N. 5 – 2006 – Memorie
 
Cristiana M.A. Rinolfi

Università di Sassari

 

Plebe, pontefice massimo, tribuni della plebe: a proposito di Liv. 3.54.5-14*

 

 

Sommario: 1. Premessa: Liv. 3.54.5-14 e la restaurazione del tribunato della plebe. – 2. La possibile impasse per il rinnovo del tribunato della plebe. – 3. I motivi della scelta del pontefice: a) la tutela pontificale dei sacra e l’integrazione della plebs. – b) una possibile capacità di sostituzione del pontefice massimo? – 4. Il silentium. – 5. Conclusioni.

 

 

1. – Premessa: Liv. 3.54.5-14 e la restaurazione del tribunato della plebe

 

Dopo aver esposto la concitata caduta del decemvirato legislativo[1], responsabile di due gravi crimini commessi belli domique[2], Tito Livio[3] procede a descrivere la restaurazione degli organi della res publica. Infatti, erano state sospese le magistrature, come testimonia lo stesso Livio ricordando la trasmissione dell’imperium consolare ai decemviri[4]; mentre Cicerone serba memoria dell’abdicazione sia dei consoli, sia dei tribuni della plebe[5], ma anche Pomponio, nel lungo frammento del suo Enchiridion conservato nel Digesto di Giustiniano, fa riferimento alla sospensione di tutte le magistrature[6].

Per Tito Livio la fine della magistratura decemvirale fu sancita da un senatoconsulto:

 

Liv. 3.54.5-14: [5] Factum senatus consultum, ut decemviri se primo quoque tempore magistratu abdicarent, Q. Furius pontifex maximus tribunos plebis crearet, et ne cui fraudi esset secessio militum plebisque. [6] His senatus consultis perfectis dimisso senatu decemviri prodeunt in contionem abdicantque se magistratu ingenti hominum laetitia. [7] Nuntiantur haec plebi. Legatos quidquid in urbe hominum supererat prosequitur. Huic multitudini laeta alia turba ex castris occurrit. Congratulantur libertatem concordiamque civitati restitutam. [8] Legati pro contione: ‘Quod bonum, faustum felixque sit vobis reique publicae, redite in patriam ad penates, coniuges liberosque vestros; sed, qua hic modestia fuistis, ubi nullius ager in tot rerum usu necessario tantae multitudini est violatus, eam modestiam ferte in urbem! In Aventinum ite, unde profecti estis! [9] Ibi felici loco, ubi prima initia inchoastis libertatis vestrae, tribunos plebi creabitis. Praesto erit pontifex maximus, qui comitia habeat’. [10] Ingens adsensus alacritasque cuncta adprobantium fuit. Convellunt inde signa profectique Romam certant cum obviis gaudio. Armati per urbem silentio in Aventinum perveniunt. [11] Ibi extemplo pontifice maximo comitia habente tribunos plebis creaverunt, omnium primum L. Verginium, inde L. Icilium et P. Numitorium, avunculum Vergini, [12] auctores secessionis, tum C. Sicinium, progeniem eius, quem primum tribunum plebis creatum in Sacro monte proditum memoriae est, et M. Duillium, qui tribunatum insignem ante decemviros creatos gesserat nec in decemviralibus certaminibus plebi defuerat. [13] Spe deinde magis quam meritis electi M. Titinius, M. Pomponius, C. Apronius, Ap. Villius, C. Oppius. [14] Tribunatu inito L. Icilius extemplo plebem rogavit, et plebs scivit, ne cui fraudi esset secessio ab decemviris facta.

 

Il provvedimento del Senato imponeva le dimissioni dei decemviri, disponeva che il pontefice massimo Quinto Furio creasse i tribuni della plebe[7] e sanciva che non vi fosse alcuna persecuzione per le secessioni dell’esercito e della plebe[8] avvenute durante la sollevazione[9] provocata dall’indignazione per le vicende che portarono alla morte di Virginia[10].

Il senatoconsulto in questione appare frutto di un accordo tra i due ordini, come emerge nel precedente capitolo 53, in cui si descrivono le trattative tra patres e plebs[11]. Secondo Livio, L. Icilio Ruga, in rappresentanza dei plebei, presentò le proprie richieste ai legati senatori, i futuri consoli L. Valerio Potito e M. Orazio Barbato, «personaggi dal venerabile pedigree gentilizio»[12]. Inoltre, il Senato cercò di frenare le intemperanze della moltitudine che minacciava di bruciare vivi i decemviri. Quegli stessi decemviri capitanati da Appio Claudio[13], alla cui guida la plebe si era espressa favorevolmente al momento dell’instaurazione della magistratura[14].

La deliberazione del Senato venne presa dopo che Valerio e Orazio riferirono le richieste della plebe, e, narra Livio, non si ebbero obiezioni da parte dei decemviri, Appio Claudio escluso[15]. In tal modo, ricorda Livio: concordiamque civitati restitutam[16].

L’annalista tratteggia, quindi, l’elezione dei tribuni della plebe sulla base dell’indicazione del consesso dei patres. I legati senatori, i quali dovevano comunicare alla plebs il provvedimento del Senato, si avviarono verso l’accampamento plebeo posto sul monte Sacro, seguiti dalla plebe che era rimasta nell’Urbs. La folla venne raggiunta da un’altra turba laeta mossa dall’accampamento. Di fronte a tale contio i legati invitarono i plebei a recarsi sull’Aventino per la restaurazione dei tribuni. Quindi la plebe, levate le insegne dal Sacer mons, attraversata l’urbe, si diresse sull’Aventino[17], dove si trovava il pontefice massimo, il quale, presiedendo, i concilia, fu preposto alla creatio dei tribuni: un potere di grande responsabilità politica, che sorprendentemente coinvolgeva il pontifex maximus nelle vicende della seconda secessione della plebe.

La notizia liviana, che solleva alcune questioni, non è l’unica testimonianza intorno all’episodio: riporta infatti l’accaduto anche una fonte di derivazione ciceroniana, che si discosta solo in alcuni punti da Livio.

 

Ascon., in Cornel., 68 s. Kiessling et Schoell: Reliqua pars huius loci, quae | pertinet ad secundam constitutionem tribunorum et decemvirorum finitum imperium, et breviter et aperte ab ipso dicitur. Nomina sola non adicit, quis ille ex decemviris fuerit qui contra libertatem vindicias dederit, et quis ille pater contra cuius filiam id decrevit; scilicet quod notissimum est decemvirum illum Appium Claudium fuisse, patrem autem virginis L. Verginium. Unum hoc tantummodo explicandum, quo loco primum de secunda secessione plebis, dehinc concordia facta, sic dicit: Tum interposita fide per tres legatos amplissimos viros Romam armati revertuntur. In Aventino consederunt; inde armati in Capitolium venerunt; decem tr. pl. <per> pontificem, quod magistratus nullus erat, creaverunt. Legati tres quorum nomina non ponit hi fuerunt: Sp. Tarpeius, C. Iulius, P. Sulpicius, omnes consulares; pontifex max. fuit M. Papirius.

 

Evidente la difforme indicazione circa l’identità del pontefice massimo. Livio, infatti, indica Quinto Furio, mentre Asconio fa riferimento a M. Papirio[18]. Alcuni autori moderni considerano maggiormente verosimile il nome di Papirio, poiché Quinto non è un prenome usuale presso i Furii[19]. Effettivamente da una disamina dell’opera liviana e di altre fonti letterarie, appare come l’uso da parte di questa gens del prenome Quinto sia registrato solo da Liv. 3.54.5[20], sebbene sia evidente che questo non sia un dato risolutivo.

Nessun riferimento alle elezioni dei tribuni della plebe invece in Pomponio, il quale al contrario si sofferma sul caso di Virginia; tuttavia nell’Enchiridion si colgono, per quanto flebili, gli echi di uno spostamento della plebe urbana sull’Aventino, dove le legioni precedentemente stanziate sull’Algido[21], abbandonando i propri duces, si erano trasferite con i signa.

 

2. – La possibile impasse per il rinnovo del tribunato della plebe

 

Per quanto attiene alla necessità di un simile procedimento, bisogna sottolineare come la creatio dei consoli, ricordata da Livio nel capitolo successivo[22], avvenne attraverso un interrex, e per tale nomina non si fa riferimento ad alcuna disposizione in merito nel senatoconsulto. Infatti, soprattutto durante il periodo in cui la costituzione repubblicana non si era ancora consolidata, e quando la repubblica si fece teatro di dure lotte, per la decisione in merito alle magistrature si ricorreva all’antico istituto dell’interregnum, che permetteva ai membri patrizi del senatus la creatio dei magistrati supremi[23], in quanto auspicia ad patres redeunt[24]. Quindi automaticamente, in assenza di magistrati muniti d’imperio, senza necessità di alcun senatoconsulto, si convocavano i patres per la nomina dell’interrex[25].

Il ricorso ad un istituto presente nella prassi costituzionale, l’interregnum, per la creatio dei consoli dopo la caduta del decemvirato, posto a confronto con il mezzo straordinario per eleggere i massimi magistrati plebei, può essere indice della presenza di un’impasse per l’elezione nei concilia plebis. Infatti mancava un tribuno in carica, vista la sospensione delle magistrature derivata dall’instaurazione del decemvirato, il quale potesse riunire e presiedere l’assemblea della plebe, e non vi era alcun precedente consuetudinario che potesse risolvere la questione. Del resto, «il consolidamento del potere dei tribuni fu consuetudinario e – come sostiene il De Martino – le competenze loro furono fissate mediante uno sviluppo delle norme stabilite nella prima epoca»[26].

 

3. – I motivi della scelta del pontefice: a) la tutela pontificale dei sacra e l’integrazione della plebs

 

La prima questione sollevata dal racconto liviano riguarda l’attendibilità della notizia della presidenza da parte del pontefice massimo dei concilia plebis, sebbene Livio parli di comitia[27]. Infatti, diverse sono le fonti che sostengono come dalle assemblee della plebe fossero esclusi gli esponenti del ceto patrizio, ed inoltre la presidenza di questi veniva attribuita sempre ad un magistrato plebeo[28]. Quindi, l’indicazione di un’unica deroga dell’usuale procedura con un ricorso al pontifex maximus può apparire alquanto strana. Tra gli studiosi, infatti, vi è chi, come il De Martino, ne ha negato l’autenticità, considerando il passo un’invenzione annalistica[29].

Al contrario, il Bouché-Leclercq sostiene che il senatoconsulto «prouve qu’en l’absence de magistrats, l’initiative revenait tout naturellement au P. M.»[30]. Per apprezzare meglio l’idea del grande studioso francese bisogna comprendere in che cosa consistesse questa “naturalezza” nella scelta dei pontefici, nel sistema costituzionale romano. Innanzitutto, se la notizia fosse un’invenzione, ci si dovrebbe domandare perché l’annalistica abbia dovuto ricorrere ad uno strumento così straordinario, in quanto, vista la sua forza oppositrice, la plebe poteva semplicemente optare per un atto unilaterale autoritativo di parte. Del resto, secondo la tradizione, i tribuni della plebe furono costituzionalmente riconosciuti proprio in seguito alle sopranarrate vicende, attraverso una delle leggi Valeriae Horatiae, promulgate dai consoli creati dopo il decemvirato, che riconosceva solennemente il potere tribunizio; quindi sarebbe giustificata una scelta non “rivoluzionaria”, per un ordine sociale teso ad acquisire peso politico nella civitas[31].

Questa apertura al dialogo si scorge nella descrizione liviana delle trattative tra plebei e legati senatori. Nel discorso di Icilio infatti doveva trasparire chiaramente che la plebe riponeva le proprie speranze in aequitate rerum plus quam in armis[32].

La veridicità della notizia di Livio, intorno alla scelta senatoria del pontefice massimo[33] per habere i concilia plebis, appare supportata da alcuni dati della tradizione.

Innanzitutto, questa scelta che attribuiva un incarico nell’ambito del diritto pubblico al massimo esponente del collegio pontificale, era coerente e conforme con la specificità del sistema giuridico-religioso romano[34] che vedeva i sacerdoti come parte integrante dell’assetto costituzionale. La concezione che i sacerdoti fossero parte attiva nella vita della costituzione si riscontra nella sistematica di Ulpiano. In un frammento del primo libro delle Istituzioni ulpianee, infatti, il giurista articola in una tripartizione, ormai famosa, il diritto pubblico romano: Publicum ius in sacris in sacerdotibus, in magistratibus consistit[35].

Oltre a ciò probabilmente il pontefice massimo, definito da Festo come iudex atque arbiter … rerum divinarum humanarumque[36], potrebbe essere stato considerato per la sua posizione super partes[37]. Del resto, la decisione senatoria comunicata ai plebei attraverso dei legati, con l’indicazione di radunarsi sull’Aventino[38] per procedere alle elezione dei tribuni della plebe sotto la presidenza del pontefice massimo, fu accolta con gioia dalla plebe, e Livio non registra alcun dissenso in merito. Eppure dissensi sarebbero dovuti essere inevitabili visto che i pontefici provenivano dal patriziato e bisognerà attendere il 300 a.C. per l’accesso al pontificato da parte della plebe, avvenuto tramite il plebiscito Ogulnio[39], e poi il 254 a.C. per la creatio del primo pontifex maximus plebeo, Tiberio Coruncanio[40].

Inoltre, appariva un fatto del tutto normale che i pontefici ricoprissero nel contempo magistrature curuli[41]. La possibilità di esercitare contemporaneamente al sacerdozio funzioni magistratuali, e quindi di salvaguardare la civitas “doppiamente”, come sacerdoti e come magistrati, era cosa abituale. Lo stesso Livio, quando commenta l’elezione a pontefice massimo di P. Licinio Crasso, sottolinea l’eccezionalità dei casi in cui furono creati come pontifices coloro che non avessero ricoperto precedentemente magistrature curuli[42].

In secondo luogo va sottolineato un altro possibile collegamento tra i tribuni della plebe e il collegio pontificale: i magistrati plebei erano tutelati da un apparato sanzionatorio di carattere religioso[43]. Le leges sacratae[44], infatti, rappresentavano lo strumento che dava fondamento al potere dei tribuni della plebe.

Diverse sono le posizioni dottrinarie che hanno cercato di individuare il fondamento del potere tribunizio nel complesso, e non univoco, racconto delle fonti[45].

Un’ampia analisi della dottrina si rinviene in G. Lobrano[46], il quale in particolare si è soffermato sulla sacrosanctitas considerata come il fondamento del potere dei magistrati plebei, mentre il fondamento del potere dei magistrati patrizi era rappresentato dagli auspicia[47]. Pur nella diversità vi era la stessa matrice, il “sistema giuridico-religioso”, non si trattava quindi di una vera antitesi tra poteri, ma consisteva in «una contrapposizione tra ‘specializzazioni’ di un medesimo (del populus Romanus) patrimonio religioso-giuridico: il sacer-sanctus e l’augurium-auspicium»[48].

Questa valenza basilare della sacrosanctitas è stata evidenziata anche da F. Sini[49], il quale analizza alcune fonti che mostrano la presenza di una riflessione giurisprudenziale intorno al tribunato della plebe. In Liv. 3.55.6-12 si ricordano i vari orientamenti dei giuristi intorno all’interpretazione della lex Valeria Horatia de tribunicia potestate; proprio «dalla sententia degli iuris interpretes citati da Tito Livio emerge, non solo che il problema della qualificazione giuridica della tribunicia potestas consisteva essenzialmente nella questione della sacrosanctitas, ma soprattutto che era proprio la sacrosanctitas, fondata sul vetus ius iurandum plebis del 494 a.C. e non sulla legge del 449 a.C., a stabilire la collocazione istituzionale del tribunato nel sistema giuridico-religioso romano»[50].

Questo fondamento venne ribadito e riconosciuto dalla lex de tribunicia potestate del 449[51], che probabilmente conservava il dettato originale del provvedimento plebeo[52], per quanto Livio sostenga che all’epoca si era quasi perso il ricordo delle leggi sacrate. Nella tradizione liviana si conferma inoltre un collegamento tra la legge sacrata sull’inviolabilità tribunizia ed i sacra, in quanto rinnovando l’inviolabilità tribunizia si rinnovarono anche alcune cerimonie sacre interrotte da parecchio tempo[53].

L’inviolabilità tribunizia, sulla base della lex de tribunicia potestate, godeva quindi di una tutela giuridico-religiosa in virtù della quale chi attentava alla persona dei tribuni sarebbe stato dichiarato sacer a Giove, e i suoi beni consacrati a Cerere[54], Libero e Libera[55].

Intorno all’originalità del richiamo in questa legge sacrata delle deità a cui la plebe era devota sono presenti in dottrina diverse posizioni. J. Bayet sostiene che il dedicare la testa del colpevole a Juppiter rappresenti la formula originale, alla quale sarebbe stata aggiunta la consacrazione dei beni alla triade plebea, aggiunta frutto «d’une véritable convention entre les deux parties de la population romaine, Jupiter étant le dieu des patriciens comme Cérès est la divinité de la plèbe. Sans oublier cependant que c’est à Jupiter que la plèbe avait voué, nous dit-on, le Mont Sacré, lorsqu’elle le quitta pour rentrer dans la Rome après sa première sécession»[56]. Questa idea del Bayet, secondo cui nella legge sacrata originale era presente la sola consacrazione a Juppiter del colpevole, appare confermata dal fatto che Festo non si riferisce alle divinità plebee[57].

Per S. Tondo, al contrario, la lex de tribunicia potestate avrebbe spostato la consacrazione del trasgressore da Cerere a Juppiter, in quanto la norma «volle porsi qual espressione d’una politica unitaria, ch’era tesa a realizzare, rispetto al contesto delle strutture civiche, un più deciso inserimento delle istituzioni plebee»[58].

Una parte della dottrina, del resto, ha affermato l’esclusività della consacrazione a Cerere negli atti della plebe. In particolare G. Wissowa sostiene che la legge attribuita a Romolo in materia di ripudio tramandata da Plut., Rom. 22.3 (in cui si fa riferimento alla consacrazione di parte del patrimonio del colpevole a Demetra) sarebbe una tardiva innovazione che ricalcherebbe la legge sacrata plebea[59]. B. Perrin ritiene che la menzione di Cerere nella repressione di un crimine, intesa come divinità offesa, non fosse originale. Infatti, il richiamo sanzionatorio a questa divinità, nella quale si identificava la plebe in modo esclusivo, andò ad inserirsi nel quadro della lotta tra gli ordini. Le altre ipotesi testimoniate dalle fonti, dove si prevede la consacrazione a Cerere della persona o dei beni del colpevole, sarebbero il frutto di una sovrapposizione di questa dea alle divinità patrizie[60].

Visto, dunque, il nesso tra inviolabilità tribunizia e tutela giuridico-religiosa, nessuno, meglio del pontefice massimo, al quale è riconosciuta dalle fonti una generale competenza sui sacra[61], poteva procedere alla creatio di un magistrato che fondava i suoi poteri nella religione[62]. Del resto, la glossa festina Sacer mons[63] ricorda che questo luogo fu sede della secessione plebea che portò alla creazione dei tribuni della plebe tutelati da una lex tribunicia; a tale proposito Festo spiega la situazione dell’homo sacer, e l’immunità che sorge in capo di colui che l’uccide, immunità ribadita anche nel precetto della lex tribunicia per cui: si quis eum, qui eo plebei scito sacer sit, occiderit, parricida ne sit[64].

Le due materie, leggi sacratae e competenza pontificale sui sacra[65], appaiono dunque alquanto vicine.

Il riferimento a Giove nelle leggi sacrate rimanda al supremo valore della fides[66]; ma si potrebbe rinvenire anche un’altra valenza concettuale. Si tratta di una valenza politica: il richiamo a Juppiter deve essere inteso come l’affermazione della volontà plebea di assumere un ruolo politico all’interno della civitas[67]. La massima divinità romana[68] esprime la sua valenza politica nell’appellativo di Ottimo Massimo[69], e vede il suo culto in Giove Capitolino, il cui tempio sul Campidoglio fu dedicato proprio nel primo anno della repubblica[70] dal console, e pontefice massimo, Orazio Pulvillo[71].

Giove dunque era presente alla fondazione di Roma e aveva acconsentito alla nascita della civitas[72] e alla sua crescita attraverso gli auspicia, lo strumento politico-religioso del governo della res publica, in mano ai patrizi. Juppiter, quindi, era l’espressione ed il riflesso del supremo potere del populus Romanus[73]. Giurare la sacertà a Giove di chi avesse violato la persona del tribuno significava da parte plebea affermare la propria presenza all’interno della civitas e la volontà di integrarsi con essa e con le sue istituzioni[74].

Del resto Livio riferisce la notizia che nel 448 una delegazione di Latini e di Ernici fece dono a Giove Ottimo Massimo di una corona d’oro, per felicitarsi della trovata concordia tra patrizi e plebei[75]; questo racconto sarebbe un’ulteriore dimostrazione che proprio Giove appariva, nella visione degli antichi, il deus ex machina nelle vicende della civitas, ed in tal caso nell’equilibrio tra i due ordini. Secondo la visione antica, Giove era il dio che aveva espresso la propria volontà di sostenere Roma e di partecipare alla sua vita[76], ed anche, come appare da questo episodio, la divinità referente ai fini del superamento dei contrasti tra i due ordini.

Per avvalorare questa posizione si può ricordare come tale valenza politica appaia anche nei tradizionali luoghi votati come sede d’agitazione plebea. Luoghi che durante tutto il corso della vita repubblicana, legati alla più antica lotta tra gli ordini, furono rivalorizzati dalla propaganda[77].

Intorno alla sede della prima secessione non vi è concordanza nelle fonti, che oscillano tra il colle Aventino e il monte Sacro; per quanto vi sia anche un riferimento al territorio di Crustumerium[78] identificato da alcuni con il monte Sacro[79]. Questa discordanza nelle testimonianze è risalente, in quanto viene riportata dallo stesso Livio, il quale prima cita la tradizione antica più diffusa:

 

Liv. 2.32.2: Et primo agitatum dicitur de consulum caede, ut solverentur sacramento; doctos deinde nullam scelere religionem exsolvi, Sicinio quodam auctore iniussu consulum in Sacrum montem secessisse,

 

mentre nel paragrafo seguente ricorda che ea frequentior fama est quam, cuius Piso auctor est, in Aventinum secessionem factam esse[80].

