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image004CRISTIANA M.A. RINOLFI

Università di Sassari

 

Normativa primaria e normativa secondaria in materia di zygostatai

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SOMMARIO: 1. Introduzione. – 2. La costituzione di Giuliano. – 3. L’editto del prefetto del pretorio Hierius. – 4. L’Ed. 11 di Giustiniano. – 5. Epilogo. – Abstract.

 

 

1. – Introduzione

 

Il legislatore dell’età tardo antica trasformò alcune figure, già presenti nelle città orientali, in funzionari dell’amministrazione municipale dell’impero romano: è il caso degli zygostatai[1], la cui normativa, primaria e secondaria, sarà oggetto di questa ricerca.

Nel mondo ellenico il termine ζυγοσττης si registra fin dal III sec. a.C., nei versi di Cercida di Megalopoli (290 a.C. circa – 220 a.C. circa) conservati in P.Oxy. 1082, testimonianza papirologica risalente al II sec. d.C.[2]. Nel primo frammento dei meliambi, il poeta, filosofo, e legislatore qualifica Zeus come ζυγοσττης ρθς[3] (“il retto pesatore”[4]), reinterpretando così l’immagine omerica presente nell’Iliade[5], in cui la massima divinità pesa le anime[6].

Vi è un’altra fonte che collega il termine in esame a una divinità, si tratta di un’iscrizione di Ilium, risalente all’epoca imperiale. Il documento, conservato nel museo di çanakkale, attesta la dedica di un agoranomo della Panegiria di una immagine di Hermes zigostate[7], effigie connessa alla corretta pesatura nelle operazioni commerciali[8].

In un papiro egiziano di Arsinoites del II-III secolo, riguardante una relazione delle proprietà confiscate, con annessa valutazione, si elencano anche i beni di uno zigostate del nomos Letopolite[9]. Il vocabolo si rinviene anche negli Onirocritica di Artemidoro di Daldi, opera del II secolo, dove il sognare Mercurio[10] e Venere[11] è connotato come un presagio positivo per una serie di persone, tra cui si annoverano gli zygostatai. Sebbene in queste testimonianze non si espliciti in cosa consistesse la loro funzione, appare chiaro come nel II secolo la presenza di zigostati fosse diffusa nelle città orientali e il contenuto del loro operato fosse comunemente ben chiaro[12].

Agli inizi del II sec. d.C., in una fonte epigrafica efesina, lo ζυγοσττης è un ερς τς ρτμιδος, incaricato di pesare le statue preziose (e i loro basamenti) nel tempio di Artemide ad Efeso[13].

Si deve rilevare, quindi, come tali figure appaiono da una parte collegate alla sfera del sacro, dall’altra dotate di conoscenze e tecniche connesse alle misurazioni ponderali[14]. Nel IV sec. gli zigostati furono incardinati, in qualità di addetti ai pesi pubblici, nelle maglie dell’amministrazione periferica del basso impero, ottenendo quindi un riconoscimento legislativo delle loro competenze. In tal modo essi si inserirono nelle ampie e articolate problematiche inerenti all’effettivo peso delle monete d’oro, contribuendo, così, alla vita economica e finanziaria del Popolo Romano.

Lo studio di queste istituzioni municipali vuole conoscere l’amministrazione periferica tardo imperiale tra politica, economia e diritto, con qualche, seppur breve, cenno all’orientamento legislativo in materia di circolazione monetaria.

 

 

2. – La costituzione di Giuliano

 

Il 23 aprile del 363, Giuliano[15] stabilì la necessaria presenza nelle città di zygostatai, al fine di dirimere le controversie inerenti il peso delle monete auree:

 

C. Th. 12.7.2: (Imp. Iulianus A. ad Mamertinum p[raefectum] p[raetori]o) Emptio venditioque solidorum, si qui eos excidunt aut deminuunt aut, ut proprio verbo utar cupiditatis, adrodunt, tamquam leves eos vel debiles nonnullis repudiantibus impeditur. Ideoque placet quem sermo Graecus appellat per singulas civitates constitui zygostaten, qui pro sua fide atque industria neque fallat neque fallatur, ut ad eius arbitrium atque ad eius fidem, si qua inter vendentem emptoremque in solidis exorta fuerit contentio, dirimatur.

 

Si tratta della prima citazione degli zigostati nella normativa imperiale. La costituzione, diretta a Claudio Mamertino[16], prefetto del pretorio di Italia-Africa-Illirico, fu pubblicata a Salona (Spalato) in Dalmazia[17]. Nella norma Giuliano utilizzò il termine greco ζυγοστάτην, anziché far ricorso a termini latini: è evidente l’intento dell’augusto di costituire nell’intero impero un funzionario civico, sulla falsariga di istituzioni municipali già presenti in Oriente[18]. Nonostante l’aderenza alla tradizione orientale, in C. Th. 12.7.2 si lasciava ampia discrezione agli ζυγοστται in base alla fides e alla industria, non riferendosi quindi soltanto alla operosa attività di questi funzionari, ma anche alla loro affidabilità, attraverso il ricorso alla fides, concetto principe della antica esperienza giuridico-religiosa romana[19].

In seguito all’introduzione del solidus da parte di Costantino, «la moneta d’oro diveniva ora il cardine del sistema»[20], per ciò la materia fu motivo di fervido interesse da parte dei legislatori successivi. La norma di Giuliano, infatti, si collega a una serie di costituzioni emanate nel IV sec., successive alla riforma monetaria costantiniana, mirate al rafforzamento del solidus[21], a testimonianza di come la politica imperiale fosse particolarmente attenta alla materia[22].

La ratio legislativa è dichiarata nella stessa norma giulianea: vi era la necessità di salvaguardare le compravendite dei solidi[23]. Tali operazioni commerciali, a fronte del prezioso oggetto di scambio, riguardavano gli strati più ricchi della società[24] e, dunque, il loro rilievo e la loro intensità richiesero la massima considerazione imperiale. Difficile, comunque, affermare con certezza il collegamento di questo provvedimento alla politica intrapresa da Giuliano tesa a risollevare i municipi dalla crisi economica e sociale di cui erano afflitti[25].

Sebbene l’economia romana tardo antica fosse monetizzata[26], nel IV secolo comunemente le monete d’oro erano considerate anche come merce[27]; tale percezione è testimoniata, in particolare, dalla costituzione giulianea che riferisce di controversie inerenti al peso dei solidi. Talvolta lo stesso legislatore[28] non riconosceva il valore legale della moneta aurea[29]: è questo il caso della costituzione contenuta in C. Th. 12.7.1 [30], emanata il 19 luglio del 325, per cui quanto dovuto dai contribuenti poteva essere versato come materia aurea o come solidi, ma le monete dovevano essere corrisposte in numero determinato pro singulis unciis; la norma venne trasformata nel Codice giustinianeo dove si disponeva la necessaria pesatura di oro e solidi[31].

Un altro esempio in tal senso si ritrova in C. Th. 12.6.13 del 367 [32], che disponeva la fusione in lingotti d’oro puro dei solidi riscossi, prima del loro invio alle sacrae largitiones, al fine di superare le problematiche derivanti sia da eventuali alterazioni delle monete, sia dalle possibili frodi durante le operazioni di riscossione[33] da parte di chi riceveva il pagamento delle imposte, di coloro che effettuavano la scorta, e anche degli addetti alle largitiones, in quanto, come ha sottolineato R. Delmaire, «le palatin a toujours eu fort mauvaise réputation durant tout le Bas-Empire»[34].

Come emerge dalla costituzione giulianea l’emptio venditioque solidorum[35], relativa alle operazioni di cambio monetario[36], era ostacolata dal rifiuto di alcuni di accettare le monete in quanto leves ... vel debiles. La leggerezza o l’inadeguatezza dei solidi poteva derivare dal loro uso, ma anche da atti diretti a trarre parte del metallo prezioso, richiamati dallo stesso Giuliano, come il tagliare (excidere), il limare (deminuere) e persino il rosicchiare (adrodere) le monete[37]. La presenza nel dettato normativo di quest’ultimo termine, relativo alla cupidigia - a detta dello stesso imperatore -, lascia intendere un giudizio morale verso gli autori di tali illeciti[38]. Nella redazione della norma inserita nel Teodosiano non si prevedono sanzioni per questi crimini, per cui non è dato sapere di eventuali pene introdotte da Giuliano contro coloro che alteravano le monete[39].

Gli atti di adulterazione e la falsificazione nummaria furono perseguiti già in passato, come attesta la giurisprudenza classica quando illustra i vari illeciti in materia, tra cui la rasatura dei nummi:

 

D. 48.10.8 (Ulp. 7 de off. proc.): Quicumque nummos aureos partim raserint, partim tinxerint vel finxerint: si quidem liberi sunt, ad bestias dari, si servi, summo supplicio adfici debent[40].

 

Nel Digesto il frammento è inserito nel titolo De lege Cornelia de falsis et de senatus consulto Liboniano, e sembra attribuire tale disciplina alla lex Cornelia testamentaria nummaria, emanata intorno all’81 a.C.[41]. In realtà, B. Santalucia, richiamando i risultati della Palingenesia di Lenel[42], ha evidenziato come nel settimo libro de officio proconsulis Ulpiano trattava della lex Iulia peculatus, mentre nel libro successivo analizzava la lex Cornelia testamentaria nummaria[43]. Così, nonostante alcuni autori affermino che la repressione della rasatura delle monete fosse già prevista dalla legge sillana[44], B. Santalucia ha dimostrato che il radere era un crimine perseguito dalla legge sul peculato, qualora fosse compiuto da operatori della zecca su monete d’oro[45].

Un’ulteriore testimonianza giurisprudenziale ha collegato l’azione del radere sempre alla norma di Silla:

 

Paul. Sent. 5.25.1: Lege Cornelia testamentaria [tenetur:] ... quive nummos aureos argenteos adulteraverit laverit conflaverit raserit corruperit vitiaverit, vultuve principum signatam monetam praeter adulterinam reprobaverit: honestiores quidem in insulam deportantur, humiliores autem aut in metallum dantur aut in crucem tolluntur: servi autem post admissum manumissi capite puniuntur,

 

ma, anche in questo caso si tratterebbe di una previsione dovuta all’ampliamento successivo della lex Cornelia testamentaria nummaria da parte di interventi imperiali in età tardo antica[46].

Un ventennio prima della emanazione della costituzione giulianea si ha notizia di una norma che reprimeva l’azione di rodere i bordi dei solidi (adrodere, mentre nella Interpretatio si utilizza il verbo circumcidere), e anche di sostituire una solido con uno falso, per poi venderlo. La costituzione, nonostante riporti nell’inscriptio il nome di Costantino e nella subscriptio la data del 26 luglio 317, è attribuita dalla maggioranza della letteratura a Costanzo II[47] e datata 18 febbraio 343 [48], poiché il suo destinatario Leontius, p.p. Orientis, resse la sua carica negli anni 340-344 [49]:

 

C. Th. 9.22.1: (Imp. Constantinus A. Leontio p[raefecto] p[raetori]o) Omnes solidi, in quibus nostri vultus ac veneratio una est, uno pretio aestimandi sunt atque vendendi, quamquam diversa formae mensura sit. Nec enim qui maiore habitu faciei extenditur, maioris est pretii aut qui angustiore expressione concluditur, minoris valere credendus est, cum pondus idem existat. Quod si quis aliter fecerit, aut capite puniri debet aut flammis tradi vel alia poena mortifera. Quod ille etiam patietur, qui mensuram circuli exterioris adroserit, ut ponderis minuat quantitatem, vel figuratum solidum adultera imitatione in vendendo subiecerit.

 

Interpretatio: Quicumque solidum circumciderit, adulterum subposuerit aut falsam monetam fecerit, capite punietur[50].

 

Qui si disponeva che i solidi dovessero essere oggetto di stima e di compravendita a un unico prezzo, indipendentemente dall’immagine dell’imperatore rappresentata nella moneta, in quanto, si spiega nella norma, i solidi avevano il medesimo peso[51]. La ratio legislativa era quella di evitare possibili controversie, sotto minaccia di pena capitale, affermando d’autorità la qualità delle monete indipendentemente dalla grandezza dell’immagine coniata.

Tuttavia, nonostante le affermazioni di Costanzo II, la costituzione di Giuliano, mostra come in realtà i solidi non pesavano allo stesso modo, e questa situazione era talmente diffusa da richiedere un intervento imperiale per limitare le contestazioni nella emptio venditioque solidorum[52].

Tra le operazione di adulterazione delle monete implicanti una diminuzione ponderale del metallo prezioso, in Ulpiano (e nelle Pauli Sententiae) si enuncia soltanto l’illecito del radere, mentre questa azione non è prevista da C. Th. 12.7.2, ciò quindi esclude ogni possibile riferimento nella costituzione giulianea alla norma sul peculato. Si può dunque ipotizzare da un lato che Giuliano abbia ampliato le ipotesi di reato di C. Th. 9.22.1 [53], dove si prevedeva, come atto teso all’illecita estrazione d’oro dai solidi, soltanto l’azione di adrodere, dall’altro lato che l’apparato sanzionatorio di C. Th. 12.7.2 sia stato eliminato nel Teodosiano (e così nel Giustinianeo) al fine di uniformare l’intera materia delle alterazioni monetarie.

Rispetto alle problematiche relative alla qualità dei solidi oggetto di compravendita, si deve ricordare una costituzione di Valentiniano e Valente, inserita nell’XI libro del Codice Giustinianeo sotto il titolo De veteris numismatis potestate:

 

C. 11.11.1: (Imppp. Valentinianus et Valens AA. Germaniano pp.) Solidos veterum principum veneratione formatos ita tradi ac suscipi ab ementibus et distrahentibus iubemus, ut nihil omnino refragationis oriatur, modo ut debiti ponderis sint et speciei probae: scituris universis, qui aliter fecerint, haud leviter in se vindicandum.

 

Secondo il dettato normativo, i solidi, in cui erano impresse le effigi degli augusti precedenti, se di debito peso e d’aspetto di buona qualità (species proba)[54], dovevano essere alienati senza che fosse sollevata alcuna controversia: le azioni illecite compiute sulle monete d’oro costituivano una questione ancora aperta e preoccupante per stabili e sicuri scambi monetari. Appare evidente che, sebbene nel testo della costituzione non vi sia alcun richiamo, qualora fosse sorta una controversia relativamente a solidi di peso inferiore o di aspetto non conforme, si sarebbe ricorso all’operato degli zygostatai.

Il 18 gennaio del 445, la Nov. Val. 16, De pretio solidi et ne quis solidum integrum recuset, ritornò ulteriormente sull’argomento[55]; anche in questo caso il motivo dell’intervento imperiale risedette nella continua ricusazione da parte degli acquirenti dei solidi con l’effige degli augusti precedenti. Si punì con la pena capitale il rifiuto, o una stima inferiore rispetto a quella nominale, dei solidi d’oro integri nel loro peso. Si stabilì, quindi, sia uno standard di prezzo ufficiale di vendita del solido (fissando il cambio a 7.000-7200 nummi)[56], sia lo standard di peso: è chiaro quindi come nel V secolo «le monete dovevano continuare ad essere pesate»[57].

Alla luce delle costituzioni imperiali fin qui menzionate è emersa per la tarda antichità la diffusa sussistenza, comune a legislatore e cittadini, di timori verso possibili alterazioni del peso e della qualità delle monete, perciò si impose d’imperio l’accettazione dei solidi, certamente non fior di conio, poiché di imperatori del passato.

