 1973; F. Del Chicca, Per una valutazione della personalità linguistico-stilistica di Lucifero di Cagliari,  in Sardinia antiqua, Studi in onore di Piero Meloni in occasione del suo settantesimo compleanno, Cagliari 1992, pp. 455-475. 

 

[54] La Sicilia e probabilmente la Sardegna abbandonarono Costanzo II per Giuliano, vd. AMM. MARC. XXI, 7,5, a differenza dell'Africa, rimasta fedele a Costanzo II (XXI, 7, 2 ss.), cfr. Meloni, La Sardegna romana cit., pp. 197 s. e 480.

 

[55] Su Giuliano, vd. ora M. Caltabiano, L'imperatore Giuliano negli autori latini cristiani del IV secolo, in Cristianesimo Latino e cultura Greca fino al sec. IV, in XXI Incontro di studiosi dell'antichità cristana (Roma 1992) (Studia Ephemeriudis «Augustinianum», 42), Roma 1993, pp. 99 ss.

 

[56] De excessu fratis sui Satyri, I, 43-47, in PL 16, cc. 1304 ss., cfr. C. Bellieni, La Sardegna e i Sardi nella civiltà del mondo antico (Collezione storica sarda de Il Nuraghe), Cagliari 1928-31, II, pp. 146 ss.; Mastino, Ruggeri, Camillo Bellieni e la Sardegna romana cit., pp. 26 s.

 

[57] De excessu fratis sui Satyri, I, 43, in PL 16, c. 1304.

 

[58] Sulla quale vd. ora G. Maetzke, Monte Agellu. Le origini della basilica di S. Gavino a Porto Torres secondo le testimonianze archeologiche, Sassari 1989; F. Poli, La basilica di San Gavino a Porto Torres. La storia e le vicende architettoniche, Sassari 1997.

 

[59] Manconi, Nuove iscrizioni cit., in c.d.s.

 

[60] CIL X,1 1161*.

 

[61] Manconi, Nuove iscrizioni cit., in c.d.s.

 

[62] Mastino, Solin, Supplemento epigrafico turritano, II, cit., pp. 361 ss. nr. 6, cfr. AE 1992, 902.

 

[63] ILSard. I 299 = Diehl 1358 = ELSard. p. 574, nr. A 299, cfr. Mastino, Solin, Supplemento epigrafico turritano, II, cit., pp. 366 s. figg. 14-15. Vd. anche H. Solin, Analecta epigraphica XXXII, Zu sardischen Inschriften, "Arctos", X, 1976, p. 88.

 

[64] L. Pani Ermini,  La Sardegna nel periodo vandalico, in AA.VV., Storia dei Sardi e della Sardegna, I, Dalle origini alla fine dell'età bizantina, Milano 1988, p. 304.

 

[65]  CIL X 7995 (San Simplicio), cfr. ora A. Mastino, Olbia in età antica, in Da Olbìa ad Olbia. 2500 anni di storia di una città mediterranea, Sassari 1996, pp. 74 s.

 

[66] CIL X 7914 = Diehl 3400 = L. Pani Ermini, M. Marinone, Museo Archeologico di Cagliari. Catalogo dei materiali paleocristiani e altomedievali, Roma 1981, pp. 8 s. nr. 9 = ELSard. p. 663 C 81. Per la cronologia, vd. G.B. De Rossi, Iscrizione sepolcrale trovata in Tharros, in  Scoperte di monumenti varii cristiani in Sardegna, "BAC", IV, 1873, pp. 129 ss. (e particolarmente pp. 132 s.);  N. Duval, Une mensa funéraire de Tharros (Sardaigne) et la collection du Musée de Cagliari, "Revue des Etudes Augustiniennes", 28, 3-4, 1982, pp. 280-288 = AE 1982, 430. Vd. anche A.M. Giuntella, Le mensae per i refrigeria in ambiente mediterraneo, in A.M. Giuntella, G. Borghetti, D. Stiaffini, Mensae e riti funerari in Sardegna. La testimonianza di Cornus (Mediterraneo tardoantico e medievale, Scavi e ricerche, 1), Taranto 1985, pp. 45 s.

 

[67] GREG. M., Epist. I, 59, cfr. Turtas, Rapporti tra Africa e Sardegna cit., pp. 694 s.

 

[68] Vd. A. Taramelli, Il nuraghe Lugherras presso Paulilatino, "NdSc", 1910, p. 179, ora in Scavi e scoperte, I, 1903-1910, Sassari 1982, p. 510; M.L. Ferrarese Ceruti, in C. Vismara,  Sarda Ceres. Busti fittili di divinità femminile della Sardegna romana (Quaderni Soprintendenza ai Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro, 11), Sassari 1980,  p. 9.

 

[69] GREG.M., Epist. XI, 12.

 

[70] GREG.M., Epist. IV, 29, cfr. T. Pinna, Gregorio Magno e la Sardegna, Cagliari 1989, pp. 146 s.; Turtas, Rapporti tra Africa e Sardegna cit., pp. 691 ss.  La lettera è indirizzata al vescovo di Caralis Ianuarius.

 

[71] J. Durliat, Taxes sur l'entée des marchandises dans la cité de Carales-Cagliari à l'époque byzantine (582-602), in "Dumbarton Oaks Papers", 36, 1982, pp. 1-14.

 

[72] GREG. M., Epist. IV, 26, cfr. IV, 23.

 

[73] GREG. M., Epist. IV, 23.

 

[74] CIL X,1 1114*.

 

[75] Vd. L. Pani Ermini, Le città sarde tra tarda antichità e medioevo: uno studio appena iniziato, in «L'Africa Romana», V, 1987 (1988), pp. 431-438; Ead., Le città sarde nell'altomedioevo: una ricerca in atto, in Materiali per una topografia urbana. Status quaestionis e nuove acquisizioni, Atti V Convegno sull'archeologia tardoromana e medievale in Sardegna (Cagliari-Cuglieri, 24-26 giugno 1988), a cura di P.G. Spanu (Mediterraneo tardoantico e medievale, Scavi e ricerche, 10), Oristano 1995, pp. 55 ss.

 

[76] Vd. A. Mastino, Analfabetismo e resistenza: geografia epigrafica della Sardegna, in "L'epigrafia del villaggio", a cura di A. Calbi, A. Donati, G. Poma (Epigrafia e Antichità, 12), Faenza 1993, pp. 457- 536.

 

[77]  Mastino, Cornus cit., pp. 174 ss. nr. 100 = AE 1979, 323 = ELSard. pp. 593 s. B 60 e p. 641 add. B 60, cfr. G. Sotgiu, La lapide con la menzione "dei tre imperatori", in Le sepolture in Sardegna dal IV al VII secolo, IV Convegno sull'archeologia tardoromana e medievale (Cuglieri, 27-28 giugno 1987) (Mediterraneo tardoantico e medievale, Scavi e ricerche, 8), pp. 207-9. Vd. anche R.J. Rowland, Another anachronism in the Historia Augusta ?, "Liverpool Classical Montly", 2, 1977, p. 59. 

 

[78] CIL X 7542, cfr. T. Kotula, Les principales d'Afrique. Étude sur l'élite municipale nord-africain au bas-empire romain (Travaux de la Societé des sciences et des lettres de Wrocklaw, Ser. A, 226), Wroclaw 1982, p. 34 n. 65.

 

[79] Vd. p.es. ancora il caso di Cornus, con l'epigrafe AE 1979, 323, riferita al restauro delle [termae] aestivae quae olim squalor[e et magna] ruina fuerant conlabsae, reimpiegata all'interno della primitiva basilica, poi trasformata in battistero. Il fenomeno è documentato ampiamente anche in ambito rurale, come a Mesumundu di Siligo, dove però il rapporto tra l'edificio termale romano e la chiesa bizantina è ancora da investigare, vd. ora A. Teatini, Alcune osservazioni sulla primitiva forma architettonica della chiesa di N.S. di Mesumundu a Siligo (Sassari), "Sacer", 3, 1996, pp. 119-150.

 

[80] Vd. R. Zucca, L'Aristiane dei Bizantini, "Quaderni Oristanesi", 13-14, 1987, pp. 47-56.

 

[81] Vd. R. Zucca, Ad Nuragas in età romana e altomedievale, in AA.VV., Nurachi, Storia di una ecclesia, Oristano 1985, pp. 27-31. 

 

[82] Vd. anche alcuni notabili cittadini, tra i quali ad esempio il v(ir) c(larissimus)  Martialis a Turris Libisonis  (ILSard. I 300).

 

[83] AUR. SYMM., Epist. II, 33A.

 

[84] De reditu, I, v. 395.

 

[85] Bonello Lai, Una Abbatissa cit., pp. 1040 ss. Per la cronologia, vd. ora Nieddu, La pittura paleocristiana cit., pp. 259 s.

 

[86] Pani Ermini, Marinone, Museo Archeologico di Cagliari cit., p. 49 nr. 79 = ELSard. p. 588 e 635 B 43 = SEG 38, 1988, p. 294 nr. 977. 

 

[87] Vd. S. Angiolillo, Mosaici antichi in Italia, Sardinia, Roma 1981, p. 193 nr. 173 e pp. 194 s. nr. 174 (ELSard. pp. 596 s. B75-76). Vanno rivalutati gli epitafi musivi dei vescovi di Turris Libisonis Gaudentius, Florentius, Iustinus e Luxsurius (CIL X 1457*), cfr. Angiolillo, Mosaici  cit., p. 195 ed ELSard. p. 645 B 159. Per la scoperta seicentesca, vd. R. Turtas, Scuola e Università in Sardegna tra '500 e '600. L'organizzazione dell'istruzione durante i decenni formativi dell'Università di Sassari (1562-1635), Sassari 1995, pp.  242 ss. doc. 87 (scavi del 17-22 giugno 1614).

 

[88] Vd. p.es. CIL X 7777; ILSard. I 119 = AE 1990, 443. Tra le c.d. falsae, vd. p.es. CIL X 1368*, 1377*.

 

[89] Oltre alla citata ELSard. pp. 588 e 635 B 43 = SEG 38, 1988, p. 294 nr. 977 (jAmmivh), vd. p.es. ELSard. pp. 648 s. B 175 = SEG 38, 1988 p. 295 nr. 982 (Grevka), p. 649 B 176 = SEG 38, 1988 p. 295 nr. 983 (Mariva), cfr. Pani Ermini, Marinone, Museo Archeologico di Cagliari cit., p. 50 nr. 80 e p. 50 nr. 81. Tra le c.d. falsae, vd. CIL X,1 1174*, 1310*, 1319*, 1372*,  1400*, 1447*.

 

[90] Va ovviamente considerata a parte tutta la documentazione epigrafica pervenutaci attraverso le Carte d'Arborea, una falsificazione della metà dell'Ottocento che comprende anche alcune iscrizioni paleocristiane di sicura falsificazione, CIL X 1479*, 1480*, ecc., vd. Mastino, Ruggeri, I falsi epigrafici cit., pp. 267 s.  Una valutazione ragionata sull'autenticità delle iscrizioni conservateci attraverso la tradizione manoscritta seicentesca deve passare anche attraverso un confronto con la lingua delle iscrizioni paleocristiane autentiche: sull'argomento vd. ora  G. Lupinu, Contributo allo studio della fonologia delle iscrizioni latine della Sardegna paleocristiana, in «La Sardegna paleocristiana tra Eusebio e Gregorio Magno», Atti del convegno di Cagliari 10-12 Ottobre 1996, Sassari 1997 (estr. anticip.), pp. 3 ss.