Chi ha sostenuto con vigore che fosse proprio l’Aventino la meta della prima agitazione della plebe è stato A. Guarino: «che i plebei abbiano seceduto piuttosto sull’Aventino che non sul lontano monte Sacro si può ritenere quasi al limite del sicuro. Non ultimo motivo dell’emersione del monte Sacro nei racconti tradizionali deve essere stata la necessità di spiegare l’oscura denominazione delle ‘leggi sacrate’»[81]. Tuttavia, la gran parte della dottrina indica il monte Sacro come luogo della prima secessione[82].

Il monte Sacro, in origine indicato come trans Anienem, viene ricordato con il nome di Sacer mons proprio in relazione alla sua consacrazione a Giove da parte della plebe[83]. Anche l’Aventino[84] appare accogliere sin da epoca numana un’ara dedicata a Juppiter Elicius[85], in connessione con l’episodio del leggendario incontro tra il re Numa e Giove[86], avvenuto appunto su questo colle[87].

Da questi dati sembrerebbe che tra i plebei vi fosse l’idea di occupare lo spazio all’interno della sfera di influenza propria di Juppiter e del sistema politico-religioso degli auspici[88]. Appare quasi che con la loro secessione i plebei piuttosto che dividersi dalla comunità cittadina, attraverso l’occupazione di luoghi sacri a Juppiter, cercassero di stabilire un trait d’union con il sistema del potere patrizio[89].

Il rapporto tra Giove e la plebe romana trova compimento nella celebrazione di ludi plebei, citati per la prima volta nel 216 a.C.[90], ludi durante i quali, sotto la direzione degli edili della plebe, si offriva un banchetto in onore della massima divinità romana.

Lo stesso impiego della sacertà, il cui uso si registra dall’età monarchica[91], mostra quanto la plebe fosse integrata nella realtà cittadina fin dalle origini.

Nelle parole che i legati senatori rivolsero alla plebe si possono trovare anche alcuni spunti di riflessione: il discorso contiene la formula quod bonum, faustum felixque sit, che, con alcune lievi varianti, appare anche in altre fonti[92] e in diversi passi liviani in riferimento ad atti ufficiali[93], che confermerebbe l’autenticità del racconto qui preso in esame, e la sua possibile derivazione da archivi pontificali[94]. Si tratta di un’antica formula utilizzata dai maiores, come testimonia Cicerone[95], legata all’idea della forza intrinseca delle parole, concezione tipica dei Romani[96].

In particolare si deve ricordare un brano di Livio che riporta l’esortazione da parte dell’interrex al popolo riunito in contione a creare un degno successore di Romolo[97]: un atto d’origine senatoria mirato alla creatio, proprio come in Liv. 3.54.8-9, dove l’invito da parte dei legati senatori a recarsi sull’Aventino per restaurare i tribuni, venne rivolto alla contio plebea.

Dal discorso dei legati appare quindi trasparire la volontà dello stesso Senato di considerare la plebe come parte integrante ed interna alla civitas, richiamando i suoi componenti secondo l’usuale formula utilizzata fin dalle origini per rivolgersi ai cives[98]. Significativamente la formula era stata usata in passato in occasione della grave decisione di Tullo Ostilio di unificare Alba Longa con la civitas romana[99].

Il discorso di Livio lascia intravedere un altro indizio sull’utilizzo di materiali degli archivi sacerdotali da parte dello storico. Infatti, l’errata indicazione di comitia per l’elezione dei magistrati plebei, in luogo dei concilia, che si rinviene nella parte discorsiva del racconto (Liv. 3.54.11: Ibi extemplo pontifice maximo comitia habente tribunos plebis creaverunt), non è presente nel testo dell’atto senatorio riportato in Liv. 3.54.5 (pontifex maximus tribunos plebis crearet), e in Liv. 3.54.9 (tribunos plebi creabitis. Praesto erit pontifex maximus, qui comitia habeat), dove al contrario si fa riferimento alla creatio dei tribuni della plebe. L’assenza di imperfezioni di tipo giuridico nella parte relativa al testo del senatoconsulto fa propendere per un utilizzo liviano di materiali scrittori della tradizione documentaria dei collegi sacerdotali.

 

b) una possibile capacità di sostituzione del pontefice massimo?

 

La spiegazione della scelta senatoria può trovarsi in una possibile capacità di sostituzione del pontefice massimo. Si registrano infatti alcuni episodi in occasione dei quali i pontifices presero il posto di altri organi in loro assenza.

In materia di celebrazioni viene ricordato da Tacito il frequente ricorso alla sostituzione pontificale nel compimento dei sacra in vece del flamen Dialis, in ragione di un impedimento per malattia o a causa dell’assunzione di un ufficio pubblico[100]. Tuttavia, questo riferimento si potrebbe spiegare con il potere dei pontefici di controllo del regolare svolgimento dei riti[101], e del rapporto gerarchico con flamini[102], vestali[103], e altri sacerdoti[104] o sottoposti[105]. Questa cautela a ché i sacra fossero svolti, e si celebrassero correttamente, era tesa ad impedire che si incrinasse il pacifico rapporto con le divinità[106]. Gli dèi, stando a leggere il De legibus[107], partecipavano alla medesima societas e alla medesima norma di una civitas communis deorum atque hominum, erano gli artefici dell’incremento demografico e della prosperità della civitas[108].

Se quindi nel campo dei sacra il sostituirsi pontificale si può spiegare con la funzione di controllo del regolare svolgimento delle cerimonie religiose, appare difficile interpretare con la stessa ratio altre testimonianze.

In questo senso risulta interessante il caso risalente al 295 a.C. narrato da Livio: a Sentino[109], sul fronte militare contro i Galli e Sanniti, il pontefice Marco Livio Denter[110] seguì il console plebeo P. Decio P. f.[111] per praeire[112] la formula della devotio[113]. Proprio in tale occasione il console trasmise i littori al pontefice, e questi assunse il potere pro praetore[114]. Quindi, per ordine di Decio, ormai votato alla morte, il pontefice Livio assumeva le funzioni di comandante e si vedeva trasferiti i simboli del potere.

Per quanto attiene alla facoltà del pontefice massimo di sostituirsi ad alcuni organi costituzionali in caso di loro assenza, conviene riflettere brevemente intorno alla presidenza dei comitia calata.

Riguardo l’essenza di questi comizi, si rinviene in dottrina una certa disparità di vedute, e del resto, come constata L. Capogrossi Colognesi, «ci troviamo su un terreno assai incerto»[115]. Una parte della letteratura sostiene che i comitia calata siano stati dei veri comizi, rappresentando una realtà autonoma rispetto alle altre assemblee popolari[116]. Al contrario, un’altra posizione dottrinaria considera la natura di questi comitia come una forma speciale di comizi curiati[117]; inoltre vi sono studiosi che sostengono l’identità tra i comizi curiati e i comitia calata[118].

Si ricorda, inoltre, la particolare visione di U. Coli[119], per il quale i comitia calata erano dei regolari comizi convocati, non deliberanti, che si svolgevano durante la prima fase in cui il popolo veniva adunato e quindi «rimaneva confusus in contione»[120].

Per quanto attiene al problema dell’organizzazione del popolo all’interno dei comitia calata, oltre a coloro che rimandano ad una riunione per curie, come il de Francisci[121], vi sono alcuni autori che sostengono una distribuzione del popolo alternativamente, in curie ed in centurie[122], come Th. Mommsen, il quale inoltre ritiene che i cittadini in tali assemblee si riunivano in centurie per l’inaugurazione del flamen Martialis[123].

La teoria di una autonomia dei comitia calata richiede, a mio avviso, ulteriori indagini per spiegare il perché della esistenza di questi comizi.

Sulla base delle nostre conoscenze, in età storica queste assemblee erano connotate da una funzione religiosa, funzione che richiedeva la partecipazione del popolo. L’unica fonte in materia è Aulo Gellio, il quale riporta la lezione di Labeone[124] conservata nell’opera ad Q. Mucium di Lelio Felice:

 

noct. Att. 15.27.1-3: [1] In libro Laelii Felicis ad Q. Mucium primo scriptum est Labeonem scribere ‘calata’ comitia esse, quae pro conlegio pontificum habentur aut regis aut flaminum inaugurandorum causa. [2] Eorum autem alia esse ‘curiata’, alia ‘centuriata’; ‘curiata’ per lictorem curiatum ‘calari’, id est ‘convocari’, ‘centuriata’ per cornicinem. [3] Isdem comitiis, quae ‘calata’ appellari diximus, et sacrorum detestatio et testamenta fieri solebant. Tria enim genera testamentorum fuisse accepimus: unum, quod calatis comitiis in populi contione fieret, alterum in procinctu, cum viri ad proelium faciendum in aciem vocabantur, tertium per familiae emancipationem, cui aes et libra adhiberetur.

 

Nel primo paragrafo viene esposto il pensiero di Labeone, il quale qualificava come calata i comizi che si svolgevano pro conlegio pontificum, per il compimento della inaugurazione del re e dei flamini. Nel testo di Gellio è difficile attribuire alla particella pro una accezione tanto diversa da quello che è il suo “primo” significato, che è quello di “dinanzi”. Per questo motivo, la frase pro conlegio pontificum deve essere intesa come “dinanzi al”, od “in presenza del” collegio dei pontefici, e a tal fine rimando alla traduzione proposta da R. Marache: «Dans le premier livre du commentaire de Laelius Felix à Quintus Mucius il est écrit que suivant Labéon les comices calata sont ceux qui ont lieu devant le collège des pontifes pour inaugurer ou le roi ou les flamines»[125]. D’altra parte lo stesso Aulo Gellio, per esemplificare la varietas dell’oratio Latina, richiama proprio i diversi significati che può assumere la preposizione pro[126].

Nel secondo paragrafo del testo in esame, Gellio sostiene che esistono anche altri comizi, oltre ai comitia calata. Qui appare come la discriminante tra le varie assemblee popolari sia proprio il modo di convocazione, azione descritta dall’antiquario con il verbo calare, con l’accezione, precisata quasi in modo didascalico, di convocare. Ben altra cosa è l’aggettivo calata accostato a comitia. Questa specificità dei comitia calata appare anche nel paragrafo seguente, in cui Gellio elenca ulteriori compiti, rispetto ai casi previsti da Labeone. La conseguenza di tale lettura è che si tratti di autonomi comizi, come emerge proprio dal titulus del capitolo in questione: Quid sint ‘comitia calata’, quid ‘curiata’, quid ‘centuriata’, quid ‘tributa’, quid ‘concilium’; atque inibi quaedam eiusdemmodi[127].

Dalle funzioni che si indicano in noct. Att. 15.27.1 (inauguratio del re e dei flamini, detestatio sacrorum, testamentum calatis comitiis) appare la specificità religiosa dei comitia calata, che, formalmente convocati, probabilmente si arrestavano alla prima fase comune a tutti i comizi, quella della contio[128], poiché non deliberanti, per le funzioni a cui erano destinati (lo stesso Gellio sostiene che il testamento comiziale in populi contione fieret). Pertanto si può sostenere che non si svolgevano né per curie, né per centurie, in quanto il popolo si riuniva senza alcuna distinzione.

Dalle fonti, infatti, abbiamo notizia che nel periodo monarchico i pontefici assistevano alle operazioni sacrali svolte dal re, durante le quali il popolo non sembra riunirsi secondo un preciso criterio. In tale contesto si deve chiamare un passo varroniano che appare illuminante intorno alle riunioni religiose del populus davanti al re, relative alla composizione del calendario:

 

Varr., de ling. Lat. 6.28: Eodem die [enim] in Urbem ab agris ad regem conveniebat populus. Harum in Arce, quod rerum vestigia apparent in sacris Nonalibus in Arce, quod tunc ferias primas menstruas, quae futurae sint eo mense, rex edicit populo.

 

Qui si descrive come il populus si muovesse dalla campagna all’Urbe per riunirsi di fronte al re, il quale procedeva alla edictio feriarum. Proprio in questo brano si rinviene la dicotomia urbs-ager, rispetto alla provenienza del populus, la campagna, e alla sua destinazione, la città. Questo farebbe propendere, almeno per i tempi antichi, per una riunione disordinata del populus convocato. Sebbene Varrone non qualifichi tale raduno come comitia calata, è tuttavia importante rimarcare come i pontefici avessero un ruolo nelle antiche operazioni legate alla proclamazione del calendario:

 

Macr., sat. 1.15.9-12: [9] Priscis ergo temporibus, antequam fasti a Cn. Flavio scriba invitis patribus in omnium notitiam proderentur, pontifici minori haec provincia delegabatur ut novae lunae primum observaret aspectum visamque regi sacrificulo nuntiaret. [10] Itaque sacrificio a rege et minore pontifice celebrato idem pontifex calata, id est vocata, in Capitolium plebe iuxta curiam Calabram, quae casae Romuli proxima est, quot numero dies a kalendis ad nonas superessent pronuntiabat, et quintanas quidem dicto quinquies verbo kalî, septimanas repetito septies praedicabat. [11] Verbum autem kalî Graecum est, id est voco, et hunc diem, qui ex his diebus qui calarentur primus esset, placuit kalendas vocari. Hinc et ipsi curiae ad quam vocabantur Calabrae nomen datum est, et classi, quod omnis in eam populus vocaretur. [12] Ideo autem minor pontifex numerum dierum qui ad nonas superesset calando prodebat, quod post novam lunam oportebat nonarum die populares qui in agris essent confluere in urbem, accepturos causas feriarum a rege sacrorum sciturosque quid esset eo mense faciendum.

 

L’azione pontificale di calare risulta così strettamente connessa alla presenza del popolo e ad alcune specifiche cerimonie, legame questo che si rinviene anche in altre testimonianze in materia[129]. Da queste riunioni presiedute dal re, si formarono, attraverso diverse modificazioni avvenute con il tempo, quegli specifici comizi calati, a cui si riferisce la tradizione labeoniana, comitia che si svolgevano sotto l’egida del collegio pontificale, in quanto sacerdozio che aveva una generale competenza su tutti i sacra. Le operazioni di convocazione erano curate dai pontefici, i quali si avvalevano del calator[130] il cui collegamento con l’azione di calare si trova in Paolo diacono[131].

Di fronte a tali comizi, com’è noto, si svolgevano gli atti necessari per i testamenta calatis comitiis[132]. In materia si può affermare, almeno per l’età repubblicana, che al pontefice massimo passò il compito di presiedere i comizi calati, ereditando le funzioni che in origine spettavano quasi per certo al rex[133], e successivamente al rex sacrorum. Del resto la dottrina accoglie ormai senza riserve l’ipotesi formulata dal Mommsen[134], secondo il quale i comitia calata si riunivano per i testamenti[135] il 24 marzo e il 24 maggio, giorni indicati nel calendario festivo arcaico con la sigla Q.R.C.F. (Quando Rex Comitiavit Fas)[136], dove vi è l’espresso richiamo ad un’operazione sacrale del rex.

Una conduzione pontificale dei comitia calata viene affermata dalla giurisprudenza augustea anche per atti diversi dalla confezione dei testamenti comiziali, conduzione che doveva risalire, almeno in casi particolari, all’età monarchica. Le Noctes Atticae[137] danno notizia che tali comitia si svolgevano pro conlegio pontificum in occasione della inaugurazione del re e del flamine[138]: la spiegazione sta nel fatto che sarebbe stato impossibile per il designato non ancora inaugurato assumere la presidenza dei comizi calati, perché fino ad allora non investito dei poteri religiosi[139]. Alla luce di tale dato parrebbe che anche la facoltà del pontefice massimo di presiedere i comizi calati non fosse altro che espressione della facoltà di sostituzione pontificale, quanto meno in particolari casi di assenza.

 

4. - Il silentium

 

Interessante nel racconto di Liv. 3.54.5-14, è anche la notizia che la plebe armata attraversò la città in silenzio per dirigersi verso l’Aventino[140]. Quasi come un ossimoro Livio riporta il termine silentium, che accompagna il cammino dei plebei verso il colle. Il silenzio appare una condizione quasi “innaturale” per la plebe, descritta spesso come una massa informe, multitudo[141], e rumoreggiante. Ma forse silentio vuol dire di più, rimanda ad un momento d’estremo raccoglimento, un concetto che si radica nella rappresentazione romana che riconosceva una grande forza, quasi sovrannaturale, della parola.

Nelle fonti appare una duplice valenza del silenzio. Da una parte nella teologia romana si rinviene una rilevanza del concetto squisitamente religiosa. Il silenzio infatti era condizione necessaria per le celebrazioni rituali. In particolare si rinviene nell’auspicium ex tripudiis[142] il cui svolgimento viene tramandato da Cicerone. In tale atto l’auspicante chiedeva l’assistenza del pullarius[143], il quale portava al cospetto del comandante dei polli in una stia[144]. In un momento successivo alla celebrazione questo speciale addetto, su richiesta del capo dell’esercito, doveva verificare che vi fosse silentium[145].

La spiegazione tecnica della parola silentium è offerta dallo stesso oratore: silentium dicimus in auspiciis, quod omni vitio caret[146]; come sosteneva Veranio Flacco: hoc enim est <proprie sil>entium, omnis vitii in auspiciis vacuitas[147]: dunque bisognava impedire con il silenzio rituale il verificarsi di qualsiasi possibile vizio[148].

Nel contesto in esame però conformemente a quanto si sostiene da altre testimonianze, non si fa riferimento alla presa degli auspici, non richiesti per la validità dell’elezione dei tribuni plebei[149]. Tuttavia, si scorge nelle fonti il generale valore del silenzio durante le celebrazioni, e non solo in riferimento agli auspici. In questo senso è giusto ricordare un brano di Seneca, il quale sottolinea la necessità del silenzio perché il sacrificio si compisse ritualmente:

 

Sen. phil., de vit. beat. 26.7: quotiens mentio sacrarum litterarum intervenerit, favete linguis. Hoc verbum non, ut plerique existimant, a favore trahitur, sed imperat silentium, ut rite peragi possit sacrum nulla voce mala opstrepente: quod multo magis necessarium est imperari vobis, ut, quotiens aliquid ex illo proferetur oraculo, intenti et compressa voce audiatis[150].

 

Dall’altra parte si ravvisa una valenza costituzionale del silenzio, come del resto è la stessa trazione degli auspici, in quanto condizione necessaria alla nomina del dittatore, la cui dictio, secondo Livio, avveniva oriens de nocte silentio[151]. Quindi, il silentium era un elemento fondamentale nella nomina di questo magistrato.

In Liv. 3.54.10 il silenzio della plebe appare quasi spontaneo, ma questa condizione può trovare una sua giustificazione nella concezione religiosa romana. Silentio i plebei si incamminarono per riunirsi sotto l’egida del pontefice massimo, esponente del collegio più importante nella repubblica, quasi per deferenza verso il sacerdote; per andare ad eleggere i propri magistrati che fondavano il loro potere su principi giuridico-religiosi. La plebe, quindi, ascendeva verso l’Aventino nell’atteggiamento di chi è nell’atto di assistere alla celebrazione di un rito.

 

5. – Conclusioni

 

Tirando le fila di quanto detto fino a questo momento, si può sostenere come dato coerente con la realtà della prima repubblica il ricorso all’azione del pontefice massimo nell’elezione dei tribuni della plebe, magistrati che allora muovevano i primi e difficili passi verso il pareggiamento degli ordini sociali.

Il collegio dei pontefici doveva mantenere la pace con gli dèi, su cui reggeva la vita stessa del popolo romano, e in connessione a tale funzione vi era una serie di attribuzioni pontificali, quali il controllo del regolare svolgimento dei riti, la memorizzazione dei fatti più importanti per la città, la conoscenza dei nomi degli dèi, la conservazione del nome del dio protettore di Roma e del rito dell’evocatio[152]. Questa somma delle funzioni dei pontifices ben giustifica il potere di sostituzione del pontefice massimo in mancanza degli organi preposti.

Emerge quindi da Livio la conferma della sussistenza di un rapporto tra pontificato e plebe nei primi secoli della res publica. Il collegio dei pontefici appare dunque come parte importante del sistema costituzionale del popolo romano, ed atta a salvaguardarne la vita; per questo motivo, nell’episodio di cui abbiamo parlato, il pontefice massimo fu il referente per l’inserimento, o meglio per il potenziamento, della plebs e delle sue istituzioni nel sistema giuridico-religioso romano, e questo significava il riconoscimento da parte dello stesso Juppiter.

Per concludere si devono ricordare alcune riflessioni del grande studioso della religione romana Georges Dumézil, che ben tratteggiano il riconoscimento politico della plebe da parte del dio supremo:

 

«La lutte du patriciat et de la plèbe, dans ses moments les plus importants, a été chargée de fictions et d’anachronismes: la passion et la vanité ne sont pas propices à la sereine histoire. Quant à la part qu’y a tenue, active et passive, la conception de Jupiter, quelques constantes se dégagent pourtant des récits. Deux tendances s’opposent et, puisqu’il faut bien que Rome vive, finalement composent. D’une part, dieu de la tradition, Jupiter n’est pas favorable aux progrès de la plèbe, les retarde, marque son mécontentement; d’autre part, dieu de l’État, il ne s’engage pas à fond dans le conflit, il reste le dieu souverain des deux parties et, comme les patriciens, cède au “mouvement de l’histoire”»[153].



 

* Sulla relazione, presentata a Suzdal il 27 giugno 2006, sono intervenuti i professori Alessandro Corbino, Carla Masi Doria, Cosimo Cascione e Leo Peppe. Sono grata a tutti per le osservazioni ed i suggerimenti; in particolare, ringrazio il professor Corbino per aver richiamato la mia attenzione sull’esigenza di specificare maggiormente la natura dei comitia calata.