La cura meticolosa prestata per esaminare le monete si ricorda specialmente in due testimonianze del tardo antico. La prima fonte è una epistola del 404, inviata al fratello da Sinesio di Cirene[58], che descrive la frode commessa da Eutalio di Laodicea[59] all’atto di corrispondere una ammenda di 15 libbre d’oro comminatagli da Flavio Rufino[60], prefetto pretorio d’Oriente negli anni 392-395. Così, Eutalio, chiamato sarcasticamente Sisifo[61] da Sinesio, preparò due borse, mettendo in una delle monete di bronzo di infimo valore, e nell’altra dell’oro. Quella dal contenuto prezioso, prima di essere sostituita con l’altra sacca, fu mostrata ai soldati inviati da Rufino per esigere la multa: l’oro fu contato, pesato, e nella borsa furono apposti anche i sigilli pubblici.

La seconda fonte è un’opera teatrale intitolata Querolus sive Aulularia, dove le parole del servo Pantomalus confermano la quasi maniacale verifica a cui l’oro era normalmente sottoposto:

 

Ipsum [i.e. Querulus] etiam pauxillum argenti levibus tunsum tympanis limari commutarique semper credit, quia factum est semel. Quantula est autem discretio? In argento certe unus est color: Nam de solidis mutandis mille sunt praestigia. “Muta remuta” facimus, et hoc mutari non potest. Has saltem distingui non oportet tam gemellas formulas. Quid tam simile quam solidus solido est? Etiam hic distantia quaeritur in auro: voltus, aetas et color, nobilitas, litteratura, patria, gravitas usque ad scriptulos quaeritur in auro plus quam in homine. Itaque ubi aurum est, totum est (ed. R. Peiper, 1875, 38 s.).

 

Qui emerge come la moneta aurea, rispetto a quello argentea, era più facilmente adulterabile attraverso numerosi trucchi, per questo i pezzi d’oro erano verificati minuziosamente: si tratta della rappresentazione di una onnipresente preoccupazione per le alterazioni nummarie del tardo antico[62].

Simili timori si registrano nelle fonti anche per l’età precedente. Secondo Svetonio, durante i preparativi della spedizione militare in Gallia, Nerone impose tributi straordinari e il versamento agli inquilini dell’affitto annuale al fisco: le monete dovevano essere di conio recente (nummus asper), l’argento epurato a fuoco (argentum pustulatus), mentre l’oro doveva essere purissimo (aurum ad obrussam, cioè oro di coppella)[63]. Si devono inoltre ricordare le Dissertazioni di Epitetto, pubblicate da L. Flavio Arriano nel II sec. d.C., dove si accenna alla minuziosa e scrupolosa verifica delle monete attraverso l’utilizzo di tutti i sensi[64].

I padri della Chiesa erano a conoscenza dell’intera problematica; in particolare Tertulliano ricorda il controllo effettuato dagli acquirenti durante le compravendite delle monete, al fine di accertare eventuali alterazioni della lega metallica, riduzioni del peso, o falsificazioni. L’esame in questione doveva essere minuzioso poiché l’apologeta cristiano attribuisce le stesse modalità a Dio nella verifica della sincerità della penitenza[65].

Un’altra testimonianza in tal senso è offerta da Girolamo in relazione alla attività dei banchieri (trapezitae[66]), accennando a varie metodologie per testare le monete:

 

comm. in ep. ad Ephes. 3.5.10: Omnia facienda cum consilio, ut cauti atque solliciti, ea tantum quae scimus Deo placere, faciamus: in morem prudentissimi trapezitae, qui sculptum numisma non solum oculo, sed et pondere, et tinnitu probat (PL 26, col. 524)[67].

 

L’adulterazione monetaria, con asportazione del metallo prezioso, è richiamata da Giovanni Crisostomo, nel suo Commento alla Lettera ai Galati, dove il teologo si contrapponeva a Marcione di Sinope e i suoi seguaci, i quali cercavano di alterare la dottrina evangelica nel riconoscere soltanto il Vangelo di Luca. Questa testimonianza conferma come il tema fosse ampiamente noto, in quanto è citato da Crisostomo come metafora per esplicitare meglio elevati concetti teologici[68].

Dall’analisi delle fonti tardo antiche emerge dunque la necessità di verificare il peso dei solidi, viste le frequenti alterazioni ponderali, dovute da atti illeciti o dal normale deterioramento dato dall’uso[69]. Tale esigenza era collegata alla volontà imperiale di accomodare le controversie in merito e agevolare l’emptio venditioque dei solidi; a tale proposito si deve ricordare come in letteratura si affermi l’istituzione da parte di Giuliano del peso ufficiale standard per unità d’oro (exagium solidi), in quanto i più antichi reperti di questi exagia risalgono proprio all’età giulianea[70]. L’exagium solidi, unitamente alla costituzione degli zigostati in ogni città dell’impero, avrebbe in maggior misura regolamentato la materia e agevolato le transazioni dei solidi.

La costituzione giulianea, con alcune varianti, fu inserita nel Codex repetitae praelectionis, sotto il medesimo titolo del Teodosiano De ponderatoribus et auri inlatione:

 

C. 10.73.2: (Imp. Iulianus A. ad Mamertinum p.p.) Quotiens de qualitate solidorum orta fuerit dubitatio, placet quem sermo Graecus appellat per singulas civitates constitutum zygostaten, qui pro sua fide atque industria neque fallat neque fallatur, contentionem dirimere.

 

La costituzione fu accorciata dai compilatori: nessun richiamo alle emptiones-venditiones solidorum né alle azioni illecite alla base del rifiuto delle monete d’oro. Si ebbe quindi una estensione degli effetti della norma, in quanto la fides atque industria dello zigostate fu disposta per dirimere le controversie ogni qualvolta sorgesse un dubbio sulla qualità dei solidi.

 

 

3. – L’editto del prefetto del pretorio Hierius

 

Le attività dello zigostate rientravano nelle funzioni amministrative del praefectus praetorio, come appare nelle disposizioni di C. Th. 14.26.1 del 28 gennaio 412 [71], relative alla stima, di peso e di qualità, della fornitura di cereali convogliata nella città di Alessandria, prima di essere spedita a Costantinopoli[72]. Attraverso il provvedimento gli augusti confermarono le precedenti disposizioni del p.p. d’Oriente, Antemio[73], con cui si normava l’operato del collettore del grano (crithologia) e alla sovraintendenza dei pesi (zygostasium), al fine di verificare qualità e peso delle derrate. Dalla norma si può desumere, inoltre, come gli zigostati, almeno quelli alessandrini, non verificavano solo la misura ponderale delle monete, ma dovevano sovraintendere ai pesi e alle misure standard ufficiali[74].

La conferma della competenza prefettizia in materia di zigostati si trova in un ulteriore intervento normativo, di natura secondaria: l’editto del prefetto del pretorio di Oriente, Hierius, la cui epitome è contenuta nel Cod. Bodleianus Roe 18:

 

Τπος περ ζυγοστατν ερου.

στε ψφ τν πισκπων κα οκητρων κα κτητρων προχειρζεσθαι τν ζυγοσττην, κα ρκον ν πομνμασιν ατν παρχειν, ς οδεμαν ατς οδ τς ατς κοινωνν αυτ φροντδος ῥᾳδιουργαν περ τ στθμια ργσονται[75].

 

 

Un compendio dell’editto si rinviene, in forma ancora più sintetica, nell’Index Marcianus:

 

περ τν ζυγοστατν προβολς, κα τι ο τν πλεων ζυγοστται ψφ τν ν ατας πισκπων κα κτητρων κα οκητρων προχειρζονται, κα μφοτρων κεφαλαων[76].

 

Non si hanno certezze intorno alla precisa datazione e al luogo di pubblicazione della norma, ma questa deve collocarsi durante la prefettura di Hierius[77], sotto l’impero di Anastasio, attestata con certezza da C. 6.21.16 del 496 [78]. I pochi dati posseduti, inoltre, lasciano irrisolte altre questioni intorno all’esistenza sia di una constitutio principum alla base del provvedimento prefettizio, o di un suo riconoscimento imperiale dopo l’emanazione, sia di differenti disposizioni nelle altre macroregioni dell’impero.

In questo editto il prefetto stabiliva che vescovo, abitanti e possessores[79] avrebbero composto il comitato elettorale per la nomina del sovrintendente ai pesi legali. La costituzione di Giuliano non faceva riferimento alcuno alle modalità di nomina dello zigostate, per cui si deve supporre e silentio che ai singoli prefetti fosse lasciato il compito di disporre in merito, probabilmente con particolare riguardo alle realtà regionali, anche se non si deve escludere la possibilità di una scelta diretta, o la sua approvazione, da parte della autorità centrale[80].

Hierius stabilì una procedura collegata perfettamente alla politica imperiale intrapresa nel tardo antico, tesa ad attribuire ai ceti cittadini più elevati, e a membri del clero, la scelta dei funzionari municipali. In questo periodo, infatti, furono proprio questi nuovi comitati elettorali a subentrare nei compiti più importanti dei consigli municipali[81], la cui composizione ormai non sempre contemplava notabili cittadini[82].

La politica imperiale di coinvolgere nella amministrazione della città i cittadini più elevati fu attuata specialmente da Anastasio[83], il quale, ad esempio, stabilì che, nel caso sorgesse il bisogno di un curator frumentarius, questo funzionario civico doveva essere scelto dal vescovo e dai principali possessores[84].

Sempre sotto il medesimo augusto, si conosce un editto del prefetto del pretorio Illus[85], che stabiliva il comitato preposto per la nomina degli γορανμοι[86], di cui sono rimaste due epitomi conservate nel Cod. Bodleianus Roe 18 [87] e nell’Indice Marciano[88]. L’editto prefettizio assimilava manifestamente tale scelta a quella dei defensores civitatum: vescovo, chierici, possessores, curiali e honorati[89] dovevano nominare gli agoranomi attraverso un decreto.

La nomina dei defensores civitatum fu modificata nel tempo attraverso diversi atti legislativi[90]. Nel 387, con C. Th. 1.29.6 la scelta del funzionario fu attribuita alle civitates sotto il controllo del prefetto del pretorio. Onorio e Teodosio nel 409 stabilirono che la nomina dei defensores, sottoposta alla potestas del p.p., doveva ricadere unicamente su cristiani osservanti la fede ortodossa e avvenire mediante decretum dei reverendissimi vescovi, insieme ad altre personalità: chierici, honorati, possessores e curiali[91]. La composizione del corpo elettorale fu modificata da Nov. Maior. 3 nel 458, che prevedeva come membri municipes, honorati, plebs e la conferma imperiale. Nel 505, Anastasio stabilì che vescovo, chierici[92], honorati, possessori e curiali (ovvero, secondo De Martino, la «parte aristocratica della città»[93]), nominassero, attraverso decretum, il defensor civitatis[94]. L’editto di Illus, dunque, dimostra come la procedura al tempo prevista per la scelta del defensor civitatis dovesse servire da modello per la nomina di altri funzionari locali; tale tendenza legislativa venne confermata dalla norma disposta da Hierius.

L’edictus di Hierius aderì, inoltre, anche a un altro orientamento legislativo dell’età tardo imperiale disponendo la presenza del vescovo nel comitato elettorale degli ζυγοστται. Tale partecipazione si accorda con il riconoscimento dei poteri civili a questa autorità ecclesiastica nel tardo antico[95], perseguito particolarmente da Anastasio, il quale, oltre alle citate costituzioni in materia di nomina del defensor civitatis e del curator frumentarius, coinvolse il presule nella vita amministrativa cittadina attraverso C. 1.4.18 [96], in materia di contribuzioni annonarie ai militari[97].

L’editto di Hierius disponeva per lo zigostate un giuramento per l’operato futuro ν πομνμασιν, formula presente anche nell’editto 9 di Giustiniano[98], dedicato a de argentariorum contractibus[99]. La locuzione ν πομνμασιν è tradotta dallo Zachariae attraverso l’espressione latina “apud acta[100] che indica l’archivio di autorità amministrative, munite di ius actorum conficiendorum[101] per la registrazione e la pubblicazione di innumerevoli atti[102]; purtroppo, l’ufficio presso cui doveva giurare lo ζυγοσττης non viene specificato nel testo dell’editto in esame. Nel suo provvedimento Hierius prescrisse, dunque, una procedura di registrazione che, nata in ambito pubblicistico, era ormai invalsa in tutte le sfere del diritto[103], e il cui valore giuridico è stato particolarmente evidenziato in letteratura, in quanto assicurava pubblicità, certezza e controllabilità e attribuiva all’atto valore di publica fides[104].

Il giuramento prescritto nell’editto valeva come accettazione della nomina e anche assunzione della responsabilità da parte dello zigostate per la sua condotta e quella dei suoi koinonoi, operato che si prometteva essere esente da negligenza. In certo qual modo quanto giurato dallo zigostate rimandava alla frase presente nella costituzione di Giuliano, quando evidenziava la perizia del funzionario e si disponeva che esso neque fallat neque fallatur.

La presenza di “soci” conferma l’esistenza di una struttura quanto meno articolata, e questo depone inoltre per la circostanza che si tratti di un caso di estensione analogica a quelle fattispecie dove il capo dell’officium è responsabile per sé, e per i suoi sottoposti. Casi di responsabilità oggettiva sono ampiamente attestati dalle fonti giuridiche, nel caso di violazione delle norme da parte di funzionari, o giudici, interni all’ufficio[105]. In particolare, con la formula del iusiurandum quod praestatur ab his qui administrationes accipiunt (ρκος διδμενος παρ τν τς ρχς λαμβανντων), prescritto dalla Nov. 8 [106], chi giurava prometteva non solo di compiere una onesta amministrazione, ma si impegnava anche per l’operato del proprio assistente e dei sottoposti[107].

Nell’editto di Hierius, la prescrizione del giuramento mostra così lo zigostate perfettamente inquadrato in seno all’amministrazione locale, sulla base di pratiche ormai affermate, come attesta C. 1.4.19 = C. 1.55.11 (... praesente quoque religiosissimo fidei orthodoxae antistite, per depositiones cum sacramenti religione celebrandas patefecerint), il giuramento, infatti, era presente in ogni aspetto della esperienza giuridica romana nel tardo antico[108].

 

 

4. – L’Ed. 11 di Giustiniano

 

Un ulteriore atto normativo relativo agli ζυγοστται è l’editto 11 del 559, diretto da Giustiniano a Petrus (Barsymes)[109]. Il destinatario è indicato nella intestazione come pp. d’Oriente e comes sacrarum largitionum, cariche ricoperte entrambe per la seconda volta, ed ex console. Il provvedimento, sebbene «di portata limitata e di carattere tipicamente occasionale»[110], testimonia come, nel VI sec., il cambio delle monete d’oro e il loro peso richiamavano ancora l’interesse imperiale.

Attraverso questo editto Giustiniano intendeva reprimere gli illeciti in materia monetaria compiuti da zygostatai[111] e da chrysonai nella città di Alessandria. La costituzione, purtroppo, presenta numerosi problemi di interpretazione, e, sotto vari profili, ha dato vita a letture diametralmente differenti. Una prima questione riguarda proprio la funzione svolta dai chrysonai (χρυσνες): secondo alcuni autori il termine, tradotto in latino da R. Schoell e G. Kroll con monetarii[112], non avrebbe indicato gli addetti alla zecca di Alessandria, ma gli incaricati alla riscossione delle imposte, banchieri provinciali[113], oppure pubblici funzionari[114].