 

[91] Il titolo compare, oltre che tra le iscrizioni c.d. falsae, solo nelle prime lettere di Gregorio Magno inviate a Gianuario archiepiscopus de Caralis Sardiniae (GREG. M., Epist. I, 60-62 ed 81; II, 47), almeno fino all'anno 592: da quel momento il Pontefice utilizza di norma il titolo di episcopus (GREG. M., Epist. IV, 8-10, 24, 26, 29; VIII 35; IX, 1, 11, 195, 197, 204; X, 17; XI, 13; XIII, 6 ecc.), ma non si può certo pensare ad un vero e proprio ripensamento del Pontefice.

Tra le iscrizioni c.d. falsae il titolo compare in CIL X 1147* (Bonus arc[hiepiscopus Kar]al(itanus)); 1212* (Florius ar(c)h(ie)p(iscop)us); 1291* (Luciferus arc(hi)epis(copus) callaritanus primarius Sardin(ia)e et Corcic(a)e (!!)); 1355* (Restutus arch(iepi)sc(op)us sanctae Cara[litanae eccl]esiae); 1418* (Vivianus [a]rchiep(iscopus)).

 

[92] Vd. R. Zucca, Appunti sui  Fasti Episcopales Sardiniae (Il periodo paleocristiano e l'età altomedievale), in «Archeologia paleocristiana e altomedievale in Sardegna: Studi e ricerche recenti», Seminario di studi, maggio 1986 (a cura di P. Bucarelli e M. Crespellani), Cagliari 1988, pp. 36 ss.

La documentazione epigrafica conserva il ricordo di due soli episcopi caralitani,  un Bonifatius (CIL X 7753: sedit cathedra annis VII m(ensibus) IIII) ed un anonimo (ILSard. I 94); vd. anche il Petrus antistes, ricordato per aver restaurato e decorato marmoribus, titulis, nobilitate fidei  la basilica di Sant'Antioco, in CIL X 7533 = T. Casini, Le iscrizioni sarde del Medio Evo, "Archivio Storico Sardo", I, 1905, pp. 311 s. nr. 6. Più tarde appaiono le epigrafi del santuario martiriale di Forum Traiani, AE 1990, 459 (Helia ep(is)c(o)p(us)) e 460 (Stefanus ep(i)s(copus)); 1992, 878 (Victor ep(is)c(opus)), cfr. L. Gasperini, Ricerche epigrafiche in Sardegna, II, in Sardinia antiqua. Studi in onore di Piero Meloni in occasione del suo settantesimo compleanno, Sassari 1992, pp. 313-316 nr. 8 (difficile un'identificazione con il Victor vescovo di Fausiana di GREG. M., Epist. IX, 203).

Più abbondante la documentazione letteraria, vd. Zucca, Fasti Episcopales Sardiniae cit., pp. 36 s. Nella corrispondenza di Gregorio Magno sono ricordati i vescovi di Cagliari (Ianuarius), di Turris (Marinianus), di Fausiana (Victor) e di altre sedi sarde (Agatho, Innocentius, Libertinus, Vincentius, Felix e Thomas), cfr.  Bonello Lai, Una Abbatissa cit., pp. 1050 s. n. 91.

Tra le c.d. falsae, il numero degli episcopi, veri o presunti, è rilevante: vd. p.es. a Turris Libisonis CIL X 1457*, cfr. Angiolillo, Mosaici  cit., p. 195 ed ELSard. p. 645 B 159 (Gaudentius, Luxurius, Iustinus e Florentius episcopi). Vd. anche CIL X 1113* (sanctus Amatus episcop(us) et martir a Gesico), 1114* (Egidius ep(isco)p(us)  ad Orgosolo),  1131* (Bertorius m(artyr) ep(iscopus) a Samatzai), 1143* (Bonifatiu[s] ep[iscopus]), 1166* (Devorinus ep(iscop)us), 1190* (Eutimius mar(tyr) ep(i)s(copus)), 1194* (Fabricius ep(isco)p(us));  1198* (Felicianus ep(isco)pus), 1203* (Felix [qui fuit e]p(i)s(copus karalit[anus]), 1204* (Felix ep(iscopus)), 1226* (Gregorius ep(iscopus), Paulus ep(iscopus)),  1240* (S(anctus) Ianuarius ep(isco)p(us) et m(artyr) et s(anctus Egidianus ep(isco)p(us) et m(artyr) et s(anctus) Ludovicus ep(isco)p(us) et m(artyr) sunt africani);  1263* (Alexander ep(iscopus) m(artyr), Mamertus ep(iscopus) m(artyr), Iulius Tiburtinus ep(iscopus) m(artyr)); 1267* (Iustus ep(iscopus)), 1273* (Laverinus ep(isco)p(us)), 1275* (L[a]urentius ep(i)s(scopus)), 1281* (Linus et Severinus ep(iscopi)), 1292* (Lucifer ep(isco)pus), 1293* ([Luciferus episcopus]), 1295* (Lucius ep(iscop)us), 1358* (m(artyr) Rudis ep(iscopus)), 1374* (Severinus ep(isco)pus, Hilarius ep(isco)pus), 1375* (m(a)r(tyr) Severus ep(i)s(copus)), 1383* (Brumasius episcopus), 1402* (Tiberius ep(isco)p(us)), 1406* (Vene[---]s ep(iscop)us [---] ca[ralitanus]), 1407* (Verisimus ep(iscop)us), 1436* ([---] mar(tyr) et ep(i)sc(copus)); Actas originales sobre la inbencion de las reliquias de santos que se hallaron en la Basilica de S. Sadorro, y otras iglesias y lugares de la ciudad de Caller y su diocesis, con indice de todo lo contenido en estas Actas, manoscritto conservato presso l’Archivio Arcivescovile di Cagliari n. 13, f. 232 a, cfr. Mureddu, Salvi, Stefani, Sancti innumerabiles cit., p. 125 n. 28 (Secundinus epis(copus) s(an)c(t)e T( ) eclesie). 

Si può rinviare anche a CIL X 1126*: huius aulae praesules duo (Aymus e Albertus a S. Maria di Tratalias), vd. Casini, Le iscrizioni sarde del Medio Evo cit., p. 319 nr. 13.

 

[93] ILSard. I 114 (Menas:  notar(ius) subregionarius s(an)ct(ae) Rom(anae) eccl(esiae)): sul titolo vd. Bonello Lai, Una Abbatissa cit., p. 1050 n. 83. Il titolo di rector è più regolarmente attribuito a vescovi, vd. F. Grossi Gondi s. J., Trattato di epigrafia cristiana latina e greca del mondo romano occidentale, Roma 1920, pp. 122 e 149.

 

[94] L. Pani Ermini, Iscrizioni cristiane inedite di S. Saturno a Cagliari. Contributo allo studio del '"Defensor Ecclesiae" nell'antichità cristiana, "Rivista di Storia della Chiesa in Italia", XXIII, 1969, pp. 18 s. nr. 3 = AE 1971, 136 = ELSard. p. 586 B 37 (Istefanus archiepresbiter (sic) s(an)c(ta)e ec(c)les(iae) Ka(ra)litan(a)e).  Vd. anche l'archipresbyter Epiphanius  in due lettere di Gregorio Magno (GREG. M., Epist. IX, 197 e XIV,2). Il titolo compare dopo il IV secolo, vd. Grossi Gondi, Trattato cit., p. 150.

 

[95] ILSard. I 160 =  Pani Ermini, Marinone, Museo Archeologico di Cagliari cit., pp. 16 s. nr. 20 = ELSard. p. 565 nr. A 160, cfr. Bonello Lai , Una Abbatissa cit., p. 1043, nn. 41 s. (Maracalagonis): Iohannes p(res)b(iter) huius aecl(esiae).  Nelle lettere di Gregorio Magno, il termine ricorre di frequente (p.es. GREG. M., Epist. III, 36 e IV, 24 (Epiphanius); IV, 9 e 26), assieme a quello di sacerdos (p.es. GREG. M., Epist. IX, 26 e 29; XIII, 20).

Tra le c.d. falsae, vd. CIL X 1118* cfr. Mureddu, Salvi, Stefani, Sancti innumerabiles cit., p. 170 tav. 26 (Antiochus presbiter), 1120* (beatus martir Archelaus presbyter),  1131* (s(anctus) Iustinius presbiter), 1193* (Exitiosus presb(iter)),  1206* (Felix presbyter),  1234* (Iacobus presbyter mart(ir)), 1288* (Lucifer prae(s)b(iter)),  1454* (Edesius presbyter).

 

[96] G. Sotgiu, Un collare di schiavo rinvenuto in Sardegna, "Archeologia Classica", XXV-XXVI, 1973-74, pp. 688-697 = AE 1975, 465 = ELSard. p. 606 nr. B 104d (Felix). Un archidiaconus, accusato di convivere con una donna,  compare in una lettera di Gregorio Magno, che invita il vescovo di Karales Gianuario a privarlo del sacer ordo  (GREG. M., Epist. IV, 26). Tra le c.d. falsae: vd. Actas originales cit., f. 375, cfr. Mureddu, Salvi, Stefani, Sancti innumerabiles cit., p. 124 n. 22 (Lutiaus archidiaconus ecclesie callaritane). Il titolo compare dopo il IV secolo, riferito ai titolari di uno degli uffici ecclesiasitici maggiori, vd. Grossi Gondi, Trattato cit., p. 149.

 

[97] CIL X 7972 = Diehl 3445 =  Pani Ermini, Marinone, Museo Archeologico di Cagliari cit., pp. 35 s. nr. 47 = ELSard. p. 666 C 110 (Olmedo): Silbius, ecclesiae sanctae minister. Vd. anche s(anctae) e(cclesiae) m(inister) (?) in CIL X 7979, Olbia, nell'integrazione di  M. Bonello Lai, Nuove proposte di lettura di alcune iscrizioni latine della Sardegna, "Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia, Univ. Cagliari", III = XL, 1980-81 (1982), pp. 195-198 = AE 1982, 440. Un diaconus compare a Cagliari in CIL X 7789. Altri diaconi sono ricordati nelle lettere di Gregorio Magno: GREG. M., Epist. I, 47 (Honoratus), I, 81 (Liberatus),  XIV, 2 (Bonifatius). Tra le c.d. falsae, vd. CIL X 1455* (minister Christi Felix diaconus).

 

[98] CIL X 1304*, cfr. Mureddu, Salvi, Stefani, Sancti innumerabiles cit., p. 118 n. 273 (Marinus levita). Per il titolo, equivalente a diaconus ed a minister, vd. Grossi Gondi, Trattato cit., pp. 140 s.; P. Testini, Archeologia cristiana. Nozioni generali dalle origini alla fine del sec. VI, Bari 1980 (2a ed.), p. 38.

 

[99] Solo tra le c.d. falsae: CIL X 1306* (Martinus... [fuit su]bdiaconus iustus);  1330* (Paulinus subdiaconus).

 

[100]  ICUR IV, 11805 = Diehl 1251, cfr. Bonello Lai, Una Abbatissa  cit., p. 1046 e n. 56  e Ferrua, La polemica antiariana cit., p. 273 nr. 357 (Annius Innocentius). Per il titolo di ajkouvlouqo", in latino sequens (un ordine minore), vd. Grossi Gondi, Trattato cit., p. 123.

 

[101] CIL X 7551 = Diehl 3399 = Pani Ermini, Marinone, Museo Archeologico di Cagliari cit., p. 30 nr. 40 = ELSard. p. 658 C 24  (Rogatus lector);  ILSard. I 84 = ELSard., p. 562 nr. A 84 (lect(or)); Mastino, Cornus cit., p. 155 nr. 75 = ELSard. p. 594 B 66 e p. 642 add. B 66 (lec[tor]), vd. Bonello Lai, Una Abbatissa cit., pp. 1045 s. Un Epiphanius lector ecclesiae  compare anche in una lettera di Gregorio Magno dell'ottobre 600 (GREG. M., Epist.  XI, 13).