 

[1] Liv. 3.49-53. Per il decemvirato rinvio a G. Poma, Tra legislatori e tiranni. Problemi storici e storiografici sull’età delle XII tavole, Bologna 1984 (cfr. anche Ead., La valutazione del decemvirato nel De republica di Cicerone, in Rivista storica dell’antichità 6-7, 1976-1977, 129 ss.), e P. Zamorani, Plebe genti esercito. Una ipotesi sulla storia di Roma (509-339). Lezioni, Milano 1987, 305 ss. (da leggere con la recensione di G. Lobrano, in IVRA 38, 1987, 209 ss.).

 

[2] Così Liv. 3.43.1: Ad clades ab hostibus acceptas duo nefanda facinora decemviri belli domique adiciunt. Si tratta dell’assassinio del militare plebeo L. Siccio Dentato, personaggio scomodo per i decemviri in quanto istigava i propri commilitoni alla restaurazione del tribunato (Liv. 3.43.2-7), e della famosa vicenda di Virginia (Liv. 3.44-48).

 

[3] Nella sterminata bibliografia dedicata a Tito Livio segnalo alcuni lavori intorno ai primi libri della sua opera: F. Calderaro, Nuovi discorsi sulla prima deca di Tito Livio. Studio filosofico - storico - politico, Padova 1952, in part. 53 ss. per «L’antagonismo tra le classi sociali in Roma monarchica e repubblicana»; R. Bloch, Tite-Live et les premiers siècles de Rome, Paris 1965; D. Gutberlet, Die erste Dekade des Livius als Quelle zur gracchischen und sullanischen Zeit, Hildesheim-Zürich-New York 1985, in part. 84 ss. per la «Partielle Sistierung der Ständerkämpfe: Der Kampf gegen das Decemvirat (III 34-64)»; R. von Haehling, Zeitbezüge des T. Livius in der ersten Dekade seines Geschichtswerkes: nec vitia nostra nec remedia pati possumus, Stuttgart 1989; G. Forsythe, Livy and Early Rome. A Study in Historical Method and Judgment, Stuttgart 1999, 99 ss. Relativamente al linguaggio della prima decade: J.L. Catterall, Variety and Inconcinnity of Language in the First Decade of Livy, in Transactions and Proceedings of the American Philological Association 69, 1938, 292 ss. Vedi inoltre per il racconto liviano del contrasto tra patriziato e plebe: R.T. Ridley, Patavinitas among the Patricians? Livy and the Conflict of Orders, in Staat und Staatlichkeit in der frühen römischen Republik. Akten Eines Symposiums 12. – 15. Juli 1988, hrsg. W. Eder, Stuttgart 1990, 103 ss.

 

[4] Liv. 3.33.1: Anno trecentesimo altero, quam condita Roma erat, iterum mutatur forma civitatis, ab consulibus ad decemviros, quem ad modum ab regibus ante ad consules venerat, translato imperio. Minus insignis, quia non diuturna, mutatio fuit.

 

[5] Cic., de re publ. 2.61: Sed aliquot ante annis, cum summa esset auctoritas in senatu populo patiente atque parente, inita ratio est ut et consules et tribuni plebis magistratu se abdicarent, atque ut Xviri maxima potestate sine provocatio|ne crearentur, qui et summum imperium haberent et leges scriberent. Vedi anche Dion. Hal. 10.56.2, il quale ricorda, dopo la deposizione volontaria dei consoli (10.56.1), come non vi fosse in carica alcuna magistratura, menzionando a titolo di esempio l’assenza dei tribuni, degli edili e dei questori.

 

[6] D. 1.2.2.24 (Pomp. lib. sing. ench.): Et cum placuisset leges quoque ferri, latum est ad populum, uti magistratu se abdicarent. Cfr. anche Oros., hist. adv. pagan. 2.13.2: potestas consulum decemviris tradita; 2.13.5: ablegata religione consulum.

 

[7] Per il tribunato della plebe (di fronte all’immensa bibliografia esistente) mi limito ad alcune parziali indicazioni: F. Stella Maranca, Il tribunato della plebe dalla “lex Hortensia” alla “lex Cornelia”, Lanciano 1901 [rist., Napoli 1982, con una nota di lettura di G. Boulvert]; E. Lefèvre, Du Rôle des Tribuns de la Plèbe en procédure civile, Paris 1910; G. Niccolini, Il tribunato della plebe, Milano 1932; Id., I fasti dei tribuni della plebe, Milano 1934; J. Bleicken, Das Volkstribunat der klassischen Republik. Studien zu seiner Entwicklung zwischen 287 und 133 v. Chr., 2a ed., München 1968; R.T. Ridley, Notes on the Establishment of the Tribunate of the Plebs, in Latomus 27, 1968, 535 ss.; S. Mazzarino, Sul tribunato della plebe nella storiografia romana, in Helikon 11-12, 1971-1972, 99 ss. (pubblicato anche in Index 3, 1972, 175 ss.); G. Grosso, Sul tribunato della plebe, in Labeo 20, 1974, 7 ss.; Id., Appunti sulla valutazione del tribunato della plebe nella tradizione storiografica conservatrice, in Index 7, 1977 [ma 1979], 157 ss.; G. Floris Margadant, El tribunado de la plebe: un gigante sin descendencia, in Index 7, cit., 169 ss.; M.A. Levi, Il valore strumentale del tribunato della plebe sino alla tribunicia potestas imperiale, in Id., Il tribunato della plebe e altri scritti su istituzioni pubbliche romane, Milano 1978, 3 ss.; L. Perelli, Note sul tribunato della plebe nella riflessione ciceroniana, in Quaderni di storia 5.10, 1979, 285 ss.; G. Lobrano, Il potere dei tribuni della plebe, Milano 1982; A. Viñas, Función del tribunado de la Plebe: ¿reforma política o revolución social?, Madrid 1983; L. Sancho Rocher, El Tribunado de la plebe en la republica arcaica (494-287 a.C.), Zaragoza 1984; L. Thommen, Das Volkstribunat der späten römischen Republik, Stuttgart 1989; W. Eder, Zwischen Monarchie und Republik: das Volkstribunat in der frühen römischen Republik, in Accademia Nazionale dei Lincei, Convegno sul tema: Bilancio critico su Roma arcaica fra monarchia e repubblica. In memoria di F. Castagnoli (Roma, 3-4 giugno 1991), Roma 1993, 97 ss.; O. Licandro, Plebiscitum Trebonium de tribunis plebis decem creandis? Note sul tribunato della plebe nel V sec. a.C., in IVRA 47, 1996 [ma 2001], 166 ss. Vedi anche lo studio prosopografico: J.-L. Halpérin, Tribunat de la plèbe et haute plèbe (493-218 av. J.-C.), in Revue historique de droit français et étranger 4a ser., 62, 1984, 161 ss.

 

[8] Per la plebe e le sue istituzioni segnalo: J. Binder, Die Plebs. Studien zur römischen Rechtsgeschichte, Leipzig 1909; A. Rosenberg, Studien zur Entstehung der Plebs, in Hermes 48, 1913, 359 ss.; H.J. Rose, Patricians and Plebeians at Rome, in The Journal of Roman Studies 12, 1922, 106 ss.; G. Niccolini, Il tribunato della plebe, cit., 1 ss.; A. Dell’Oro, La formazione dello stato patrizio-plebeo, Milano-Varese 1950, 57 ss.; A. Momigliano, L’ascesa della plebe nella storia arcaica di Roma, in Rivista Storica Italiana 79.2, 1967, 297 ss.; Id., Prolegomena a ogni futura metafisica sulla plebe romana, in Labeo 23, 1977, 7-15 (lavori pubblicati ora in Id., Roma arcaica, Firenze 1989, 225 ss., 303 ss.); J. Gagé, La «plebs» et le «populus» et leurs encadrements respectifs dans la Rome de la première moitié du Ve siècle av. J.-C., in Revue historique 94.243, 1970, 5 ss.; L.R. Ménager, Nature et mobiles de l’opposition entre la plèbe et le patriciat, in Revue internationale des droits de l’antiquité 3a ser., 19, 1972, 367 ss.; J.-C. Richard, Les origines de la plèbe romaine. Essai sur la formation du dualisme patricio-plébéien, Écoles françaises d’Athènes et de Rome 1978; Id., Réflexions sur les «origines» de la plèbe, in Accademia Nazionale dei Lincei, Convegno sul tema: Bilancio critico su Roma arcaica fra monarchia e repubblica. In memoria di F. Castagnoli, cit., 27 ss.; A. Magdelain, La plèbe et la noblesse dans la Rome archaïque, in Id., Jus imperium auctoritas. Études de droit romain, l’École française de Rome 1990, 471 ss.; L. Thommen, Les lieux de la plèbe et de ses tribuns dans la Rome républicaine, in Klio 77, 1995, 358 ss.

 

[9] Diodoro Siculo (12.25.1-2) non fa riferimento ad un senatoconsulto, ma menziona un accordo tra le parti in causa, ottenuto grazie alla mediazione di ambasciatori inviati ai contendenti da parte dei chariéstatoi. Tale accordo prevedeva la scelta di dieci tribuni della plebe, e la possibilità di eleggere almeno un console plebeo.

 

[10] Per l’episodio della vergine plebea rimando da ultima a M.T. Fögen, Storie di diritto romano. Origine ed evoluzione di un sistema sociale, tr. it. di A. Mazzacane (ed. originale: Römische Rechtsgeschichten. Über Ursprung und Evolution eines sozialen Systems, 2a ed., Göttingen 2003), Bologna 2005, 53 ss., 93 ss., la quale pone questo famoso episodio in rapporto con la redazione delle XII Tavole.

 

[11] Liv. 3.53: [1] Tum Valerius Horatiusque missi ad plebem condicionibus quibus videretur revocandam conponendasque res decemviris quoque ab ira et impetu multitudinis praecavere iubentur. [2] Profecti gaudio ingenti plebis in castra accipiuntur, quippe liberatores haud dubie et motus initio et exitu rei. Ob haec iis advenientibus gratiae actae. [3] Icilius pro multitudine verba facit. Idem, cum de condicionibus ageretur, quaerentibus legatis, quae postulata plebis essent, conposito iam ante adventum legatorum consilio ea postulavit, ut appareret in aequitate rerum plus quam in armis reponi spei. [4] Potestatem enim tribuniciam provocationemque repetebant, quae ante decemviros creatos auxilia plebis fuerant, et ne cui fraudi esset concisse milites aut plebem ad repetendam per secessionem libertatem. [5] De decemvirorum modo supplicio atrox postulatum fuit: dedi quippe eos aequum censebant vivosque igni concrematuros minabantur. [6] Legati ad ea: ‘quae consilii fuerunt, adeo aequa postulastis, ut ultro vobis deferenda fuerint; libertati enim ea praesidia petitis, non licentiae ad inpugnandos alios. [7] Irae vestrae magis ignoscendum quam indulgendum est, quippe qui crudelitatis odio in crudelitatem ruitis et prius paene, quam ipsi liberi sitis, dominari iam in adversarios vultis. [8] Numquam ne quiescet civitas nostra a suppliciis aut patrum in plebem Romanam aut plebis in patres? [9] Scuto vobis magis quam gladio opus est. Satis superque humilis est, qui iure aequo in civitate vivit nec inferendo iniuriam nec patiendo. [10] Etiam si quando metuendos vos praebituri estis, cum reciperatis magistratibus legibusque vestris iudicia penes vos erunt de capite nostro fortunisque, tune ut quaeque causa erit statuetis; nunc libertatem repeti satis est’.

 

[12] G. Poma, Tra legislatori e tiranni, cit., 301. Vedi anche A. Vasaly, Personality and power: Livy’s depiction of the Appii Claudii in the first pentad, in Transactions of the American Philological Association 117, 1987, 203: «The reader of Livy’s first pentad soon becomes aware that people with similar names tend to behave in similar ways», così i membri della gens Valeria sono stati sempre dipinti come «heroic soldiers and energetic supporters of popular rights».

 

[13] Livio tratteggia costantemente un quadro negativo dei Claudii, ad esempio in Liv. 2.56.7 (Is, cum Volero nihil praeterquam de lege loqueretur, insectatione abstinens consulum, ipse accusationem Appi ‘familiaeque superbissimae ac crudelissimae in plebem Romanam’ exorsus) si riportano le invettive del tribuno Volerone; vedi anche 9.34.3 (Haec est eadem familia, Quirites, cuius vi atque iniuriis conpulsi extorres patria Sacrum montem cepistis) e 9.34.15: (Nolo ego istam in te modestiam; ne degeneraveris a familia imperiosissima et superbissima), in cui si ricordano le parole con cui il tribuno P. Sempronio appellava la famiglia del censore Appio Claudio.

Vedi A. Vasaly, Personality and power, cit., 203 ss., la quale analizza la descrizione stereotipata dei Claudii fatta nei primi cinque libri di Livio: «The narratives of the Appii Claudii in the first pentad of Livy’s history illustrate the danger for the state when a potentially tyrannical personality is endowed with an office in which the holder is free from effective restraints on the use of power» (225); in particolare per il personaggio 212 ss. Per «les traditions anti-claudiennes» rimando a M. Humm, Appius Claudius Caecus: la république accomplie, Écoles françaises d’Athènes et de Rome 2005, 77 ss.

 

[14] Liv. 3.33.7: Regimen totius magistratus penes Appium erat favore plebis; adeoque novum sibi ingenium induerat, ut plebicola repente omnisque aurae popularis captator evaderet pro truci saevoque insectatore plebis. Cfr. anche Dion. Hal. 10.57.3, dove si fa riferimento ad una certa premura dei decemviri nei confronti dei plebei.

 

[15] Liv. 3.54.1-4: Facerent ut vellent permittentibus cunctis mox redituros se legati rebus perfectis adfirmant. Profecti cum mandata plebis patribus exposuissent, alii decemviri, quando quidem praeter spem ipsorum supplicii sui nulla mentio fieret, haud quicquam abnuere; Appius, truci ingenio et invidia praecipua, odium in se aliorum suo in eos metiens odio ‘haud ignaro’ inquit ‘imminet fortuna. Video, donec arma adversariis tradantur, differri adversus nos certamen. Dandus invidiae est sanguis. Nihil ne ego quidem moror, quo minus decemviratu abeam’.

 

[16] Liv. 3.54.7. Vedi sul punto L. Gagliardi, Decemviri e centumviri. Origini e competenze, Milano 2002, 32, il quale sintetizza con chiarezza il risultato delle trattative accorse tra patres e plebs: «I patrizi accettarono le prime due condizioni, ma si opposero fermi alla terza. Rispettosi dell’accordo che avevano stretto con i decemviri, imposero ai plebei la condizione che si tenessero lontani dalla crudeltà e dalle stragi nei confronti di quelli. In cambio, i patrizi accettavano che i decemviri fossero processati e giudicati caso per caso, malfatto per malfatto, onestamente, da giudici plebei. Questo fu il contenuto dell’accordo e, così, la concordia fu restituita alla città».

 

[17] Tra le fonti non vi è certezza sul luogo in cui avvenne la secessione dopo i misfatti dei decemviri, e anche su coloro che procedettero a tale secessione. Il racconto che Livio offre della vicenda è alquanto articolato. In Liv. 3.50.13 si parla di uno spostamento armato verso l’Aventino da parte di una multitudo, per la maggior parte soldati delle legioni che erano dislocate sulle pendici del monte Algido contro gli Equi; multitudo che esortata da Virginio creò i tribuni militum (Liv. 3.51.1-6). Livio nel proseguo del suo racconto ricorda che sull’Aventino si diresse anche l’esercito impegnato nel fronte della Sabina (Liv. 3.51.10), e successivamente lo storico descrive uno spostamento dei soldati e della maggior parte della plebe, dall’Aventino al Monte Sacro (Liv. 3.52.1-4); da qui i secessionisti si sarebbero spostati sull’Aventino per l’elezione dei tribuni della plebe. Secondo Cicerone, invece, dopo l’episodio di Virginia, gli eserciti si ritirarono prima sul monte Sacro e poi si spostarono sull’Aventino: de re publ. 2.63. Altre fonti designano l’Aventino come sede di secessione, ma paiono far riferimento alla sola occupazione dell’esercito, senza far menzione della plebe: Diod. 12.24.4-5; Dion. Hal. 11.43; Flor. 1.24.3; de vir. ill. 21.3. Al contrario Ampel., lib. memor. 25.1, rammenta una secessione della plebe sull’Aventino; cfr. anche Sall., bell. Iug. 31.17, il quale ricorda due occupazioni plebee armate sullo stesso colle. Invece Oros., hist. adv. pagan. 2.13, 7, parla di una occupazione armata dell’Aventino da parte del popolo. Mentre Ascon., in Cornel., 68 s. Kiessling et Schoell (vedi infra in questo par.), sostiene che i plebei armati sarebbero passati dall’Aventino al Campidoglio per l’elezione dei tribuni della plebe dinnanzi al pontefice massimo.

Da tali testimonianze appare come la maggior parte delle fonti sia concorde nel sostenere che l’occupazione dell’Aventino avvenne in armi. Un dato coerente con quanto riferito da Livio per cui le fila dei secessionisti erano composte sia dai militi plebei delle due legioni, sia dalla quasi totalità della plebe dell’Urbe.

 

[18] Alcuni autori indicano i Fasti capitolini del 441 a.C. (vedi Fasti consulares ab a.u.c. CCXLV ad a.u.c. DCCLXVI qui supersunt, inter se collati cura Th. Mommseni, in CIL I2.1, 108 s.), dove la coppia consolare è composta da un appartenente dei Furii ed un membro della gens Papiria, come la fonte a cui si è riferita la tradizione per l’individuazione del pontefice massimo del 449: W. Kroll, v. Papirius. nr. 47 M. (oder M.’) Papirius Crassus, in PWRE, 18.3, Stuttgart 1949, col. 1037: «Aus den Consularfasten diesen Jahres ist der Name des Pontifex Maximus entlehnt worden, der 305 = 449 nach dem Decemvirat». Vedi anche [F.] Münzer, v. Furius. nr. 24 Q. Furius, in PWRE, 7.1, Stuttgart 1910, col. 317, il quale sostiene che Livio ed Asconio si riferiscano ai Fasti dei medesimi anni ma a differenti redazioni.

Tra coloro che lasciano aperta l’alternanza tra un Furio ed un Papirio (proponendo praenomina diversi) come pontefice massimo del 449 a.C.: A. Bouché-Leclercq, Les pontifes dans l’ancienne Rome. Étude historique sur les institutions religieuses de Rome, Paris 1871 [rist. an., New York 1975], 307, 427; J. Marquardt, Le culte chez les romains, I, tr. fr. par M. Brissaud, Paris 1889, 385; G. Niccolini, I fasti dei tribuni della plebe, cit., 31; T.R.S. Broughton, The Magistrates of the Roman Republic, I. 509 B.C. - 100 B.C., New York 1951 [repr., Atlanta, Ga. 1986], 49. Accettano invece l’indicazione del pontefice data da Livio: L. Schmitz, v. Furius, in A Dictionary Greek and Roman Biography and Mythology, ed. W. Smith, II, Boston 1867, nr. 2, 190 (l’opera è stata posta on-line da The Ancient Library: http://www.ancientlibrary.com/smith-bio/2328.html); F. Fabbrini, v. «Tribunis plebis», in Novissimo Digesto Italiano, 19, Torino 1973, 789; R. Del Ponte, La religione dei romani. La religione e il sacro in Roma antica, Milano 1992, 241, 137, 281. Riconosce validità alla tradizione riportata da Asconio, indicando come pontefice M. Papirius, J. Celse-Saint-Hilaire, L’enjeu des «sécessions de la plèbe» et le jeu des familles, in Mélanges de l’École française de Rome. Antiquité 102, 1990, 732, 759 ss., 762; tuttavia, vedi al riguardo le considerazioni di Th. Mommsen, Römische Forschungen, I, Berlin 1864 [Reprogr. Nachdr., Hildesheim 1962], 116 e nt. 98, secondo cui la gens Papiria procedette a delle alterazioni dei dati reali, quasi a compensazione per aver assunto tardivamente il consolato; cfr. anche Id., Die römische Chronologie bis auf Caesar, Berlin 1859 [rist., Osnabrück 1981], 95 ss.; questa ipotesi viene accettata da G. Poma, Tra legislatori e tiranni, cit., 299, per la quale i Papirii si arrogarono per il 449 la carica di pontefice massimo, e per il 509 la carica del primo rex sacrorum.

 

[19] Così: J. Bayet, Appendice V. – L’organisation plébéienne et les «leges sacratae», in Tite-Live, Histoire romaine, Tome III. Livre III, texte établi par J. Bayet et traduit par G. Baillet, 3a ed., Paris 1962, 150 nt. 3; Titi Livi, Ab urbe condita libri, erklärt von W. Weissenborn, bearbeitet von H.J. Müller, II.1, Buch III, 8a ed., Zürich-Berlin 1965, 118 nt. 5.

 

[20] Tra i prenomi attestati presso i Furii si rinviene: Sextus (Liv. 2.39.9); Spurius (ad es.: Liv. 2.43.1); Caius (ad es.: Cic., pro Balb. 20; Liv. 4.12.1; Plin., nat. hist. 18.41.3; Apul., apolog. 66; Eutrop., breviar. ab urb. cond. 2.24.1); Lucius (ad es.: Cic., Brut. 108; de orat. 2.154; Corn. Nep., de vir. illustr. 7.6; Liv. 4.25.4; Val. Max. 1.1.9; Front., strateg. 1.1.11; Fest., v. Vindiciae, 516 L.; Liv. perioch. 31; Eutrop., breviar. ab urb. cond. 2.6.2); Marcus (ad es.: Cic., de dom. 86; Liv. 5.1.2; Front., strateg. 2.8.4; Gell., noct. Att. 17.21.20); Publius (ad es.: Cic., in Cat. III.14; Sall., de con. Cat. 50.4; Liv. 22.35.5; Val. Max. 3.7.5).