Nella praefatio del provvedimento in esame, si afferma la volontà imperiale di reprimere la pratica dell’obryza, posta in essere nella sola città di Alessandria, al fine di tutelare la res publica e le transazioni tra privati (συναλλγμασι) che ne erano lese[115].

Il termine βρυζα (lat. obrussa), riferito esclusivamente alla materia aurea, indicava il processo di coppellazione dell’oro, al fine di purificarlo, e anche l’esame per testarne la purezza[116]. Nonostante Giustiniano sostenesse che quella dell’obryza fosse una prassi recente[117], il vocabolo è presente nelle fonti letterarie classiche[118] e in alcune costituzioni imperiali del tardo antico[119].

In letteratura la prassi sanzionata dall’imperatore è stata intesa, sostanzialmente, come il sovrapprezzo richiesto ad Alessandria al fine di recuperare quanto perso dal procedimento di epurazione[120], una sovrattassa[121], oppure come una sottostima dell’oro durante le operazioni di cambio dei solidi con la moneta enea alessandrina[122].

Come si esplicita nel provvedimento, la prassi dell’obryza comportava l’illecita richiesta da parte di zygostatai e di chrysonai di un sovraprezzo di 9 aurei per ogni libbra di solidi. L’editto, emanato probabilmente in risposta alle lamentele inviate all’imperatore[123], vietava di esigere alcunché come obryza, e prescriveva per l’Egitto che la moneta aurea circolasse come a Costantinopoli, imponendo a zygostatai e chrysonai il medesimo metodo di contrassegnare l’oro per le transazioni utilizzato nella capitale[124].

In due occasioni dell’editto (nel primo caput[125] e nel secondo[126]), Giustiniano citava l’apolyton charagma, il cui nome sarebbe stato attribuito dagli Alessandrini, ma non specificando né la sua accezione né il suo collegamento con la pratica dell’obryza. Il significato di tale espressione ha dato origine a un’ulteriore discussione tra gli studiosi contemporanei, dove πλυτον χραγμα è stata intesa come il riferimento a una moneta alessandrina[127], oppure a un modo di circolazione monetaria[128]. Inoltre, la disposizione giustinianea in cui è presente l’espressione è stata interpretata in letteratura in modo diametralmente opposto: qui vi sarebbe l’ordine, rivolto a zygostatai e chrysonai, di conformarsi[129], o discostarsi[130] dallapolyton charagma. Sebbene Giustiniano individuasse negli zygostatai e chrysonai il vertice dell’illecito, nel caput 3 dell’editto emerge il suo timore per un’ampia diffusione della prassi esecrata nei vari livelli dell’amministrazione pubblica[131].

Giustiniano attribuiva al praefectus augustalis e ai suoi officia la responsabilità per l’osservanza della norma (Ed. 11.1.1), inoltre, ingiungeva al medesimo prefetto di controllare zygostatai e chrysonai, con la previsione di dure pene per i contravventori (Ed. 11.2). Secondo l’imperatore, tale sorveglianza sui funzionari alessandrini doveva essere compiuta affinché essi fossero utili nelle συναλλγμασι, specificando che, se si fosse reso necessario, i sigilli dovevano essere impressi in base al reale peso della moneta coniata: appare chiaro, quindi, che ad Alessandria gli zygostatai non indicavano l’effettivo peso dei solidi sottoposti al loro esame. Il provvedimento, inoltre, prescriveva, ai soli chrysonai[132], a chi versare l’oro raccolto dalla riscossione (praefectus augustalis, alabarches, praepositus thesaurorum).

Ed. 11 si conclude con la consueta formula di pubblicazione rivolta al prefetto del pretorio[133], al fine dell’osservanza della norma, eppure, R. Delmaire rileva come, dopo la data di pubblicazione dell’editto, vi fossero ancora delle monete coniate ad Alessandria non purificate completamente: «On voit que la mesure d’interdiction du supplément pour obryza, n’a pas survécu à Justinien et qu’on est revenu ensuite à la perception de ce surplus à ce titre, soit un supplément pour obryza, soit par emploi d’un poids plus lourd intégrant ce supplément»[134].

In sintesi, l’editto, nonostante i gravi problemi di interpretazione, testimonia, anche per l’età giustinianea, un «contesto di circolazione a peso del metallo prezioso»[135] che richiedeva una verifica ponderale della moneta nelle transazioni tra i privati, e nella esazione fiscale: il ruolo degli zygostatai era, così, ancora imprescindibile.

 

 

5. – Epilogo

 

L’analisi effettuata ha mostrato una legislazione mirata a definire i metodi di nomina e di assunzione della carica di ζυγοστάτην, nulla invece risulta circa l’organizzazione interna al loro officium.

In Oriente, l’attività degli zygostatai assunse ulteriori caratteri rispetto al dettato della costituzione giulianea che elevava loro a funzionari municipali[136]. Fin da subito, come ha evidenziato F. Carlà, la funzione concernente la verifica ponderale delle monete comportò che questi funzionari funsero «da intermediari tra il contribuente e l’esattore»[137]. Tale circostanza risulta da alcuni papiri del IV secolo dove si attesta che le somme dovute a titolo di imposta venivano trasmesse direttamente allo zigostate, ma, sebbene non sia specificato, il versamento era effettuato affinché si procedesse alla verifica del peso[138]. Come testimoniano numerose fonti papirologiche, a partire dal VI sec., gli zigostati esercitarono l’attività di cassieri e di tesorieri[139], e svolsero operazioni di tipo bancario e di cambia valute[140].

Durante l’impero bizantino[141], gli zygostatai svolsero la loro attività di funzionari municipali fino al IX secolo, quando furono inseriti nell’amministrazione finanziaria centrale del Sakellion[142].

In Occidente, invece, il silenzio delle fonti porta quasi alla certezza che la costituzione giulianea non fu ottemperata relativamente alla costituzione in ogni città di un addetto al peso delle monete d’oro. Nelle testimonianze occidentali, infatti, non si rinviene il termine greco zygostates; inoltre, il corrispettivo latino, ponderator, nel suo significato «strictius, sc. examinatur pondus»[143], è utilizzato soltanto nel titolo De ponderatoribus et auri inlatione del Codice Teodosiano e del Giustinianeo[144], e in poche fonti medievali[145]. In questa epoca la figura del pesatore di monete è presente, ad esempio, a Firenze dove, fin dalla fine del XIII secolo, era incaricato alla verifica ponderale e qualitativa dei fiorini d’oro[146]. Il 6 dicembre 1324 l’ufficio venne riformato e, Pro comuni et publica utilitate et pro conservatione honoris et bonae famae Civitatis Florentiae, si stabilirono le modalità per l’elezione di unus bonus expertus et legalis vir qui sit officialis pro ipso Communi ad saggiandum seu ponderandum et sigilandum florenos auri, a cui accostarono octo bonos et legales saggiatores seu ponderatores Florenorum auri[147]. La norma venne inserita, con alcune varianti che non ne alteravano la sostanza, negli Statuta Populis et Communis Florentiae del 1415 [148], dove si disponeva per il ponderator Florenorum auri un giuramento (Et quod dictus offitialis iuret, et  promittat ad Sancta Dei Evangelia sacris scripturis corporaliter tactis iam dictum offitium bene, et legaliter exercere, bona fide, et sine fraude[149]) e si sanciva inoltre che quod nulla persona possit, vel debeat vendere, vel emere florenos auri laeves, vel malitiatos, sive maculatos, nisi incisos ad poenam librarum centum f. p. facienti contra auferendam, et qualibet vice[150].

 

 

Abstract

 

La recherche analyse la législation en matière de ζυγοστται, officiers municipaux responsables de peser les pièces d’or: C. Th. 12.7.2 (= C. 10.73.2) du 363, constitution avec laquelle l’empereur Julien a ordonné la mise en place d’un zygostates dans chaque ville, afin de résoudre les différends sur le poids des pièces dans les emptiones-venditiones solidorum; Cod. Bodleianus Roe 18 nr. 7 et Index Marcianus nr. 3, l’édit de Hierius, préfet du prétoire d’Orient, relatif à la nomination du zygostates, publié sous l’empire d’Anastase; l’édit 11 de Justinien du 559, avec lequel on a condamné les activités illicites effectuées par des zygostatai et chrysonai à Alexandrie.

 

 



 

[Per la pubblicazione degli articoli della sezione “Tradizione Romana” si è applicato, in maniera rigorosa, il procedimento di peer review. Ogni articolo è stato valutato positivamente da due referees, che hanno operato con il sistema del double-blind]

 

[1] In generale, sugli zygostatai rimando specialmente a R. Bogaert, L’essai des monnaies dans l’antiquité, in Revue belge de numismatique et de sigillographie 122, 1976, 28 ss.; A. Kazhdan, v. zygostates, in The Oxford Dictionary of Byzantium, 3, New York-Oxford 1991, 2232; J.-M. Carrié, Les métiers de la banque entre public et privé (IVe-VIIe siècle), in Atti dell’Accademia Romanistica Costantiniana, XII, Napoli 1998, 89 ss.; M. De Groote, Zygostatai in Egypt from 363 A.D. Onwards. A Papyrological Prosopography, in Bulletin of the American Society of Papyrologists 39, 2002, 27 ss.; Id., Öffentliche Geldwieger in griechischen epigraphischen Quellen, in Mnemosyne 57, 2004, 88 ss.; F. Carlà, L’oro nella tarda antichità: aspetti economici e sociali, Torino 2009, 196 ss. Vedi anche, ex multis, alcuni studi sulle fonti papirologiche ed epigrafiche testimonianti gli zigostati: W.M. Calder, Colonia Caesareia Antiocheia, in The Journal Roman Studies 2, 1912, 87 s.; L. Robert, Inscriptions grecques de Sidè en Pamphylie (époque impériale et Bas-Empire), in Revue de philologie, de littérature et d’histoire anciennes 84, 1958, 36 ss.; J.R. Rea, Receipt for Pay Advanced by an Actuarius, in Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik 114, 1996, 162 ss.; N. Gonis, A Symmachos on Mission and His Paymaster: P.Herm. 80 Enlarged, in Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik 132, 2000, 181 ss.; Id., A Symmachos on a Mission: P. Herm. 80 Completed, in Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik 171, 2009, 209 s.

 

[2] L’editio princeps di P.Oxy. 1082 è curata da A.S. Hunt, 1082. Cercidas Meliambi, in The Oxyrhynchus Papyri, VIII, London 1911, 20 ss. Vedi anche, ad es.: P. Maas, Cercidae cynici meliambi nuper inventi κωλομετρίᾳ instructi, in Berliner philologische Wochenschrift 31, 1911, coll. 1011 ss.; A.D. Knox, The Kerkidas Papyrus, in The Classical Review 38, 1924, 101 ss.; 39, 1925, 50 ss.; J.A. Martín García, Los meliambos cercideos (P.Oxy. 1082). Intento de reconstrucción, in Minerva 4, 1990, 105 ss.

 

[3] fragm. 1.22: ρθς ... ζυγοσττας ... (Anthologia Lyrica Graeca, ed. E. Diehl, fasc. 3, 3ª ed., Leipzig 1954, 143. Vedi ancora, Collectanea Alexandrina. Reliquiae minores Poetarum Graecorum Aetatis Ptolemaicae 323-146 A.C. Epicorum, Elegiacorum, Lyricorum, Ethicorum, ed. I.U. Powell, Oxford 1925 [rist. Chicago 1981], 204; Cercidas. Testimonia et Fragmenta, ed. L. Lomiento, Roma 1993, 92).

 

[4] Il frammento è tradotto da J.A. Martín García, Anotaciones al meliambo 1 Diehl de Cércidas. Problemática y datación, in Analecta Malacitana 4, 1981, 345, come «un recto pesador» (già in tal senso vedi, ad es., R. Bogaert, L’essai des monnaies dans l’antiquité, cit., 29: «un peseur juste»), mentre M. De Groote, Zygostatai in Egypt from 363 A.D. Onwards. A Papyrological Prosopography, cit., 28, attribuisce l’accezione più specifica di «righteous judge» (vedi anche Id., Öffentliche Geldwieger in griechischen epigraphischen Quellen, cit., 94 nt. 4: «gerechter Richter»).

 

[5] Iliad. 8.69-74, 22.208-213.

 

[6] Secondo A. Trachsel, La fin de l’Idylle 5 de Théocrite: une question de balance?, in Mnemosyne 59, 2006, 357, nel frammento in questione, Cercida «se réfère à l’image de la balance homérique pour parler de la justice divine [...] Cercidas associe une connotation positive au plateau de la balance qui s’abaisse puisqu’il souhaite qu’une telle situation se produise pour lui-même. Il s’oppose ainsi à l’image homérique qu’il cite pourtant. La différence s’explique notamment par le fait qu’il ne s’agit pas d’une pesée des âmes, mais de l’établissement de la justice».

 

[7] L. Robert, Monnaies antiques en Troade, Genève-Paris 1966, 24 s.: γαθι τχηι. πανηγυρικς γορανμος Μηνφιλος Μηνοφλου τ πατρδι κ τν δων νθηκε τν ζυγοσττην ρμν.

 

[8] Così L. Robert, Monnaies antiques en Troade, cit., 25: «Hermès est ici le dieu du commerce et de l’agora qui préside aux justes pesées, à l’équilibre des balances [...]. D’après notre inscription, le dieu était lui-même ‘zygostate’. Son image a dû être placée près du ζυγοστσιον».

 

[9] P.Stras. I.31 l. 15: ... Καλπουρνίου Θέωνος γενομένου ζυγο(στάτου) νομο Λητοπολ(ίτου) ... Su tale testimonianza vedi A.C. Johnson, Roman Egypt to the Reign of Diocletian [An Economic Survey of Ancient Rome 2, a cura di T. Frank], s.l. 1936 [rist. New York 1975], nr. 166, 274 s.

 

[10] Artemid., onir. 2.37: ρμς γαθς τος π λόγον ρμωμένοις κα θλητας κα παιδοτρίβαις κα πσι τος μπορικν τν βίον χουσι κα ζυγοστάταις δι τ πάντας τος τοιούτους πίκουρον <τν> θεν νομίζειν.

 

[11] Artemid., onir. 2.37: φροδίτη μν πάνδημος γύρταις κα καπήλοις κα ζυγοστάταις κα θυμελικος καατρος κα σκηνικος πσι κα ταίραις γαθή; ma anche qui, come evidenzia L. Robert, Inscriptions grecques de Sidè en Pamphylie (époque impériale et Bas-Empire), cit., 37 nt. 6, «le mot est attesté, mais pas la fonction».

 

[12] Gli zygostatai sono ricordati, sempre nel II sec., anche dal filosofo Sesto Empirico, adv. math. 7.36: ν γρ τρπον ν τ τν βαρων κα κοφων ξετσει τρα στ κριτρια, τε ζυγοστάτης κα ζυγς κα το ζυγο θσις, τοτων δ μν ζυγοστάτης κριτριον ν τ φ' ο, δ ζυγς τ δι̕ ο, δ θσις το ζυγο ς σχσις.