Tra le c.d. falsae, vd. anche CIL X 1363* (Antiocus lector) e 1378* (Sisin[nius] lector s(an)c(ta)e ec(c)l(e)s[i(a)e]).

   Per la collocazione gerarchica dei lectores (un ordine minore), vd. Grossi Gondi, Trattato cit., pp. 121 e 139.

 

[102] ILSard. I 95 = ELSard. p. 562 nr. A 95; ILSard. I 96 = ELSard. p. 562 nr. A 96 (Iomisus-Ionisus), cfr. Bonello Lai, Una Abbatissa cit., p. 1045 n. 50. Altri clerici sardi sono ricordati nelle lettere di Gregorio Magno (GREG. M., Epist. II, 47; IV, 9; IV, 24; IV, 26; IX, 203; IX, 204; XIII, 20). E' significativo l'episodio del chierico Paolo, scoperto a compiere i riti magici (in maleficiis deprehensus) e rifugiatosi in Africa, una volta tornato allo stato laicale (IV, 24, a. 594).

 

[103] Numerosi gli abbates citati nella corrispondenza di Gregorio Magno, cfr. GREG. M., Epist. XIV,2; d. anche IV, 26; V, 2; IX, 1 e 11 (Cyriacus); V, 2 (Musicus); XI, 13 (Iohannes). Tra le c.d. falsae, vd. CIL X 1402*: Felicianus abb(as); 1166*: Benedictus ab(bas). 

 

[104] Bonello Lai, Una Abbatissa cit., pp. 1031-1061 = AE 1991, 906. Alcune abbatissae anche nella corrispondenza di Gregorio Magno, cfr. GREG. M., Epist. XIII, 6 (Desideria); vd. anche IX, 197 (Syrica e Gavinia).

 

[105] Pani Ermini, Marinone, Museo Archeologico di Cagliari cit., p. 50 nr. 81  = ELSard. pp. 648 s. B 175 = SEG 38, 1988 p. 295 nr. 982.

 

[106]  Solo tra le c.d. falsae, CIL X 1160*: Kintina, [quae cum esset fam]ula s(anctae) ecle[siae obtinuit divi]na suor[um laborum praemia].

 

[107] CIL X 7778 = Diehl 3063 = Pani Ermini, Marinone, Museo Archeologico di Cagliari cit., p. 37 nr. 49 = ELSard. p. 661 C 62 (Stephana, c(asta) v(irgo) s(acra) o s(acrata)); ILSard. I 362 = ELSard. p. 633 add. A 362 (Iohanna, c(asta) v(irgo)), cfr. G. Lilliu, Presenze barbariche in Sardegna dalla conquista dei Vandali, in Magistra Barbaritas. I Barbari in Italia, Milano 1984, p. 563.

Vd. anche, tra le c.d. falsae, v(irgo) et m(artir) in CIL X 1127* (s(ancta) Barbara), 1154* (Catherina), 1189* (Eutimia), 1242* (Dorothea), 1267* (Uleria), 1281* (s(ancta) Supilia  e s(ancta) Vicencia), 1305* (Marta v(irgo) m(artir)),  oppure m(artir) et v(irgo)  in 1246* (Lucretia); m(artir) et v(irgo) s(anctis)s(ima) in (Christo) in 1155* (Catherina);  1211* m(artir) et virgo (s(ancta) Florentia); omnes v(irgines) m(artires) s(anctae) in 1329* (Palomba, Delfinia, Praxedia); infine v(irgines) et m(artires) in 1262* (Iusta, Iustina et Heredina). Assolutamente arbitrari anche altri scioglimenti, p.es. v(irgines) in 1170* (D(orothea) e T(heodosia)). Vd. infine  1441*: vir(go) Dei (oppure vir Dei ?).

 

[108] Il termine, a giudizio di M. Bonello Lai (Una Abbatissa cit., p. 1035 n. 11) potrebbe comparire su un frammento epigrafico caralitano (ILSard. I 358a), che ricorda un B[onifat]ius  od un B[oet]ius r(e)l(igiosus), cfr. L. Pani Ermini, R. Zucca, L'età paleocristiana e altomedioevale. La produzione artigianale e l'epigrafia, in Il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, Sassari 1989, p. 256; vd. soprattutto L. Pani Ermini, Contributo alla conoscenza del suburbio cagliaritano "iuxta basilicam sancti martyris Saturini", in Sardinia antiqua, Studi in onore di Piero Meloni in occasione del suo settantesimo compleanno, Cagliari 1992, pp. 477 ss., cfr. AE 1992, 872 (VI secolo). Dalle lettere di Gregorio Magno conosciamo alcuni religiosi (GREG. M., Epist. I, 59; IV, 24 e XIII, 6) e religiosae feminae (GREG. M., Epist.  I, 60 (Catella); III, 36 (Pompeiana et Theodosia); XIV, 2 (Pomponiana)).

 

[109] CIL X 1173* (Elias). Per un confronto, vd. p.es. CIL V 1595 = Diehl 1311 (Grado), actoarius s(an)c(t)ae eccl(esiae) Aquil(eiensis). Per le funzioni esercitate, vd. Grossi Gondi, Trattato cit., p. 151.

 

[110] ILSard. I 114 (Menas), cfr. Bonello Lai, Una Abbatissa cit., pp. 1049 s. n. 81 s.  Alcuni notarii della chiesa di Roma, attivi in Sardegna, compaiono nella corrispondenza di Gregorio Magno: GREG. M., Epist.  IX, 123 (Bonifatius), X, 3 (Gratiosus), II, 47 e III, 36 (Iohannes). Per le funzioni esercitate, vd. Grossi Gondi, Trattato cit., p. 151.

 

[111] CIL X 1370* = AE 1992, 875, Savinus. Il personaggio potrebbe essere realmente esistito: è stata proposta un'identificazione con il Savinus defensor, destinatario di una lettera inviata da Gregorio Magno nel maggio 593 (GREG. M., Epist., III, 36), cfr. Bonello Lai, Una Abbatissa cit., pp. 1049 n. 80 e soprattutto Stefani, A proposito di Savinus, defensor cit., pp. 711 ss.

 

[112] Deusdedit, defensor s(an)c(ta)e ec(c)lesi(a)e Karalitan(a)e, vd. Pani Ermini, Iscrizioni cristiane inedite di S. Saturno cit., pp. 9 ss. nr. 2; G. Sotgiu, Nuove iscrizioni inedite sarde, "Annali Fac. Lettere-Filofia e Magistero dell'Univ. Cagliari", XXXII, 1969, pp. 65 s. nr. 88 = AE 1971, 134 ed ELSard. p. 586 B 36, cfr. Stefani, A proposito di Savinus, defensor cit., pp. 711 n. 2 ed AE 1992, 874.  Per il titolo, vd. Bonello Lai, Una Abbatissa cit., pp. 1048 s. e n. 79. Conosciamo alcuni altri defensores della chiesa caralitana e sarda nelle lettere di Gregorio Magno, come Vitalis (GREG. M., Epist. IX, 2: defensor Caralis;  203 e XIV, 2: defensor Sardiniae; vd. anche IX, 204; X, 3;  XI, 13), od un altro personaggio anonimo (X, 17).

 

[113] P.es. AE 1971, 136 = ELSard. p. 586 B 37 (Istefanus archiepresbiter (sic) s(an)c(ta)e ec(c)les(iae) Ka(ra)litan(a)e); AE 1971, 134 ed ELSard. p. 586 B 36, vd. Bonello Lai, Una Abbatissa cit., pp. 1048 s. e n. 79 (Deusdedit, defensor s(an)c(ta)e ec(c)lesi(a)e Karalitan(a)e); più generiche le espressioni ecclesiae sanctae minister in CIL X 7972 = ELSard. p. 666 C 110 (Olmedo), s(anctae) e(cclesiae) m(inister) (?) in CIL X 7979 = AE 1982, 440 (Olbia) e p(res)b(iter) huius aec(c)l(esiae) in ILSard. I 160 = ELSard. p. 565 A 160 (Maracalagonis).  Tra le c.d. falsae, vd. numereosi esempi, alcuni da considerarsi tarde falsificazioni: CIL X 1355* (Restutus) arch(iepi)sc(op)us sanctae cara[litanae eccl]esiae); Actas originales cit.,  f. 375, cfr. Mureddu, Salvi, Stefani, Sancti innumerabiles cit., p. 124 n. 22 (Lutiaus archidiaconus ecclesie callaritanae); vd. anche 1147* (Bonus arc[hiepiscopus Kar]al(itanus)); 1203* (Felix [--- e]p(i)s(copus) Karalit[anus]); 1406* (Vene[---]s ep(iscop)us Ca[ralitanus]); 1291* (Luciferus arc(hi)epis(cop)us Callaritanus).

 

[114] F. Ficoroni, De plumbeis antiquorum numismatibus, Roma 1750, p. 23 tav. IX, 6; A. Manno, Sopra alcuni piombi sardi, Torino 1878, p. 5 n. 4; V. Laurent, Le Corpus des sceaux de l'Empire Byzantin, V, 1, Paris 1963, pp. 722 s. nr. 916 (datato tra il V ed il VI secolo).

 

[115] Vd. Spanu, La Sardegna bizantina cit., pp. 128 ss. Il sigillo di S. Giorgio è della stessa matrice del sigillo Ficoroni citato alla n. precedente.

 

[116] L'aggettivo fidelis ricorre di frequente, vd. p.es. ILSard.  I 299 = ELSard. p. 574 A 299 (puer Victorinus, a. 415); I 305 = ELSard. p. 574 A 305 (Mukanus); CIL X 7738 = ELSard. p. 659 C 35 (Prisca); 7971 (Theodora); 7798 = ELSard. p. 662 C 69 ([Bene]nata). Infine un fidelis in pa[ce] compare in Mastino, Cornus cit., pp. 158 s. nr. 79 (va rettificata la lettura [---]idens in pa[ce]).   Per il titolo, vd. Grossi Gondi, Trattato cit., p. 131.  

 

[117] Vd. CIL X 7971, dedicata mirae innocentiae adq(ue) integritati(is)  fideli puell(ae) Theodor(a)e. Una [Bene]nata fidelis in CIL X, 7798; una Prisca fidel[is]  in CIL X 7738 = ELSard. p. 659 C 35, Cagliari. Vd. anche, tra le c.d. falsae, puella s(anti)s(sima) Tecla, in CIL X 1395*. 

 

[118] P.es. AE 1990, 446, cfr. G. Sotgiu, in ELSard., pp. 586 s. B 38 ed S. Cosentino, Gaudiosus «draconarius». La Sardegna bizantina attraverso un epitafio del secolo VI (Quaderni della Rivista di Bizantinistica diretta da A. Carile, 13), Bologna s. d. (1995 ?), pp. 3 ss.: b(ir) d(evotus) e non b(enificiarius) d(omicurius), proposto da Pani Ermini, Iscrizioni cristiane inedite di S. Saturno  cit., pp. 2-9.

Tra le c.d. falsae, vd. ad esempio CIL X  1361*: i(ustus) v(ir); e anche 1441*: vir Dei (oppure vir(go) Dei ?). 

 

[119]Amabilis D(e)i s(e)rb(us) in CIL X 7747. Tra le c.d. falsae, vd. anche Victor servus Xr(isti) in CIL X 1286*; oppure Ioachim, unus ex servis d(omini) n(ostri) Xh(isti), in CIL X 1249*. Il corrispondente greco douvlo" tou' Qeou' compare ad esempio solo tra le c.d. falsae in CIL X 1319* (Nhkoivta"), 1372* (Sergovna", Qwma'", ecc.) e 1400* ([Q]eofivl[a]). Sicura è invece l'attestazione femminile, douvlh tou' Qeou', in Pani Ermini, Marinone, Museo Archeologico di Cagliari cit., p. 50 nr. 80 = ELSard. p. 649 B 176 = SEG 38, 1988 p. 295 nr. 983 (Mariva). Per l'insieme di questi titoli, vd. Grossi Gondi, Trattato cit., pp. 159 ss.