 

[21] D. 1.2.2.24 (Pomp. lib. sing. ench.): Et cum placuisset leges quoque ferri, latum est ad populum, uti magistratu se abdicarent, quo decemviri constituti anno uno cum magistratum prorogarent sibi et cum iniuriose tractarent neque vellent deinceps sufficere magistratibus, ut ipsi et factio sua perpetuo rem publicam occupatam retineret: nimia atque aspera dominatione eo rem perduxerant, ut exercitus a re publica secederet. Initium fuisse secessionis dicitur Verginius quidam, qui cum animadvertisset Appium Claudium contra ius, quod ipse ex vetere iure in tabulas transtulerat, vindicias filiae suae a se abdixisse et secundum eum, qui in servitutem ab eo suppositus petierat, dixisse captumque amore virginis omne fas ac nefas miscuisse: indignatus, quod vetustissima iuris observantia in persona filiae suae defecisset (utpote cum Brutus, qui primus Romae consul fuit, vindicias secundum libertatem dixisset in persona Vindicis Vitelliorum servi, ditionis coniurationem indicio suo detexerat) et castitatem filiae vitae quoque eius praeferendam putaret, arrepto cultro de taberna lanionis filiam interfecit in hoc scilicet, ut morte virginis contumeliam stupri arceret, ac protinus recens a caede madenteque adhuc filiae cruore ad commilitones confugit. Qui universi de Algido, ubi tunc belli gerendi causa legiones erant, relictis ducibus pristinis signa in Aventinum transtulerunt, omnisque plebs urbana mox eodem se contulit, populique consensu partim in carcere necati. Ita rursus res publica suum statum recepit.

 

[22] Liv. 3.55.1: Per interregem deinde consules creati L. Valerius, M. Horatius, qui extemplo magistratum occeperunt.

 

[23] Per questo ricorso all’interregnum che in epoca avanzata ebbe solamente «una pura sopravvivenza formale» vedi F. De Martino, Storia della costituzione romana, I, 2a ed., Napoli 1972, 267 s.

 

[24] Vedi: Cic., de leg. 3.9: Ast quando consules magisterve populi nec escunt, auspicia patrum sunto, ollique ec se produnto, qui comitiatu creare consules rite possint; ad Brut. 1.5.4: Dum enim unus erit patricius magistratus, auspicia ad patres redire non possunt. Per questo principio vedi la suggestiva ipotesi di A. Magdelain, Auspicia ad patres redeunt, in Hommages à J. Bayet, éd. par M. Renard et R. Schilling, Bruxelles-Berchem 1964, 427 ss. [ora in Id., Jus imperium auctoritas, cit., 341 ss.] (da leggersi con i rilievi di F. Sini, A proposito del carattere religioso del ‘dictator’ (note metodologiche sui documenti sacerdotali), in Studia et Documenta Historiae et Iuris 42, 1976, 401 ss. = in AA.VV., Dittatura degli antichi e dittatura dei moderni, a cura di G. Meloni, Introduzione di C. Nicolet, Roma 1983, 111 ss.).

 

[25] Vedi F. De Martino, Storia della costituzione romana, I, cit., 269: «l’interregno era un potere originario, che risorgeva non appena venivano a mancare le cause, che ne impedivano l’esercizio».

 

[26] F. De Martino, Storia della costituzione romana, I, cit., 262.

 

[27] L’uso del termine comitia in luogo di concilia plebis si riscontra altre volte in Tito Livio: 6.35.10: Haud inritae cecidere minae; comitia praeter aedilium tribunorumque plebi nulla sunt habita; 6.39.5: Licinius Sextiusque, cum tribunorum plebi creandorum indicta comitia essent, ita se gerere, ut negando iam sibi velle continuari honorem acerrime accenderent ad id, quod dissimulando petebant, plebem; 6.39.11: deinde comitiis tribuniciis declararent voluntatem; 8.22.4: Tribunatumque plebei proximis comitiis petentibus absens praefertur. In particolare vedi anche altri passi in cui Livio, pur riferendosi alla riforma del 471 a.C., presentata da Publilio Volerone, che sancì la competenza per l’elezione dei tribuni della plebe dei concilia tributa, parla proprio di comizi tributi: 2.56.1-2: Voleronem amplexa favore plebs proximis comitiis tribunum plebi creat in eum annum, qui L. Pinarium P. Furium consules habuit. Contraque omnium opinionem, qui eum vexandis prioris anni consulibus permissurum tribunatum credebant, post publicam causam privato dolore habito, ne verbo quidem violatis consulibus, rogationem tulit ad populum, ut plebei magistratus tributis comitiis fierent; 3.30.6: Tum primum tributis comitiis creati tribuni sunt; l’annalista quindi par confondere, almeno da un punto di vista terminologico, fin dalla loro nascita, i concilia curiata plebis con i comizi curiati.

Nonostante il termine utilizzato da Livio, la maggior parte della dottrina sostiene che l’assemblea radunata davanti al pontefice massimo fosse un concilium plebis tributum, in quanto l’episodio del 449 è successivo alla riforma di Volerone: A. Bouché-Leclercq, Les pontifes de l’ancienne Rome, cit., 307 (ma vedi Id., Manuel des institutions romaines, Paris 1886, 6 nt. 1, dove l’A. indica come assemblea in questione i comitia calata); A. Schwegler, Römische Geschichte im Zeitalter des Kampfs der Stände, III, 2a ed., Tübingen 1872, 67 nt.; L. Lange, Römische Alterthümer. I. Einleitung und der Staatsalterthümer, Berlin 1876 [rist. an., Hildesheim-New York 1974], 635; E. Cocchia di Enrico, Il tribunale della plebe e la sua autorità giudiziaria studiata in rapporto colla procedura civile. Contributo illustrativo alle legis actiones e alle origini storiche dell’editto pretorio, Napoli 1917, 38 nt. 1; F. De Martino, Storia della costituzione romana, I, cit., 348 nt. 51; J. Linderski, The Auspices and the Struggle of Orders, in Staat und Staatlichkeit in der frühen römischen Republik. Akten Eines Symposiums 12. - 15. Juli 1988, hrsg. W. Eder, Stuttgart 1990, 41 nt. 22. Sostengono invece che nell’assemblea del 449 il popolo si riunì in comizi tributi: G.W. Botsford, The roman assemblies from their origin to the end of the republic, New York 1968, 285; P. Marottoli, Leges sacratae, Roma 1979, 41 s. nt. 23.

Vedi inoltre F.V. Hickson, Roman Prayer Language: Livy and the Aneid of Vergil, Stuttgart 1993, 64, il quale fa riferimento ad una contio; mentre J. Celse-Saint-Hilaire, L’enjeu des «sécessions de la plèbe» et le jeu des familles, cit., 737, 741 s., ritiene trattarsi di comizi curiati, riuniti sotto la presidenza del pontefice massimo; una simile assemblea, secondo l’A., si sarebbe riunita sotto la presidenza del sacerdote anche nel 493, per l’elezione dei primi tribuni. Tuttavia, va detto che la tradizione antica non registra un coinvolgimento dell’intero popolo nell’elezione dei magistrati plebei.

 

[28] Fest., v. Scita plebei, 372 L.: Scita plebei appellantur ea, quae pleps suo suffragio sine patribus iussit, plebeio magistratu rogante; v. Scitum populi, 442 L.: Scitum populi --- <magistr>atus patricius --- <su>ffragis iussit ---us ex patribus et --- iam leges scrib<ta--- --- Plebisci>tum est, quod tribunus --- <ro>gavit, id est consu<luit> --- plebes autem est --- praeter patricios. L’esclusione dei patrizi dalla magistratura plebea viene ribadita da Ateio Capitone, il cui pensiero è riportato in Gell., noct. Att. 10.20.5: ‘Plebem’ autem Capito in eadem definitione seorsum a populo divisit, quoniam in populo omnis pars civitatis omnesque eius ordines contineantur, ‘plebes’ vero ea dicatur, in qua gentes civium patriciae non insunt; cfr. Cic., de prov. cons. 46.

 

[29] F. De Martino, Storia della costituzione romana, I, cit., 371 s.: «Poiché si trattava di restaurare la vecchia costituzione, sospesa per la nomina dei decemviri, non essendovi tribuni in carica, così gli annalisti hanno probabilmente escogitato la presidenza del pontefice massimo». Così già: E. Meyer, Der Ursprung des Tribunats und die Gemeinde der vier Tribus, in Hermes 30, 1895, 4 (ora in Id., Kleine Schriften, I, 2a ed., Halle 1924, 338), il quale, oltre a sostenere la mancanza di fondamento storico dell’episodio, nega veridicità alla stessa secessione del 449; H. Siber, Die plebejischen Magistraturen bis zum lex Hortensia, Leipzig 1936, 18, per il quale la guida del pontefice di una assemblea auspicata della plebe sarebbe stata una «sakrale Untermalung». Vedi anche P. Zamorani, Plebe genti esercito, cit., 333: «Sembra francamente impossibile che l’elezione dei tribuni sia avvenuta, stante la mancanza di altri tribuni, sotto la presidenza del pontefice massimo: il particolare è con ogni verosimiglianza inventato e sembra risalire alla comprovata tendenza annalistica a “costituzionalizzare” gli eventi».

Altri studiosi hanno espresso forti dubbi intorno alla veridicità della notizia, ma al contempo hanno cercato di formulare una spiegazione plausibile: Th. Mommsen, Römische Forschungen, I, cit., 193, il quale sembra quasi accettare la storicità dell’episodio, considerandolo l’unica eccezione alla guida dei magistrati plebei delle assemblee della plebe; tuttavia, successivamente, lo studioso (Le droit public romain, III, tr. fr. di P.F. Girard, Paris 1893 [réimpr. 1984], 40 s.) non ha trovato spiegazioni plausibili per lo stesso episodio all’interno del diritto pubblico: «la chose ne peut être considérée comme légale qu’en admettant que le rétablissement du tribunat aurait été opéré de cette façon en vertu d’une résolution spéciale du peuple», connotando quindi anche questo episodio di una allure “liberale”; per R.M. Ogilvie, A commentary on Livy, books 1-5, Oxford 1965 [repr., Oxford 1998], 494 s., risulta inconcepibile che il pontefice possa aver presieduto le elezioni dei tribuni della plebe nel 449, in quanto la magistratura plebea venne riconosciuta costituzionalmente in seguito alle leggi Valerie-Orazie; per l’A. il sacerdote poteva, invece, aver celebrato dei riti di auspicazione, oppure attribuito al tribunato della plebe un riconoscimento sacrale dopo l’emanazione della lex Valeria de tribunicia protestate; G.J. Szemler, The Priest of the Roman Republic. A Study of Interactions Between Priesthoods and Magistracies, Bruxelles 1972, 56, secondo il quale la partecipazione del sacerdote patrizio all’elezione dei tribuni della plebe è sospetta, «although a special condition could conceivably warrant extraordinary moves».

Al contrario, tra coloro che considerano autentico il racconto di Livio e di Asconio, vedi: A. Schwegler, Römische Geschichte im Zeitalter des Kampfs der Stände, III, cit., 66 e nt.1; L. Lange, Römische Alterthümer, I, cit., 634 ss.; Id., Römische Alterthümer. II. Der Staatsalterthümer, Berlin 1879 [rist. an., Hildesheim-New York 1974], 459, 533; E. von Herzog, Geschichte und System der römischen Staatsverfassung, 1. Königszeit und Republik. 1: Königszeit, Geschichte der Verfassung der römischen Republik, Leipzig 1884 [Neudr. der Ausg., Aalen 1965], 187 s.; E. Cocchia di Enrico, Il tribunale della plebe e la sua autorità giudiziaria, cit., 37 s.; G. Niccolini, I fasti dei tribuni della plebe, cit., 31; F. Fabbrini, v. «Tribunis plebis», cit., 789; S. Tondo, Profilo di storia costituzionale romana, I, Milano 1981, 202; G. Lobrano, Il potere dei tribuni della plebe, cit., 125 s. e nt. 250; G. Poma, Tra legislatori e tiranni, cit., 297 ss.; J. Celse-Saint-Hilaire, L’enjeu des «sécessions de la plèbe» et le jeu des familles, cit., 731 ss.; R. Del Ponte, La religione dei romani, cit., 137, 241.

 

[30] A. Bouché-Leclercq, Les pontifes dans l’ancienne Rome, cit., 307 s. Secondo lo studioso, il fatto che «la religion se mêlait intimement à la vie publique» (306) portò ad accordare autorità civile al pontefice massimo; durante l’età repubblicana, in cui il potere temporale venne separato da quello spirituale, comunque si lasciò a questo sacerdote il diritto di convocare i comizi per atti religiosi e civili. Le prerogative dell’età repubblicana tesero quindi ad assimilare il pontefice massimo ai magistrati. Per questo motivo il senatoconsulto del 449, che attribuì la convocazione al pontefice massimo, non va inteso come un fatto straordinario. In un’altra sua opera (Histoire de la divination dans l’antiquité, IV. Divination italique [étrusque- latine-romaine], Paris 1882 [rist., New York 1975], 213 s., 278), il Bouché-Leclercq sostiene che quando, con l’avvento della repubblica, si attribuirono gli auspici ai consoli, poiché questi ultimi «n’ayant plus le caractère sacerdotal qui avait appartenu au roi», si conferì al pontefice massimo sia il diritto di inaugurare con auspici i sacerdoti pubblici, sia la presidenza di comizi religiosi. Secondo l’A., quindi, si sarebbe attribuita al pontifex maximus la competenza di trarre gli auspicia, propria dei magistrati.

Anche altri autori attribuiscono prerogative magistratuali a questo sacerdote, considerando in particolare gli auspicia a lui conferiti espressione del potere di magistrato: Th. Mommsen, Le droit public romain, III, cit., 37, il quale sostiene inoltre, che la competenza del pontefice massimo a nominare gli altri sacerdoti costituiva ulteriore prova del suo potere magistratuale, in quanto tale facoltà di nomina un tempo era appartenuta al rex; J. Marquardt, Le culte chez les romains, I, cit., 277, il quale asserisce che il pontefice massimo nella cerimonia dell’inauguratio rappresentasse il re ed aveva quindi pieni poteri magistratuali; in tale circostanza gli auspici venivano tratti da un augure per ordine del pontifex maximus. Bisogna però convenire con la posizione di P. Catalano, Contributi allo studio del diritto augurale, Torino 1960, 195, 361, per il quale gli auspici del pontefice massimo non erano l’esplicazione di alcun potere magistratuale.

 

[31] L’azione dei magistrati plebei e della stessa plebe è stata interpretata in termini rivoluzionari da Th. Mommsen, Le droit public romain, III, cit., in part. 323, 348; E. Betti, La rivoluzione dei tribuni in Roma dal 133 all’88, in Studi Storici per l’antichità classica 6.3-4, 1914, 301 ss.; 7.1, 1914, 1 ss. (ora in Labeo 9, 1963, 57 ss., 211 ss.); F. De Martino, Storia della costituzione romana, I, cit., 340 ss.; A. Guarino, La rivoluzione della plebe, Napoli 1975, in part. 15 ss. (excursus sulla letteratura alle pagine 259 ss.); G. Grosso, Appunti sulla valutazione del tribunato della plebe, cit., 158 s., 168, per la genesi rivoluzionaria del tribunato. Per un esame approfondito della dottrina vedi G. Lobrano, Il potere dei tribuni della plebe, cit., 106 ss.

Per il concetto di “rivoluzione” rimando a: R. Syme, The Roman Revolution, 2a ed., London 1951 (= La rivoluzione romana, introduzione di A. Momigliano, tr. it. di M. Manfredi, Torino 1962); risultati dell’Incontro preliminare su Stato e istituzioni rivoluzionarie in Roma antica (Cagliari 1971), in Index 3, 1972, 153 ss. (con i contributi di L. Bertelli, J. Ellul, G. Grosso, M.A. Levi, G. Lobrano, S. Mazzarino, D. Sabbatucci, E. Sereni); Atti del Convegno di Studi su Stato e istituzioni rivoluzionarie in Roma antica (Sassari, 15-19 marzo 1973), in Index 7, 1977 [ma 1979], 3 ss. (con i contributi di G. Lobrano, D. Sabbatucci, A. Dell’Oro, H.J. Padrón, J. Irmscher, J. Godechot, I. Rens, S.A.B. Meira, P. Frezza, A. Guzmán Brito, G. Boulvert, V. Hanga, E.T. Gascue, H. Eichler, G. Grosso, A.E. Lapieza Elli, G. Floris Margadant, R. Günther, H. Vázquez); La rivoluzione romana. Inchiesta tra gli antichisti, Napoli 1982; M.A. Levi, “Rivoluzione romana”, in Rendiconti. Atti della Accademia Nazionale dei Lincei. Classe di Scienze Morali, Storiche e Filologiche 394, 1997, 221 ss.

 

[32] Liv. 3.53.3.

 

[33] Per il pontefice massimo vedi, ad esempio: J. Marquardt, Le culte chez les Romains, I, cit., 294 s., 376 ss.; Th. Mommsen, Le droit public romain, III, cit., 19 ss.; Z. Zmigryder-Konopka, Pontifex maximus, iudex atque arbiter rerum divinarum humanarumque, in EOS 34, 1932-33, 361 ss.; J. Bleicken, Oberpontifex und Pontifikalkollegium. Eine Studie zur römischen Sakralverfassung, in Hermes 85, 1957, 345 ss. (ora in Id., Gesammelte Schriften, I, 1. Griechische Geschichte. 2. Römische Geschichte (Anfang), hrsg. von F. Goldmann, M. Merl, M. Sehlmeyer und U. Walter, Stuttgart 1998, 409 ss.); A. Calonge, El Pontifex Maximus y el problema de la distinción entre magistraturas y sacerdocios, in Anuario de historia del derecho español 38, 1968, 5 ss.; J.-Cl. Richard, Sur quelques grands pontifes plébéiens, in Latomus 27, 1968, 786 ss.; R. Del Ponte, La religione dei romani, cit., 107 ss.

 

[34] Per il concetto di “sistema giuridico-religioso” vedi P. Catalano, Linee del sistema sovrannazionale romano, Torino 1965, 30 ss.; Aspetti spaziali del sistema giuridico-religioso romano. “Mundus”, “templum”, “urbs”, “ager”, “Latium”, “Italia”, in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt 2.16.1, Berlin-New York 1978, 445 s.; Diritto e persone. Studi su origine e attualità del sistema romano, Torino 1990, 57.

 

[35] D. 1.1.1.2 (Ulp. 1 inst.). Secondo P. Catalano, La divisione del potere in Roma (a proposito di Polibio e di Catone), in Studi in onore di G. Grosso, VI, Torino 1974, 670, la tripartizione ulpianea sarebbe stata ispirata dal De legibus di Cicerone, dove l’oratore tratta dei sacra e dei sacerdotes (2.19-22) e poi dei magistrati (3.3-4 e 6-11). Tra coloro che hanno aderito alla posizione del Catalano vedi: C. Nicolet, Notes complémentaires, in Polybe, Histoires, Livre VI, Paris 1977, 149 s. nt. 15, 1; F. Sini, Documenti sacerdotali di Roma antica, I. Libri e commentarii, Sassari 1983, 213 s.; Id., Bellum nefandum. Virgilio e il problema del “diritto internazionale antico”, Sassari 1991, 259 s. nt. 69; Id., Sua cuique civitati religio. Religione e diritto pubblico in Roma antica, Torino 2001, 175, 267 s. nt. 75; J. Scheid, Le prêtre et le magistrat. Réflexions sur les sacerdotes et le droit public à la fin de la République, in Des ordres à Rome, sous la direct. de C. Nicolet, Paris 1984, 243 ss. Le «inequivocabili vestigia ciceroniane» del passo sono state evidenziate da G. Aricò Anselmo, Ius publicum - ius privatum in Ulpiano, Gaio e Cicerone, in Annali del Seminario Giuridico della Università di Palermo 37, 1983, 739 ss. (con un richiamo alle opere di Catalano a p. 740 nt. 308), la quale analizza ampiamente il brano ulpianeo affrontando problemi di interpretazione e di genuinità (452 ss.).

 

[36] Fest., v. Ordo sacerdotum, 198 L. L’appellativo di arbiter viene accostato ai pontefici anche da Aulo Gellio (noct. Att. 5.19.6) in materia di adrogatio: comitia arbitris pontificibus praebentur, quae ‘curiata’ appellantur. È interessante sottolineare come per l’adrogatio l’azione pontificale coinvolgesse tutte le branche del diritto: il diritto sacro, per i culti gentilizi, il diritto familiare, per gli ovvi risvolti che l’arrogazione comportava, ed il diritto pubblico, in quanto i pontifices operavano proprio di fronte al popolo formalmente riunito.

 

[37] L’autorità del pontefice massimo viene considerata di alta risalenza, ad es., da M. Skřejpek, Pontifex maximus et aediles. Ovide’s Fasti and Roman Law, in Orbis Iuris Romani 2, 1996, 75: «It is highly plausible that the pontifex maximus enjoyed a special authority, stemming from pre-historical times, authority conferred on him by religious rules themselves. Conferred on him by the presumption that he was the person to ensure the proper communication of humans and goods and thus to protect the undisturbed existence of Roman society. From this power, originally solely in the hands of the king, the profane power was gradually detached».