 

[13] J.H. Oliver, The Sacred Gerusia [American School of Classical Studies at Athens. The American Excavations in the Athenian Agora. Hesperia, supplements 6], 1941, 55 ss., nr. 3, ll. 200 s.: ... [δι] το ζυγ[οσττου ρμου,] ερο τς [ρτμιδος] ..., ll. 481 s.: ... δι ζυγοσττου ρμου, ερο τς ρτμιδος ... Si tratta dell’iscrizione celebrativa dell’atto di evergesia compiuto nel 104 d.C. ad Efeso dall’eques Gaius Iulius Vibius Salutaris. In occasione della ricorrenza della nascita di Artemis Ephesia, si compì una solenne processione attraverso la città, sfilando con le preziose statue donate da Vibio Salutare. I simulacri, di cui si era specificato peso, raffiguravano la dea, il Senato romano, il Popolo Romano, Traiano, sua moglie Plotina, e le istituzioni municipali di Efeso.

 

[14] Secondo F. Carlà, L’oro nella tarda antichità: aspetti economici e sociali, cit., 197, nelle fonti del II-III sec., il vocabolo ζυγοστάτην fu «utilizzato in preciso riferimento ad una figura di carattere pubblico».

 

[15] Tra le opere dedicate alla legislazione di Giuliano, vedi ex multis: W. Ensslin, Kaiser Julians Gesetzgebungswerk und Reichsverwaltung, in Klio 18, 1923, 104 ss.; R. Andreotti, L’opera legislativa ed amministrativa dell’Imperatore Giuliano, in Nuova rivista storica 14, 1930, 342 ss.; Id., Tradizione ed astrattismo nell’imperatore Giuliano, in Synteleia V. Arangio-Ruiz, Napoli 1964, 849 ss.; M. Sargenti, Aspetti e problemi dell’opera legislativa dell’Imperatore Giuliano, in Atti dell’Accademia Romanistica Costantiniana, III, Perugia 1979, 323 ss. (ora in Id., Studi sul diritto del tardo impero, Padova 1986, 177 ss.); P. Arina, La legislazione di Giuliano, in Atti dell’Accademia di scienze morali e politiche 96, 1985, 197 ss.; P. Renucci, Les idées politiques et le gouvernement de l’empereur Julien, Bruxelles 2000; E. Germino, La legislazione dell’imperatore Giuliano. Primi appunti per una palingenesi, in Antiquité tardive 17, 2009, 159 ss., il quale sottolinea come generalmente «negli studi giusromanistici scarso rilievo si è riconosciuto alla politica del diritto di Giuliano complessivamente considerata, nella convinzione, forse, che il suo governo fu troppo breve perché potesse produrre significative conseguenze sull’ordinamento giuridico del tempo» (160); cfr., dello stesso A., Scuola e cultura nella legislazione di Giuliano l’Apostata, Napoli 2004. Sulla politica economica di Giuliano in rapporto alla circolazione dell’oro rimando per tutti a F. Carlà, L’oro nella tarda antichità: aspetti economici e sociali, cit., 184 ss. (ivi fonti e bibliografia).

L’opera legislativa giulianea è raccolta, per i tipi della Société d’édition «Les Belles Lettres», in Imp. Caesaris Flavii Claudii Iuliani, Epistulae leges poematia fragmenta varia, edd. I. Bidez, F. Cumont, Paris-London 1922; vedi anche, L’empereur Julien, Œuvres complètes: I.1. Discours de Julien César (I-V) (ed. e tr. fr. di J. Bidez, Paris 1932), I.2. Lettres et fragments (ed. e tr. fr. di J. Bidez, Paris 1924), II.1. Discours de Julien Empereur (VI-IX), (ed. e tr. fr. di G. Rochefort, Paris 1963), II.2. Discours de Julien Empereur (X-XII), (ed. e tr. fr. di Ch. Lacombrade, Paris 1964).

 

[16] Per il personaggio vedi: [P.] Gensel, v. Claudius 212, in Paulys Real-Encyclopädie der classischen Altertumswissenschaft, 3.2, Stuttgart 1899, coll. 2730 s.; J.R. Martindale, A.H.M. Jones, J. Morris, v. Claudius Mamertinus 2, in The Prosopography of the Later Roman Empire, I. A.D. 260-395, Cambridge 1971, 540 s. Sulla gratiarum actio (Panegyrici Latini 3 [11]), offerta da Mamertino all’imperatore Graziano, vedi, ad es.: R.C. Blockley, The Panegyric of Claudius Mamertinus on the Emperor Julian, in The American Journal of Philology 93, 1972, 437 ss.; M.P. García Ruiz, La evolución de la imagen política del emperador Juliano a través de los discursos consulares: Mamertino, Pan. III [11] y Libanio, Or. XII, in Minerva 21, 2008, 137 ss.; A. Maranesi, Formazione del consenso e panegirici all’epoca dell’imperatore Giuliano, in Istituto Lombardo. Rend. Lettere 145, 2011, 43 ss. Cfr. M.G. Castello, La crisi dell’impero e la frantumazione dell’illusione di rinascita: La Gratiarum Actio di Decimio Magno Ausonio, in Historia 59, 2010, 189 ss.

 

[17] Vedi il commento di Gotofredo ad h. l. (Codex Theodosianus cum perpetuis commentariis, editio nova, IV, Lipsiae 1740 [rist. an. Hildesheim-New York 1975], 599 nt. g): «Salona urbs Dalmatiae in Illyrico, cui Illyrico praefuisse Mamertinum» e di G. Haenel ad h. l. (Codex Theodosianus, Bonnae 1842, col. 1294 nt. Q): «Salonam Dalmatiae urbem habet etiam Cod. Iust. Cum autem Iulianus hoc tempore iam fuerit expeditione occupatus Persica».

 

[18] Si deve aderire alla affermazione di M. De Groote, Zygostatai in Egypt from 363 A.D. Onwards. A Papyrological Prosopography, cit., 28, per cui «Julian’s decision concerned the installation of a new category of ζυγοστται».

 

[19] Intorno alla fides vedi, ex multis: W. Kunkel, Fides als schöpferisches Element in römischen Schuldrecht, in Festschrift P. Koschaker zum 60. Geburtstag überreicht von seinen Fachgenossen, II, Weimar 1939, 1 ss.; F. Maroi, Il vincolo contrattuale nella tradizione e nel costume popolare, in Studia et Documenta Historiae et Iuris 15, 1949, 100 ss.; A. Piganiol, Fides et mains de bronze. Densae dexterae, Cic., ad Att., VII, I, in Droits de l’antiquité et sociologie juridique. Mélanges H. Lévy-Bruhl, Paris 1959, 471 ss. (ora in Id., Scripta varia, II. Les origines de Rome et la République, a cura di R. Bloch - A. Chastagnol - R. Chevalliers - M. Renards, Bruxelles 1973, 200 ss.); J. Imbert, «Fides» et «nexum», in Studi in onore di V. Arangio-Ruiz nel XLV anno del suo insegnamento, I, Napoli s.d. [ma 1951], 339 ss.; Id., De la sociologie au droit: la «Fides» romaine, in Droit de l’antiquité et sociologie juridique. Mélanges H. Lévy-Bruhl, loc. cit., 407 ss.; B. Paradisi, Dai ‘foedera iniqua’ alle ‘crisobulle’ bizantine, in Studia et Documenta Historiae et Iuris 20, 1954, 1 ss.; J. Paoli, Quelques observations sur la fides, l’imperium et leurs rapports, in Aequitas und Bona Fides. Festgabe zum 70. Geburtstag von A. Simonius, Basel 1955, 273 ss.; M. Lemosse, L’aspect primitif de la fides, in Studi in onore di P. de Francisci, II, Milano 1956, 39 ss. (ora in Id., Études romanistiques, Clermont-Ferrand 1991, 61 ss.); P. Boyancé, Fides et le serment, in Hommages à A. Grenier, a cura di M. Renard, Bruxelles-Berchem 1962, 329 ss. (ora in Id., Études sur la religion romaine, Rome 1972, 91 ss.); A. Carcaterra, Intorno ai “bonae fidei iudicia”, Napoli 1964, 194 ss.; Id., Ancora sulla ‘fides’ e sui “bonae fidei iudicia”, in Studia et Documenta Historiae et Iuris 33, 1967, 65 ss.; Id., Dea Fides e ‘fides’. Storia di una laicizzazione, in Studia et Documenta Historiae et Iuris 50, 1984, 199 ss.; J. Hellegouarc’h, Le vocabulaire latin des relations et des partis politiques sous la République, 2ª ed., Paris 1972, 23 ss.; G. Freyburger, Fides et potestas, in Ktema 7, 1982, 177 ss.; M. von Albrecht, Fides und Völkerrecht: Von Livius zu Hugo Grotius, in Livius. Werk und Rezeption. Festschrift für E. Burck zum 80. Geburtstag, a cura di E. Lefèvre - E. Olshausen, München 1983, 295 ss.; B. Kemenes, Das fides-Prinzip und sein Zusammenhang mit der fiducia, in Studia in honorem V. Pólay septuagenarii, Szeged 1985, 245 ss.; P. Frezza, A proposito di ‘fides’ e ‘bona fides’ come valore normativo in Roma nei rapporti dell’ordinamento interno e internazionale, in Studia et Documenta Historiae et Iuris 57, 1991, 297 ss. (ora in Id., Scritti, III, a cura di F. Amarelli - E. Germino, Romae 2000, 661 ss.); D. Nörr, Die Fides in römischen Völkerrecht, Heidelberg 1991 (ora in Id., Historiae iuris antiqui. Gesammelte Schriften, III, a cura di T.J. Chiusi - W. Kaiser - H.-D. Spengler, Goldbach 2003, 1777 ss.); Id., Fides Punica – Fides Romana. Bemerkungen zu demosia pistis im ersten karthagisch-römischen Vertrag und zur Rechtsstellung des Fremden in der Antiken, in Il ruolo della buona fede oggettiva nell’esperienza giuridica storica e contemporanea, Atti del Convegno internazionale di studi in onore di A. Burdese (Padova – Venezia – Treviso, 14-15-16 giugno 2001), a cura di L. Garofalo, II, Padova 2003, 497 ss.; K.-H. Ziegler, Nochmals: Zur fides im römischen Völkerrecht, in Zeitschrift der Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte. Rom. Abt. 109, 1992, 482 ss.; R. Fiori, Homo sacer. Dinamica politico-costituzionale di una sanzione giuridico-religiosa, Napoli 1996, 148 ss.; Id., Fides e bona fides. Gerarchia sociale e categorie giuridiche, in Modelli teorici e metodologici nella storia del diritto privato, a cura di R. Fiori, 3, Napoli 2008, 237 ss.; K.-J. Hölkeskamp, Fides - deditio in fidem - dextra data et accepta: Recht, Religion und Ritual in Rom, in The Roman Middle Republic. Politics, Religion, and Historiography c. 400 - 133 B.C. (Papers from a conference at Institutum Romanum Finlandiae, September 11-12, 1998), a cura di C. Bruun, Rome 2000, 223 ss.; G. Romano, Ulpiano, Antistia e la fides humana, in Annali del Seminario Giuridico della Università di Palermo 46, 2000, 255 ss.; L. Zurli, Sulla formula del negozio fiduciario, in Il Linguaggio dei Giuristi Romani, Atti del Convegno Internazionale di Studi, Lecce, 5-6 dicembre 1994, a cura di O. Bianco - S. Tafaro, Galatina 2000, 185 ss.; M. Guimarães Taborda, La jurisprudence classique romaine et la construction d’un droit des affaires fondé sur la fides, in Revue internationale des droits de l’antiquité 48, 2001, 151 ss., spec. 171 ss.; R. Martini, Fides e pistis in materia contrattuale, in Il ruolo della buona fede oggettiva nell’esperienza giuridica storica e contemporanea, loc. cit., 439 ss.

 

[20] F. De Martino, Storia della costituzione romana, V, 2ª ed., Napoli 1975, 144. Vedi anche A.H.M. Jones, L’inflazione durante l’Impero romano, in Id., L’economia romana. Studi di storia economica e amministrativa antica, a cura di P.A. Brunt, tr. di E. Lo Cascio, Torino 1984 (tit. orig.: The Roman Economy, Oxford 1974), 264 ss. Sull’importanza della moneta aurea nel periodo tardo antico vedi da ultimo F. Carlà, L’oro nella tarda antichità: aspetti economici e sociali, cit.

 

[21] Pone in evidenza la politica imperiale del IV sec., «en faveur du renforcement, au moins du maintien de la valeur du solidus d’or», R. Laprat, Essais d’interprétation de C. 11.11(10).2, in Studi in onore di E. Volterra, V, Milano 1971, 297 ss.

 

[22] Come sottolinea M. Sargenti, Economia e finanza tra pubblico e privato nella normativa del Tardo Impero, in Atti dell’Accademia Romanistica Costantiniana, XII, cit., 40 ss., nel tardo antico gli interventi normativi in ambito di finanza pubblica concernevano maggiormente “la tutela della moneta” e la materia fiscale. In generale, sugli interventi imperiali in materia monetaria rimando per tutti ad A. Filocamo, Politiche monetarie e fraus monetae nella legislazione del tardo impero, Napoli 2013.

 

[23] In Occidente le compravendite dei solidi sono attestate, ad es., anche da Simmac., rel. 29: Vendendis solidis ... collectariorum corpus obnoxius est ... (Monumenta Germaniae Historica, Auctores Antiquissimi, VI.1, ed. O. Seeck, Berolini 1883, 303), con cui il praefectus urbis intorno al 384-385 sottopose all’attenzione di Valentiniano II le problematiche relative alla corporazione dei cambiavalute ufficiali, i collectarii, i quali rischiavano di andare in perdita a causa dell’aumento del prezzo dei solidi (su questa relatio: D. Vera, I nummularii di Roma e la politica monetaria del IV secolo d.C. (per una interpretazione di Simmaco, Relatio 29), in Atti dell’Accademia delle Scienze di Torino 108, 1973-74, 201 ss.; Id., Commento storico alle Relationes di Quinto Aurelio Simmaco, Pisa 1981, 220 ss.; J. Andreau, La vie financière dans le monde romaine: les métiers de manieurs d’argent (IVe siècle av, J.-C. – IIIe siècle ap. J.-C.), Rome 1987, 221 s.; R. Bogaert, La Banque en Égypte Byzantine, in Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik 116, 1997, 93 ss.; J.-M. Carrié, Les métiers de la banque entre public et privé (IVe-VIIe siècle), cit., 81 ss.; F. De Martino, Circolazione ed inflazione nel IV secolo d.C., in Atti dell’Accademia Romanistica Costantiniana, XII, cit., 251 ss.; R. Martini, Qualche osservazione a proposito dei c.d. collectarii, in Atti dell’Accademia Romanistica Costantiniana, XII, cit., 116 ss.; F. Carlà, L’oro nella tarda antichità: aspetti economici e sociali, cit., 290 ss.).

 

[24] In merito rimando alle pregnanti parole di F. Carlà, L’oro nella tarda antichità: aspetti economici e sociali, cit., 20: «L’oro porta con sé, oltre al puro dato economico, una importanza rilevante in termini di prestigio, sociale e [...] politico, ed ha un potere d’acquisto elevatissimo che lo rende il metallo delle élites e, soprattutto, della stessa amministrazione statale». Dopo aver proceduto a una analisi delle fonti inerenti alla “soglia di povertà” in età tardo antica (117 ss.), l’A. rileva come risulti «difficile credere che l’oro, anche nella forma delle frazioni di solido, possa aver ricoperto un ruolo effettivo nelle transazioni commerciali più comuni e quotidiane» (124). Vedi anche A. Piganiol, Le problème de l’or au IVe siècle, in Annales d’histoire sociale. Hommages à M. Bloch 1, 1945, 53 (ora in Id., Scripta varia, III. L’Empire, a cura di R. Bloch - A. Chastagnol - R. Chevallier - M. Renard, Bruxelles 1973, 314 s.): «Le peuple devait se contenter de la triste monnaie d’inflation [...]. Mais, dans le même temps, les riches vivent dans un monde de prix tout différent. Ils contractent entre eux en or. Leurs costumes sont brodés d’or». Tuttavia, si deve ricordare come la moneta aurea circolò, seppure in modo marginale, anche tra i ceti estranei alle élites (così, ad es., X. Loriot, Réflexions sur l’usage et les usagers de la monnaie d’or sous l’Empire romain, in Revue numismatique 159, 2003, 67).