 

[120] Come Inbenia  a Cuglieri, vd. CIL X,1, 1248*, cfr. M.G. Campus, Il titulus funerario di Inbenia (Cuglieri). Contributo alla rilettura del materiale epigrafico cristiano della Sardegna, in «L'Africa Romana», VIII, pp. 1063-1072 = AE 1991, 910. Vd. anche H. Solin, Analecta epigraphica CLIV. Inbenia. Zu einer Sardischen Inschrift, "Arctos", 27, 1993, pp. 130-131, cfr. AE 1993, 851.  Oppure Aurelia Florentia  ad Olbia, vd. CIL X 1125* = AE 1990, 456, cfr. G. Maetzke, Olbia (Sassari). Titolo funerario cristiano da S. Simplicio, in "NSc", 1966, pp. 353 s. = ELSard. p. 599 B 86; per l'identificazione, vd. Mastino, Olbia in età antica cit., pp. 74 s.; M. Dadea, Sancta Florentia in Terra Nova, Autenticità dell'iscrizione CIL X,1 1125*,  in Da Olbìa ad Olbia. 2500 anni di storia di una città mediterranea, I, Sassari 1996, pp. 505-519.

 

[121] CIL X 1259* (Preiticia, ancil(l)a D(e)i); 1360* (Rustica ancilla D(e)i). Un'ancill(a) compare in ILSard. I 315, cfr. ELSard. pp. 575 A 315 (Olbia, pagana); un'ancil[la] in ELSard. p. 640 B 132 (Tharros, pagana). Il titolo non è riferito obbligatoriamente a delle vergini consacrate, vd. Grossi Gondi, Trattato cit., p. 158.

 

[122] Così Patriga a Cornus, cfr. L. Pani Ermini, Recenti contributi dell'archeologia per la Sardegna paleocristiana e altomedievale, "Rendiconti della Pontificia Accademia di Archeologia", LIII-LIV, 1980-81 e 1981-82, pp. 237 ss. = ELSard. p. 657 add. B104 o (ago crinale d'argento).

 

[123] CIL X 1181* (Epifanius), cfr. Mureddu, Salvi, Stefani, Sancti innumerabiles cit., pp. 115 e 174.

 

[124]  Vd. Salvi, Stefani, Riscoperta di alcune iscrizioni cit., pp. 244 ss.:  AE 1988, 629 a = CIL X 1218* (Furiosus), 629 b = CIL X 1106* (Agate), 630 = CIL X 1243* ([I]enatus), 631 = CIL X 1250*-1251* (Iohan[---]), 632 = CIL X 1313* ([---]), 633 = CIL X 1340* (Pompeianus); vd. anche (a S. Restituta) AE 1990, 445 = CIL X 1185* (Euguenius) e (nel palazzo arcivescovile)  CIL X 1413*, cfr. Salvi, Stefani, Riscoperta di alcune iscrizioni cit., pp. 252 ss. Si possono aggiungere i casi citati di Inbenia a Cuglieri (CIL X,1, 1248* = AE 1991, 910, cfr. 1993, 851) oppure di Aurelia Florentia  ad Olbia (CIL X 1125* = AE 1990, 456) .

Per Karales sono rilevanti le osservazioni topografiche sul ritrovamento delle epigrafi e delle tombe di numerosi defunti, effettuate tra il 1615 ed il 1630 nell'area di San Lucifero, vd. G. Stefani, La cosiddetta "1a chiesa sotterranea" di San Lucifero di Cagliari, in Mureddu, Salvi, Stefani, Alcuni contesti funerari cagliaritani cit., pp. 186 ss.;  Eaed., Sancti innumerabiles cit., pp. 29 ss.; per l'altare settecentesco della Chiesa di S. Antonio, al cui interno sono state recentemente ritrovate alcune delle iscrizioni citate, vd. D. Salvi, Le sepolture della c.d. 2a e 3a chiesa di San Lucifero, ibid., pp. 197  ss.

 

[125] Vd. Meloni, La Sardegna romana cit., pp. 411 ss. ed ora A.F. Spada, Storia della Sardegna Cristiana e dei suoi Santi, Il primo millennio; Oristano 1994. Si è osservato che l'espessione a sanctis marturibus suscepta ricorre alla fine del IV secolo a Turris Libisonis, vd. Manconi, Nuove iscrizioni cit., in c.d.s.; ancora a Turris, vd. inoltre la parola martur[---], che gli studiosi intendono come una parte di un nome di persona Martur[ius] , in G. Maetzke, Scavi e scoperte nel campo dell'Archeologia Cristiana negli ultimi anni in Toscana ed in Sardegna, in Atti del II congresso di Archeologia Cristiana a Matera, 25-31 maggio 1969, Roma 1971, p. 322 nr. 7 = ELSard. p. 597 B 80, cfr. Bonello Lai, Una Abbatissa cit., p. 1038. Riferito a Luxurius, l'attributo martyr compare a Forum Traiani, nella targa che ricorda la renovatio del santuario martiriale per iniziativa dell'ep(is)c(o)p(us) Helia (AE 1990, 459 = 1992, 879).

Nelle c.d. falsae, martir compare per esteso in CIL X 1113* (Sanctus Amatus episcop(us) et martir), 1120* (beatus martir Archelaus) e 1244* (beatus martir Floris), 1170* (Dorothea, Theodosia et Eugenia martires et virgines), 1194* (s(anctus) Vinditius martir), 1249* (beata martir Pie), 1320* (beati martires Nicolaus, Iosephus et Ioannes), 1376* (Silvanus martir venerab(ilis)), 1419* (Urbanus martir et Fortunata martir), 1456* (beatus martir Fortunatus), 1463* (beatus martir Beatus); S. Esquirro, Santuario de Caller y verdadera historia de la invencion de los cuerpos santos hallados en la dicha ciudad y su Arçobispado, Caller 1624, p. 237, cfr. Mureddu, Salvi Stefani, Sancti innumerabiles cit., p. 123 n. 3 (beatus martir Iulianus). Vd. anche CIL X 1277* (Leo m[artyr]), 1309* (sancti martyres), 1311*([martirium]), 1390* ([s]anctitate adque [martyrio insignis] Stefanus), 1421* (locus sanctorum martyrum), 1435* (martir), 1452* (b(eatus) mar[tyr Ama]ntius), 1456* (ss. martires), 1458* ([martyres]), 1464* ([beatus] martir) e 1470* (m[artir]).  Incerti appaiono gli scioglimenti di alcuni testi pervenutici attraverso la tradizione manoscritta seicentesca, soprattutto quando la parola martir  è abbreviata: p.es. mart(ir) in 1474*; oppure mart(ires) in 1383* (sanctus Speratus et alii); oppure mar(tir), in 1190* (Eutimius mar(tir) ep(i)s(copus)),  1221* (mar(tir) Gerinus), 1234* (Iacobus); oppure m(a)r(tir) in 1375* (Severus ep(i)s(copus)), 1436* (mar(tyr) et ep(i)s(copus)).  Assolutamente arbitrari alcuni scioglimenti: vd. p.es. v(irgo) et m(artir) in 1127* (s(ancta) Barbara), 1154* (Catherina), 1189* (Eutimia), 1242* (Dorothea), 1267* (Uleria), 1281* (s(ancta) Supilia  e s(ancta) Vicencia), 1305* (Marta v(irgo) m(artir) ),  oppure m(artir) et v(irgo)  in 1246* (Lucretia); m(artir) et v(irgo) s(anctis)s(ima) in (Christo) in 1155* (Catherina);  infine v(irgines) et m(artires) in 1262* (Iusta, Iustina et Heredina).

Vd. anche m(artir) et v(irgo) s(anctis)s(ima): in 1155* (Catherina); v(irgines) m(artires) s(anctae) in 1329* (Palomba, Delfinia, Praxedia), m(artir) sanctissima: in 1223* (Gilla), s(ancta) m(artir) et virgo in 1211* (s(ancta) Florentia), s(ancta) m(artir), in 1170* (Restituta), sancta m(artir), in 1323* (Numida); s(anctus) m(artir), in 1172* (Edictius), 1265* (Iustus) e 1240* (gli ep(isco)p(i) Ianuarius, Egidianus, Ludovicus); i s(ancti)s(simi) m(artires)  in 1226* (Petrus, Valerius, Fluvius, Emenciana); f(ide)l(is) mart(ir), in 1344* (Prisca); d(ivinus) m(artir), in 1385* (Stefanus).

Si sorvola su numerosissimi casi di parole con l'abbreviazione M resa con m(artir).  Vd. anche più avanti, per i beati martires.

 

[126] Un elenco è stato recentemente proposto da M. A. Porcu, La Sardegna in età antica: per un corpus delle fonti storiche e letterarie; tesi di laurea discussa nell'a.a. 1988-89 presso la Facoltà di Magistero di Sassari (relatori A. Mastino ed E. Cadoni), IV, Indici, pp. 152 ss.:

- Camerinus : Pass. SS. Lux. Cis. et Cam., Acta SS. Aug. IV, pp. 416 s.

- Cisellus : Pass. SS. Lux. Cis. et Cam., Acta SS. Aug. IV, pp. 416 s.

- Crescentinus : Martyr. Hier., Prid. Kal. Iun.

- Criscentianus  oppure Ticianus : Martyr. Hier., Prid. Kal. Iun. v. VI Kal. Iun.

- Crispolus  (?): Martyr. Hier., III Kal. Iun.

-  Emilius  (?): Martyr. Hier., V Kal. Iun.

-  Ephysius : Pass. S. Eph., "Anal. Boll.", III, 1884, pp. 362-377.

- Eutropius  (?): Martyr. Hier., VI Kal. Iun.

- Felicianus  (?): Martyr. Hier., V Kal. Iun.

- Felix  (?): Martyr. Hier., V Kal. Iun.

- Gavinus : GREG. M., Epist. IX, 198; Martyr. Hier., III  Kal. Iun.; VIII Kal. Nov.; vd. anche Prid. Kal. Iun.; Passio S. Gav., "Anal. Boll.", 78, 1960, pp. 326-327; Passio SS. Gav. Proti et Ian., in Motzo, La passione dei Santi Gavino, Proto e Gianuario cit., pp. 129-161, pp. 147-156; Pass. S. Gav., Acta SS., Oct. XI, pp. 560 s. (Arca); Pass. Proti et Jan., Acta SS., Oct. XI, pp. 562-564 (Arca); Pass. S. Saturn., 4-5, Acta SS., Oct. XIII, p. 306;

- Ianuarius : Martyr. Hier, VI Kal. Nov.; Pass. S. Gav., "Anal. Boll.", 78, 1960, pp. 325-327; Pass. SS. Gav. Prot. et Ian.,  in Motzo, La passione dei Santi Gavino, Proto e Gianuario cit., pp. 147-156, pp. 147-156; Pass. S. Gav., Acta SS., Oct. XI, pp. 560 s. (Arca); Passio SS. Prot. et Jan., Acta SS., Oct. XI, pp. 562-564 (Arca); Pass. S. Saturn. 4-5, Acta SS., Oct. XIII, p. 306.

- Luxurius : GREG. M, Epist. IX, 198; Martyr. Hier., XII Kal. Sept.; VI Kal. Oct.; vd. XIII Sept. (Cambr.); Pass. SS. Lux. Cis. et Cam., Acta SS., Aug. IV, pp. 416 s.

- Priamus (?): Martyr. Hier., V Kal. Iun.

- Primus (?): Martyr. Hier., XII Kal. Sept.