 

[38] Sebbene non si possa sostenere con certezza che l’Aventino fosse il centro della lotta plebea intorno al 494-471, è del tutto evidente che questo colle divenne la sede di insediamenti abitativi della plebe attraverso la lex de Aventino publicando del 456. La norma in questione, infatti, consentì ai plebei non abbienti di costruire sul colle, e quindi permise alla plebs «di acquistare una nuova forza economica» (F. De Martino, Storia della costituzione romana, I, cit., 344). Sulla norma vedi: Liv. 3.31.1; 3.32.7; in particolare Dion. Hal. 10.32.2-5, per il quale la proposta venne ratificata dai comizi centuriati, ma una cosa interessante che emerge dal racconto è che la ratifica avvenne alla presenza di pontefici, auguri e di due addetti ai sacrifici, per porre in essere voti e preghiere rituali. Per la lex de Aventino publicando rinvio a: G. Rotondi, Leges publicae populi Romani, Milano 1912 [Reprogr. Nachdr., Darmstadt 1962], 199 s.; vedi inoltre, tra coloro che sostengono che tale norma fu una lex sacrata: H. Siber, Die plebejischen Magistraturen bis zum lex Hortensia, cit., 19, F. Serrao, Lotte per la terra e per la casa a Roma dal 485 al 441 a.C., in Legge e società nella repubblica romana, I, a cura di F. Serrao, Napoli 1981, 159 ss. (mi pare opportuno riportare le parole che delineano le motivazioni della legge: «la legge non era solo diretta a provvedere di una casa i plebei poveri, e a creare un quartiere mercantile di commercianti ed uomini di affari plebei, ma era diretta anche a creare un quartiere plebeo compatto, un centro organizzativo, politico e religioso della comunità plebea. E tale infatti l’Aventino divenne e rimase attraverso i secoli» [172]); R. Fiori, Homo sacer. Dinamica politico-costituzionale di una sanzione giuridico-religiosa, Napoli 1996, 322 ss.; G.M. Oliviero, La «lex Icilia de Aventino publicando», in Index 25, 1997, 521 ss., in part. 526 ss. Tuttavia, si registrano anche critiche alla tradizione: E. Pais, Storia di Roma dalle origini all’inizio delle guerre puniche, III. Dalla cacciata dei re all’invasione gallica, Roma 1927, 222 ss., considera la lex de Aventino publicando una finzione annalistica, in quanto sostiene che le misure della legge di lottizzazione dell’Aventino presupponevano una situazione economico-sociale che si ebbe solo in età posteriore; S. Accame, I re di Roma nella leggenda e nella storia, 2a ed., Napoli s.d. [1959?], 197, nega la presenza di una comunità autonoma di plebei insediata sull’Aventino: «quell’addensamento di plebei sull’Aventino potrebbe stare in relazione col fatto che il colle dava sul Foro Boario e sulla riva destra del Tevere in un luogo molto adatto per il commercio; codesta facilità di posizione ai fini commerciali spiega assai bene l’addensamento dei plebei, dediti per l’appunto al commercio, sull’Aventino, senza ricorrere ad altre ipotesi».

 

[39] Liv. 10.6.3-9.2.

 

[40] Liv. op. perioch. 18: Tib. Coruncan<i>us primus ex plebe pontifex maximus creatus est.

In generale su Tiberio Coruncanio vedi: W. Kunkel, Die Römischen Juristen. Herkunft und soziale Stellung, 2a ed., Graz 1967 [unver. Nachdr., Köln-Weimar-Wien 2001], 7 s.; F. d’Ippolito, Sul pontificato massimo di Tiberio Coruncanio, in Labeo 23, 1977, 131 ss.; Id., I giuristi e la città, Napoli 1978, 27 ss.; R.A. Bauman, Lawyers in Roman republican politics. A study of the Roman jurists in their political setting, 316-82 BC, München 1983, 71 ss.; J.W. Cairns, Tiberius Coruncanius and the Spread of Knowledge about Law in Early Rome, in The Journal of Legal History 5, 1984, 129 ss.; F. Sini, A quibus iura civibus praescribebantur. Ricerche sui giuristi del III secolo a.C., Torino (1992) 1995, 81 ss.; Id., Sua cuique civitati religio, cit., 218 ss.; G. Viarengo, I giuristi arcaici: Tiberio Coruncanio, in Ius Antiquum-Drevnee Pravo 7, 2000, 73 ss.

 

[41] Per i rapporti e le interazioni tra magistrature e sacerdoti, e la collocazione di questi ultimi all’interno della dinamica costituzionale, rimando a: J. Bleicken, Kollisionen zwischen sacrum und publicum. Eine Studie zum Verfall der altrömischen Religion, in Hermes 85, 1957, 446 ss. (= Id., Gesammelte Schriften, I, cit., 431 ss.); J. Vernacchia, Il pontificato nell’ambito della «respublica» romana, in Studi in onore di E. Betti, IV, Milano 1962, 425 ss.; G.J. Szemler, The Priest of the Roman Republic, cit.; J. Scheid, Le prêtre et le magistrat, cit., 243 ss.

 

[42] Liv. 25.5.4: Hic senes honoratosque iuvenis in eo certamine vicit. Ante hunc intra centum annos et viginti nemo praeter P. Cornelium Calussam pontifex maximus creatus fuerat qui sella curuli non sedisset.

 

[43] Per la santità dei tribuni vedi Cic., de leg. 3.9: Plebes quos pro se contra vim auxilii ergo decem creassit, ei tribuni eius sunto, quodque ii prohibessint quodque plebem rogassint, ratum esto; sanctique sunto neve plebem orbam tribunis relinquonto.

 

[44] La definizione generale di tali norme si rinviene in Fest., v. Sacratae leges, 422 L.: Sacratae leges sunt, quibus sanctum est, qui[c]quid adversus eas fecerit, sacer alicui deorum + sicut + familia pecuniaque. Sunt qui esse dicant sacratas, quas plebes iurata in monte Sacro sciverit; vedi anche: Fest., v. Sacrosanctum, 422 L.: Sacrosanctum dicitur, quod iure iurando interposito est institutum si quis id violasset, ut morte poenas penderet. Cuius generis sunt tribuni plebis aedilesque eiusdem ordinis; quod adfirmat M. Cato in ea, quam scripsit, aedilis plebis sacrosanctos esse; Paul. Fest., v. Sacrosanctum, 423 L.: Sacrosanctum dicebatur, quod iureiurando interposito erat institutum, ut, si quis id violasset, morte poenas penderet; v. Sacratae leges, 423 L.: Sacratae leges dicebantur, quibus sanctum erat, ut, si quis adversum eas fecisset, sacer alicui deorum esset cum familia pecuniaque.

Per le leges sacratae vedi: G. Niccolini, Il tribunato della plebe, cit., 40 ss.; F. Altheim, Lex sacrata. Die Anfänge der plebeischen Organisation, Amsterdam 1940; J. Bayet, Appendice V. – L’organisation plébéienne et les «leges sacratae», cit., 145 ss.; R. Orestano, I fatti di normazione nell’esperienza romana arcaica, Torino 1967, 262 ss.; P. Marottoli, Leges sacratae, cit.; B. Albanese, ‘Sacer esto’, in Bullettino dell’Istituto di Diritto Romano 91, 1988 [ma 1992], 145 ss.; R. Fiori, Homo sacer, cit., 293 ss.

 

            [45] Tra gli autori che sostengono la centralità del giuramento della plebe, vedi in particolare: R. Orestano, I fatti di normazione, cit., 265 ss.; R. Fiori, Homo sacer, cit., 314. Vedi inoltre H. Fugier, Recherches sur l’expression du sacré dans la langue latine, Paris 1963, 224 ss., la quale, nel sostenere l’essenza religiosa del potere tribunizio, afferma che «Le serment de la plèbe aurait donc trois noms, de même qu’il se manifeste pour ainsi dire à trois étages différents: caerimoniae, pour désigner la forme qu’il revêt; iusiurandum, sa force d’obligation; sacrum, la relation qu’il implique avec les dieux. En utilisant ce dernier aspect, les plébéiens avaient gagné» (230). Per F. Zuccotti, Il giuramento nel mondo giuridico e religioso antico. Elementi per uno studio comparatistico, Milano 2000, 41, è ingiustificato considerare la sacratio delle norme relative all’offesa del tribuno della plebe, come la trasgressione di un giuramento. Infatti, per l’A. si deve distinguere tra un giuramento puramente religioso, con cui si attira su di sé e sulla propria stirpe la vendetta della divinità chiamata a testimone in caso di spergiuro, «e la legge umana, che prevede più specificamente la sacratio di chi violi un determinato precetto di essa».

Tra chi sostiene che il potere dei tribuni si fondasse su un foedus tra i due ordini vedi: A. Dell’Oro, La formazione dello stato patrizio-plebeo, cit., 89 ss.

Affermano che la sacrosanctitas tribunizia si fondava su misteriose cerimonie sacre: A.M. Piganiol, Les attributions militaires et les attributions religieuses du tribunat de la plèbe, in Journal des Savants 1919, 237 ss. (ora in Id., Scripta varia. II. Les origines de Rome et la République, édit. par R. Bloch, A. Chastagnol, R. Chevallier et M. Renard, Bruxelles 1973, 261 ss.); J. Bayet, Appendice V. – L’organisation plébéienne et les «leges sacratae», cit., 149. Fra coloro che affermano la necessità di una legge comiziale, per dare forza normativa al potere dei tribuni vedi: V. Groh, ‘Potestas sacrosancta’ dei tribuni della plebe, in Studi in onore di S. Riccobono nel XL anno del suo insegnamento, II, Palermo 1936, 1 ss. (dove si illustra la dottrina precedente), il quale insiste sulla giuridicità della legge sacrata, e sostiene che l’autorità dei tribuni si fondava su «una norma giuridicamente perfetta», rogata e votata; C. Gioffredi, Il fondamento della “tribunicia potestas” e i procedimenti normativi dell’ordine plebeo (“sacrosanctum-lex sacrata-sacramentum”), in Studia et Documenta Historiae et Iuris 11, 1945, 37 ss., in part. 48 e 59, secondo il quale il potere tribunizio si basava su di un plebiscito che acquistò rilevanza giuridica attraverso una legge comiziale.

 

[46] G. Lobrano, Il potere dei tribuni della plebe, cit., 51 ss.

 

[47] G. Lobrano, Il potere dei tribuni della plebe, cit., 121 ss.; Id., Fondamento e natura del potere tribunizio nella storiografia giuridica contemporanea, in Index 3, 1972, 235 ss.

 

[48] G. Lobrano, Il potere dei tribuni della plebe, cit., 125. Vedi anche Id., Plebei magistratus, patricii magistratus, magistratus populi Romani, in Studia et Documenta Historiae et Iuris 41, 1975, 245 ss.

 

[49] F. Sini, Interpretazioni giurisprudenziali in tema di inviolabilità tribunizia (a proposito di Liv. 3,55,6-12), in Ius Antiquum-Drevnee Pravo 1, 1996, 80 ss. (lett. ivi a p. 80 nt. 2).

 

[50] F. Sini, Interpretazioni giurisprudenziali in tema di inviolabilità tribunizia, cit. 90.

 

[51] Liv. 3.55.6-10: Et cum plebem hinc provocatione, hinc tribunicio auxilio satis firmassent, ipsis quoque tribunis, ut sacrosancti viderentur, cuius rei prope iam memoria aboleverat, relatis quibusdam ex magno intervallo caerimoniis renovarunt, et cum religione inviolatos eos tum lege etiam fecerunt sanciendo, ut, qui tribunis plebis, aedilibus, iudicibus decemviris nocuisset, eius caput Iovi sacrum esset, familia ad aedem Cereris, Liberi Liberaeque venum iret. Hac lege iuris interpretes negant quemquam sacrosanctum esse, sed eum, qui eorum cuiquam nocuerit, Iovi sacrum sanciri; itaque aedilem prendi duci que a maioribus magistratibus, quod etsi non iure fiat - noceri enim ei, cui hac lege non liceat -, tamen argumentum esse non haberi pro sacrosancto aedilem; tribunos vetere iure iurando plebis, cum primum eam potestatem creavit, sacrosanctos esse fuere. Per tale norma rinvio a G. Rotondi, Leges publicae populi Romani, cit., 204 s.

 

[52] Tra coloro che sostengono il recepimento nella legge Valeria Orazia della formula delle leges sacratae vedi ad es.: F. De Martino, Storia della costituzione romana, I, cit., 349; F. Zuccotti, Il giuramento nel mondo giuridico e religioso antico, cit., 39. Vedi anche F. Stella Maranca, Il tribunato della plebe dalla “lex Hortensia” alla “lex Cornelia”, cit., 21 s.: «dopo il decemvirato, e i consoli e i tribuni furono ristabiliti; e come l’istituzione del tribunato invece fu accompagnata da una lex sacrata, anche la restaurazione fu sancita da un’altra lex sacrata, nella quale furono ripetute le cerimonie religiose che erano state osservate nella prima, che così fu confermata, essendosene richiamati in vigore le prescrizioni e gli effetti».

 

[53] Liv. 3.55.6: relatis quibusdam ex magno intervallo caerimoniis renovarunt. Per un rinvio alla celebrazione di determinati riti in tale occasione vedi anche Dion. Hal. 6.89.2-4, il quale fa riferimento ad un giuramento prestato da tutto il popolo attraverso riti sacrificali, per impegnarsi a rispettare la norma sulla inviolabilità tribunizia plebea, giuramento a cui fu aggiunta una preghiera agli dèi.

 

[54] Per la dea vedi: J. Marquardt, Le culte chez les Romains, II, tr. fr. par M. Brissaud, Paris 1890, 57 ss.; G. Wissowa, v. Ceres, in PWRE 3.2, Stuttgart 1899, coll. 1970 ss.; Id., Religion und Kultus der Römer, 2a ed., München 1912, 192 ss., 297 ss.; G. De Sanctis, Storia dei Romani, IV. La fondazione dell’impero, II. Vita e pensiero nell’età delle grandi conquiste, I, 1953 [rist., Firenze 1963], 191 ss.; H. Le Bonniec, Le culte de Cérès à Rome. Des origines à la fin de la République, Paris 1958; H. Wagenvoort, De dea Cerere deque eius mysteriis Romanis, in Mnemosyne 4a ser., 13, 1960, 111 ss.; G. Radke, Die Götter altitaliens, Münster Westfalen 1965, 86 ss. (ivi bibliografia e fonti).

 

[55] Liv. 3.55.6-10 (vedi supra nt. 51).

 

[56] J. Bayet, Appendice V. – L’organisation plébéienne et les «leges sacratae», cit., 153.

 

[57] Fest., v. Sacer mons, 422-424 L. (vedi infra nt. 63).

 

[58] S. Tondo, Profilo di storia costituzionale romana, cit., 206.

 

[59] G. Wissowa, v. Ceres, cit., col. 1975; ma al contrario H. Le Bonniec, Le culte de Cérès à Rome, cit., 86, è dell’avviso che proprio la legge romulea avrebbe fatto da modello alla lex sacrata del 449 a.C.

 

[60] B. Perrin, La consecration à Cérès, in Studi in memoria di E. Albertario, II, Milano 1953, 385 ss., in part. 416.

 

[61] Vedi in part. Liv. 1.20.5-7: [Numa] Pontificem deinde Numam Marcium Marci filium ex patribus legit eique sacra omnia exscripta exsignataque attribuit, quibus hostiis, quibus diebus, ad quae templa sacra fierent, atque unde in eos sumptus pecunia erogaretur. Cetera quoque omnia publica privataque sacra pontificis scitis subiecit, ut esset quo consultum plebes veniret, ne quid divini iuris neglegendo patrios ritus peregrinosque adsciscendo turbaretur; nec caelestes modo caerimonias, sed iusta quoque funebria placandosque manes ut idem pontifex edoceret, quaeque prodigia fulminibus aliove quo visu missa susciperentur atque curarentur.

 

[62] Una parte della letteratura ha dato una chiave di lettura “religiosa” dell’episodio in esame: A. Schwegler, Römische Geschichte im Zeitalter des Kampfs der Stände, III, cit., 66 e nt.1, sostiene che la presenza del pontefice si spiega con la necessità di ripristinare la sacrosancta potestas e la lex sacrata, dopo che vi era stata la sospensione della magistratura plebea per l’instaurazione del tribunato; E. Cocchia di Enrico, Il tribunale della plebe e la sua autorità giudiziaria, cit., 37, ritiene che il senatoconsulto rappresenti «il tentativo di aggiungere una forma di consacrazione religiosa anche alla nomina della magistratura plebea, colla decadenza del decemvirato nell’a. 305 di R. / 449 av. Cr.»; G. Poma, Tra legislatori e tiranni, cit., 297, per la quale nell’episodio, «unico caso in cui la tradizione attribuisce al pontificato massimo un ruolo attivo nelle vicende politico-istituzionali di Roma, per l’età arcaica», il conferimento al pontefice della direzione delle elezioni per la restaurazione dei tribuni significava «dare una consacrazione religiosa, non di parte, ma vincolante tutto il popolo, alla sacrosanctitas del tribunato, creando quindi i presupposti sul piano sacrale per il successivo riconoscimento sul piano legislativo. In questa prospettiva, il ruolo assunto dal pontefice viene a corrispondere a quelle finalità di religionibus deorum immortalium et summae rei publicae praeesse che, per Cicerone, furono all’origine dell’istituzione del pontificato» (298 s.); R. Del Ponte, La religione dei romani, cit., 137, il quale sottolinea particolarmente l’interesse della civitas a dare continuità al culto plebeo; infatti, la presidenza pontificale dei concilia plebis «era del tutto inusuale, ma comprensibile se si rifletta sul fatto che il presidente del collegio pontificale, nello stesso modo in cui assicurava la continuità sacrale delle famiglie patrizie nei comizi curiati (tutela dei sacra del passato), doveva anche garantire la permanenza nel futuro di tutti i sacra della città, nessuno escluso. Rientrava quindi nelle sue funzioni la riattivazione delle leges sacratae su cui si basava la funzione tribunizia e, più in generale, dei riti sacri che la plebe rivolgeva alla triade di Cerere, Libero e Libera». Tuttavia, l’episodio è stato interpretato anche in funzione politica: F. d’Ippolito, Questioni decemvirali, Napoli 1993, 89, il quale sostiene che il racconto di Livio intorno alla seconda secessione plebea sia una prova dello scontro tra decemvirato e collegio pontificale, in quanto sarebbe «una riaffermazione di potenti caste sacerdotali nel governo dello Stato»; vedi anche Id., Le XII Tavole: il testo e la politica, in Storia di Roma. I. Roma in Italia, direzione di A. Momigliano e A. Schiavone, Torino 1988, dove, escludendo la partecipazione pontificale alla redazione del testo decemvirale, considera le vicende in esame come una prova ulteriore «di un contrasto “istituzionale” fra legislatori e pontefici».

 

[63] Fest., v. Sacer mons, 422 e 424 L.: Sacer mons appellatur trans Anienem, paullo ultra tertium miliarium; quod eum plebes, cum secessisset a patribus, creatis tribunis plebis, qui sibi essent auxilio, discedentes Iovi consecraverunt. At homo sacer is est, quem populus iudicavit ob maleficium; neque fas est eum immolari, sed, qui occidit, parricidi non damnatur; nam lege tribunicia prima cavetur, “si quis eum, qui eo plebei scito sacer sit, occiderit, parricida ne sit.” Ex quo quivis homo malus atque inprobus sacer appellari solet. Gallus Aelius ait sacrum esse, quocumque modo atque instituto civitatis consecratum sit, sive aedis, sive ara, sive signum, sive locus, sive pecunia, sive quid aliud, quod dis dedicatum atque consecratum sit: quod autem privati[s] suae religionis causa aliquid earum rerum deo dedicent, id pontifices Romanos non existimare sacrum. At si qua sacra privata succepta sunt, quae ex instituto pontificum stato die aut certo loco facienda sint, ea sacra appellari, tamquam sacrificium; ille locus, ubi ea sacra privata facienda sunt, vix videtur sacer esse; per una analisi del passo inserita in uno studio sull’opera di Elio Gallo vedi F. Bona, Alla ricerca del ‘De verborum, quae ad ius civile pertinent, significatione’ di C. Elio Gallo, in Bullettino dell’Istituto di Diritto Romano 90, 1987, 134 s. (ora in Id., Lectio sua. Studi editi e inediti di diritto romano, I, Padova 2003, 511 ss.).

 

[64] Per la legge sacrata sull’inviolabilità tribunizia cfr. anche Cic., pro Tull. 52: legem antiquam de legibus sacratis, quae iubeat inpune occidi eum, qui tribunum plebi pulsaverit.

 

[65] Sul punto mi sia consentito rinviare a C. Rinolfi, Livio 1.20.5-7: pontefici, sacra, ius sacrum, in Diritto @ Storia 4, novembre 2005 = http://www.dirittoestoria.it/4/Tradizione-Romana/Rinolfi-Pontefici-sacra-ius-sacrum.htm.

 

[66] Il ius iurandum Iovis era collegato alla fides: Cic., de off. 3.104 (= Enn., Ann. fr. 20, v. 403, 196 Vahalen): Iam enim non ad iram deorum quae nulla est sed ad iustitiam et ad fidem pertinet. Nam praeclare Ennius o Fides alma apta pinnis et ius iurandum Iovis (cfr. Apul., de deo Socrat. 131-132: Nam et ius iurandum Iovis iurandum dicitur, ut ait Ennius. Quid igitur censes? Iurabo per Iovem lapidem Romano vetustissimo ritu?).

 

[67] Diversi studiosi hanno dato una motivazione politica alla scelta plebea di affidare a Giove la tutela dei propri tribuni: H. Le Bonniec, Le culte de Cérès à Rome, cit., 347: «dans la formule de la loi sacrée selon Tite-Live, Jupiter occupe la première place parce qu’il est le suprême garant, que reconnaissent d’un commun accord la plèbe et le patriciat»; G. Dumézil, La religion romaine archaïque, 2a ed., Paris 1974, 205, per il quale i plebei non hanno mai inteso Juppiter «comme un dieu ennemie, mais plutôt comme un arbitre qu’il fallait convaincre, gagner à leur cause»; G. Bassanelli Sommariva, Proposta per un nuovo metodo di ricerca nel diritto criminale (a proposito della sacertà), in Bullettino dell’Istituto di Diritto Romano 89, 1986, 373: «la protezione dei tribuni è ricondotta all’intera civitas nel nome di Giove, divinità tutelare dell’intero populus».

 

[68] Per le prospettive ideologiche connesse a Giove, vedi C. Koch, Der römische Juppiter, 2a ed., Frankfurt am Main 1937 (unv. Aufl., Darmstadt 1968; ora in tr. it. di L. Arcella: Giove Romano, Roma 1986); J.R. Fears, The Cult of Jupiter and Roman Imperial Ideology, in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt II.17.1, Berlin-New York 1981, 3 ss.