 

[25] M. Sargenti, Aspetti e problemi dell’opera legislativa dell’Imperatore Giuliano, cit., 349 (= Studi sul diritto del tardo impero, cit., 203): «Un aspetto importante dell’attività legislativa di Giuliano è quello relativo alla vita ed all’ordinamento delle città, che era, poi, un aspetto connesso alla più generale politica economica e finanziaria, se è vero che le città costituivano ancora, specialmente in Oriente, gangli vitali del corpo dell’Impero e che l’organizzazione delle loro curie rappresentava una condizione essenziale per il funzionamento dell’apparato amministrativo e fiscale. Potenziare le curie ed accrescere le risorse cittadine furono, dunque, gli scopi perseguiti da Giuliano fin da quando si trovava ancora nell’Illirico, prima che la morte di Costanzo lo lasciasse unico padrone dell’Impero». Vedi, ancora, ad es.: P. Arina, La legislazione di Giuliano, cit., 200 s., 225 ss.; P. Renucci, Les idées politiques et le gouvernement de l’empereur Julien, cit., 459 ss.

 

[26] In tal senso, F. Carlà, L’oro nella tarda antichità: aspetti economici e sociali, cit., 17, per cui quella romana fu «un’economia monetaria in cui lo strumento monetario è però valutato per la quantità di metallo che contiene, e sottoposto quindi a verifiche ponderali (e [...] anche della purezza della lega)» (vedi 9 ss. per un excursus del dibattito dottrinale in materia).

 

[27] Tale circostanza è posta in evidenza da numerosi studiosi, tra cui, ad es.: Th. Mommsen, Histoire de la monnaie romaine, tr. fr. di Le duc de Blacas, III, Paris 1873, 63 s., secondo il quale, a partire dal III secolo, l’alterazione delle monete d’oro e la loro emissione di peso irregolare, «avait non-seulement changé le poids normal, mais encore elle rendait illusoire toute espèce de fixation du poids des pièces [...]. La monnaie d’or cessa d’être considérée comme monnaie; les pièces n’étaient plus regardées que comme des fragments de lingots estampillés à l’effigie impériale et ne pouvaient être acceptées dans le commerce que la balance à la main»; S. Mazzarino, Aspetti sociali del quarto secolo. Ricerche di storia tardo-romana, Roma 1951, 176, il quale afferma che si valutava «l’oro come merce, oltre e più che come moneta»; A.H.M. Jones, Il tardo impero romano (284-602 d.C.), II, tr. it. di E. Petretti, Milano 1974, 658 (= The Later Roman Empire, 284-602. A social economic and administrative survey, I, Oxford 1964, 444), per cui il solidus «era considerato per certi riguardi come un pezzo d’oro puro pesante 4 scrupoli piuttosto che una moneta. La gente parlava delle monete di rame considerandole denaro (pecunia) e quando scambiavano rame con oro o viceversa dicevano che compravano o vendevano solidi. [...] In tutte le transazioni i solidi erano normalmente pesati e, se erano tosati o consunti, calcolati in meno di altrettanti carati»; vedi anche Id., L’inflazione durante l’Impero romano, cit., 265; M. Sargenti, Economia e finanza tra pubblico e privato nella normativa del Tardo Impero, cit., 44; J.-M. Carrié, Solidus et crédit: qu’est-ce que l’or a pu changer?, in Credito e moneta nel mondo romano, Atti degli Incontri capresi di storia dell’economia antica (Capri 12-14 ottobre 2000), a cura di E. Lo Cascio, Bari 2003, 275, il quale ha illustrato i risvolti in materia creditizia della “habitude” di «traiter la monnaie comme marchandise»; F. Carlà, L’oro nella tarda antichità: aspetti economici e sociali, cit., 44: «L’oro è una “moneta-merce”, o, per usare un termine inglese in vigore negli studi macroeconomici, una “commodity-money”. Esso mantiene perciò, all’interno della società tardoimperiale, le cosiddette funzioni della moneta, ossia quelle di unità di conto, di tesaurizzazione, di mezzo di scambio, che lo rendono in ogni caso una merce molto sui generis. Della merce, cioè, ha solo la variabilità del prezzo, e lo statuto giuridico, cosa che [...] esclude l’attribuzione di una sopravvalutazione rispetto all’intrinseco. Della moneta ha invece la caratteristica di dover essere obbligatoriamente accettata negli scambi, e l’obbligo per lo Stato di garantirne il cambio in moneta divisionale, per quanto ad una tariffa variabile».

Vedi, invece, C. Dupont, La vente et les conditions socio-économiques dans l’empire romain de 312 à 535 après Jésus-Christ, in Revue internationale des droits de l’antiquité 20, 1973, 288 s., il quale rinviene l’esplicita affermazione che il danaro non fosse una merx in C. Th. 9.23.1.2: (Imp. Constantius A. et Iulianus Caes. ad Rufinum p[raefectum] p[raetori]o) Pecunias vero nulli emere omnino fas erit nec vetitas contrectare, quia in usu publico constitutas pretium oportet esse, non mercem. La norma puniva con la pena capitale sia la fusione delle monete (conflare pecunias), sia il loro trasferimento a scopi commerciali (ad diversa vendendi causa transferre); contro queste operazioni speculative si predispose una stretta sorveglianza negli scali marittimi e nei punti di transito, inoltre, si impose ai negotiatores il trasporto su terra di un numero limitato (fino a un massimo di 1.000 folles) di pecunia in usu publicu constituta, e si vietò ai mercatores la vendita di tali monete. Si deve comunque concordare con quanto affermato da numerosi studiosi (ad es.: E. Lo Cascio, Teoria e politica monetaria a Roma tra III e IV secolo d.C., in Società romana e impero tardoantico, I. Istituzioni, ceti, economie, a cura di A. Giardina, Roma-Bari 1986, 545 ss.; R. Delmaire, Aspects normatifs de la politique monétaire du Bas-Empire: une nouvelle lecture de CTh IX,23,1, in Revue numismatique 159, 2003, 163 ss.; A. Filocamo, Politiche monetarie e fraus monetae nella legislazione del tardo impero, cit., 83 ss.), secondo cui C. Th. 9.23.1 concerneva soltanto la moneta enea, la pecunia, e non limitava la circolazione delle monete d’oro e d’argento.

 

[28] Vedi, ad es.: A. Piganiol, Le problème de l’or au IVe siècle, cit., 48 (= Id., in Scripta varia, cit., 307): «Chose étonnante, l’Etat n’acceptait pas sa propre monnaie d’or pour sa valeur légale»; C. Spinosi, Dispositions juridiques relatives à la monnaie dans la législation et la pratique (principalement égyptienne) des IIIe et IVe siècles après J.-C. II, in Revue d’histoire économique et sociale 39, 1961, 144.

 

[29] Fin dal III secolo, infatti, «l’oro circolò in tutto il territorio imperiale sulla base dell’esclusivo valore ponderale, senza alcuna sopravvalutazione del metallo coniato rispetto al valore intrinseco della moneta. [...] I pagamenti in questo metallo, cioè, avvenivano sulla base di una preventiva pesatura del metallo consegnato. Questo infatti, e non il numero dei pezzi, è il fattore determinante nel determinare il valore di una quantità di un materiale che viene scambiato sulla base del suo esclusivo valore intrinseco» (F. Carlà, L’oro nella tarda antichità: aspetti economici e sociali, cit., 33).

In letteratura si è a lungo discusso se alla moneta fosse riconosciuto il valore intrinseco oppure il suo valore nominale. Nella giurisprudenza classica la natura della moneta è descritta in particolare da D. 18.1.1 pr. (Paul. 33 ad ed.): Origo emendi vendendique a permutationibus coepit. olim enim non ita erat nummus neque aliud merx, aliud pretium vocabatur, sed unusquisque secundum necessitatem temporum ac rerum utilibus inutilia permutabat, quando plerumque evenit, ut quod alteri superest alteri desit. sed quia non semper nec facile concurrebat, ut, cum tu haberes quod ego desiderarem, invicem haberem quod tu accipere velles, electa materia est, cuius publica ac perpetua aestimatio difficultatibus permutationum aequalitate quantitatis subveniret. eaque materia forma publica percussa usum dominiumque non tam ex substantia praebet quam ex quantitate, nec ultra merx utrumque, sed alterum pretium vocatur; per una analisi del frammento, e per una recente discussione in materia, rimando per tutti a V. Marotta, Origine e natura della moneta in un testo di Paolo D. 18.1.1 (33 ad edictum), in Dogmengeschichte und historische Individualität der römischen Juristen. Storia dei dogmi e individualità storica dei giuristi romani, Atti del Seminario internazionale (Montepulciano 14 - 17 giugno 2011), a cura di Ch. Baldus - M. Miglietta - G. Santucci - E. Stolfi, Trento 2012, 161 ss. (fonti e bibl. ivi).

 

[30] C. Th. 12.7.1: (Imp. Const[ant]inus A. ad Eufrasium rationalem trium provinciarum) Si qui solidos appendere voluerit, auri cocti septem solidos quaternorum scripulorum nostris vultibus figuratos adpendat pro singulis unciis, XIIII vero pro duabus, iuxta hanc formam omnem summam debiti inlaturus. Eadem ratione servanda, et si materiam quis inferat, ut solidos dedisse videatur. Aurum vero quod infertur aequa lance et libramentis paribus suscipiatur, scilicet ut duobus digitis summitas lini retineatur, tres reliqui liberi ad susceptorem emineant nec pondera deprimant nullo examinis libramento servato, nec aequis ac paribus suspenso statere momentis. Relativamente a questa costituzione, Th. Mommsen, Histoire de la monnaie romaine, III, cit., 156, desume come in età costantiniana «tous les payement en monnaie d’or se faisaient au poids»; vi è poi chi, come R. Laprat, Essais d’interprétation de C. 11.11(10).2, cit., 305, sostiene come in essa si preferisse la materia aurea rispetto alla moneta: «la loi de Constantin vise le métal précieux plus que le solidus en lui-même, comme si la monnaie du IVe siècle était moins considérée comme telle que comme une marchandise»; mentre altri autori sostengono come «dès 325, le nombre de solidi fixé pour chaque once devait être calculé en comprenant un appoint destiné à couvrir l’Etat contre tous risques de déchet ou de fraude» (C. Spinosi, Dispositions juridiques relatives à la monnaie dans la législation et la pratique (principalement égyptienne) des IIIe et IVe siècles après J.-C. II, cit., 146). Vedi invece F. Carlà, L’oro nella tarda antichità: aspetti economici e sociali, cit., 94 ss., il quale non rinviene nel testo della costituzione costantiniana una differente valutazione dell’oro coniato rispetto al metallo grezzo, sostenendo invece che con tale norma Costantino introdusse «una sorta di “imposta indiretta”, che comporta l'obbligo, solo per chi debba effettuare un pagamento in oro allo Stato, di un automatico aumento di 1/6 della somma da versare» (98).

 

[31] C. 10.73.1: Aurum, quod infertur a collatoribus, si quis vel solidos voluerit vel materiam appendere, aequa lance et libramentis paribus suscipiatur.

 

[32] C. Th. 12.6.13: (Impp. Val[entini]anus et Valens AA. ad Germanianum com[item] s[acrarum] l[argitionum]) Quotienscumque solidi ad largitionum subsidia perferendi sunt, non solidi, pro quibus adulterini saepe subduntur, sed aut idem in massam redacti aut, si aliunde qui solvit potest habere materiam, auri obryza dirigatur, pro ea scilicet parte, quam unusquisque dependit, ne diutius vel allecti vel prosecutores vel largitionales adulterinos solidos subrogando in conpendium suum fiscalia emolumenta convertant. 1. Illud etiam cautionis adicimus, ut, quotienscumque certa summa solidorum pro tituli qualitate debetur et auri massa transmittitur, in septuaginta duos solidos libra feratur accepto. La costituzione fu in parte ripubblicata in C. 10.72.5: Quotienscumque certa summa solidorum pro tituli qualitate debetur et auri massa transmittitur, in septuaginta duos solidos libra feratur accepta.

 

[33] Vedi, in materia, ad es., A.H.M. Jones, Il tardo impero romano (284-602 d.C.), II, cit., 648 s. (= The Later Roman Empire, 284-602. A social economic and administrative survey, I, cit., 436), per cui la fusione in lingotti dei solidi riscossi «Era una precauzione perché gli esattori non lasciassero passare solidi tosati o contraffatti, ma il conio frequentemente rinnovato richiesto da tale norma deve essere stato fattore importante nel mantenimento della purezza e del peso del solido».

 

[34] R. Delmaire, Largesses sacrées et res privata. L’aerarium impérial et son administration du IVe au Ve siècle, Rome 1989, 168.

 

[35] Relativamente ai solidi, nelle fonti si rinviene il concetto di compravendita, vedi, ad es.: Aug., serm. 389.3: Nam quidam (quod revera dicitur accidisse) homo non dives, sed tamen etiam de tenui facultate pinguis adipe charitatis, cum solidum, ut assolet, vendidisset centum folles ex pretio solidi pauperibus iussit erogari (Patrologiae cursus completus ..., Series Latina, Patrologiae Latinae [da ora in poi PL] 39, ed. J.-P. Migne, Parisiis 1845, col. 1704).

 

[36] Così, ad es.: C. Dupont, La vente et les conditions socio-économiques dans l’empire romain de 312 à 535 après Jésus-Christ, cit., 288 s., 296; F. Carlà, L’oro nella tarda antichità: aspetti economici e sociali, cit., 198.

 

[37] Problematiche nelle transazioni dei solidi derivate da azioni fraudolente sono richiamate anche dall’anonimo del de reb. bell. 3.1: ... ementis enim eundem solidum fraudulenta calliditas et vendentis damnosa necessitas difficultatem quandam ipsis contractibus intulerunt ... S. Mazzarino, Aspetti sociali del quarto secolo. Ricerche di storia tardo-romana, cit., 130 s., ritiene «probabilissimo che il de rebus bellicis sia stato letto e meditato da Giuliano», e rinviene «una coincidenza» tra questa fonte e la costituzione giulianea in esame (vedi anche Id., Il De rebus bellici e la Gratiarum actio di Claudio Mamertino, in Studi di storiografia antica in memoria di L. Ferrero, Torino 1971, 209 ss., ora in Id., Antico, tardoantico ed èra costantiniana, I, Bari 1974, 221 ss.). Invece secondo E. Lo Cascio, Teoria e politica monetaria a Roma tra III e IV secolo d.C., cit., 556, la testimonianza dell’anonimo «si apparenta anche» con C. Th. 9.22.1, in cui «il comportamento criminoso perseguito è, prima di tutto, quello di chi, all’atto dell’acquisto di un solidus, pretende di valutarlo, pretestuosamente, di meno: è, si potrebbe dire, ancor una volta la fraudolenta calliditas del compratore ciò che si intende, prima di tutto perseguire. Il passo dell’anonimo illustra bene [...] la disposizione di Costanzo II e d’altra parte ne è bene illustrato».