- Protus : Martyr. Hier., VI Kal. Nov.; vd. V Kal. Iun.;  Pass. S. Gav., "Anal. Boll.", 78, 1960, pp. 325-327; Pass. SS. Gav. Prot. et Ian.,  in Motzo, La passione dei Santi Gavino, Proto e Gianuario cit., pp. 147-156, pp. 147-156; Passio SS. Prot. et Jan., Acta SS., Oct. XI, pp. 562-564 (Arca); Pass. S. Saturn. 4-5, Acta SS., Oct. XIII, p. 306.

- Quadratus (?): Martyr. Hier., XII Kal. Sept.

- Quintus : Martyr. Hier., VI Kal. Iun.

- Regulus : Martyr. Hier. (Ept.; Sen.), Id. Mart.

- Rosula (?): Martyr. Hier., Id. Mai. (Cambr., Sen.)

- Sallustianus : Martyr. Hier., VI Kal. Iun.; VI Id. Iun.

- Saturninus : Pass. S. Saturn., Acta SS., Oct. XIII, pp. 304-305 (Arca); Pass. S. Saturn., Acta SS., Oct. XIII, pp. 306 s. (Anon.); PS. FERR., Vita Fulgentii   24, p. 113 Lapeyre; vd. Martyr. Hier., VIII Kal. Nov.

- Simplicius : Martyr. Hier., Id., Mai.; Pass. S. Saturn. 10-11; Acta SS., Oct. XIII, p. 307.

- Stiabilus : Martyr. Hier., VI Kal. Iun. (Rich.).

 

[127] CIL X 1348*: s(ancti)s(simi) Raimundus et Pheli(p)pus confessores. Vd. anche CIL X 1263*: b(eatus) m(artyr) Iustinus conf(essor) . 

 

[128] Vd. CIL X 7781 = ELSard. p. 661 C 63: Theodorus be[atus ?]. Tra le c.d. falsae, il termine comparirebbe per esteso p.es. in CIL X 1117* (Beatus Sanctus Antiochus),  1120* (beatus martir Archelaus presbyter), 1241* (beata corpora Iumei et Iacobi), 1244* (beatus martir Floris), 1247* (beatus mart(ir) Illarionis), 1249* (beata martir Pie), 1320* (beati martires Nicolaus, Iosephus et Ioannes), 1394* (o femina vere beata), 1456* (beatus martir Fortunatus), 1463* (beatus martir Beatus); vd. anche 1423*.  Molto dubbie le integrazioni b(eatus) in CIL X 1183* (B(eatus) Errius Secundus), 1191* (b(eatus) Ruxtus m(artir)),  1196* (b(eatorum) s(anctorum) m(artirum) n(umero) XXXV), 1211* (il b(eatus) Alfoncius dedica uxori beat(ae)), 1242* (b(eatus) Felix),  1270* (b(eatus) Nicolaus), 1273* (b(eatus) Iuvenes),  1300* (b(eatus) Tertulianus), 1342* (b(eatus) Poncianus m(artir)), 1367* (b(ea)t(us) m(artir) Saturninus), 1452* (b(eatus) mar[tir Ama]ntius), 1458* (b(eatus) Gavinus). Ancora più sospetto lo scioglimento b(eatus) m(artyr) anzichè b(onae) m(emoriae) (i casi sono numerosissimi, vd. p.es. in CIL X 1212*, 1263*, 1297*, 1318*, 1388*, 1433*, ecc.); vd. anche m(artir) b(eatus) in CIL X 1260*, cfr. Bonello Lai, Le raccolte epigrafiche cit., pp. 379-395. La formula è ovviamente frequentissima anche tra le iscrizioni autentiche, vd. p.es. CIL X 7755 ([hi]c iacet b(onae) m(emoriae) Florus...; hic iacet b(onae) m(emoriae) Pulcheria...); ILSard. I 169, ecc.; non manca la variante s(anctae) m(emoriae), p.es. in CIL X 7753 (Bonifatius episcopus); in alcuni casi non esiste nessuna possibilità di intendere m(artyr), anche perchè alcune abbreviazioni sono eloquenti, vd. 7747: s(an)c(ta)e m(emoriae) Amabilis D(e)i s(e)rb[us]; vd. anche ILSard. I 160: s(an)c(tae) m(emoriae) Iohannes p(res)b(iter) huius aecl(esiae); ILSard. I 369: s(anc)t(ae) b(onae) m(emoriae).

 

[129] AE 1990, 459 = 1992, 879.

 

[130] CIL X 1120*.

 

[131] CIL X 1170*, cfr. 1352*, vd. AA.VV, Domus et carcer Sanctae Restitutae. Storia di un santuario rupestre a Cagliari, Cagliari 1988.

 

[132] Vd. L. Pani Ermini, Le sepolture in Sardegna dal IV al VII secolo: stato delle conoscenze e prospettive di ricerca, in Le sepolture in Sardegna dal IV al VII secolo, IV Convegno sull'archeologia tardoromana e medievale (Cuglieri, 27-28 giugno 1987) (Mediterraneo tardoantico e medievale, Scavi e ricerche, 8), p. 28 n. 38; Ead., Un piccolo bronzo da Cornus raffigurante S. Paolo, "Atti della Pontificia Accademia di Archeologia, Rendiconti", LXI, 1988-89, pp. 3-25.

[133] Mastino, Cornus cit., pp. 165 ss. nrr. 88 ss., cfr. AE 1979, 318-322. Il nome della Vergine, Maria, è d'altra parte diffuso nell'epigrafia isolana, vd. CIL X 7762-63 = Diehl 3062 A e 3062 D = ELSard. p. 661 C 51; 7764 = ELSard. p. 661 C 52; tra le c.d. falsae, vd. CIL X 1121* e 1303*. Si può aggiungere l'iscrizione cristiana falsa di Olbia in  G. Spano,Iscrizioni antiche, "BAS", X, 1864, p. 64 = D. Panedda,  Olbia nel periodo punico e romano, Roma 1953, p. 127 (dal Carmona). Il nome è attestato in Sardegna già prima del cristianesimo, vd. p. es. Maria Zoili filia, CIL  X 7985 = G. Pesce, Sarcofagi romani in Sardegna, Roma 1957, p. 115 nr. 65, con gli altri casi segnalati da A. Mastino, Olbia in età antica, in Da Olbìa ad Olbia. 2500 anni di storia di una città mediterranea,  I, Sassari 1996, p. 67 n. 131.

 

[134] CIL X 1401*.

 

[135] Vd. Turtas, Note sul monachesimo in Sardegna cit., pp. 92 ss.

 

[136] Bonello Lai, Una Abbatissa cit., pp. 1031-1061 = AE 1991, 906. 

 

[137] GREG. M., Epist. IX, 197. Per un confronto, vd. ad es. CIL X 8079 = Diehl 1192 (Leta presbitera, a Tropea in Calabria), cfr. Grossi Gondi, Trattato cit., p. 153 e soprattutto G. Rossetti, Il matrimonio del clero nella società altomedievale, in XXIV Settimana di studio del Centro italiano di studi sull'alto medioevo, Spoleto 1977, pp. 510 s.

 

[138] GREG. M., Epist.  XIV, 2.

 

[139] GREG. M., Epist. IX, 26 e 29; XIII, 20.

 

[140] GREG. M., Epist. I, 59; IV, 24 e XIII, 6. 

 

[141] GREG. M., Epist.  I, 60 (Catella); III, 36 (Pompeiana et Theodosia); XIV, 2 (Pomponiana).  

 

[142] GREG. M., Epist. V, 2; XI, 13.

 

[143] Vd. Bonello Lai, Una Abbatissa, p. 1051, n. 98.

 

[144] GREG. M., Epist. IX, 197.

 

[145] GREG. M., Epist.  XIV, 2.

 

[146] GREG. M., Epist. I, 46; per Vitula di Sitifis, vd. DRACONT., Epithalamium Johannis et Vitulae, in Poetae Latini minores, ed. Baeherens, Leipzig 1914, vol. V, pp. 134 ss. Per l'identificazione, vd., ora Pani Ermini, La Sardegna nel periodo vandalico cit., pp. 305 s. 

 

[147] GREG. M., Epist. IX, 204 (oppure femminile ?).

 

[148]  GREG. M., Epist. V, 2. Sulla denominazione, forse connessa con il santo africano Agileus, vd. Bonello Lai, Una Abbatissa cit., pp. 1052 s. n. 107.

 

[149] CIL X 1276*, cfr. ora Mureddu, Salvi, Stefani, Sancti innumerabiles cit., p. 76 e 112 n. 83; un testo analogo compare in un'epigrafe recentemente rinvenuta a Santu Iorgi di Cabras, cfr. R. Zucca, Le formule deprecatorie nell'epigrafia cristiana in Sardegna, in Le sepolture in Sardegna dal IV al VII secolo, IV Convegno sull'archeologia tardoromana e medievale (Cuglieri, 27-28 giugno 1987) (Mediterraneo tardoantico e medievale, Scavi e ricerche, 8), pp. 211-214: si [quis] (h)anc sepultu[ram] ebertere bolu[erit] (h)abeat parte(m) c[um] Iuda et lebra[m] G(iezi).  Vd. anche CIL X 1449*, per la sepoltura di Peon Geta senex: si quis ipsum vexaverit ultor erit Deus Israel in saeculum: un'espressione che potrebbe portarci ad un ambito ebraico, cfr. ora  Ruggeri, Sanna, L'epigrafia paleocristiana cit., in c.d.s.

 

[150] ILSard. I 302 = ELSard. p. 574 A 302, ma vd. già Diehl 3866 nota, a proposito dell'epitafio dell'Abbatissa Gratiosa:  coniuro per Patrem et Filium et Spiritum S(an)c(tu)m et diem tremendam iudicii et nullus praesumat locum istum ubi requiesco violare. In Sardegna, si può rimandare tra le c.d. falsae, all'anatema bilingue, forse a difesa di un sepolcro contro eventuali violatori, con acrostico in latino, seculorum, e testo quasi interamente in greco (CIL X 1423*). Più sicuro appare l'ajnavqema to'n ajghvwn trhakoshvwn jexhvkonta pevnte patevron, cioè all'anatema dei 365 padri, forse i padri conciliari riuniti a Nicea da Costantino Magno nel 325, che compare sul sarcofago della monaca Grevka, datato dal Ferrua alla fine del V o al VI secolo (ELSard. pp. 648 s. B 175, cfr. Pani Ermini, Marinone, Museo Archeologico di Cagliari cit.,  p. 50 nr. 81; vd.  soprattutto A. Ferrua, Un’iscrizione greca medioevale in Sardegna, “Epigraphica”, XVIII, 1956, pp. 94 ss.; Id., Gli anatemi dei padri di Nicea,La Civiltà Cattolica”, CVIII, 4, 1957,  pp. 383 ss.; vd. anche SEG 38, 1988, p. 295 nr. 982). Per il numero dei padri conciliari di Nicea (318 e non 365), vd. G.L. Dossetti, Il simbolo di Nicea e di Costantinopoli. Edizione critica, Roma 1967, p. 241.

 

[151] CIL X 1111*.

 

[152]CIL X 7972 = Diehl 3445 =  Pani Ermini, Marinone, Museo Archeologico di Cagliari cit., pp. 35 s. nr. 47 = ELSard. p. 666 C 110 (Olmedo). Vd. Grossi Gondi, Trattato cit., pp. 238 ss.

 

[153] Vd. F. Manconi, A. Mastino, Optabam in manibus tuis anans spiritum dare: l'epitafio di Flauia Cyriace a Turris Libisonis, in L'Afrique, la Gaule, la Religion à l'époque romaine, Mélanges à la mémoire de Marcel Le Glay, a cura di Y. Le Bohec (Collection Latomus, 226), Bruxelles 1994, pp. 823 ss. = AE 1994, 796.