 

[69] Questo epiteto, composto da due superlativi, optimus maximus, è il tema dell’analisi di G. Radke, Iuppiter Optimus Maximus: dieu libre de toute servitude, in Revue Historique de Droit français et étranger 64, 1986, 1 ss. Per i vari appellativi della massima divinità romana rimando alla voce Iuppiter di O. Thulin, in PWRE, 10.2, Stuttgart 1917, coll. 1126 ss., e vedi in particolare le coll. 1142-1144. Il ruolo politico di Juppiter Optimus Maximus è stato posto in rilievo da diversi studiosi: G. Dumézil, La religion romaine archaïque, cit., 201, secondo il quale «Jupiter O. M. a été naturellement associé à la mission de puissance et de conquête que Rome se découvrait: regere populos»; R. Del Ponte, La religione dei romani, cit., 135: «la figura maestosa di Giove Ottimo Massimo appartiene solo allo Stato. Iuppiter e res publica si protendono entrambi verso l’avvenire, che molti prodigi rivelano foriero di grandezza. Al centro di tutto, il tempio capitolino, nato sacralmente in contemporanea alle nuove magistrature statuali. Finché questo esisterà, esisterà anche lo Stato».

 

[70] Cic., de dom. 139; Liv. 2.8.6-8; 7.3.8; Sen. phil., cons. ad Marc. 13.1; Val. Max. 5.10.1. Cfr. anche Polyb. 3.22.1. Per l’«importance dans l’élaboration du récit annalistique de la dédicace du temple de la triade capitoline» rimando a R. Bloch, Tite-Live et les premiers siècles de Rome, cit., 75 ss.

 

[71] Per la carriera del personaggio vedi T.R.S. Broughton, The Magistrates of the Roman Republic, I, cit., 3 e 6.

 

[72] La presenza di Juppiter alla fondazione della civitas è dato costante nelle fonti: Cic., in Cat. I.33: Tu, Iuppiter, qui isdem quibus haec urbs auspiciis a Romulo es constitutus, quem Statorem huius urbis atque imperi vere nominamus, hunc et huius socios a tuis ceterisque templis, a tectis urbis ac moenibus, a vita fortunisque civium omnium arcebis; Liv. 1.12.4-6: Romulus et ipse turba fugientium actus arma ad caelum tollens ‘Iuppiter, tuis’ inquit ‘iussus avibus hic in Palatio prima urbi fundamenta ieci. Arcem iam scelere emptam Sabini habent; inde huc armati superata media valle tendunt; at tu, pater deum hominumque, hinc saltem arce hostes, deme terrorem Romanis fugamque foedam siste. Hic ego tibi templum Statori Iovi, quod monumentum sit posteris tua praesenti ope servatam urbem esse, voveo’; 28.28.11: Ne istuc Iuppiter optimus maximus sirit, urbem auspicato dis auctoribus in aeternum conditam huic fragili et mortali corpori aequalem esse.

A tal fine appaiono pregnanti le osservazioni di P. Catalano, Aspetti spaziali del sistema giuridico-religioso romano, cit., 442 ss., che pongono in luce come secondo la concezione romana il populus Romanus Quirites sarebbe nato per volontà di Iuppiter, volontà accertata auguralmente da Romolo. Cfr. Id., Contributi allo studio del diritto augurale, cit., 164, dove si evidenzia il rapporto tra la massima divinità romana e gli auspici: «Giove ha voluto la città, Giove la sostiene [...] nell’auspicium (nell’esigenza dell’auspicazione e nell’efficacia del segno) si realizza la presenza permanente della divinità nell’attività umana».

 

[73] La valenza politica del dio emerge anche dalla tradizione (Dion. Hal. 4.59-61, Plin., nat. hist. 28.4; cfr. Liv. 1.55) secondo cui durante i lavori di scavo delle fondamenta del tempio Capitolino, sotto il regno di Tarquinio il Superbo, si rinvenne un segno di grande fortuna per la città.

 

[74] Una parte della dottrina ha sostenuto l’estraneità e l’autonomia della plebe rispetto alla civitas patrizia. Vedi ad esempio: A. Dell’Oro, La formazione dello stato patrizio-plebeo, cit., 70 ss., il quale ha affermato che la plebe era una collettività politica autonoma «collegata, con modalità non sempre identiche, alla comunità patrizia»; F. De Martino, Storia della costituzione romana, I, cit., 256, 261, secondo il quale la plebe si era organizzata in una autonoma comunità rivoluzionaria, che utilizzava come arma politica la minaccia di spezzare l’unità della civitas. Da ultimo ha asserito la volontà della plebe a separarsi dalla città, P. Zamorani, Plebe genti esercito, cit., in part. 331 ss., per il quale il decemvirato si proponeva come una forma di governo unitaria, a cui si oppose il separatismo della plebe.

Altri autori, invece, collocano la plebe all’interno della civitas: R. Orestano, I fatti di normazione, cit., 256 ss., sostiene che l’organizzazione plebea si sarebbe costituita in seguito alla serrata del patriziato: «essa infatti non si è formata prima e fuori del nuovo ordinamento romano, ma dopo e dentro questo ordinamento, con persone che avevano già la condizione di cittadini e che diedero vita ad un loro proprio ordinamento, il quale si sviluppò e operò all’interno dell’ordinamento romano» (257); P. Frezza, Secessioni plebee e rivolte servili nella Roma antica, in Studia et Documenta Historiae et Iuris 45, 1979, 310 ss. (= Id., Scritti, III, a cura di F. Amarelli ed E. Germino, Romae 2000, 335 ss.), afferma che «una analisi delle costanti delle agitazioni plebee e delle rivolte servili in Roma muove dal presupposto che né le une né le altre vollero e poterono essere un moto di sovvertimento dell’ordine vigente, pur manifestando entrambe una protesta contro questo ordine, ed una volontà di mutare taluno dei suoi fondamenti» (310 = 335); A. Momigliano, Osservazioni sulla distinzione fra patrizi e plebei, in Les origines de la république romaine, Vandœuvres-Genève 29 août-4 septembre 1966, Genève 1967, 197 ss. (ora in Id., Roma arcaica, cit., 209 ss.), in part. a p. 215 (= 219), evidenzia il fatto che non si concretizzò mai una vera battaglia armata tra le due classi sociali: «come la tradizione non sa di lotte in senato, non sa di vera guerra civile, di veri urti militari fra patrizi e plebei, come ci si dovrebbe aspettare se gli equites patrizi e i loro clienti fossero venuti a trovarsi di contro la classis plebea. La tradizione conosce secessioni di plebei (sia pure armati), non battaglie tra plebei e patrizi».

 

[75] Liv. 3.57.7: Inter haec ab Latinis et Hernicis legati gratulatum de concordia patrum ac plebis Romam venerunt donumque ob eam Iovi optumo maximo coronam auream in Capitolium tulere parvi ponderis, prout res haud opulentae erant colebanturque religiones pie magis quam magnifice. Secondo G. Poma, Tra legislatori e tiranni, cit., 299 nt. 74, sebbene questa notizia non sia presente in Dionigi di Alicarnasso, «potrebbe, anch’essa, discendere dalla cronaca pontificale».

 

[76] Per l’utilizzo del termine “vita” in relazione al populus Romanus rinvio a: P. Catalano, Aspetti spaziali del sistema giuridico-religioso romano, cit., 443 e nt. 4; F. Sini: Dai peregrina sacra alle pravae et externae religiones dei Baccanali: alcune riflessioni su ‘alieni’ e sistema giuridico-religioso romano, in Studia et Documenta Historiae et Iuris 60, 1994, 59 e nt. 30; «Fetiales, quod fidei publicae inter populos praeerant»: riflessioni su fides e “diritto internazionale” romano (a proposito di bellum, hostis, pax), in Il ruolo della buona fede oggettiva nell’esperienza giuridica storica e contemporanea. Atti del Convegno internazionale di studi in onore di A. Burdese. (Padova – Venezia – Treviso, 14-15-16 giugno 2001), a cura di L. Garofalo, III, Padova 2003, 534 ss.

 

[77] L. Thommen, Les lieux de la plèbe et de ses tribuns dans la Rome républicaine, cit., 358 ss.

 

[78] Varr., de ling. Lat. 5.81: Tribuni plebei, quod ex tribunis militum primum tribuni plebei facti, qui plebem defenderent, in secessione Crustumerina.

 

[79] Th. Mommsen, Le droit public romain, III, cit., 313; F. Fabbrini, v. «Tribunis plebis», cit., 780 nt. 2; R.G. Kent, in Varro, On the latin language, I. Books V.-VII, Cambridge, Massachussetts – London 1977, 78 nt. b.

 

[80] Le altre fonti che indicano il monte Sacro (trans Anienem) come luogo della prima secessione plebea sono: Cic., Brut. 54; Dion. Hal. 6.45.2; 10.35.1; Liv. 2.33.3; 2.34.10; 3.54.12; Val. Max. 8.9.1; Ascon., in Cornel., 67 Kiessling et Schoell; Plut., Cor. 6.1; Flor. 1.23.1; Fest., v. Sacer mons, 422 L.; D. 1.2.2.20 (Pomp. lib. sing. ench.); Oros., hist. adv. pagan. 2.5.5; cfr. inoltre Liv. 3.52.1-3. Vedi anche come testimonianza epigrafica: CIL I2.1, 189: M’. Valerius Volusi f. Maximus dictator augur primus quam ullum magistratum gereret dictator dictus est triumphavit de Sabinis et Medullinis plebem de Sacro monte deduxit gratiam cum patribus reconciliavit faenore gravi populum senatus hoc eius rei auctore liberavit sellae curulis locus ipsi posterisque admurciae spectandi caussa datus est princeps in senatum semel lectus est.

Indicano invece l’Aventino: Calp. Pis., ann. fragm. fr. 22, 129 Peter (= Liv. 2.32.3); Sall., bell. Iug. 31.17; cfr. Liv. 3.54.8-9. Fanno riferimento ad entrambi i luoghi: Cic., de re publ. 2.58; Sall., hist. 1, fr. 11 (= Aug., civ. dei 3.17); cfr. Liv. 3.61.5-6.

 

[81] La rivoluzione della plebe, cit., 190. Indica l’Aventino anche G. De Sanctis, Storia dei Romani, II. La conquista del primato in Italia, 2a ed., 1960 [rist., Firenze 1964], 4 s. Per una bibliografia precedente sul tema rimando a J.-C. Richard, Les origines de la plèbe romaine, cit., 547 ss.

 

[82] Vedi: F. Stella Maranca, Il tribunato della plebe dalla “lex Hortensia” alla “lex Cornelia”, cit., 17 s.; G. Niccolini, Il tribunato della plebe, cit., 61; H. Fugier, Recherches sur l’expression du sacré, cit., 227, 235; P. Zamorani, Plebe genti esercito, cit., 176 s.; F. Zuccotti, Il giuramento nel mondo giuridico e religioso antico, cit., 39.

 

[83] Vedi anche Paul. Fest., v. Sacer mons, 423 L.: Sacer mons trans Anienem fluvium ultra tertium miliarum appellatur, quia Iovi fuerat consecratus.

 

[84] Secondo Gell., noct. Att. 13.14.4-7, l’Aventino venne ricompreso nel pomerium solo durante il principato di Claudio, in quanto sussistevano impedimenti religiosi rilevati dagli auguri: [4] Propterea quaesitum est ac nunc etiam in quaestione est, quam ob causam ex septem urbis montibus, cum ceteri sex intra pomerium sint, Aventinus solum, quae pars non longinqua nec infrequens est, extra pomerium sit, neque id Servius Tullius rex neque Sulla, qui proferundi pomerii titulum quaesivit, neque postea divus Iulius, cum pomerium proferret, intra effatos urbi fines incluserint. [5] Huius rei Messala aliquot causas videri scripsit, sed praeter eas omnis ipse unam probat, quod in eo monte Remus urbis condendae gratia auspicaverit avesque inritas habuerit superatusque in auspicio a Romulo sit: [6] Idcirco inquit omnes, qui pomerium protulerunt, montem istum excluserunt quasi avibus obscenis ominosum. [7] Sed de Aventino monte praetermittendum non putavi, quod non pridem ego in + Elydis, grammatici veteris, commentario offendi, in quo scriptum erat Aventinum antea, sicuti diximus, extra pomerium exclusum, post auctore divo Claudio receptum et intra pomerii fines observatum. Vedi anche Sen. phil., de brev. vit. 13.8, per il quale era superfluo soffermarsi sui motivi che portarono l’Aventino a restare escluso dalla linea pomeriale: Hoc scire magis prodest, quam Aventinum montem extra pomerium esse, ut ille adfirmabat, propter alteram ex duabus causis, aut quod plebs eo secessisset. Aut quod Remo auspicante illo loco aves non addixissent, alia deinceps innumerabilia, quae aut farta sunt mendaciis aut similia? Tuttavia, appare significativa la notizia riportata da Val. Max. 1.8.3: Nec minus voluntarius in urbem nostram Iunonis transitus. Captis a Furio Camillo Veis milites iussu imperatoris simulacrum Iunonis Monetae, quod ibi praecipua religione cultum erat, in urbem translaturi sede sua movere conabantur. Quorum ab uno per iocum interrogata dea an Romam migrare vellet, velle se respondit. Hac voce audita lusus in admirationem versus est, iamque non simulacrum, sed ipsam caelo Iunonem petitam portare se credentes laeti in ea parte montis Aventini, in qua nunc templum eius cernimus, collocaverunt. A parte l’inesattezza dell’appellativo di Giunone traslata da Veio (si tratterebbe infatti di Iuno Regina, vedi Liv. 5.23.7), dall’aneddoto emerge la volontà della dea di stare a Roma, e questa volontà venne rispettata stabilendone il culto sull’Aventino (per il carmen rivolto a Iuno Regina dopo la distruzione di Veio vedi V. Basanoff, Evocatio. Étude d’un rituel militaire romain, Paris 1947, 42 ss.). Da ciò appare, dunque, come il colle fosse considerato in epoca repubblicana parte dell’urbs, così come emerge dallo stesso racconto da Liv. 3.52.1-2, per cui l’abbandono dell’Aventino da parte dei secessionisti per accamparsi sul monte Sacro sarebbe stato visto dai patrizi come l’abbandono della città stessa: Per M. Duillium, qui tribunus plebis fuerat, certior facta plebs contentionibus adsiduis nihil transigi, in Sacrum montem ex Aventino transit adfirmante Duillio non prius, quam deseri urbem videant, curam in animos patrum descensuram. Vedi in argomento A. Guarino, La rivoluzione della plebe, cit., 190 s., per il quale il colle «era sociologicamente campagna, in quanto posto fuori dal pomerio, ma costituzionalmente città, in quanto sito entro le mura serviane». In tal modo i plebei «non attuarono una secessione nel senso spaziale della parola, non si allontanarono insomma dalla città, ma, rimanendo in città o almeno ai margini esterni del pomerio».

Si registrano in letteratura posizione differenti rispetto alla questione se considerare nell’età della seconda secessione della plebe l’Aventino interno o meno alla città di Roma. Vedi tra coloro che seguono la tradizione, sostenendo l’estraneità del colle dalle cinte pomeriali fino all’imperatore Claudio: S. Accame, I re di Roma nella leggenda e nella storia, cit., 197; A. Alföldi, Diana Nemorensis, in American Journal of Archaeology 64.2, 1960, 144: «The Aventine remained extra pomerium, beyond the sphere of the rights of the patrician magistrates, who would not have legally tolerated this revolutionary organization, an illicita contio, inside the sacred boundary of the city»; P. de Francisci, Primordia civitatis, Romae 1959, 664 ss., per il quale il colle era comunque protetto da una fortificazione, che rappresentava una «prima linea di difesa» della città; è anche probabile «che l’Aventino abbia attirato l’attenzione e le cure di Servio Tullo» (665), in quanto il re vi avrebbe innalzato il tempio di Diana, in un’ottica politico-religiosa, tesa all’unificazione delle popolazioni laziali sotto il primato di Roma.

 

[85] Liv. 1.20.7: [Numa] Ad ea elicienda ex mentibus divinis Iovi Elicio aram in Aventino dicavit, deumque consuluit auguriis quae suspicienda essent; vedi anche Varr., de ling. Lat. 6.95: Sic Elicii Io[bis]vis[a] ara in Aventino ab eliciendo. Il colle fu oggetto degli interessi di un altro re, Servio Tullio, il quale vi avrebbe eretto il tempio di Diana: Liv. 1.45; Dion. Hal. 4.26.4; Fest., Servorum dies, 460 L.; Paul. Fest., Servorum dies, 467 L.; cfr. anche Varr., de ling. Lat. 5.43.

 

[86] Vedi Ovid., fast. 3.329-348: Constat Aventinae tremuisse cacumina silvae, / terraque subsedit pondere pressa Iovis; / corda micant regis. Totoque e corpore sanguis / fugit, et hirsutae deriguere comae. / Ut rediit animus, “Da certa piamina” dixit / “fulminis, altorum rexque paterque deum, / si tua contigimus manibus donaria puris, / hoc quoque, quod petitur, si pia lingua rogat”. / Adnuit oranti, sed verum ambage remota / abdidit et dubio terruit ore virum. / “Caede caput” dixit; cui rex “Parebimus” inquit / “caedenda est hortis eruta cepa meis”. / Addidit hic “hominis”; “sumes” ait ille “capillos”; / postulat hic animam; cui Numa “piscis” ait. / Risit, et “His” inquit “facito mea tela procures, / o vir conloquio non abigende deum. / Sed tibi, protulerit cum totum crastinus orbem / Cynthius, imperii pignora certa dabo”. / Dixit et ingenti tonitru super aethera motum / fertur adorantem destituitque Numam. Riportano la stesso episodio Plutarco (Num. 15.3-9), e Arnobio (adv. nat. 5.1, che ha come fonte Valerio Anziate). Per una interpretazione del passo vedi C. Rinolfi, Livio 1.20.5-7: pontefici, sacra, ius sacrum, cit.

 

[87] Afferma la «specifica facies culturale e sacrale dell’Aventino» V.E. Vernole, Servius Tullius, Roma 2002, 140.

 

[88] In tale ottica si deve rinviare da ultimi ad A. Giardina, Perimetri, il quale si è dedicato alla «Topografia religiosa e topografia giuridica», ed a M. Beard, Gli spazi degli dei, le feste, la quale pone in evidenza lo stretto rapporto tra la topografia di Roma e la religione (entrambi i lavori sono raccolti in Roma antica, a cura di A. Giardina, Roma-Bari 2005, rispettivamente a 27 ss., e 35 ss.).

 

[89] Bisogna a tal fine accettare le pregnanti considerazioni di G. Dumézil, La religion romaine archaïque, cit., 205: «si les patrices ont volontiers, ostentatorement, annexé Jupiter, il semble certain que les plébéiens ne l’ont jamais considéré comme un dieu ennemi, mais plutôt comme un arbitre qu’il fallait convaincre, gagner à leur cause: puisque la plébe avait raison, comment le dieu du droit lui aurait-il donne tort?». Del resto, come sosteneva H. Le Bonniec, Le culte de Cérès à Rome, cit., 347: «les plébéiens devaient eux aussi, dès l’origine, adorer Jupiter».

 

[90] Vedi: Liv. 23.30.17: Plebei ludi aedilium M. Aureli Cottae et M. Claudi Marcelli ter instaurati; 25.2.10: Ludi plebei per biduum instaurati et Iovis epulum fuit ludorum causa; 29.11.12: Ludi Romani ter, plebeii septiens instaurati; 30.39.8: P. Aelius Tubero et L. Laetorius aediles plebis vitio creati magistratu se abdicaverunt, cum ludos ludorumque causa epulum Iovi fecissent et signa tria ex multaticio argento facta in Capitolio posuissent; 31.4.7: et plebeii ludi ter toti instaurati ab aedilibus plebi L. Apustio Fullone et Q. Minucio Rufo, qui ex aedilitate praetor creatus erat; et Iovis epulum fuit ludorum causa; 32.7.13: Ab iis ludi plebeii <---> instaurati; et epulum Iovis fuit ludorum causa; 33.42.11: Ludi plebeii per biduum instaurati, et epulum fuit ludorum causa. Alcuni autori sostengono una celebrazione precedente rispetto alla tradizionale collocazione dei giochi plebei in onore di Giove: L.R. Taylor, Cicero’s Aedilship, in American Journal of Philology 60, 1939, 195 ss.; H. Le Bonniec, Le culte de Cérès à Rome, cit., 347, 351 ss.

 

[91] La sacertà infatti è menzionata nel lapis Niger: CIL I.2.1 nr. 1, 367 ss.

 

[92] Vedine l’utilizzo ad esempio in Vopisc. Syrac., Tacit. 4.4; 18.2.

 

[93] Al riguardo F.V. Hickson, Roman Prayer Language, cit., 63, evidenzia come «A number of sources attest the predominantly official character of the formula quod bonum faustum felixque sit and its variations»; per l’A. questa formula introduttiva, che in Livio appare 8 volte, sarebbe una sorta di benedizione divina: «All example of the formula appear in an official setting, four of the eight in the context of a contio (1.17.10, 3.34.2, 3.54.8, 10.8.12 = App. 4, 13, 15, 37). It is always spoken by people in official positions, a king, envoys, and senators (e.g. 1.28.7, 3.54.8, 42.30.10 = App. 7, 15, 77), and to people carrying out official functions, such as soldiers and assemblies (e.g. 24.16.9, 3.54.8 = App. 45, 18). Its objective is always a divine blessing on acts about to be undertaken will affect the state such as voting (e.g. 1.17.10 = App. 4). Thus, although Livy does not present any of the occasions which occur in other sources, the historian clearly uses this formula in the same manner» (64 s.).

 

[94] Sostengono l’origine pontificale del racconto, ad esempio: S. Mazzarino, Sul tribunato della plebe, cit., 109, il quale constatava: «È in ogni caso evidente che la ‘restaurazione’ del tribunato nel 449 a.C., in cui, secondo la tradizione liviana, i tribuni della plebe furono creati all’Aventino pontifice maximo comitia habente, fosse riferita negli annali pontifici pubblicati da P. Mucius Scaevola»; G. Poma, Tra legislatori e tiranni, cit., 297, la quale è del parere che la notizia di Livio risalga ad annotazioni pontificali.