 

[38] Un giudizio negativo della brama dell’oro era stato già espresso da Plin., nat. hist. 33.6: utinamque posset e vita in totum abdicari [sacrum fame, ut celeberrimi auctores dixere] proscissum conviciis ab optimis quibusque et ad perniciem vitae repertum, quanto feliciore aevo, cum res ipsae permutabantur inter sese, sicut et Troianis temporibus factitatum Homero credi convenit! Questi temi si rinvengono anche nel de rebus bellicis 2.1-6 (su cui vedi F. Kolb, Finanzprobleme und soziale Konflikte aus der Sicht zweier spätantiker Autoren (Scriptores Historiae Augustae und Anonymus de rebus bellicis), in Studien zur antiken Sozialgeschichte. Festschrift F. Vittinghoff, a cura di W. Eck - H. Galsterer - H. Wolff, Köln-Wien 1980, 497 ss.; S.-A. Fusco, La brama di ricchezza e l’oppressione dei cittadini: finanze e amministrazione nella visione costituzionale dell’anonimo de rebus bellicis, in Atti dell’Accademia Romanistica Costantiniana, XII, cit., 291 ss.).

 

[39] In Occidente, le problematiche relative alle alterazioni dovettero continuare nei secoli successivi, come è attestato nel VI sec. dalle Variae 7.32 di Cassiodoro, dove, nella formula qua moneta committitur, emerge la necessità di controllare peso e qualità delle monete: Omnis quidem utilitas publica fideli debet actione compleri, quia totum vitiosum geritur, ubi conscientiae puritas non habetur: tamen omnino monetae debet integritas quaeri, ubi et vultus noster imprimitur et generalis utilitas invenitur. nam quid erit tutum, si in nostra peccetur effigie, et quam subiectus corde venerari debet, manus sacrilega violare festinet? additur quod venalitas cuncta dissolvitur, si victualia metalla vitiantur, quando necesse est respui quod in mercimoniis corruptum videtur offerri. quis ergo patiatur unius esse commodum dispendia scelesta cunctorum, ut detestabile vitium venire possit ad pretium? 2. Sit mundum quod ad formam nostrae serenitatis adducitur: claritas regia nil admittit infectum. nam si vultus cuiuslibet sincero colore depingitur, multo iustius metallorum puritate principalis gratia custoditur. auri flamma nulla iniuria permixtionis albescat, argenti color gratia candoris arrideat, aeris rubor in nativa qualitate permaneat. nam si unum laedere legibus putatur esse damnandum, quid ille mereri poterit, qui in tanta hominum numerositate peccaverit? 3. Pondus quin etiam constitutum denariis praecipimus debere servari, qui olim penso quam numero vendebantur: unde verborum vocabula competenter ab origine trahens compendium et dispendium pulchre vocitavit antiquitas. pecunia enim a pecudis tergo nominata Gallis auctoribus sine aliquo adhuc signo ad metalla translata est. quam non sinimus faeculenta permixtione fieri contemptibilem, ne iterum in antiquam cognoscatur redire vilitatem. 4. Proinde te, cuius nobis laudata est integritas actionis, ab illa indictione per iuge quinquennium monetae curam habere praecipimus, quam Servius rex in aere primum inpressisse perhibetur: ita ut tuo periculo non dubites quaeri, si quid in illa fraudis potuerit inveniri. nam sicut casus asperos subibis, si quid fortasse deliqueris, ita inremuneratum non derelinquimus, si te egisse inculpabiliter senserimus (Monumenta Germaniae Historica, Auctores Antiquissimi, XII, ed. Th. Mommsen, Berolini 1894, 219).

 

[40] Cfr. anche D. 48.10.9 pr.-2 (Ulp. 8 de off. proc.): Lege Cornelia cavetur, ut, qui in aurum vitii quid addiderit, qui argenteos nummos adulterinos flaverit, falsi crimine teneri. 1. Eadem poena adficitur etiam is qui, cum prohibere tale quid posset, non prohibuit. 2. Eadem lege exprimitur, ne quis nummos stagneos plumbeos emere vendere dolo malo vellet.

 

[41] Rimando per i problemi di datazione a B. Santalucia, La legislazione sillana in materia di falso nummario, Id., Studi di diritto penale romano, Roma 1994, 77 s. nt. 2 (già in IVRA 30, 1979 [ma 1982], 1 ss. = in Annali dellIstituto Italiano di Numismatica 29, 1982, 47 ss.), il quale ritiene probabile la data dell’81 a.C. (a nt. 1 invece si illustrano le problematiche intorno alla denominazione della legge). In materia vedi ancora, ad es.: F. Marino, Il falso testamentario nel diritto romano, in Zeitschrift der Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte. Rom. Abt. 105, 1988, 634, il quale colloca la legge nell’81 a.C.; M.P. Piazza, La disciplina del falso nel diritto romano, Padova 1991, 93 ss., la quale individua come periodo di pubblicazione l’81 e l’80 a.C.; A. Arnese, Contraffazione e falsificazione nella Roma antica, in Annali Dipartimento Jonico 2, 2014, 17 (http://www.annalidipartimentojonico.org), per cui la norma fu emanata fra l’81 e il 79 a.C.

 

[42] O. Lenel, Palingenesia Iuris Civilis, II, Lipsiae 1889 [rist., a cura di L. Capogrossi Colognesi, prefazione di M. Talamanca, Roma 2000], col. 978.

 

[43] B. Santalucia, La legislazione sillana in materia di falso nummario, cit., 91 s.

 

[44] Così, ad es., A. d’Ors, Contribuciones a la histoira del ‘crimen falsi’, in Studi in onore di E. Volterra, II, cit., 546.

 

[45] B. Santalucia, La legislazione sillana in materia di falso nummario, cit., spec. 97, 101.

Nel tardo antico, le alterazioni dei solidi compiute dagli opifices monetae erano diffuse come attesta l’anonimo del de rebus bellicis 3.1-3 (vedi il commento di Á. Sánchez-Ostiz, Anónimo, Sobre asuntos militares, Barañáin [Navarra] 2004, 102 ss.).

 

[46] In tal senso B. Santalucia, La legislazione sillana in materia di falso nummario, cit., spec. 86 ss., seguito, ad es., da F. Carlà, L’oro nella tarda antichità: aspetti economici e sociali, cit., 159 s.; A. Filocamo, Politiche monetarie e fraus monetae nella legislazione del tardo impero, cit., 13, 19 ss.; A. Arnese, Contraffazione e falsificazione nella Roma antica, cit., 17 nt. 17.

 

[47] Così, ad es.: Th. Mommsen, ad h. l. (Codex Theodosianus, I, Berlin 1904 [rist. Hildesheim 1999], 474); O. Seeck, Regesten der Kaiser und Päpste für die Jahre 311 bis 476 n. Chr., Stuttgart 1919, 94; C. Dupont, La vente et les conditions socio-économiques dans l’empire romain de 312 à 535 après Jésus-Christ, cit., 288, 296; A. Giardina, Sul problema della fraus monetae, in Helikon 13-14, 1973-1974, 187; B. Santalucia, La legislazione sillana in materia di falso nummario, cit., 102; E. Lo Cascio, Teoria e politica monetaria a Roma tra III e IV secolo d.C., cit., 549; M.P. Piazza, La disciplina del falso nel diritto romano, cit., 233, 257; R. Delmaire, Largesses sacrées et res privata. L’aerarium impérial et son administration du IVe au Ve siècle, cit., 503; M. Sargenti, Economia e finanza tra pubblico e privato nella normativa del Tardo Impero, cit., 43; F. Carlà, Il sistema monetario in età tardoantica: spunti per una revisione, in Annali dell’Istituto Italiano di Numismatica 53, 2007, 192; Id., L’oro nella tarda antichità: aspetti economici e sociali, cit., 169; L. di Cintio, Riflessioni sul libro IX della «Interpretatio» alariciana, in Rivista di Diritto Romano 12, 2012, 23. Attribuiscono, invece, la costituzione a Costantino: P. Grierson, The Roman law of counterfeiting, in Essays in Roman Coinage presented to H. Mattingly, a cura di R.A.G. Carson - C.H.V. Sutherland, Oxford 1956, 259 s.; M.R. Alföldi, Gallien um 317 n. Chr: Zum Datum des Gesetzes Cod. Theod. 9,22,1, in Trierer Zeitschrift 32, 1969, 319 ss. Incertezze sono espresse da A. Filocamo, Politiche monetarie e fraus monetae nella legislazione del tardo impero, cit., 79 ss.

 

[48] Nello stesso anno, in materia di falso nummario Costanzo emanò C. Th. 9.21.5: (Imp. Constantius a. Leontio p[raefecto] p[raetori]o) Praemio accusatoribus proposito quicumque solidorum adulter potuerit repperiri vel a quoquam fuerit publicatus, ilico omni dilatione submota, flammarum exustionibus mancipetur. Interpretatio. Praemium accipiat, quicumque adulterum monetarium prodiderit, et is qui proditus est, si de monetae adulteratione convictus fuerit, ignibus concremetur. Secondo O. Seeck, Regesten der Kaiser und Päpste für die Jahre 311 bis 476 n. Chr., cit., 94, 192, questa costituzione ricomprendeva anche il dettato di C. Th. 9.22.1, ma vedi P.O. Cuneo, in La legislazione di Costantino II, Costanzo II e Costante (337-361), Milano 1997, 118 ss., la quale si limita «ad accostare i due testi, senza ritenere possibile una soluzione univoca e sicura dei problemi che ne sorgono».

 

[49] J.R. Martindale, A.H.M. Jones, J. Morris, v. Fl. Domitius Leontius 20, in The Prosopography of the Later Roman Empire, I, cit., 502 s.

 

[50] Sul rapporto tra questa costituzione e l’Interpretatio vedi L. di Cintio, Riflessioni sul libro IX della «Interpretatio» alariciana, cit., 23 s.

 

[51] Problematiche inerenti alla inferiore valutazione dei solidi dove erano impresse le effigi di principi precedenti si registrano in Italia ancora nel VI sec., e queste furono alla base di App. Nov. 7.20 del 554 (la cd. pragmatica sanctio pro petitione Vigilii): De mutatione solidorum id est monetae. Cum autem scimus, veterum Romanorum principum solidos per illa loca facile inveniri, comperimus autem negotiatores vel alios quosdam propter mutationem solidorum dispendium aliquod collatoribus nostris inferre, sancimus solidos Romanorum principum forma signatos sine permutationis dispendio per omnes provincias ambulare et per eos celebrari contractus; eo qui dispendium aliquod pro mutatione solidorum inferre praesumpserit, pro unoquoque solido alterum tantum ei, cum quo contraxerit, inferente (per l’analisi di questa costituzione vedi G.G. Archi, Pragmatica sanctio pro petitione Vigilii, in Festschrift für F. Wieacker zum 70. Geburtstag, a cura di O. Behrends - M. Dießelhorst - H. Lange - D. Liebs - J.G. Wolf - C. Wollschläger, Göttingen 1978, 11 ss., ora in Id., Scritti di diritto romano. III. Studi di diritto penale. Studi di diritto postclassico e giustinianeo, Milano 1981, 1971 ss.).

 

[52] F. Carlà, Il sistema monetario in età tardoantica: spunti per una revisione, cit., 192 s., evidenzia che la costituzione di Costanzo dimostra come la circolazione dell’oro fosse ponderale: «Costanzo II impone una identica valutazione a solidi di diversa formae mensura, ovvero appunto di differente circonferenza, quum idem pondus exsistat. Questa specifica, necessaria, chiarisce come il peso dovesse essere per forza pieno, e che oggetto della repressione fossero ingannevoli tentativi di valutare diversamente monete che, pur di peso identico, e quindi con identico contenuto metallico, avessero differenze “esteriori” cui appigliarsi. Non vi è dunque nessun atteggiamento nominalista in un Imperatore che specifica così chiaramente come la condizione necessaria per l’accettazione della moneta è l’avere idem pondus, il peso corretto».

 

[53] Appaiono comunque plausibili le considerazioni di M.P. Piazza, La disciplina del falso nel diritto romano, cit., 152, per cui non è concepibile che «l’ipotesi del radere, la tipica operazione di “tosatura”, sempre praticata in regime di moneta metallica [...] sia stata scoperta e punita solo da Costanzo nel 4° secolo d.C.»; mentre invece A. Filocamo, Politiche monetarie e fraus monetae nella legislazione del tardo impero, cit., 20 nt. 28, afferma che con C. Th. 9.22.1 si ebbe «l’estensione ai privati» del reato di radere previsto dalla lex Iulia peculatus.

 

[54] Vedi anche C. 11.11.3 (Imppp. Gratianus Valentinianus et Theodosius AAA. Arintheo pp. Universos auctoritas tua proposito edicto commoneat obryziacorum omnium solidorum uniforme pretium postulare, scilicet capitali supplicio puniendo, qui vel iussa nostrae maiestatis avaritiae caecitate contempserit, vel aeternales vultus, dum fraudibus studet, duxerit viliores) con cui si impose un prezzo uniforme per i solidi coniati con oro di buona qualità e purissimo.

 

[55] Nov. Val. 16: (Impp. Theod[osius] et Valent[inianus] AA. ad p[opulum] R[omanum]) Frequens ad nos, Quirites, temerarii ausus querela pervenit, ut in parentum nostrorum contumeliam insigniti solidi eorum nominibus ab omni emptore recusentur: quod diu inpunitum esse non patimur. Hoc ergo edicto agnoscat universitas capitale manere supplicium, si quisquam vel domini patris mei Theodosii vel sacrarum necessitudinum nostrarum vel superiorum principum solidum aureum integri ponderis refutandum esse crediderit vel pretio minore taxaverit. Vir autem inlustris praefectus urbis eiusque officium decem lib(rarum) auri dispendio subiacebit, si quemquam contra hoc statutum venisse fuerit adprobatum. 1. Quo praecepto etiam illud in perpetuum volumus contineri, ne umquam intra septem milia nummorum solidus distrahatur emptus a collectario septem milibus ducentis. Aequabilitas enim pretii et commodum venditoris et omnium rerum venalium statuta custodiet. 2. De ponderibus quoque ut fraus penitus amputetur, a nobis dabuntur exagia, quae sub interminatione superius conprehensa sine fraude debeant custodiri. Per una analisi del testo vedi F. Carlà, L’oro nella tarda antichità: aspetti economici e sociali, cit., 431 ss., e A. Filocamo, Politiche monetarie e fraus monetae nella legislazione del tardo impero, cit., 121 ss.

 

[56] Si deve convenire con E. Lo Cascio, Teoria e politica monetaria a Roma tra III e IV secolo d.C., cit., 550 (seguito da A. Filocamo, Politiche monetarie e fraus monetae nella legislazione del tardo impero, cit., 123), per cui la novella stabiliva un pretium «che non solo i collectarii, ma in genere coloro che si scambiano i solidi sono tenuti a rispettare».

 

[57] A. Filocamo, Politiche monetarie e fraus monetae nella legislazione del tardo impero, cit., 124, secondo il quale, questa norma asseriva «che il valore delle monete d’oro dipende dal suo peso e non dall’imperatore raffigurato» (123).