 

[154] Per un inquadramento generale, vd. H.-I. Marrou, Problèmes généraux de l'onomastique chrétienne, in AA.VV., L’onomastique Latine. Paris, 13-15 octobre 1975 (Colloques internationaux du Centre National de la Recherche Scientifique, n. 564), Paris 1977, pp. 431 ss.; per l'onomastica africana, vd. N. Duval, Osservations sur l’onomastique dans les inscriptions chrétiennes d’Afrique du Nord, ibid., p. 451.

 

[155] Si ricordi la partecipazione del vescovo Quintasius al concilio antidonatista di Arles, vd. Alberti, La Sardegna cit., p. 4 n. 9 e supra n. 17.

 

[156] Vd. Simonetti, Appunti per una storia dello scisma luciferiano cit., pp. 67 ss.

 

[157] Vd. M. Simonetti, L'incidenza dell'arianesimo nel rapporto tra Romani e Barbari, in Il passaggio dal mondo antico al medioevo. Da Teodosio a San Gregorio Magno, Roma 1980,  p. 374.

 

[158] ILSard.  I 93 = AE 1982, 427 = Diehl 2450 =  Pani Ermini, Marinone, Museo Archeologico di Cagliari cit., p. 40 nr. 53 = ELSard. p. 630 add. A 93, vd. Bonello Lai, Nuove proposte di lettura cit., pp. 199-201.

 

[159] Cfr. Filia, La Sardegna cristiana, I, pp. 131 ss.;  Pinna, Gregorio Magno cit., pp. 33 ss.

 

[160] Sull'esilio di 4000 ebrei in Sardegna, deciso da Tiberio nel 19, vd. FLAV. JOS., Ant. Jud. 18, 3, 5; TAC., Ann. II, 85, 4; SUET., Tib. 36 , vd. G. Marasco, Tiberio e l'esilio degli Ebrei in Sardegna nel 19 d.C., in «L'Africa Romana», VIII, 1990 (1991), pp. 649 ss.

 

[161] ILSard. I 4, cfr.  A. Mastino, Le relazioni tra Africa e Sardegna in età romana, "Archivio Storico Sardo", XXXVIII, 1995, p. 23 e n. 57; vd. anche ILSard. I 30 = Diehl 2790 a = CIJ I, p. 473 nr. 658 = ELSard. p. 556 A 30 (una Beronice in una catacomba giudaica di Sulci), 31 = Diehl 2790 b = CIJ  I, p. 473 nr. 659 = ELSard. p. 566 A 31 (candelabro ebraico), 32 =CIJ I, p. 473 nr. 660  (lettere ebraiche) e 33 = ELSard. p. 566 A 33 (epitafio dipinto di un Iud(a)): vd. ora A. Corda, Considerazioni sulle epigrafi giudaiche latine della Sardegna romana, Cagliari 1995, pp. 6 ss. nrr. 2-5 e p. 13 nr. 8 (anello con candelabro eptalicne e la scritta Iuda); per quest'ultimo documento vd. CIJ, I, p. 472 s. nr. 657.

 

[162] R.D. Barnett, The Burials: a Survey and Analysis, in R.D. Barnett, C. Mendleson, Tharros. A Catalogue of Material in the British Museum from Phoenician and other Tombs at Tharros - Sardinian, London 1987, p. 48 n. 111, vd. R. Zucca, Tharros, Oristano 19932, pp. 60 e 151.

 

[163] Vd. CIJ , Prolegomenon, I, p. 55 nr. 660 b = Mastino, Popolazione e classi sociali cit., pp. 67 ss. e p. 96 nr. 10 =  Corda, Considerazioni sulle epigrafi giudaiche cit., pp. 9 ss. nr. 6 = AE 1966, 175 = 1982, 437 = 1994, 793 (Anianus); CIJ , Prolegomenon, I, p. 55 nr. 660 a =  Corda, Considerazioni sulle epigrafi giudaiche cit., pp. 11 ss. nr. 7 = AE 1966, 174 = 1982, 436 (Gaudiosa).

 

[164] GREG. M., Epist. IV, 9 e IX, 195, cfr. Pinna, Gregorio Magno cit., pp.. 63 ss. Da Cagliari proviene una  lucerna con menorah, vd. ora Corda, Considerazioni sulle epigrafi giudaiche cit., pp. 13 s. nr. 9.

 

[165] A.M. Corda, Note di epigrafia dal territorio di Isili (Quaderni di Epigrafia, Cattedra di Epigrafia Latina dell'Univ. deli studi di Cagliari, 2), Cagliari 1995, pp. 2 s. nr. 1; Id.,  Considerazioni sulle epigrafi giudaiche cit., pp. 4 s. nr. 1, cfr. AE 1994, 792 (Iudaeus); vd. anche ibid., p. 14 nr. 10 (lucerna dalla loc. Sa Idda con candelabro eptalicne). 

 

[166] CIJ, I,  p. 472 nr. 656.

 

[167] SIDON., Carm. V, 49. Gli studiosi fissano generalmente l'inizio della dominazione vandalica in Sardegna tra il 456 ed il 466-8, cfr. Meloni, La Sardegna romana cit., pp. 227, 206 s. e 481 s.

 

[168] PROCOP., Bell. Vand. II, 42-44; VICTOR VITENSIS, Historia persecutionis Africanae provinciae sub Geiserico et Hunirico regibus Wandalorum, in MGH, auct. ant., 3,1 (Berlin 1879 = München 1981), I, 12-13; I, 51, ed. C. Halm; anche in CSEL, VII, Vindobona 1881, pp. 7 e 22 s. ed. M. Petschenig,  vd.  Chr. Courtois, Les Vandales et l'Afrique, Paris 1955, pp. 187 ss.

 

[169] Vd. J. Moorhead, Victor of Vita: History of the Vandal Persecution, Liverpool 1992.

 

[170] Per l'origine sarda di Hilarus, natione Sardus, ex patre Crispino, vd. Liber Pontificalis, p. 242, ed. Duchesne e Prolegomena, in PL 58, c. 9, cfr.  Courtois, Les Vandales cit., p. 187 n. 3.

 

[171] PROCOP., Bell. Vand. I, 6, 8 e 11.

 

[172] PROCOP., Bell. Vand. IV, 13, 41 ss.; i Barbaricini sono ricordati nel 534 in una costituzione di Giustiniano (I, 27,3). Sull'episodio, cfr. Courtois, Les Vandales cit., pp. 188 s.; A. Boscolo, La Sardegna bizantina e alto-giudicale, Sassari 1978, pp. 15 ss.; Lilliu, Presenze barbariche cit., p. 560; Turtas,  Rapporti tra Africa e Sardegna cit., pp. 691-710.

Per la localizzazione dei Mauri sulle montagne del Gerrei o comunque della Barbagia e non nel Sulcis, come pure è stato supposto, vd. M. Bonello Lai, Sulla localizzazione delle sedi di Galillenses e Patulcenses Campani, «SS», XXV, 1978-80, pp. 34 s.  n. 30, ora in La Tavola di Esterzili. Il conflitto tra pastori e contadini nella Barbatria sarda, Sassari 1993, pp. 53 s. n. 30. Non si dimentichi che le civitates Barbariae, rette da un praefectus, sono già note all'epoca di Tiberio (CIL XIV 2954 = ILS 2684; ILSard. I 188).

 

[173] Cfr. VICTOR VITENSIS, Historia cit., II, 23, p. 18 ed. C. Halm e p. 32 ed. M. Petschenig III, 20; per l'esilio in Corsica, all'indomani del Concilio di Cartagine, di numerosi vescovi destinati a lavorare nei cantieri navali (ut ligna profutura navibus dominicis incidatis), vd. ibid., p. 45 ed. C. Halm e p. 81 ed. M. Petschenig. Un precedente esilio di vescovi, sacerdoti e diaconi, disposto da Genserico è ricordato ibid., I, 51, p. 22 ed. M. Petschenig.

In proposito, vd. anche E. Pais, Storia della Sardegna e della Corsica durante il dominio romano, Roma 1923, p. 205 e n. 2, che crede anche di localizzare a Viniola in Sardegna l'exilium Vibianense o Vivianense o Vibionense di VICT. VIT., Historia  cit., II, 45, p. 23 ed. C. Halm, cfr. p. 78 = p. 32 ed. M. Petschenig; in realtà si tratta di un fraintendimento del Pais, vd. R. Zucca, La Corsica romana, Oristano 1996, p. 204 n. 49.

 

[174] Il numero di 220 vescovi (il numero complessivo deve forse comprendere anche sacerdoti e monaci) è dato da BEDA, De temp. rat., Chron. a. 506, in MGH, A.A., 13, p. 306; SIGEB., Chron. a. 498, in MGH, S.S., 6, p. 13; per 120 vescovi vd. VICT. TONN., Chron. a. 497, 4 in MGH, A.A. 11, p. 193; ISID., Hist. Vandal. 81, ibid., p. 299; per 60 vescovi, vd. PS. FERR., Vita Fulgentii, 18, cfr. A. Isola, Pseudo Ferrando di Cartagine. Vita di San Fulgenzio, Roma 1987, pp. 86 s. n. 69. Sull'esilio dei vescovi africani, vd. anche Addit. Prosperi Hauniens., chron. I, p. 269, 21; Liber Pontif. p. 263 Duchesne; Conc. Sardin. a. 521, Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio cit., VIII, pp. 591 s. C-D; Vita Alcimi Aviti, I (MGH, A.A. VI, 2, pp. 177 s.). Cfr. Boscolo, La Sardegna bizantina, pp. 20 ss.; fonti a pp. 191 s.; L. Pani Ermini, La Sardegna e l'Africa nel periodo vandalico, in «L'Africa Romana», II, 1984 (1985), pp. 105-122; Ead.,  La Sardegna nel periodo vandalico cit., pp. 297 ss.;  Turtas, Note sul monachesimo cit., pp. 92 ss.; G. Folliet, Fulgence de Ruspe, témoin privilegiié de l'influence d'Augustin en Sardaigne, in «L'Africa Romana» , VI,  1988 (1989), pp.  561-570; Pietro Meloni, La vita monastica in Africa ed in Sardegna nel VI secolo sulle orme di S. Agostino, in «L'Africa Romana» , VI,  1988 (1989), pp. 571-582.

 

[175]  PS. FERR.,Vita Fulgentii  18, cfr. Isola,Vita di San Fulgenzio cit., p. 87.

 

[176] Per Simmaco, vd. BEDA, De temp. rat. chron. III pp. 306, 507; Lib. Pontif. p. 260 ed. Duchesne; infine Vita Alcimi Aviti, I (MGH, A.A. VI, 2, pp. 177 s.): Huius temporibus gravissima persecutio Wandalorum ceterarumque gentium in Africa excanduit et Symmachus pontifex per Africam et Sardiniam episcopis, qui in exilio erant, quingentis quinquaginta pecunias et vestes ministravit; per il vescovo Primasio, vd. PS. FERR., Vita Fulgentii  24, cfr. Isola, Vita di San Fulgenzio cit.,  p. 99. Vd. M. Simonetti, Note sulla «Vita Fulgentii», in Mélanges offerts à B. De Gaiffier et F. Halkin, "Analecta Bollandiana", 100, 1982, pp. 277-289; S.T. Stevens, The circle of bishop Fulgentius, "Traditio", XXXVIII, 1982, pp. 327-341. 

 

[177] CIL X 1383*, cfr. ora ora Ruggeri, Sanna, Mommsen cit., pp.99 ss.; per l’identificazione, vd. Pani Ermini, La Sardegna e l'Africa cit.,  pp. 112 s.

 

[178] Isola, Vita di San Fulgenzio cit., pp. 89 ss.