 

[95] Cic., de divin. 1.102: Neque solum deorum voces Pythagorei observitaverunt, sed etiam hominum, quae vocant omina. Quae maiores nostri quia valere censebant, idcirco omnibus rebus agendis ‘quod bonum, faustum, felix fortunatumque esset’ praefabantur, rebusque divinis, quae publice fierent, ut ‘faverent linguis’, imperabatur inque feriis imperandis, ut ‘litibus et iurgiis se abstinerent’. Itemque in lustranda colonia ab eo, qui eam deduceret, et cum imperator exercitum, censor populum lustraret, bonis nominibus, qui hostias ducerent, eligebantur. Quod idem in dilectu consules observant, ut primus miles fiat bono nomine.

 

[96] Diverse sono le testimonianze relative alla forza insita nella parola, in particolare Plinio (nat. hist. 28.14) afferma che multi vero magnarum rerum fata et ostenta verbis permutari.

Numerosi autori hanno sostenuto la “forza” intrinseca dei verba, vedi ad esempio: R. Orestano, Dal ius al fas. Rapporto fra diritto divino e umano in Roma dall’età primitiva all’età classica, in Bullettino dell’Istituto di Diritto Romano 46, 1939, 261 (= Id., Scritti, II, Sezione prima Saggistica, con una nota di lettura di A. Mantello, Napoli 1998, 628); Id., I fatti di normazione, cit., 189 ss.; C. Gioffredi, Religione e diritto nella più antica esperienza romana. (Per la definizione del concetto di ‘ius’), in Studia et Documenta Historiae et Iuris 20, 1954, 274 (in parte ora in Aa.Vv., Diritto e storia. L’esperienza giuridica di Roma attraverso le riflessioni di antichisti e giusromanisti contemporanei: Antologia, a cura di A. Corbino, Padova 1995, 256); R. Bloch, Liberté et déterminisme dans la divination romaine, in Hommages à J. Bayet, cit., 95; A. Ronconi, «Malum carmen» e «malus poeta», in Synteleia V. Arangio-Ruiz, a cura di A. Guarino e L. Labruna, 2, Napoli 1964, 958 ss. Per «The power of words», vedi anche, F.V. Hickson, Roman Prayer Language, cit., 7 ss.

 

[97] Liv. 1.17.10: Tum interrex contione advocata ‘Quod bonum, faustum felixque sit’ inquit ‘Quirites, regem create; ita patribus visum est. Patres deinde, si dignum, qui secundus ab Romulo numeretur, crearitis, auctores fient’.

 

[98] In Liv. 3.34.2, nel descrivere un altro momento importante della prima età repubblicana, in apertura si utilizza la formula in questione per far conoscere le dieci tavole redatte dal primo decemvirato: quod bonum, faustum felixque rei publicae, ipsis liberisque eorum esset, ire et legere leges propositas iussere.

 

[99] Liv. 1.28.7: rex cetera, ut orsus erat, peragit: ‘Quod bonum, faustum felixque sit populo Romano ac mihi vobisque, Albani, populum omnem Albanum Romam traducere in animo est, civitatem dare plebi, primores in patres legere, unam urbem, unam rem publicam facere. Ut ex uno quondam in duos populos divisa Albana res est, sic nunc in unum redeat’.

 

[100] Tac., ann. 3.58.2: Saepe pontifices Dialia sacra fecisse, si flamen valitudine aut munere publico impediretur.

 

[101] Per il controllo pontificale sulla regolarità dei riti vedi ad esempio Cic., de nat. deor. 1.61: Itaque ego ipse pontifex, qui caerimonias religionesque publicas sanctissime tuendas arbitror.

 

[102] Esempi di provvedimenti del pontefice massimo nei confronti dei flamini in Cic., Philipp. XI 18; Liv. 37.51.1-6; Val. Max 1.1.2.

 

[103] Vedi Liv. 4.44.11-12; 8.15.7-8; 28.11.6; Val. Max. 1.1.6; 4.44.12.

 

[104] Liv. 40.42.8-10, riferisce della multa inflitta dal pontefice massimo al duumviro navale L. Cornelio Dolabella, il quale doveva essere consacrato re dei sacrifici.

 

[105] Per il potere di repressione del pontefice massimo sui suoi sottoposti, rimando all’episodio del 216 a.C., raccontato da Liv. 22.57.3, quando uno scriba pontificale venne punito dai pontefici per il reato di stuprum.

 

[106] Sulla nozione romana di pax deorum, vedi ora (con riferimento alle fonti e alle letteratura precedente) F. Sini, Bellum nefandum, cit., 256 ss.; Populus et religio dans la Rome républicaine, in Archivio Storico e Giuridico Sardo di Sassari n.s., 2, 1995 (ma 1996), 77 ss.; Sua cuique civitati religio, cit., 167 ss., 262 ss.; «Fetiales, quod fidei publicae inter populos praeerant», cit., 535 ss.; Uomini e Dèi nel sistema giuridico-religioso romano: pax deorum, tempo degli Dèi, sacrifici, in Diritto @ Storia. Scienze Giuridiche e Tradizione Romana 1, maggio 2002; Ut iustum conciperetur bellum. Guerra “giusta” e sistema giuridico-religioso romano, in Seminari di storia e di diritto, III. «Guerra giusta»? La metamorfosi di un concetto antico, a cura di A. Calore, Milano 2003, 71 ss.

 

[107] Cic., de leg. 1.23: Est igitur, quoniam nihil est ratione melius, eaque est et in homine et in deo, prima homini cum deo rationis societas. Inter quos autem ratio, inter eosdem etiam recta ratio [et] communis est: quae cum sit lex, lege quoque consociati homines cum dis putandi sumus. Inter quos porro est communio legis, inter eos communio iuris est. Quibus autem haec sunt inter eos communia, ei civitatis eiusdem habendi sunt. Si vero isdem imperiis et potestatibus parent, multo iam magis parent [autem] huic caelesti discriptioni mentique divinae et praepotenti deo, ut iam universus sit hic mundus una civitas communis deorum atque hominum existimanda. Et quod in civitatibus ratione quadam, de qua dicetur idoneo loco, agnationibus familiarum distinguuntur status, id in rerum natura tanto est magnificentius tantoque praeclarius, ut homines deorum agnatione et gente teneantur. Vedi in materia: P. Catalano, Una civitas communis deorum atque hominum: Cicerone tra temperatio reipublicae e rivoluzioni, in Studia et Documenta Historiae et Iuris 61, 1995, 724; F. Sini, Sua cuique civitati religio, cit., 190 s.

 

[108] La crescita della civitas romana viene ben delineata da Pomponio con la «felice espressione» (così F. Sini, Sua cuique civitati religio, cit., 8 nt. 17) di civitas augescens: D. 1.2.2.7 (Pomp. lib. sing. enchir.): Augescente civitate quia deerant quaedam genera agendi, non post multum temporis spatium Sextus Aelius alias actiones composuit et librum populo dedit, qui appellatur ius Aelianum. Sul concetto vedi gli studi di M.P. Baccari: Il concetto giuridico di civitas augescens: origine e continuità, in Studia et Documenta Historiae et Iuris 61, 1995, 759 ss.; Cittadini popoli e comunione nella legislazione dei secoli IV-VI, Torino 1996, 55 ss.

 

[109] Per l’episodio vedi: G. Dumézil, La bataille de Sentinum, in Id., Idées romaines, Paris 1969, 179 ss. (testo che sviluppa il precedente lavoro La bataille de Sentinum: remarques sur la fabrication de l’Histoire romaine, in Annales, Économies, Sociétés, Civilisations 7, n. 2, Paris 1952, 146 ss.); J. Bayet, L’étrange «omen» de Sentinum et le celtisme en Italie, in Hommages à A. Grenier, éd. par M. Renard, Bruxelles-Berchem 1962, 244 ss.

 

[110] Console nel 302 a.C.: T.R.S. Broughton, The Magistrates of the Roman Republic, I, cit., 169, 179.

 

[111] Sul personaggio vedi T.R.S. Broughton, The Magistrates of the Roman Republic, I, cit., 159, 164, 175, 177. Sui Decii rimando a Ch. Guittard, Naissance et développement d’une légende: les «Decii», in Hommages à H. Le Bonniec, Res Sacrae, publ. par D. Porte et J.-P. Néraudau, Bruxelles 1988, 256 ss.

 

[112] Per quanto riguarda il praeire verba vedi ad esempio: Varr., de ling. Lat. 6.61; Liv. 4.27.1; 8.9.4-8; 9.46.6; 10.28.14; 31.9.9; 36.2.3; 42.28.9; Tac., hist. 4.53.3; ILS II.1, nr. 4909. Questa importante funzione pontificale persistette a lungo: Svetonio (Claud. 22.2) ricorda che il divus Claudius, in qualità di pontefice massimo, suggerì la formula delle preghiere propiziatorie al popolo, in occasione della sinistra apparizione di un uccello infausto sul Campidoglio. Per il praeire verba rimando a F. Sini, A quibus iura civibus praescribebantur, cit., 126 nt. 23.

 

[113] Per la devotio vedi, in particolare: L.G. Gyraldus, Historiae Deorum Gentilium, Basileae 1548, 696 s.; A. Bouché-Leclercq, Les pontifes de l’ancienne Rome, cit., 160 ss.; V. Basanoff, Deuotio de M. Curtius eques, in Latomus 8, 1949, 31 ss.; P. de Francisci, Primordia civitatis, cit., 312 ss.; K. Latte, Römische Religionsgeschichte, München 1960, 125 s., 203 s.; G. Dumézil, La religion romaine archaïque, cit., 108 ss.; H.S. Versnel, Two Types of Roman devotio, in Mnemosyne 29, 1976, 365 ss.; C. Bennett Pascal, The Dubious Devotion of Turnus, in Transactions of the American Philological Association 120, 1990, 251 ss.; J. Rüpke, Domi militiae. Die religiöse Konstruktion des Krieges in Rom, Stuttgart 1990, 156 ss.

 

[114] Liv. 10.29.3-4: At ex parte altera pontifex Livius, cui lictores Decio tradiderat iusseratque pro praetore esse, vociferari vicisse Romanos, defunctos consulis fato; Gallos Samnitesque Telluris matris ac deorum Manium esse, rapere ad se ac vocare Decium devotam se cum aciem furiarumque ac formidinis plena omnia ad hostes esse. Per la vicenda vedi anche de vir. ill. 27.3: Quarto consulatu cum Fabio Maximo, cum Galli, Samnites, Umbri, Tusci contra Romanos conspirassent, ibi exercitu in aciem ducto et cornu inclinante exemplum patris imitatus advocato Marco Livio pontifice hastae insistens et solemnia verba respondens se et hostes diis manibus devovit; cfr. Oros., hist. adv. pagan. 3.21.1-6.

Tuttavia, per R. Seguin, Remarques sur les origines des pontifes romains: Pontifex Maximus et Rex Sacrorum, in Hommages à H. Le Bonniec. Res Sacrae, cit., 418, queste sostituzioni consisterebbero in «activités sporadiques, ou accidentelles. Si le Pontifex Maximus participe à certaine cérémonies, ce n’est pas pour les célébrer lui-même, mais pour en garantir par sa présence la validité conforme au rituel immuable».

 

[115] L. Capogrossi Colognesi, Storia delle istituzioni romane, Roma s.d. [ma 1978], 108.

 

[116] Vedi in particolare: Æ. Forcellini, Totius latinitatis Lexicon, consilio et cura J. Facciolati, I, Patavii 1771, v. calātus, 352: «Calata primum dicta sunt omnia comitia, quod ad ea populus calaretur, seu convocaretur: hæc postea in curiata, centuriata, & tributa divisa sunt. Deinde calata comitia speciatim dicta sunt, quæ pro collegio pontificum habebantur, aut regis sacrorum, aut flaminum inaugurandorum causa: item quæ sacris promulgandit, aut testamento faciendo cogebantur»; J.L.E. Ortolan, Spiegazione storica delle Istituzioni dell’imperatore Giustiniano, col testo, la traduzione, e le spiegazioni sotto ciascun paragrafo, preceduta Da una esposizione generale del diritto, I, 2a ed., tr. it. sulla 5a ed. fr. di N. Longo-Mancini, Napoli 1856, 339, il quale parlava specificamente di assemblee speciali del popolo, per affari religiosi e per confezionare testamenti; P. de Francisci, Primordia civitatis, cit., 577 nt. 87, per cui i comizi calati sarebbero stati in origine le antiche riunioni delle vecchie curie convocate dal pontefice massimo; con la creazione dei comizi curiati convocati di carattere politico-militare presieduti dal re, i comitia calata si distinsero da questi in quanto presieduti dal pontefice massimo e convocati da un calator; F. Daverio, Sacrorum detestatio, in Studia et Documenta Historiae et Iuris 45, 1979, 531, il quale sottolinea che i comitia calata erano «un’autonoma e “tecnica” modalità d’assemblea, caratterizzata dalla presenza e dalla sostanziale direzione dei pontefici»; A. Corbino, La nozione di ‘comitia calata’, in IVRA 42, 1991, 145 ss., il quale reputa i comitia calata come «un genus comiziale a sé» delle riunioni popolari, non deliberanti, formalmente convocate per particolari atti, in cui interveniva il collegio pontificale.

 

[117] Vedi ad esempio: P.F. Girard, Manuale elementare di diritto romano, tr. it. sulla 4a ed. fr. di C. Longo, Milano 1909, 813; G. Nocera, Il potere dei comizi e i suoi limiti, Milano 1940, 2 s.; R. Marache, in Aulu-Gelle, Les nuits attiques, Tome III, Livres XI-XV, Paris 1989, 229 nt. 2, il quale sostiene che l’incaricato a convocare il popolo romano nei comitia calata era un lictor curiatus, per tale ragione queste riunioni «ne pouvaient être que par curies puisque les comices par centuries n’étaient pas appelés par le licteur (calata), mais convoqués à son de cor ou de trompettes»; G. Giliberti, Elementi di storia del diritto romano. I. Il regno e la repubblica, Torino 1993, 104.

 

[118] Vedi G. Nicosia, Lineamenti di storia della costituzione e del diritto di Roma, I, Catania 1971 [rist., Catania 1989], 42, il quale sostiene con vigore che l’espressione comitia calata: «non designò mai un’entità diversa dai comizî curiati, bensì fu adoperata (di solito allo ablativo: calatis comitiis) per indicare che taluni atti si compivano di fronte a tali comizi riuniti (ad es. testamentum calatis comitiis)».

 

[119] U. Coli, Il testamento nella Legge delle XII Tavole, in IVRA 7, 1956, 42 s. (ora in Id., Scritti di diritto romano, II, Milano 1973, 631 s.).

 

[120] U. Coli, Il testamento nella Legge delle XII Tavole, cit., 43 (= Id., Scritti di diritto romano, II, cit., 632).

 

[121] P. de Francisci, Primordia civitatis, cit., 577 nt. 87.

 

[122] Così vedi ad esempio: G. Padelletti, Storia del diritto romano. Manuale ad uso delle scuole, Firenze 1878, 138 nt. 2: «Tutti quei comizii convocati e preseduti dai pontefici chiamavansi calata ed erano ora curiati, ora centuriati»; [B.] Kübler, v. Calata comitia, in PWRE, 3.1, Stuttgart 1879, col. 1330: «Es ist daher wahrscheinlich, dass diese Versammlungen calata genannt wurden mit Rücksicht auf die ihnen eigentümliche Art Berufung durch die Pontifices. Sie fanden sowohl nach Curien als nach Centurien statt; jene wurden durch einem lictor curiatius (diese Form bezeugen die Inschriften, bei Gellius steht curiatus) berufen, diese durch einem Hornisten»; G.W. Botsford, The roman assemblies, cit., 152 ss., il quale è del parere che questi comizi sotto la presidenza pontificale, con scopi religiosi si articolavano in curie, oppure, meno frequentemente in centurie.

 

[123] Th. Mommsen, Le droit public romain, VI.1, tr. fr. di P.F. Girard, Paris 1889 [réimpr. 1985], 349 nt. 1, rivedendo così la sua precedente posizione che prevedeva anche il caso dell’inaugurazione nei comizi centuriati del flamine di Quirino: Römische Forschungen, I, cit., 273.

 

[124] F. Daverio, Sacrorum detestatio, cit., 530 e nt. 1, ha dubbi sull’assegnazione del pensiero «di solito acriticamente attribuito a Labeone». Vedi anche O. Lenel, Palingenesia Iuris Civilis. Iuris consultorum reliquie quae Iustiniani Digestis continentur, I, Lipsiae 1889 [rist., Roma 2000, a cura di L. Capogrossi Colognesi], col. 557, il quale lo attribuisce con prudenza a Lelio Felice: «Non constat, sed verisimile est, Laelium Felicem, cuis apud Gellium (fr. I) mentio fit, eundem Laelium esse, qui in digestis (fr. 2. 3) laudatur» (col. 557 nt. 1).

 

[125] R. Marache, in Aulu-Gelle, Les nuits attiques, cit., 173.

 

[126] Gell., noct. Att. 11.3.

 

[127] Così già A. Corbino, La nozione di ‘comitia calata’, cit., 149 s.

 

[128] Vedi Varr., de ling. Lat. 6.91; rinvio in materia a C. Nicolet, Il mestiere di cittadino nell’antica Roma, tr. it. di F. Grillenzoni, Roma 1980, 326 s.

 

[129] Varr., de ling. Lat. 6.27: Primi dies mensium nominati Kalendae, quod his diebus calantur eius mensis nonae a pontificibus, quintanae an septimanae sint futurae, in Capitolio in curia Calabra sic dicto quinquies: ‘Calo, Iuno Covella’, septies dicto ‘Calo Iuno Covella’; Serv., in Verg. Aen. 8.654: Horrebat regia culmo’ Curiam Calabram dicit, quam Romulus texerat culmis. [Serv. Dan., in Verg. Aen. 8.654] Ideo autem ‘Calabra’, quod cum incertae essent kalendae aut idus, a Romulo constitutum est, ut ibi patres vel populus calarentur, id est vocarentur, et scirent, qua die kalendae essent vel etiam idus. A rege sacrificulo idem fiebat ut, quoniam adhuc fasti non erant, ludorum et sacrificiorum praenoscerent dies.

 

[130] Sui calatores vedi: Serv. Dan., in Verg. Georg. 1.268: pontifices sacrificaturi praemittere calatores suos solent, ut, sicubi viderint opifices adsidentes opus suum, prohibeant, ne pro negotio suo et ipsorum oculos et caerimonias deum attaminent; ILS 4970: [in] honorem domus Augustae kalatores pontificum et flaminum; ILS 4971: kalatores pontificum et flaminum; ILS 4972: kalatori pontif.

 

[131] Paul. Fest., v. Calatores, 34 L.: Calatores dicebantur servi, ¢pÕ to Û kalein, quod est vocare, quia semper vocari possent ob necessitatem servitutis, v. Procalare, 251 L.: Procalare ex Graeco kalein, id est vocare. Unde kalendae, calumnia, calones et caculae et calatores.

 

[132] Gai. 2.101: Testamentorum autem genera initio duo fuerunt: nam aut calatis comitiis testamentum faciebant, quae comitia bis in anno testamentis faciendis destinata erant, aut in procinctu, id est cum belli causa arma sumebant; procinctus est enim expeditus et armatus exercitus. Alterum itaque in pace et in otio faciebant, alterum in proelium exituri; Gell., noct. Att. 15.27.3: vedi supra in questo par.; Tit. Ulp. 20.2-3: Testamentorum genera fuerunt tria, unum, quod calatis comitiis, alterum, quod in procinctu, tertium, quod per aes et libram appellatum est; I. 2.10.1: Sed ut nihil antiquitatis penitus ignoretur, sciendum est olim quidem duo genera testamentorum in usu fuisse, quorum altero in pace et in otio utebantur, quod calatis comitiis appellabatur, altero, cum in proelium exituri essent, quod procinctum dicebatur.

 

[133] Affermano la presidenza repubblicana del pontefice massimo dei comitia calata per i testamenti, ad esempio: Th. Mommsen, Le droit public romain, III, cit., 41, 42 nt. 3; F. Schwind, Römisches Recht, I. Geschichte, Rechtsgang, System des Privatrechtes, Wien 1950, 374; P. de Francisci, La formazione della comunità politica romana primitiva, in Conferenze romanistiche, Milano 1960, 100; Leage’s roman private law founded on the Institutes of Gaius and Justinian, 3a ed. by A.M. Prichard, London 1964, 236; A. Magdelain, La loi à Rome. Histoire d’un concept, Paris 1978, 82 s.; M. Amelotti, Le forme classiche di testamento, I. Lezioni di Diritto romano raccolte da R. Martini, Torino 1966, 29.

 

[134] Th. Mommsen, Die römische Chronologie, cit., 241 ss.; Id., Le droit public romain, VI.1, cit., 363. Per A. Magdelain, «Quando rex comitiavit fas», in Revue Historique des Droits de l’Antiquité 58, 1980, 7 (ora in Id., Jus imperium auctoritas, cit., 273) quella dello studioso tedesco fu «une intuition géniale». Oltre al Magdelain, tra coloro che appoggiarono pienamente il Mommsen si deve ricordare, ad esempio, E. De Ruggiero, v. Calator, in Dizionario epigrafico di antichità romane, vol. II. c-e, Parte I, c-consul, Roma 1900 [rist. an., Roma 1961], 533, ed anche grandi studiosi della religione romana, quali K. Latte, Römische Religionsgeschichte, cit., 117 s., e, pur con alcune riserve, J. Bayet, La religion romaine. Histoire politique et psychologique, 2a ed., Paris 1969 [rist., 1976], 99.