 

[58] Synes., epist. 127 (Patrologiae cursus completus ..., Series Graeca, Patrologiae Graecae [da ora in poi PG] 66, ed. J.-P. Migne, Parisiis 1864, col. 1508: λλ μετ τν μερώτατον κα φιλοσοφώτατον Πεντάδιον, τς πινακίδας, ς πολιτεία σύνθημα ποιεται τς Αγυπτίας ρχς, Εθάλιος Λαοδικες χει λαβών. Оσθα τν νεανίσκον, ς εκάζειν ξεστιν, π τος ατος μν χρόνους π στρατοπέδου διαγαγόντα. Кα γρ οκ εα λανθάνειν ατν οτε τρόπος οτε τ πώνυμον. Βαλαντν τιν κουες, ο πατρόθεν τς σεμνς ταύτης προσηγορίας κληρονομήσαντα, λλ' ατν περιποιησάμενον. πειδ γάρ, ομαι, Λυδίας ρχων ποδειχθες, π τος ουφίνου καιρος, γε κα φερε τ Λυδν, νεμεσ ουφνος, κα μέτεισι ζημί χρυσο λιτρν πεντεκαίδεκα · τάττει δ στρατιώτας κ τν πηρετν, ς ετο, τος νδρειοτάτους κα ενουστάτους, φ' σν βί πράξαντας τ χρυσίον, νακομίσαι πιστς ες τν τράπεζαν τν ατο. Тί ον πρς τατα Σίσυφος; λλ μ λίαν πειρόκαλος , βεβοημένα πιδιηγούμενος · πέπυσαι πάντως τν συνωρίδα τν βαλαντίων, τν ππων Εμήλου πολ μλλον λλήλοις οικότα κατασκευάσας, τ μν νέθηκεν βολος κ χαλκο, τ δ στατρας χρυσίου. Кα τοτο μν δείξας, κενο δ κρύψας, ς πηρίθμησαν, ς ζυγοστάτησαν, ς κατεσημήναντο τ δημοσί σφραγδι τ χρυσίον, λανθάνει θάτερον ντιθες, κα πέμψας ντ τν στατήρων τος βολούς. О δ μολογήκεσαν ν δημοσίοις γράμμασιν χειν κα διακομιεν τ χρυσίον (tr. lat. a col. 1507: «Verum post humanissimum, ac philosophum apprime Pentadium, codicillos, quos Ægypticae praefecturae signum respublica constituit, accepit Euthalius Laodicenus. Adolescentem nosti, qui, quantum conjicere licet, sub idem nobiscum tempus in castris versatus est. Neque enim latere illum aut mores, aut cognomen ipsum sinebant. Marsupium quemdam audisti, qui non a patre egregii istius nominis haereditatem acceperit, sed illud sibi ipse pepererit. Cum enim, opinor, Lydiae praepositus circa Ruffini tempora Lydos vexaret, ac diriperet, indignatus Ruffinus auri libris XV multavit. Ad id milites ex cohorte sua, ut putabat, fortissimos ac fidelissimos apposuit, qui aurum illud violenter extortum bona fide ad mensam suam deferrent. Quid ad haec Sisyphus iste? Sed ne admodum ineptus sim adeo vulgata subtexens. Auditum omnino tibi est par illud marsupiorum, quae multo Eumeli equis similiora faciens, in uno quidem aereos obolos, in altero aureos nummos condidit. Inde alterum horum ostendens, alterum occultans, ubi enumeraverunt, ubi appenderunt, ubi denique publico sigillo aurum obsignarunt, clam alterum loco illius subjecit, et pro aureis obolos misit. At illi in publicis tabulis confessi erant penes se aurum esse; idque quamprimum perlaturos»).

 

[59] J.R. Martindale, A.H.M. Jones, J. Morris, v. Euthalius 2, in The Prosopography of the Later Roman Empire, I, cit., 314. Vedi anche la v. Euthalius 2, in The Prosopography of the Later Roman Empire, II. A.D. 395-527, Cambridge 1980, 437.

 

[60] J.R. Martindale, A.H.M. Jones, J. Morris, v. Flavius Rufinus 18, in The Prosopography of the Later Roman Empire, I. A.D. 260-395, cit., 778 ss. Vedi anche la v. Fl. Rufinus 17, in The Prosopography of the Later Roman Empire, II, cit., 957.

 

[61] Vedi l’annotazione di F.A. García Romero, in Sinesio de Cirene, Cartas, Madrid 1995, 237 nt. 760: «A Eutalio se le llama aquí “Sísifo” por representar éste al criminal astuto por excelencia».

 

[62] Come afferma J. Cujacius, Ad tres postremos libros Codicis Justiniani commentari, in Opera ad parisiensem Fabrotianam editionem, X, Prati 1840, col. 207, tanto in Sinesio, quanto nel Querulus «apparet quanta in explorandis probandisve nummis olim diligentia fuerit adhibita». Rimando in materia a S. Mazzarino, Note di storia economica tardoromana, in Economia e Storia 13.4, 1966, 461 ss. (= Id., Antico, tardoantico ed èra costantiniana, I, cit., 281 ss.).

 

[63] Svet., Ner. 44.2: Partem etiam census omnes ordines conferre iussit et insuper inquilinos privatarum aedium atque insularum pensionem annuam repraesentare fisco; exegitque ingenti fastidio et acerbitate nummum asperum, argentum pustulatum, aurum ad obrussam ...

 

[64] diss. Epictet. 1.20.8-10: νομσματος, που δοκε τι εναι πρς μς, πς κα τχνην ξευρκαμεν κα σοις ργυρογνμων προσχρται πρς δοκιμασαν το νομσματος, τ ψει, τ φ, 9. τ σφρασίᾳ, τ τελευταα τ κο· ῥήξας τ δηνριον τ ψφ προσχει κα οχ παξ ρκεται ψοφσαντος, 10. λλ' π τς πολλς προσοχς μουσικς γνεται.

 

[65] de poen. 6.5: Quam porro ineptum, quam iniquum, poenitentiam non adimplere, et veniam delictorum sustinere, hoc est, pretium non exhibere, ad mercem manum emittere! Hoc enim pretio Dominus veniam addicere instituit; hac poenitentiae compensatione redimendam proponit impunitate. Si ergo qui venditant, prius nummum, quo paciscuntur, examinant, ne scalptus, neve rasus, ne adulter, etiam: Dominum credimus poenitentiae probationem prius inire, tantam nobis mercedem perennis scilicet vitae concessurum? (PL 1, coll. 1347 s.).

 

[66] In materia vedi J. Andreau, La vie financière dans le monde romaine: les métiers de manieurs d’argent (IVe siècle av, J.-C. – IIIe siècle ap. J.-C.), cit., 222 ss., 340 ss.

 

[67] Relativamente all’esame uditivo a cui il cambiavalute sottoponeva le monete, J. Andreau, La vie financière dans le monde romaine: les métiers de manieurs d’argent (IVe siècle av, J.-C. – IIIe siècle ap. J.-C.), cit., 523, sostiene che con tutta probabilità avesse luogo «avant que l’essayeur ne pèse la monnaie, et après qu’il l’a bien regardée et touchée».

 

[68] Joan. Chrysost., in ep.ad Galat. 1.6: Καθάπερ γρ ν τος βασιλικος νομίσμασιν μικρν το χαρακτρος περικόψας, λον τ νόμισμα κίβδηλον εργάσατο· οτω κα τς γιος πίστεως κα τ βραχύτατον νατρέψας, τ παντ λυμαίνεται, π τ χείρονα προῖὼν π τς ρχς (PG 61, col. 622, tr. lat.: «Quemadmodum enim in moneta regia, qui paulum aliquid amputarit de impressa imagine, totum numisma reddidit adulterinum: ita quisquis sanae fidei vel minimam particulam subverterit, in totum corrumpitur, ab hoc initio semper ad deteriora procedens»).

 

[69] Vedi, ad esempio: R. Laprat, Essais d’interprétation de C. 11.11(10).2, cit., 315: «nous avons d’abord une raison de plus d’apprécier toute l’importance de la pesée. Si elle est utile pour une monnaie dont le poids n’est pas absolument fixé, elle est indispensable pour une marchandise dont la valeur ne peut être dégagée que par cette formalité»; R. Bogaert, L’essai des monnaies dans l’antiquité, cit., 16 s.: «Le contrôle du poids des pièces était nécessaire, non seulement pour déterminer l’étalon des pièces étrangères, mais aussi parce que les monnaies perdaient du poids par l’usage, ou même parce qu’on les rognait (circumcidere, mensuram circuli exterioris adrodere) et qu’on les grattait (scalpere, radere) pour en recueillir du métal précieux».

 

[70] Vedi specialmente: E. Babelon, Note sur quelques exagia solidi de l’époque constantinienne, in Bulletin archéologique du Comité des travaux historiques et scientifiques, Paris 1918, 243: «Les exemples de payements au poids, soit dans les caisses publiques, soit entre particuliers, abondent pour l’époque constantinienne: c’était l’usage courant. Mais pour payer exactement une dette quelconque, il fallait peser la monnaie réelle ou le lingot dont on se servait, avec des poids correspondant rigoureusement avec celui de la monnaie-étalon ou théorique, c’est-à-dire la monnaie de compte. De là, la création des exagia solidi et l’institution des zygostates; de là l’édit de Julien de l’an 363»; R. Bogaert, La Banque en Égypte Byzantine, cit., 130 nt. 209, per cui gli exagia di 1 solido furono introdotti da Giuliano «pour permettre aux zygostates de peser chaque solidus dont le poids était contesté»; F. Carlà, L’oro nella tarda antichità: aspetti economici e sociali, cit., 113, secondo il quale la prima istituzione di pesi ufficiali di monete «può essere in effetti collegata con l’introduzione da parte di Giuliano della figura dello zygostates [...]. Negli anni precedenti si utilizzavano semplicemente i medesimi campioni di peso usati anche per ogni altro materiale, certamente noti ed utilizzati in epoca precedente».

 

[71] C. Th. 14.26.1 (Impp. Honor[ius] et Theod[osius] AA. Anthemio p[raefecto] p[raetori]o) In aestimatione frumenti, quod ad civitatem Alexandrinam convehitur, quidquid de crithologiae et zygostasii munere et pro nauclerorum tuenda substantia eminentia tua disposuit, roboramus. Adque ut curialibus praedae auferatur occasio, iubemus eos ad huiusmodi sollicitudinem adfectandam numquam accedere, sed designata officia tuis provisionibus examinata sollicitudinem praedictam implere (= C. 11.28.1 con modifiche che non ne alterano la sostanza).

 

[72] Così, ad es., J.-M. Carrié, Les distributions alimentaires dans les cités de l’Empire romain tardif, in Mélanges de l’École française de Rome. Antiquité 87, 1975, 1080, il quale evidenzia come tale legge non riguardi «la distribution de blé dans la ville même; il s’agit plutôt de liturgies exigées de la classe curiale alexandrine pour l’acheminent de l’annone impériale vers Constantinople». Vedi inoltre: A.H.M. Jones, La vita economica delle città dell’Impero romano, in Id., L’economia romana. Studi di storia economica e amministrativa antica, cit., 78 s.: «Alessandria era la più grande città commerciale dell’Impero. Era in primo luogo il centro di immagazzinamento e di smistamento attraverso il quale venivano esportati nel resto dell’Impero i prodotti dell’Egitto, principalmente il grano che cresceva sul suo suolo proverbialmente fertile, ma anche manufatti»; F. Goria, La prefettura del pretorio tardo-antica e la sua attività edittale, Lezione tenuta presso la Sede napoletana dell’AST il 24 maggio 2011: «Il prefetto Antemio aveva emanato delle disposizioni per regolare l’attività di coloro che dovevano verificare la qualità e il peso dei cereali confluiti ad Alessandria dall’Egitto (ma anche da altre regioni) in attesa di essere trasportati a Costantinopoli».

 

[73] J.R. Martindale, v. Anthemius 1, in The Prosopography of the Later Roman Empire, II, cit., 93 ss.

 

[74] C. Morrisson, Weighing, Measuring, Paying Exchanges in the Market and the Marketplace, in Trade and Markets in Byzantium, a cura di C. Morrisson, Washington D.C. 2012, 383, sottolinea questa funzione degli zigostati: «These official standard measures, previously controlled by members of the curia, were in the late antique period directly overseen by state officials. These were mainly the zygostatai».

 

[75] Edicta praefectorum praetorio ex codicibus mss. Bodleianis, Laurentianis, Marcianis, Vindobonensibus, ed. C.E. Zachariae, Anekdota, III, Leipzig 1843, nr. 7, 269, ibid. tr. lat.: «Forma de ponderatoribus Hierii. Ut decreto episcoporum et habitatorum et possessorum ponderator constituatur, et iusiurandum apud acta praestet, nec semet ipsum nec suum in hac cura socium aliquam negligentiam circa pondera esse commissurum». Per un’analisi dell’editto vedi C.M.A. Rinolfi, Ed. VII, in Edicta praefectorum praetorio, a cura di F. Goria - F. Sitzia, Cagliari 2013, 34 ss.

 

[76] Edicta praefectorum praetorio ex codicibus mss. Bodleianis, Laurentianis, Marcianis, Vindobonensibus, ed. C.E. Zachariae, cit., nr. 3, 258, ibid. tr. lat.: «De ponderatorum creatione, et quod civitatium ponderatores decreto episcoporum, qui in ipsis sunt, et possessorum et habitatorum constituantur, et duorum capitum».

 

[77] Sul prefetto rimando a J.R. Martindale, v. Hierius 6, in The Prosopography of the Later Roman Empire, II, cit., 558, il quale lo identifica con tutta probabilità con il Hierius 7, vir gloriosissimus (558 s.), e ne colloca la prefettura negli anni 494-496. Vedi anche S. Fusco, Hierius, in Edicta praefectorum praetorio, cit., 175 ss.

 

[78] C.E. Zachariae, Edicta praefectorum praetorio ex codicibus mss. Bodleianis, Laurentianis, Marcianis, Vindobonensibus, cit., 269, nt. 68, inquadra l’editto genericamente sotto l’impero di Anastasio. Più specificamente, datano la norma prefettizia intorno al 495: R. Delmaire, Largesses sacrées et res privata. L’aerarium impérial et son administration du IVe au Ve siècle, cit., 256; C. Morrisson, Weighing, Measuring, Paying Exchanges in the Market and the Marketplace, cit., 383.

 

[79] Dalle fonti emerge un’ampia accezione del termine possessores in età tardo antica, in quanto sotto questa denominazione si annoveravano innanzitutto, i grandi possessori terrieri, esonerati dai munera cittadini, i decurioni, i possessori di soli 25 iugeri (misura stabilita nel 342 in C. Th. 12.1.33 per aver accesso all’ordo dei curiali) e i contadini in possesso di terreni, i quali, seppure non vivessero nei municipi, erano iscritti nel censo. La differenza tra potentiores possessores, curiales e minores possessores è riferita in C. Th. 11.7.12 del 383: (Imppp. Gr[ati]anus, Val[entini]anus et Theod[osius] AAA. Constantiano vic[ari]o Ponticae) potentiorum possessorum domus officium provinciae rectoris exigere debet, decurio vero personas curialium convenire, minores autem possessores defensor civitatis ad solutionem fiscalium pensitationum spectata fidelitate compellere. In materia rimando a R. Ganghoffer, L’évolution des institutions municipales en Occident et en Orient au Bas Empire, Paris 1963, 114 ss., e ad A. Laniado, Recherches sur les notables municipaux dans l’empire protobyzantin, Paris 2002, 180 ss.