 

[179] Pani Ermini, Contributo alla conoscenza del suburbio cagliaritano cit., pp. 477-490; Ead., Il complesso martiriale di San Saturno, in La "Civitas christiana". Urbanistica delle città italiane tra tarda antichità e altomedioevo, Aspetti di archeologia urbana, Atti del I Seminario di studio (Torino 1991) (Mediterraneo tardoantico e medievale, Quaderni, 1), Torino 1992, pp. 55-81, anche  in L. Pani Ermini, P.G. Spanu, Aspetti di archeologia urbana: ricerche nel suburbio orientale di Cagliari, Oristano 1992, pp. 7-38.

 

[180] Cfr. Turtas, Note sul monachesimo cit., pp. 92 ss.

 

[181] Cfr. E. Cau, Fulgenzio e la cultura scritta in Sardegna agli inizi del VI secolo, «Sandalion», II, 1979, pp. 221 ss.; Id., Note e ipotesi sulla cultura in Sardegna nell'altomedioevo, in Atti del primo convegno internazionale di studi geografico-storici «La Sardegna nel mondo mediterraneo», Sassari 7-9 aprile 1978, II, Gli aspetti storici, Sassari 1981, pp. 129 ss.; V. Loi, Note sulla cultura bizantina in Sardegna, «Medioevo, Saggi e Rassegne», VI, 1981, pp. 9 ss.

 

[182] E' soprattutto la documentazione archeologica che evidenzia l'importanza e la singolarità di quest'episodio, cfr. per tutti L. Pani Ermini, Antichità cristiana e alto medioevo in Sardegna attraverso le più recenti scoperte archeologiche, in La cultura in Italia fra tardo antico e alto medioevo. Atti del convegno CNR, Roma 12-16 novembre 1979, II, Roma 1981, pp. 903-911; vd. anche EAD., La Sardegna e l'Africa, pp. 105-122.

 

[183] Vd. A.M. Giuntella, Mensae e refrigerium a Cornus: i monumenti, in Giuntella, Borghetti, Stiaffini, Mensae e riti funerari in Sardegna. cit., pp. 17 ss.; N. Duval, Des installations pour banquets funéraires dans la Sardaigne paléochrétienne ?, "Karthago", 21, 1987, pp. 163-170.

 

[184] Vd. R. Zucca, Forum Traiani alla luce delle nuove scoperte archeologiche,  in AA.VV., Il suburbio delle città in Sardegna: presistenze e trasformazioni, Atti del III Convegno di studio sull'archeologia tardoromana e altomedievale in Sardegna (Cuglieri, 28-29 giugno 1986) (Mediterraneo tardoantico e medievale, Scavi e ricerche, 7), Taranto 1989, pp. 125-143.

 

[185] Vd. O. Lilliu, Il Martyrium di Sant'Antioco nel Sulcis, Cagliari 1986; L. Porru, R. Serra, R. Coroneo, Sant'Antioco. Le catacombe. La Chiesa martyrium. I frammenti marmorei, Cagliari 1989; L. Pani Ermini, Sulci dalla tarda antichità al medioevo: note preliminari di una ricerca, in Carbonia e il Sulcis. Archeologia e territorio, a cura di V. Santoni,  Oristano 1995, pp. 365-377 e R. Serra, Status quaestionis sul santuario alto medioevale di Sant'Antioco nell'isola omonima (Cagliari), ibid., pp. 407-418.

 

[186] Vd. F. Fois, Una nota su tre chiese vittorine del Cagliaritano, "ASS", XXIX, 1964, pp. 278 -280; Mureddu, Stefani,La diffusione del mosaico funerario cit., pp. 344 ss.

 

[187] CIL X, 1324*, cfr. Ruggeri, Sanna, Mommsen cit., pp. 81 ss.

 

[188] CIL X 1311*, cfr. Ruggeri, Sanna, Mommsen cit., pp. 91 ss.; cfr. già Mastino, Le relazioni tra Africa e Sardegna cit., p. 24 n. 60a. Si rimanda anche all'epitafio greco di un Maurit[---] (CIL X 1310*). Si ricordi per inciso l’attestazione di una cohors Maurorum et Afrorum  a Cagliari in CIL X 7600 = AE 1992, 870 (cfr. Y. Le Bohec, La Sardaigne et l’armée romaine sous le Haut-Empire, Sassari 1990, p. 123 n. 48); escluderebbe la pertinenza sarda F. Porrà, Rilettura di CIL X 7600. La cohors Maurorum et Afrorum, in AA.VV., Sardinia antiqua. Studi in onore di Piero Meloni, in occasione del suo settantesimo compleanno, Cagliari 1992, pp. 397 ss.

 

[189] CIL X 1271*, cfr. Ruggeri, Sanna, Mommsen cit., pp. 93 ss.

 

[190] CIL X, 1298*, cfr. Ruggeri, Sanna, Mommsen cit., pp. 95 ss. Vd. anche Vd. M.M. Magalhães, C. A. Sertá, Mapalia, lo spazio urbano e il nomadismo, in «L'Africa Romana», X   Oristano 1992, Sassari 1994, pp. 499 ss.; vd. anche M. Gaggiotti, Macellum e magalia: ricezione di elementi «culturali» di origine punica in ambiente romano-repubblicano, in «L'Africa romana», VII, 1989 (1990), pp. 773 ss.

 

[191] Restituta: CIL X 1170*, 1352*., vd. O. LILLIU, Un microcosmo storico culturale: la grotta-santuario di Santa Restituta, in AA.VV, Domus et carcer Sanctae Restitutae. cit., pp. 59 ss.; vd. anche Restitutus CIL X  1353* e 1476* (Marcus Restitutus, proc(urator) et praes(es) della provincia Sardinia), che però è sicuramente un falso ottocentesco, vd.  Mastino, Cornus cit.,  p. 18, n. 9; Mastino, Ruggeri, I falsi epigrafici cit., p. 240 e p. 266 nr. 2. Per Restutus, vd. CIL X 1119* e 1355*, in cui si ha un Restutus arch(iepi)sc(op)us sanctae cara[litanae eccl]esiae.  Infine, per Restuta, vd. CIL X   1354*, cfr. Ruggeri, Sanna, Mommsen cit., pp. 98 s.

 

[192]  Conc. Sardin. a. 521, in Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio cit.,  VIII, pp. 591 s.; Alberti, La Sardegna cit., pp. 26 ss.

 

[193] Sulla quale, vd. Courtois, Les Vandales cit., pp. 188 s, pp. 189 s.

 

[194] VICT. VIT, Historia cit., II, 39, p. 39 ed. M. Petschenig. 

 

[195] VICT. VIT, Historia cit., II, 41, p. 40 ed. M. Petschenig. 

 

[196] VICT. VIT, Historia cit., II, 44, p. 23 ed. C. Halm = pp. 41 s. ed. M. Petschenig, cfr. A. Pastorino, Osservazioni sulla Historia persecutionis Africanae provinciae di Vittore di Vita, in La storiografia ecclesiastica nella tarda antichità, Atti del convegno (Erice, 3-8 dicembre 1978), Messina 1980, pp. 74 ss.

 

[197] Notitia provinciarum et civitatum Africae, in  VICT. VIT., Historia cit., p. 71 ed. C. Halm = pp. 133 s. ed. M. Petschenig. Vd. C.G. Mor, In tema di origini: vescovadi e giudicati in Sardegna, in Studi storici e giuridici in onore di Antonio Era, Padova 1963, pp. 255-268.

 

[198] Il c.d. liber de fidei catholicae, una sorta di professione di fede antiariana (VICT. VIT, Historia cit., pp. 49-71 ed. M. Petschenig), fu adottato, su proposta del  vescovo Eugenio «cum consensu omnium Africae, Mauritaniae et Sardiniae atque Corsicae episcoporum et confessorum qui in catholica permanserunt fide» (GENNADII MASSIL., De scriptoribus eccl. liber, XCVII, in PL, 58, cc. 1116 B -1117 A), cfr. Turtas, Rapporti tra Africa e Sardegna cit., p. 691.

 

[199] VICT. VIT, Historia cit., III, 71, p. 107 ed. M. Petschenig, cfr. Pastorino, Osservazioni sulla Historia persecutionis cit., pp. 57 ss.

 

[200] La contabilità finale è fornita in appendice alla Notitia provinciarum et civitatum Africae:  parteciparono al Concilio di Cartagine 466 vescovi, di cui 378 sopravvissuti e 88 deceduti (tra questi ultimi, 3 della Proconsolare, 33 della Numidia, 32 della Cesariense; al conto mancano 20 vescovi); relegati in Corsica 46 (ma negli elenchi precedenti sono solo 28); relegati in Africa 202; fuggitivi 28; 2 martiri, vd. in VICT. VIT, Historia cit., p. 134 ed. M. Petschenig. Le incongruenze del testo sono esaminate da Chr. Courtois, Victor de Vita et son œuvre, Alger 1954, p. 99.

 

[201] PROCOP., Vand. III, 10.

 

[202] PROCOP., Vand. I, 11, 22-24; I, 24, 1-4; I, 24,19; I, 25, 10-26; II, 2, 23-27; II, 5, 1-4; cfr. BOSCOLO, La Sardegna bizantina, pp. 27 sgg.;  L. CASSON, Ship and Seamanship in the ancient World, Princeton 1971, pp. 293 sg. n. 102.

 

[203] POL. I, 79, 9-10, vd. Mastino, Le relazioni tra Africa e Sardegna cit., pp. 17 s.

 

[204] DRACONT., Epithalamium Johannis et Vitulae, in Poetae Latini minores, ed. Baeherens, Leipzig 1914, vol. V, pp. 134 ss., cfr. Lilliu, Presenze barbariche cit., p. 565. Per altri casi di immigrati africani in Sardegna, vd. Mastino, Le relazioni tra Africa e Sardegna cit., pp. 20 ss. Per un commento del v. 47 dell'epitalamio: Sardoasque iuget (iuvet ?) rosulis Sitifensibus herbas, cfr. BOSCOLO, La Sardegna bizantina, pp. 21 s. Per la possibile identificazione con la Vitula citata da  GREG. M., Epist. I, 46, vd. Pani Ermini, La Sardegna nel periodo vandalico cit., pp. 305 s.

 

[205] PROCOP., Bell. Vand., IV, 5.

 

[206] Vd. ora J. Durliat, Magister militum - Strathlavth" dans l'empire byzantin (VIe-VIIe siècle), "Byzantinische Zeitschrift", 72, 1979, pp. 306-320.

 

[207] LEO SAPIENS, Orient. episc. not. PG 107 344 B; GEORG. CYPR., Descriptio orbis Romani 684; vd. anche PROCOP., Bell. Vand. IV, 13, 41 (Karanavlew" ejgguv"), cfr. Courtois, Les Vandales cit., pp. 188 s. Vd. inoltre P.M. Conti, Crusopolij, Parma e Fordongianus, "Archivio Storico per le Province Parmensi", XXXVI, 1984, pp. 447-457; Zucca, Forum Traiani alla luce delle nuove scoperte archeologiche cit., pp. 125 ss.

 

[208] Si veda ora R. Zucca, Africa romana e Sardegna romana alla luce di recenti studi archeologici, in «Archivio Storico Sardo», XXXVIII  1995, p. 98.

 

[209] Vd. Spanu, La Sardegna bizantina cit., pp. 128 ss.  Sul titolo, vd. Durliat, Magister militum cit., pp. 306 ss.

 

[210] GREG. M., Epist. IV, 25.

 

[211]  PROCOP., Bell. Goth. 4, 24 V 228 = P 636-7, cfr. V.A. Sirago, Gli Ostrogoti in Sardegna, in «L'Africa Romana», VIII, 1990 (1991), pp. 1019-1029.