Le critiche alla ipotesi mommseniana, tuttavia, non mancarono. Oltre a chi come A. Momigliano, Il ‘rex sacrorum’ e l’origine della repubblica, in Studi in onore di E. Volterra, I, Milano 1971, 363 (ora in Id., Roma arcaica, cit., 169), si limita a definire quella del Mommsen una «incerta congettura», v’è chi, come G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, cit., 435, 512 nt. 4., 517 nt. 5, e [A.] Rosenberg, v. Rex sacrorum, in PWRE, 1A.1, Stuttgart 1914, coll. 721 ss., ha sostenuto che i giorni indicati con la sigla Q.R.C.F. non erano atti alla redazione dei testamenta, poiché in tali dies i comizi si sarebbero dovuti svolgere in una fase nefasta, che avrebbe impedito la riunione del popolo per il compimento di atti giuridici. Al contrario, secondo questi autori, nei giorni in questione si sarebbe svolta una cerimonia espiatoria in funzione del tubilustrum, rito legato alla stagione militare (per una critica a questi autori vedi F. Blaive, Rex sacrorum. Recherches sur la fonction religieuse de la royauté romaine, in Revue Internationale des droits de l’Antiquité 42, 1995, 144 ss.). V’è inoltre chi afferma che i testamenti si svolgevano il 15 marzo e il 15 maggio, come, ad esempio, E. Weiss, Institutionen des römischen Privatrechts also Einführung in die Privatrechtsrechtordung der Gegenwart, 2a ed., Basel 1949, 511 s. Vedi anche la posizione di P. de Francisci, Primordia civitatis, cit., 494 nt. 392; 585 e nt. 121; 589 s. e nt. 144; Id., La formazione della comunità politica romana primitiva, cit., 93 ss., il quale sostiene che nei giorni in questione si chiudeva la serie di riti per l’inizio delle campagne militari, e si riuniva l’assemblea popolare, presieduta dal re per motivi politico-militari (contro le affermazioni del de Francisci: P. Cipriano, Fas e nefas, Roma 1978, 116 ss.).

 

[135] Esiste in dottrina una diversità di opinioni intorno all’interpretazione del passo di Gaio (comitia … destinata erant), in quanto si potrebbe intendere che i comitia calata convocati in questi giorni avessero esclusivamente la funzione di consentire la creazione di testamenti, come ha supposto A. Magdelain, «Quando rex comitiavit fas», cit., 7 [= Id., Jus imperium auctoritas, cit., 273], secondo il quale: «Il est tentant de supposer que les deux jours QRCF ne font pas connaître leur objet parce qu’il va de soi», poiché si trattava di due assemblee tenute obbligatoriamente, per consentire al cittadino di testare. Tuttavia, diversi autori negano la specificità di tali comizi, ad esempio, G. Scherillo, Appunti sul testamento «in procinctu» nel diritto romano, in Scritti in memoria di A. Giuffrè, I, Milano 1967, 783 nt. 3, E. Champlin, Creditur vulgo testamenta hominum speculum esse morum: Why the Romans Made Wills, in Classical Philology 84, 1989, 198, G.M. Facchetti, All’origine del «testamentum», in Index 30, 2002, 227, sostengono che i comizi non si riunivano esclusivamente per la confezione dei testamenti, ma per tutte le questioni che competevano loro.

Vedi anche la particolare ipotesi di J. Paoli, La notion du temps fast et celle du temps comitial (Varron, De l. l., VI, 31 et 32.), in Revue des études anciennes 56, 1954, 121 ss., in part. 135 ss., il quale, considerando i giorni indicati come le uniche riunioni dei comizi curiati nel periodo antico, afferma che in varie fasi si procedeva a diversi atti (testamento, detestatio sacrorum, compiuti nella contio iniziale, e l’adrogatio, che si poneva in essere nei comizi successivi) che portavano al compimento di un unico istituto: l’adozione testamentaria.

 

[136] La sigla in questione si rinviene nei Fasti prenestini: CIL I2.1, 234; Inscriptiones Latinae liberae rei publicae, fasciculus prior, ed. A. Degrassi, Firenze 1957, 28 per martius; 30 per maius; Inscriptiones Italiae, XIII, 1. Fasti et elogia. II. Fasti anni Numani et iuliani, ed. A. Degrassi, Roma 1963, 7 e 11.

 

[137] Gell., noct. Att. 15.27.1: vedi supra in questo par.

 

[138] Sulla funzione del pontifex maximus in rapporto ai comitia calata rimando a J.G. Wolf, ‘Comitia, quae pro conlegio pontificum habentur’. Zur Amtsautorität der Pontifices, in Das Profil des Juristen in der europäischen Tradition. Symposion aus Anlass des 70. Geburtstages von F. Wieacker, hrsg. K. Luig und D. Liebs, Ebelsbach am Main 1980, 1 ss.

 

[139] Cfr. P. Catalano, Contributi allo studio del diritto augurale, cit., 372, 434, in quanto prima della inauguratio il designato a questa carica sacerdotale non era stato ancora investito delle funzioni religiose.

 

[140] Per l’esercito romano sussistevano delle prescrizioni giuridico-religiose in materia di convocazione, in quanto, come risulta per i comizi centuriati, esso doveva essere radunato fuori dal pomerium: Gell., noct. Att. 15.27.5: quia exercitum extra urbem imperari oporteat, intra urbem imperari ius non sit. Sarebbe interessante comprendere se l’azione di attraversare in armi l’urbe, posta in essere dalla plebe, contravvenisse in qualche modo queste prescrizioni, che delimitavano extra urbem l’esercizio dell’imperium militum.

 

[141] Per alcuni autori il termine indica una massa non ordinata ed indifferenziata, vedi ad esempio: M. Balzarini, v. «Plebs», in Novissimo Digesto Italiano, 13, 1966, 141 e nt. 6; V. Giuffrè, «Plebeii gentes non habent», in Labeo 16, 1970, 329 ss. Mentre intende il termine multitudo come sinonimo di plebe J.-C. Richard, Les origines de la plèbe romaine, cit., 83: «En dehors de cette élite, il ne connaît que la multitudo, qu’il s’agisse de la fondre en un peuple homogène ou de lui infuser un sang nouveau par l’ouverture de l’asile». Vedi anche A. Magdelain, La plèbe et la noblesse dans la Rome archaïque, cit., 473: «Chez les auteurs latins et grecs, populus, plebs, multitudo, pléthos ne font qu’un dans la Rome romuléenne. Le propos est délibéré. Ces auteurs savaient que le mot plebs à l’époque monarchique n’appartient pas encore au vocabulaire officiel, où il ne pénètre que sous la République avec les tribuni et le concilium plebis. Mais il importait de présenter le populus comme la masse des non-nobles au temps des rois. Pour ce faire, on n’hésita pas à tenir populus et plebs pour synonymes».

Sul significato di plebs da un punto di vista terminologico e concettuale nelle opere letterarie tra la tarda repubblica e il principato augusteo, vedi B. Kühnert, Populus Romanus und sentina urbis: zur Terminologie der plebs urbana der späten Republik bei Cicero, in Klio 71, 1989, 432 ss.; Ead., Die plebs urbana bei Horaz, in Klio 78, 1991, 130 ss.

 

[142] Un riferimento a questo genere di auspicio si rinviene in Fest., v. Quin<que genera signorum, 316 L.: Quin<que genera signorum observant> augures publici: ex <caelo, ex avibus, ex tripudis,> ex quadripedibus, ex <diris> ……, e in Paul. Fest., v. Quinque genera, 317 L.: Quinque genera signorum observant augures: ex caelo, ex avibus, ex tripudis, ex quadripedibus, ex diris. Vedi anche: Fest., v. Puls, 284 L.: Puls potissimum datur pullis in auspiciis, quia ex ea necesse <est aliquid decidere, quod tripudium faciat,> id est te<rripuvium. Pavire enim ferire est> …. Nem ………………… non e ……………….. qui pavis<ent> ....; v. Tripudium, 498 L.: Tripudium … <au>spiciis in exultatione tripudiat ……… a terra pavienda sunt dicta. Nam pavire …. Et ferire, a quo et pavimenta. Id ex Graeco, quod illi παίειν, quod nos ferire ............mum in castris usur<pa> ............; Paul. Fest., v. Puls, 285 L.: Puls potissimum dabatur pullis in auspiciis, quia ex ea necesse erat aliquid decidere, quod tripudium faceret, id est terripuvium. Pavire enim ferire est. Bonum enim augurium esse putabant, si pulli, per quos auspicabantur, comedissent, paesertim si eis edentibus aliquid ab ore decidisset. Sin autem omnino non edissent, arbitrabantur periculum imminere.

In materia vedi I.M.J. Valeton, De modo auspicando Romanorum, in Mnemosyne n.s. 17, 1889, 430 s., 446 s.; 18, 1890, 211 ss., 249 s.; Th. Mommsen, Le droit public romain, I, tr. fr. di P.F. Girard, Paris 1892 [réimpr. 1984], 95 ss.; V. Spinazzola, Gli augures, Roma 1895, 45 ss.; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, cit., 532 s.; P. Catalano, Contributi allo studio del diritto augurale, cit., 18, 70, 258 nt.; J. Guillén, Los sacerdotes romanos, in Helmantica. Revista de humanidades clasicas 24, 1973, 15 s.; G. Dumézil, La religion romaine archaïque, cit., 588 s.; J. Linderski, The Augural Law, in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt II.16.3, Berlin-New York 1986, 2155 s.; J. Vaahtera, Roman Augural Lore in Greek Historiography. A Study of Theory and Terminology, Stuttgart 2001, 122 ss.

 

[143] Cic., de divin. 2.71: … ‘Q. Fabi, te mihi in auspicio esse volo’; respondet: ‘audivi’ ….

 

[144] Cic., de divin. 2.72: attulit … in cavea pullos is.

 

[145] Cic., de divin. 2.72: … cum ita imperavit is, qui auspicatur: ‘dicito, si silentium esse videbitur’, nec suspicit nec circumspicit; statim respondet silentium esse videri. Per la necessità del silenzio durante le auspicazioni vedi anche: Liv. 10.40.2: Tertia vigilia noctis, iam relatis litteris a collega, Papirius silentio surgit et pullarium in auspicium mittit; Fest., v. <Silentio surgere>, 474 L.: <Silentio surgere> …t dici, ubi qui post mediam <noctem> .…tandi causa ex lectulo suo si<lens surr>exit et liberatus a lecto, in solido …… <se>detque, ne quid eo tempore deiciat, <cavens, donec s>e in lectum reposuit: hoc enim est <proprie sil>entium, omnis vitii in auspiciis vacuitas. Veranius ait, non utique ex lecto, sed ex cubili, ne<c> rursus se in lectum reponere necesse esse; v. Sinistrum, 476 L: Sinistrum in auspicando significare ait Ateius Capito laetum et prosperum auspicium; a[u]t silentium, [d]ubi dumtaxat vacat vitio. Igitur silentio surgere cum dicitur significat non interpellari, quo minus rem gerat. At sinistrum, hortari quoque auspicia ad agendum, quod animo quis proposuerit; Schol. Veron. in Vergil., ad Aen. 10.241, 446 Thilo: Ut in exercitus [prius quam acies instrueretur, is, penes que]m imp[erium auspici]umque erat, in tabernaculo in sella [se]dens auspicabatur, coram exercitu pullis e cavea liberatis [positisque in lo]cum circum sellam suam [dicebat]: obnunitiato a[ugurium bon]um [sinisterum solisti]mum, quisqu[is vestrum viderit] tripudi[a cum]ulata. Silentio deinde facto residebat et dicebat: equites et pedites nomenque Lati[num, contuberna]les, cincti armati paludati, [quicunque in haec castra et hoc bellum me ducem vestrum] estis secuti, [nunc augurium] dum sinisterum solistimum quisquis vestrum vider[it, taceto.] Deinde il[le augurio] nuntiatio diceba[t iterum: ergo Di]), uti placet, a legionibus invocentur faciantque, quod iis imperabitur, [milites] imp[eriumque] fidemque m[eam servent. Quod con]ducat salutareque siet, viros voco, proelium ineant. Deinde exercitu in aciem educto iterum [ibi auspicaba]tur. Interim ea mora utebantur, qui testamenta in procinctu facere volebant. Il silenzio appare come condizione necessaria per la lettura della formula della devotio di M. Curtius: Liv. 7.6.3-4: Tum M. Curtium, iuvenem bello egregium, castigasse ferunt dubitantes, an ullum magis romanum bonum quam arma virtusque esset, et silentio facto templa deorum inmortalium, quae foro inminent, Capitoliumque intuentem et manus nunc in caelum, nunc in patentes terrae hiatus ad deos manes porrigentem se devovisse. Cfr. Tab. Iguv. VIa.5-7, dove si legge: sersi pirsi sesust, poi angla / aseriato est, erse neip mugatu nep arsir andersistu, nersa courtust porsi angla anseriato / iust. sue muieto fust ote pisi arsir andersesust, dis̀ler alins̀ust = sedendo cum se permiserit, qui nuntios observatum ibit, tum neque muttito neque se dedicationibus interponito, donec reverterit qui nuntios observatum ierit. si muttitum fuerit aut quis dedicationibus se interposuerit, e declarationibus [caerimoniae] irrita erit; testo e tr. in Tabulae Iguvinae, ed. I. Devoto, 2a ed., Romae 1940, 116. Il Devoto minimizza la praescriptio del silentium nei riti iguvini rispetto alle celebrazioni romane: «Silentium commendabant veteres in sacris, funesta verba timentes [...] Iguvii erat fortasse haec praescriptio mitior: de cantibus et sonis enim ad voces reprimendas [...] nusquam legitur. Dum sacrificia fiunt, nusquam silentium praescribitur» (156), mentre Ch. Guittard, L’expression du délit dans le rituel archaïque de la prière, in Le délit religieux dans la cité antique, Table ronde, Rome, 6-7 avril 1978, Roma 1981, 11, sostiene come, secondo quanto prescritto dalle Tabule Iguvine, il silenzio rappresenti una condizione necessaria.

 

[146] Cic., de divin. 2.71.

 

[147] Fest., v. <Silentio surgere>, 474 L.

 

[148] Durante la celebrazione di un rito la formula doveva essere correttamente recitata; si presentava dunque come di grande importanza lo stretto silenzio, per il corretto svolgimento della cerimonia: Plin., nat. hist. 28.11: Ex nomine remediorum primum maximae quaestionis et sempre incertae est, polleantne aliquid verba et incantamenta carminum. Quod si verum est, homini acceptum fieri oportere conveniat; sed vititim sapientissimi cuisque respuit fides, in universum vero omnibus horis credit vita nec sentit. Quippe victimas caedi sine precatione non videtur referre aut deos rite consuli. Praetera alia sunt verba inpetritis, alia depulsoriis, alia commendationis, videmusque certis precationibus obsecra<re sue>sse summos magistratos et, ne quod verborum praetereatur aut praeposterum dicatur, de scripto praeire aliquem rursusque alium custodem dari qui adtendat, alium vero preponi qui favere linguis iubeat, tibicinem canere ne quid aliud exaudiatur, utraque memoria insigi, quotiens ipsae dirae obstrepentes nocuerint quotiensve precario erraverit.

 

[149] Sul punto vedi: Liv. 6.41.5-7: Penes quos igitur sunt auspicia more maiorum? Nempe penes patres; nam plebeius quidem magistratus nullus auspicato creatur; nobis adeo propria sunt auspicia, ut non solum, quos populus creat patricios magistratus, ut non aliter quam auspicato creet, sed nos quoque ipsi sine suffragio populi auspicato interregem prodamus et privati auspicia habeamus, quae isti ne in magistratibus quidem habent. Quid igitur aliud quam tollit ex civitate auspicia, qui plebeios consules creando a patribus, qui soli ea habere possunt, aufert?; 7.6.10-11: Quod ubi est Romam nuntiatum, nequaquam tantum publica calamitate maesti patres, quantum feroces infelici consulis plebei ductu, fremunt omnibus locis: irent, crearent consules ex plebe, transferrent auspicia, quo nefas esset; cfr. inoltre: Cic., de prov. cons. 46: si patricius tribunus plebis fuerit, contra leges sacratas, si plebeius, contra auspicia fuisse, aut mihi concedant homines oportet in rebus bonis non exquirere ea iura quae ipsi in perditis non exquirant, praesertim cum ab illis aliquotiens condicio C. Caesari lata sit, ut easdem res alio modo ferret, qua condicione auspicia requirebant, leges conprobabant, in Clodio auspiciorum ratio sit eadem, leges omnes sint eversae ac perditae civitatis; Liv. 4.6.1-2: Cum in contionem consules processissent et res a perpetuis orationibus in altercationem vertisset, interroganti tribuno, cur plebeium consulem fieri non oporteret, ut fortasse vere, sic parum utiliter in praesens certamen* respondit, ‘quod nemo plebeius auspicia haberet, ideoque decemviros conubium diremisse, ne incerta prole auspicia turbarentur’; 10.8.9: Semper ista audita sunt eadem, penes vos auspicia esse, vos solos gentem habere, vos solos iustum imperium et auspicium domi militiaeque: aeque adhuc prosperum plebeium et patricium fuit porroque erit. Vedi contra Ascon., in Cornel., 68 Kiessling et Schoell: Itaque auspicato postero anno tr. pl. comitiis curiatis creati sunt. Per l’assenza di operazioni religiose nei concilia plebis riuniti in tribù: Dion. 9.41.3; 49.5; 10.4.3. In materia vedi D. Sabbatucci, La censura: istituzione rivoluzionaria dell’antica Roma, in Index 3, 1972, 200 s., per il quale al posto degli auspicia i plebei avevano: «“audizioni notturne”. Se i patrizi comunicano con gli dèi mediante auspicationes, i plebei comunicano mediante auditiones. Ai segni “visibili” di giorno, si contrappongono i segni “udibili” di notte. [...] Comunque questo sistema di comunicazione con gli dèi [...] non è attendibile».

Al contrario, P. Catalano, Contributi allo studio del diritto augurale, cit., 195 ss., 450, ritiene che l’auspicio non appartenesse esclusivamente ai magistrati e al pontefice massimo, ma in generale il potere di auspicare fosse attribuito «a ciascuno relativamente a quella sfera di atti che può validamente compiere, di cui ha competenza» (198). Dunque in senso lato potevano auspicare magistrati, sacerdoti, privati cittadini (compresi i filii familias), stranieri, servi e anche i plebei; in particolare «il generale concetto di auspicio [...] non poteva non esprimersi anche per quegli atti giuridici che i plebei potevano validamente compiere» (200).

 

[150] Vedi ancora: Cic., de div. 1.102 (vedi supra nt. 95); Serv. et Serv. Dan., in Verg. Aen. 5.71: «‘ore favete’ apto sermone usus est et sacrificio et ludis: nam in sacris taciturnitas necessaria est, quod etiam praeco magistratu sacrificante dicebat ‘favete linguis, favete vocibus’, hoc est bona omina habete, aut tacete: in ludis quoque necessarius favor est, quem propter plausum futuris spectatoribus dicit. ‘favet’ autem ore quis etiam per taciturnitatem: Horatius posuit favete linguis, carmina non prius audita Musarum sacerdos». Vedi però Paul. Fest., v. Faventia, 78 L.: Faventia bonam ominationem significat. Nam praecones clamantes populum sacrificiis favere iubebant. Favere enim est bona fari, at veteres poetae pro silere usi sunt favere, per il quale il verbo favere significava dire cose di buon augurio, mentre i poeti antichi lo utilizzavano con il significato di “fare silenzio”. Vedi al riguardo A. Pastorino, La religione romana, Milano 1973, 173: «Favere linguis si può dunque interpretare come “siate favorevoli (al servizio divino) con le vostre lingue”, cioè “osservate un pio silenzio”».

 

[151] Liv. 8.23.15: Eam rem tribuni suspectam infamemque criminando fecerunt: nam neque facile fuisse id vitium nosci, cum consul oriens de nocte silentio diceret dictatorem, neque ab consule cuiquam publice privatim ve de ea re scriptum esse; vedi anche 9.38.14: nocte deinde silentio, ut mos est, L. Papirium dictatorem dixit. Cfr.: Liv. 4.57.5: Si maneat in sententia senatus, dictatorem nocte proxima dicturum ac, si quis intercedat senatus consulto, auctoritate se fore contentum; Vel., de orthograph., 74 Keil: oriri enim apud antiquo surgere frequenter significabat, ut apparet ex eo quod dicitur ‘oriens consul magistrum populi dicat’, quod est surgens. Sul «valore rituale del silentium» nella dictio dictatoris vedi L. Labruna, «Adversus plebem» dictator, in Index 15, 1987, 289. Per la caratterizzazione religiosa della nomina del dittatore rimando a F. Sini, A proposito del carattere religioso del ‘dictator’, cit., 401 ss. (= in AA.VV., Dittatura degli antichi e dittatura dei moderni, cit., 111 ss.). Vedi anche G. Valditara Studi sul magister populi. Dagli ausiliari militari del rex ai primi magistrati repubblicani, Milano 1989, 293 s., per il quale in principio la dictio sarebbe da collegare al magister populi, magistratura dell’età regia che si differenziava in origine dal dictator.

 

[152] Sull’evocatio vedi, per tutti, V. Basanoff, Evocatio, cit.; G. Dumézil, La religion romaine archaïque, cit., 425 ss.; Id., L’oubli de l’homme et l’honneur des dieux, in Id., L’oubli de l’homme et l’honneur des dieux et autres essais. Vingt-cinq esquisses de mythologie (51-75), Paris 1985, 135 ss.; J. Le Gall, «Evocatio», in Mélanges offerts à J. Heurgon, I, cit., 519 ss.; R. Schilling, Le carmen de l’evocatio, in Varron grammaire antique et stylistique latine. Recueil offert à J. Collart, Paris 1978, 181 ss.; J. Alvar, La fórmula de la evocatio y su presencia en contextos desacralizadores, in Archivio español de Arqueología 57, 1984, 143 ss.; Id., Matériaux pour l’étude de la formule sive deus, sive dea, in Numen 32, fasc. 2, 1985, 236 ss.; N. Berti, Scipione Emiliano, Caio Gracco e l’«evocatio» di “Giunone” da Cartagine, in Aevum 64, 1990, 69 ss.; J. Rüpke, Domi militiae, cit., 162 ss.; A. Blomart, Die evocatio und der Transfer fremder Götter von der Peripherie nach Rom, in Römische Reichsreligion und Provinzialreligion, hrsg. von H. Cancik und J. Rüpke, Tübingen 1997, 99 ss.; F. Sini, Sua cuique civitati religio, cit., 54 ss. (ivi diversi casi di evocationes).

 

[153] G. Dumézil, La religion romaine archaïque, cit., 201 s.