 

[80] F. Carlà, L’oro nella tarda antichità: aspetti economici e sociali, cit., 202, ritiene plausibile che nel periodo precedente all’editto di Hierius «la nomina, previe alcune consultazioni coi notabili locali, era unicamente formulata da qualche funzionario (di un ufficio finanziario?)».

 

[81] A.H.M. Jones, Le città dell’Impero romano, in Id., L’economia romana. Studi di storia economica e amministrativa antica, cit., 25 s.: «Il consiglio cessò di essere rappresentativo della città e molti dei suoi compiti vennero trasferiti, l’uno dopo l’altro, a un nuovo organismo, che comprendeva il vescovo e il clero, nonché i più grandi proprietari, cui si aggiungevano talvolta i decurioni». Vedi ancora Id., La vita economica delle città dell’Impero romano, cit., 57.

 

[82] Così A.H.M. Jones, Le città dell’Impero romano, cit., 25: «Nel V secolo il consiglio d’una città non comprendeva più i ricchi proprietari terrieri della zona. La maggior parte di questi ultimi erano ormai divenuti senatori o si erano assicurati in altro modo l’immunità dagli obblighi curiali. Le famiglie superstiti di curiali non erano che un miserabile residuo dei gruppi originali, fatto di medi e piccoli proprietari».

 

[83] Sulla politica municipale di questo augusto vedi per tutti A. Laniado, Recherches sur les notables municipaux dans l’empire protobyzantin, cit., 36 ss.

 

[84] C. 10.27.3 pr.: ταν ν τινι πλει σιτνου γνηται χρεα, κατ δοκιμασαν κα πιλογν καθ' κστην πλιν πισκπου κα τν ν τος κττορσι πρωτευντων γινσθω π ατ προβολ, ο κατ τ δοκον τος προβαλλομνοις, οδ φ' ος ν βουληθεησαν προσποις, λλ μνων τν π τς χρας κενης ταξεωτν τν στρατευομνων κα τν ποθεμνων τν τξιν, δι τν ερημνων προσπων πρς τν σιτωνεαν προβαλλομνων, πειδ εχερστερον οτοι τας δημοσαις χρεαις ντετριμμνοι κ μακρν χρνων τ τς σιτωνεας διανουσι βρος (tr. lat.: «Si quando in urbe aliqua opus erit sitona, arbitratu et electione episcopi uniuscuique civitatis et eorum qui inter possessores antecellunt, eius creatio procedat, non ut libuerit eis qui creant, neque quas velint personas, sed ut tantum officiales eius loci qui militant aut militia abscesserunt per supra dictas personas ad sitoniam promoveantur, quoniam facilius hi qui in publicis negotiis ex longo tempore versati sunt onere sitoniae funguntur»); di questa costituzione, datata da Krueger tra il 491 e il 505, si conserva una epitome, sempre in lingua greca, in C. 1.4.17.

Secondo A.H.M. Jones, Le città dell’Impero romano, cit., 26, questa norma si inserisce in una serie di riforme che portarono in Oriente la decadenza dei consigli cittadini, mentre in Occidente tale fenomeno era già apparso un secolo prima.

 

[85] Su Illus vedi da ultima S. Fusco, Illus, in Edicta praefectorum praetorio, cit., 177 s. (ivi bibl. e fonti).

 

[86] In materia di γορανμοι vedi, ad es.: A.H.M. Jones, The Greek City from Alexander to Justinian, Oxford 1940 [rist. 1966], 188, 215 ss., 230, 240, 255; L. Migeotte, Les pouvoirs des agoranomes dans les cités grecques, in Symposion 2001. Vorträge zur griechischen und hellenistischen Rechtsgeschichte. Akten der Gesellschaft für griechische und hellenistische Rechtsgeschichte 16, Wien 2005, 287 ss.; T. Bekker-Nielsen, The One That Got Away: A Reassessment of the Agoranomos Inscription from Chersonesos (VDI 1947.2, 245; NEPKh II 129), in The Black Sea in Antiquity: Regional and Interregional Economic Exchanges, a cura di V. Gabrielsen - J. Lund, Aarhus 2007, 123 ss.; Id., Urban life and local politics in Roman Bithynia. the small world of Dion Chrysostomos, Aarhus 2008, 75 ss.

 

[87] Edicta praefectorum praetorio ex codicibus mss. Bodleianis, Laurentianis, Marcianis, Vindobonensibus, in Anekdota, ed. C.E. Zachariae, cit., nr. 8, 269: Περ γορανμων λλου. στε κα π τος γορανμοις καθ' μοιτητα κδκων ψφισμα γνεσθαι παρα το πισκπου κα τν το κλρου κα κτητρων κα πολιτευομνων κα λογδων, tr. lat.: «De aedilibus Illi. Ut etiam de aedilibus ad instar defensorum decretum fiat episcopi et cleri et possessorum et curialium et honoratorum».

 

[88] Index Marcianus nr. 4: περ τς τν γορανμων προβολς, κα τι καθ' μοιτητα τν κδκων κα ο γορανμοι χειροτονονται, ψηφισμτων π τ τοτων προβολ γινομνων παρ το θεοφιλος πισκπου τς πλεως κα τν π' ατν ελαβεσττων κληρικν κα κτητρων κα πολιτευομνων κα λογδων, κα πρσγε καταθσεως νωμτου μν παρ το πισκπου, μεθ' ρκου δ παρ τν λοιπν, tr. lat.: «De aedilium creatione, et quod ad instar defensorum etiam aediles ordinantur, decretis super eorum creatione faciendis a Deo amabili episcopo urbis et reliogisissimis clericis sub eo constitutis et possessoribus et curialibus et honoratis, et insuper depositione ab episcopo quidem sine iuramento, a reliquis vero cum iuramento facienda» (Edicta praefectorum praetorio ex codicibus mss. Bodleianis, Laurentianis, Marcianis, Vindobonensibus, ed. C.E. Zachariae, cit., 258 s.). Per un commento a questo editto vedi C.M.A. Rinolfi, Ed. VIII, in Edicta praefectorum praetorio, cit., 39 ss.

 

[89] I medesimi soggetti, componenti il comitato elettorale degli agoranomoi previsto dall’editto di Illus, furono i promotori di una richiesta inviata ad Anastasio in merito alla nomina del defensor civitatis e del curator. La risposta dell’imperatore è conservata in una iscrizione situata a Korykos: Monumenta Asiae Minoris Antiquae III, 1931, nr. 197, 123 ss.; S. Hagel-K. Tomaschitz, Repertorium der westkilikischen Inschriften nach den Scheden der kleinasiatischen Kommission der Österreichischen Akademie der Wissenschaften, Wien 1998, 198 s.

 

[90] In materia vedi, ad es.: V. Mannino, Ricerche sul «defensor civitatis», Milano 1984; F. Jacques, Le défenseur de cité d’après la Lettre 22* de saint Augustin, in Revue des études Augustiniennes 32, 1986, 56 ss.; J.-U. Krause, Spätantike Patronatsformen im Westen der Römischen Reiches, München 1987, 289 ss.; R.M. Frakes, Some Hidden Defensores Civitatum in the Res Gestae of Ammianus Marcellinus, in Zeitschrift der Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte. Rom. Abt. 109, 1992, 526 ss.; Id., Late Roman Social Justice and the Origin of the Defensor Civitatis, in The Classical Journal 89, 1994, 337 ss.; Id., Contra potentium iniurias: The defensor civitatis and Late Roman Justice, München 2001; P. Pergami, Sulla istituzione del defensor civitatis, in Studia et Documenta Historiae et Iuris 61, 1995, 413 ss.; A. Laniado, Le christianisme et l’évolution des institutions municipales du Bas-Empire: l’exemple du defensor civitatis, in Die Stadt in der Spätantike - Niedergang oder Wandel? Akten des internationalen Kolloquiums in München am 30. und 31. Mai 2003, a cura di J.-U. Krause - C. Witschel, Stuttgart 2006, 319 ss.; F. Oppedisano, Maioriano, la plebe e il defensor civitatis, in Rivista di filologia e d’istruzione classica 139, 2011, 422 ss.

 

[91] C. 1.55.8 pr.: (Impp. Honorius et Theodosius AA. Caeciliano pp.) Defensores ita praecipimus ordinari, ut sacris orthodoxae religionis imbuti mysteriis reverentissimorum episcoporum nec non clericorum et honoratorum ac possessorum et curialium decreto constituantur: de quorum ordinatione referendum est ad illustrissimam praetorianam potestatem, ut litteris eiusdem magnificae sedis eorum solidetur auctoritas.

 

[92] Come sottolinea A. Laniado, Le christianisme et l’évolution des institutions municipales du Bas-Empire: l’exemple du defensor civitatis, cit., 326, questa costituzione è «la première loi d’authenticité incontestable» in cui il clero interviene nell’elezione di funzionari civici.

 

[93] F. De Martino, Storia della costituzione romana, V, cit., 504.

 

[94] C. 1.4.19 (= C. 1.55.11): (Imp. Anastasius A. Eustathio pp.) Iubemus eos tantummodo ad defensorum curam peragendam ordinari, qui sacrosanctis orthodoxae religionis imbuti mysteriis hoc imprimis sub gestorum testificatione, praesente quoque religiosissimo fidei orthodoxae antistite, per depositiones cum sacramenti religione celebrandas patefecerint. Ita enim eos praecipimus ordinari, ut reverentissimorum episcoporum nec non clericorum et honoratorum ac possessorum et curialium decreto constituantur.

 

[95] Intorno alle funzioni civili attribuite agli episcopi e per la centralità del loro ruolo vedi, ex multis: S. Mochi Onory, Vescovi e città (sec. IV-VI), Bologna 1933; B. Biondi, Il diritto romano cristiano. I. Orientamento religioso della legislazione, Milano 1952, 435 ss.; C.G. Mor, Sui poteri civili dei vescovi dal IV al secolo VIII, in I poteri temporali dei Vescovi in Italia e in Germania nel Medioevo, a cura di C.G. Mor - H. Schmidinger, Bologna 1979, 7 ss.; R. Lizzi, Il potere episcopale nell’Oriente romano. Rappresentazione ideologica e realtà politica (IV-V secolo d.C.), Roma 1987; E. Dovere, Il vescovo ‘teodosiano’ quale riferimento per la normazione «de fide» (secc. IV-V), in ’Ilu 1, 1996, 53 ss. (ora in Vescovi e pastori in epoca teodosiana. In occasione del XVI centenario della consacrazione episcopale di S. Agostino, 396-1996. XXV Incontro di studiosi dell’antichità cristiana. Roma, 8-11 maggio 1996, I, Roma 1997, 161 ss.); Id., “Auctoritas” episcopale e pubbliche funzioni (secc. IV-VI), in Studi economico-giuridici. Università di Cagliari. Pubblicazioni della Facoltà di Giurisprudenza 57, 1997-98 [ma 2000], 517 ss. (ora in Studi sull’Oriente Cristiano 5, 2001, 25 ss.); S. Puliatti, Le funzioni civili del vescovo in età giustinianea, in Athenaeum 92, 2004, 139 ss.; vedi anche i contributi pubblicati in L’évêque dans la cité du Ive au Ve siècle. image et autorité. Actes de la table ronde organisée par l’Istituto patristico Augustinianum et l’école française de Rome (Rome 1er et 2 décembre 1995), a cura di é. Rebillard - C. Sotinel, Rome 1998. Cfr. L. Cracco Ruggini, Prêtre et fonctionnaire: l’essor d’un modèle épiscopal aux Ive-Ve siècles, in Antiquité tardive 7, 1999, 175 ss.

Tale politica venne perseguita dallo stesso Giustiniano, vedi, ad es.: C. 1.4.26 del 530; Nov. 128.16 del 545; App. Nov. 7.12 (a tal proposito, G.G. Archi, Pragmatica sanctio pro petitione Vigilii, cit., 25 = Scritti di diritto romano, III, cit., 1992, rileva la presenza in tutta la legislazione giustinianea di «un permanente richiamo all’autorità vescovile considerata ormai elemento che, pur estraneo all’organizzazione burocratica dello Stato, è necessario invocare nell’opera della amministrazione pubblica»). Intorno agli incarichi “di gestione della cosa pubblica” attribuiti dalla normativa giustinianea agli episcopi rimando a S. Puliatti, I rapporti fra gerarchia ecclesiastica e gerarchia statale nella legislazione di Giustiniano, in Studi per G. Nicosia, VI, Milano 2007, 281 ss. (ora in Diritto @ Storia 6, 2007, http://www.dirittoestoria.it/6/Memorie/Scienza_giuridica/Puliatti-Gerarchia-ecclesiastica-legislazione-Giustiniano.htm).

 

[96] C. 1.4.18: (Ατοκρτωρ ναστσιος Α.) ... Θεσπζομεν ... Ο φεσττες κα τ παραφυλακ προσκαρτεροντες στρατιται ν τος σεδτοις ατν τ προσφερμενον εδος κ τν ν τ πλει τ νορίᾳ ατς γεωργουμνων δεχσθωσαν πρ τν νννων ατν δοκιμασίᾳ το πισκπου κα το ρχοντος το κδκου ξ πολεψεως το ρχοντος, κα οκ ναγκζεται συντελεστς παργυρισμν διδναι (tr. lat.: «Milites subditi et in praesidio constituti in sedibus suis species ab agricolis civitatis eiusque regionis pro annonis suis arbitratu episcopi et praesidis accipiant vel defensoris, si praeses non est: nec cogitur collator adaerationem praestare»); la norma è geminata in C. 12.37.19.1: Ε δ κα στρατιτης ξαργυρσαι βουληθεη τς παραχομνας ατ νννας, λψεται τ χρματα κατ τν τρπεζαν. ε δ τ εδος λαμβνει, λψεται τ ν τ χρ χορηγομενον κατ δοκιμασαν το θεοφιλεσττου τν τπων πισκπου κα το λαμπροττου κδκου τς πλεως (tr. lat.: «Quod si miles competentes sibi annonas adaerare vult, pecunias ad rationem mensae accipiet. Si vero species mavult, eas quas regio parit accipiet arbitratu deo amantissimi episcopi et clarissimi defensoris civitatis»).

Legge il testo della costituzione come una endiadi C.G. Mor, Sui poteri civili dei vescovi dal IV al secolo VIII, cit., 13: «Anastasio deferiva al Vescovo e al Preside della provincia – notiamo questa specie di endiadi, che veramente inserisce il capo religioso nell’ordinamento locale - di stabilire il prezzo delle specie dovute per l’annona militare o di farne il conguaglio», mentre secondo V. Mannino, Ricerche sul «defensor civitatis», cit., 145, il compito di fissare le rationes dei soldati sarebbe stato attribuito ai defensores civitatis come pure ai vescovi nel caso di assenza del magistrato (ρκων), identificabile con il governatore provinciale.

 

[97] Sul coinvolgimento del vescovo nell’annona vedi, ad es., C. Soraci, Approvvigionamento e distribuzioni alimentari. Considerazioni sul ruolo dei vescovi nel tardo impero, in Quaderni Catanesi di studi antichi e medievali n.s. 6, 2007, 259 ss., in part. 302 ss.

 

[98] Ed. 9.7.1: Ε δ ντισυγγρφους θεντο πρς τινας μολογας διαλσεις κα οασον συνθκας κα μετ τατα ποισαιεν, κα α παρ' ατος κεμεναι κατ διαφρους τρπους πλοντο, ναγκζεσθαι τος χοντας τ ντισγγραφα προκομζειν ρκον παρχειν,