 

[212] GREG. M., Epist. IX, 11 e IX, 195, cfr. Pani Ermini,  Le città sarde cit., p. 435.

 

[213] A. Taramelli, Portotorres. Iscrizione bizantina rinvenuta presso i ruderi delle antiche terme di Turris Libisonis proveniente da una chiesa distrutta, "Notizie degli Scavi", 1931, pp. 111 ss.; B.R. Motzo, Barlumi dell'età bizantina in Sardegna, in Studi Cagliaritani di storia e filologia, Cagliari 1927, pp. 90 s.; G. De Sanctis, La Sardegna ai tempi di Costantino Pogonato, "Rivista di Filologia Classica", LVI, 1928, pp. 118-122; A. Solmi, L'iscrizione greca di Portotorres del sec. VII, "Archivio Storico Sardo", XXI, 1939, pp. 1 ss.; Id., in Studi di storia e diritto in onore di E. Besta, IV, 1939, pp. 337-349; G. Mazzarino, Su un'iscrizione trionfale di Turris Libisonis, "Epigraphica", II, 1940, pp. 292-313 (= AE 1945, 45 e SEG 38, 1988, p. 293 nrr. 976-983); B.R. Motzo, L'attività guerriera di Re Liutprando nei primi quattordici anni di regno, "Archivio Storico Sardo", XXIV, 1954, pp. 85-87; G. Cavallo, Le tipologie della cultura nel riflesso delle testimonianze scritte, in Bisanzio, Roma e l'Italia nell'alto medioevo, XXXIV Settimana di studio del Centro Italiano di studi sull'alto medioevo, II, Spoleto 1988,  pp. 472 ss.; L. Pani Ermini, Ancora sull'iscrizione bizantina di Turris Libisonis, in Quaeritur inventus colitur. Miscellanea in onore di padre U.M. Fasola, Città del Vaticano 1989, pp. 513-527 (= SEG 40, 1993, pp. 253 s. nr. 811); A. Guillou, Recueil des inscriptions grecques médiévales d'Italie, Rome 1996 (Coll. Efr. 222), pp. 243-246 nr. 230. L'epigrafe è ora in corso di studio da parte di L. Gasperini, vd. AE 1994, 797.

 

[214] Così Meloni, Sul valore storico cit.,  pp. 64 ss.

 

[215] Pani Ermini, Ancora sull'iscrizione bizantina  cit., pp. 513-527.

 

[216] Vd. Sirago, Gli Ostrogoti in Sardegna cit., pp. 1019 ss.

 

[217] Vd. F. Villedieu, Turris Libisonis. Fouille d'un site romain tardif à Porto Torres, Sardaigne (BAR International Series, 224), Oxford 1984, p. 5.

 

[218]  Vd. soprattutto ora Pani Ermini, Sulci dalla tarda antichità al medioevo cit., pp. 365-377 e Serra, Status quaestionis sul santuario cit., pp. 407-418.

 

[219] ANON. RAVENN. p. 412 Pinder-Parthey e GUIDO p. 500 Pinder-Parthey.

 

[220] GEORG. CYPR., Descriptio orbis Romani  684.

 

[221]  PROCOP., De aedificiis  VI, 7, 12.

 

[222] A. Guillou, La lunga età bizantina. Politica ed economia, in AA.VV.,  Storia della Sardegna e del Sardi, I, Dalle origini all'età bizantina, Milano 1988., pp. 350 ss.

 

[223] Vd. ad esempio i magnifici nobiles ac possessores in Sardinia insula consistentes ricordati in una lettera di Gregorio Magno (GREG. M., Epist. IV, 23).

 

[224] Sotgiu, Un collare di schiavo cit.,  pp. 688-697 = AE 1975, 465 = ELSard. p. 606 nr. B 104 d.

 

[225] GREG. M., Epist. IX, 123 dei primi mesi del 599.

 

[226] P.es. GREG. M., Epist. VIII, 35; IX, 11 e 204.

 

[227] GREG. M., Epist. IV, 9: «episcoporum etiam concilia sicut tam tuae mos dicitur fuisse provinciae ... bis in anno celebrare te volumus».

 

[228] GREG. M., Epist. IX, 203; XI, 7; XII.

 

[229] GREG. M., Epist. I, 59; cfr. IX, 11; IX, 203; X, 3; XIII, 19.

 

[230] GREG. M., Epist. IX, 203.

 

[231] Conc. Later. a. 649, Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio cit., X, 687 C; 868 C; 1167 C; 1168 C, cfr.  R. Zucca, Un vescovo di Cornus (Sardinia) nel VII secolo, in «L'Africa Romana», III, 1985 (1986), pp. 388-395.

 

[232]  L.P(ani) E(rmini), Cornus (Senafer), Sulci e Tharros, in Actes du XIe Congrès International d'Archéologie chrétienne, 21-28 septembre 1986 (Coll.EFR, 123), Roma 1989, pp. 133 ss.; A.M. G(iuntella), Porto Torres, ibid., pp. 136 s.; A.M. Giuntella, L. Pani Ermini, Complesso episcopale e città nella Sardegna tardoromana e altomedievale, in Il suburbio delle città in Sardegna: presistenze e trasformazioni, Atti del III Convegno di studio sull'archeologia tardoromana e altomedievale in Sardegna (Cuglieri, 28-29 giugno 1986) (Mediterraneo tardoantico e medievale, Scavi e ricerche, 7), Taranto 1989, pp. 63-88.

 

[233] CIL X 7533 = Casini, Le iscrizioni sarde cit., pp. 311 s. nr. 6. Vd. ora Turtas, La diocesi di Sulci cit., pp. 146-170.

 

[234] Pani Ermini, Sulci dalla tarda antichità cit., p. 372.

 

[235] Vd. Turtas, Rapporti tra Africa e Sardegna cit., pp. 707 s.

 

[236]  GREG. M.,Epist. IX, 197, cfr. Turtas, Note sul monachesimo cit., p. 103.

 

[237]  GREG. M.,Epist. IV, 9 e 26.

 

[238]  GREG. M.,Epist. IV, 9: episcopi baptizandos infantes signare in frontibus bis chrismate non praesumant, sed presbiteri baptizandos tangant in pectore, ut episcopi postmodum tangere debeant in fronte.

 

[239] Cfr. Pinna, Gregorio Magno cit., pp. 50 ss.

 

[240] Si è già osservato che lo stesso Lucifero veniva considerato scismatico da Ambrogio (Lucifer enim se a nostra tunc temporis communione diviserat); a maggior ragione era ritenuto scismatico il vescovo, seguace di Lucifero, conosciuto dal fratello Satiro probabilmente in Sardegna, comunque in una regione nella quale operava una chiesa in schismate, vd. De excessu fratis sui Satyri, I, 43-47, in PL 16, cc. 1304 ss.

 

[241] Vd. Manconi, Mastino, Optabam in manibus tuis anans spiritum dare cit., pp. 823 ss. = AE 1994, 796. Vd. anche CIL X 7914 = Diehl 3400 =  AE 1982, 430 = ELSard. p. 663 C 81 (Tharros) e CIL X 7995  (Olbia).

 

[242] Vd. peregrinorum fautor  in CIL X 7995 (San Simplicio, Olbia), cfr. Grossi Gondi, Trattato cit., pp. 132 s.

 

[243] AE 1990, 446, cfr. Pani Ermini, Iscrizioni cristiane inedite di S. Saturno cit., pp. 2-9 nr. 1; G. Sotgiu, in ELSard., pp. 586 s. B 38; Cosentino, Gaudiosus «draconarius» cit., pp. 3 ss.

 

[244] Vd. Del Chicca, Per una valutazione della personalità linguistico-stilistica di Lucifero cit., pp. 455 ss.

 

[245] Turtas, Note sul monachesimo cit., pp. 92 ss.

 

[246] SYMM. PAPAE, Epist. X, in PL 62. col. 68 (Roma mihi testis est, et scrinia testimonium perhibent, utrum a fide catholica, quam in sede beati apostoli Petri veniens ex paganitate suscepi, aliqua ex parte deviaverim), cfr.  Rowland, The Christianization of Sardinia cit., p. 31; A. Mastino, A proposito di continuità culturale nella Sardegna romana, "Quaderni sardi di storia", 3, 1981-83, p. 214.

 

[247] Vd. E. Pais, Storia della Sardegna e Corsica durante il dominio romano, II, Roma 1923, pp. 585 ss.

 

[248] Vd. S. Ribichini, Il tofet e il sacrificio dei fanciulli (Sardò, 2), Sassari 1987.

 

[249] Cfr. M. Pittau, Gereonticidio, eutanasia e infanticidio nella Sardegna antica, in «L'Africa Romana», VIII, 1990 (1991), pp. 703-711. 

 

[250] Cfr. G. Paulis, Le "ghiande marine" e l'erba del riso sardonico negli autori greco-romani e nella tradizione dialettale sarda, "Quaderni di semantica", I, 1993, pp. 9-23. 

 

[251] ARIST., Phys. IV, 11, 1, 218 b 24; SOLIN., I, 61; TERTULL., De anima 49,2; PHILOP. in Arist. phys. IV, 11, 218 b 23;  219  31; SIMPL., in Arist. Phys. IV, 11 218 b 21; THEM. in Arist. phys. IV, 11, 1, cfr. M. Perra, La Sardegna nelle fonti classiche dal VI sec. a.C. al VI sec. d.C., opera di compilazione compendente la ricerca e il riordino cronologico di tutte le antiche testimonianze letterarie latine e greche riguardanti la Sardegna, con testo italiano a fronte, Oristano 1993, pp. 109 ss.

 

[252]  SOLIN. IV, 6-7; PRISC., Periheg. 466-469; ISID., Orig. XIII, 13, 10; XIV, 6, 40, cfr. Perra, La Sardegna cit., pp. 348 ss.

 

[253] OROS., Hist. IV, 15,1 (in Sardinia sanguine duo scuta sudasse) ; VAL. MAX. I, 6, 5.

 

[254] GREG. M., Epist. IV, 27 (dum enim Barbaricini omnes ut insensata animalia vivant, Deum verum nesciant, ligna autem et lapides adorent...); vd. anche IV, 23, 20 (vos veri Dei cultores a commissis vobis lapides adorari conspicitis).

 

[255] SOL. I, 101: feminas nasci quae bitiae vocantur: has in oculis pupillas geminas habere et perimere visu si forte quem iratae aspexerint, cfr. PLIN., N.H. VII, 16.

 

[256] Vd. R. Caprara, Due «tabellae defixionis» (della collezione Cabras di Orosei), in AA.VV., Sardegna centro-orientale dal neolitico alla fine del mondo antico, Sassari 1978, pp. 153 s. = ELSard. p. 639 B 128-129;  Gasperini, Ricerche epigrafiche in Sardegna, II,  cit., p. 323 nr. 11 = AE 1992, 911 («località ignota», ma Nulvi).

 

[257] AMM. MARC. XXVIII, 1,7.

 

[258] GREG. M., Epist. IV, 24.

 

[259] GREG. M., Epist. IX, 204, cfr. Pinna, Gregorio Magno cit., p.  130.

 

[260] Vd. M. M. Bazama, Arabi e sardi nel Medioevo, Cagliari 1988, pp. 65 ss.

 

[261] E' stata ormai abbandonata la tesi che sia stato Fulgenzio a portare con sé a Cagliari la salma di S. Agostino (BEDA, De temp. rat. chron. III, p. 521, 593; vd. PAUL. DIAC., Hist. Lang. VI, 48); cfr. P. Siniscalco, Agostino, l'Africa e la Sardegna, in «L'Africa Romana» , VI,  1988 (1989), pp. 535-546 e soprattutto L.M. Gastoni, Le reliquie di S. Agostino in Sardegna, in «L'Africa Romana», VI, 1988 (1989), pp. 583-593.