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sini-2009Peregrina sacra, evocatio, interpretatio Romana *

 

Francesco Sini

Università di Sassari

 

 

A) – Nelle fonti antiche abbiamo testimonianze univoche di una religione non esclusivista, fin dalla fase primordiale del sistema giuridico-religioso romano[1]. Basterà ricordare che la stessa memoria storica dei pontefici romani considerava la coesistenza di sacra patrii e peregrini – regolamentata naturalmente dalla cognizione sacerdotale – come dato originario, e fra i più caratteristici, della riforma religiosa dell’antichissimo re Numa Pompilio[2].

L’esigenza di una costante apertura religiosa (nel tempo e nello spazio) verso i peregrina sacra risulta connaturata con la concezione romana di pax deorum[3]. E’ noto che la massima preoccupazione della teologia sacerdotale consisteva nel conseguire – e soprattutto conservare – la “pace degli/con gli dèi”: condizione essenziale per la stessa vita del Populus Romanus Quirites[4]. In questa prospettiva, si giustificano sia la rigorosa propensione del collegio dei pontefici a determinare quanto più esattamente possibile i nomina deorum[5]; sia la cautela rituale delle formule di preghiera elaborate dai sacerdoti romani, i quali, quasi ad esorcizzare l’umana impossibilità di conoscere il numero dei déi, prescrivevano al celebrante, dopo aver invocato le divinità onorate nella cerimonia, di rivolgersi sempre a Dique deaeque omnes … ne quod numen praetereat[6]. Non senza ragione, dunque, in questo mos pontificum della preghiera è stata ravvisata una prova dell’apertura cultuale verso tutti gli dèi, propria della religione politeista romana.

Grazie alla peculiare concezione di pax deorum, la religione politeista romana fu sempre in grado di far coesistere nello stesso ambito le esigenze cultuali particolaristiche del Popolo romano e la tensione universalistica della sua teologia e del suo diritto. Nell’arco temporale della sua storia millenaria, la religio del Popolo romano appare fortemente caratterizzata dalla costante preoccupazione di integrare lo “straniero” (divino e umano): dalle divinità dei vicini alle divinità dei nemici[7], in cerchi concentrici sempre più larghi, che potenzialmente abbracciavano l’intero spazio terrestre[8] e, quindi, tutto il genere umano.

 

 

B) – Anche i culti stranieri[9] potevano di norma essere integrati nel rituale romano, come ha sottolineato Sesto Pompeo Festo nella definizione di Peregrina sacra che si legge nel De verborum significatu: Peregrina sacra appellantur quae aut evocatis dis in oppugnandis urbibus Romam sunt † conata † [conlata Gothofr.; coacta Augustin.], aut quae ob quasdam religiones per pacem sunt petita, ut ex Phrygia Matris Magnae, ex Graecia Cereris, Epidauro Aesculapi: quae coluntur eorum more, a quibus sunt accepta (Fest. p. 268 L.)[10].

Si spiegano in tal modo sia le frequenti adozioni di peregrina sacra, come il Graecus ritus dei libri Sibyllini[11], sia le caratteristiche evocationes degli dèi dei nemici[12], di cui le fonti conservano memoria delle formule utilizzate a proposito delle divinità che proteggevano due storici nemici di Roma: la città etrusca di Veio [Liv. 5.21.3: Te simul, Iuno regina, quae nunc Veios colis, precor ut nos victores in nostram tuamque mox futuram urbem sequare, ubi te dignum amplitudine tua templum accipiat][13]; e la metropoli africana dell’impero dei Fenici di Occidente, Cartagine[14].

Questo processo di integrazione è andato di pari passo col propagarsi dell’impero universale e del concetto di humanitas, che proprio nella religione politeista romana ha trovato uno dei più importanti veicoli[15].

Fattore di “tolleranza religiosa” e di assimilazione delle religioni straniere fu senza dubbio l’interpretatio Romana. Di essa va evidenziato il significato teologico e cultuale, da cui discende la concreta procedura operativa posta in essere dai sacerdoti, che ha prodotto un risultato, a dir poco sorprendente per quanto ben attestato: le grandi divinità straniere, quelle greche in particolare, hanno trovato senza apparente difficoltà degli omologhi fra gli dèi romani. Fu, dunque, tale interpretatio a permettere ai sacerdoti romani di conciliare l’assoluta fedeltà alla religione nazionale con l’apertura potenzialmente illimitata verso i culti stranieri; con il risultato di evitare – come ha scritto J.-L. Girard – «à la fois les conflits ouverts avec les religions étrangères et la conversion de certains éléments de la population à des cultes nouveaux, et témoigne de la sagesse d’un peuple qui ne crut jamais que sa recherche de l’universalité dût passer par une autre voie que par l’approfondissement de ses traditions particulières»[16].

La propensione ad allargare la sfera degli dèi, e quindi dei rapporti umani, all'infinito fu una caratteristica congenita della religione politeista romana; ciò determinava, necessariamente, un rapporto inscindibile tra «polythéisme et pluralisme cultuel», come ha scritto in un suo saggio Robert Turcan: «Le polythéisme est foncièrement étranger à l’esprit d’une “religion d’État”, puisqu’il implique la possibilité d’un élargissement du panthéon à l’infini»[17].

 

 

C) – Anche la “tolleranza” romana, tuttavia, aveva un limite invalicabile nelle superstitiones[18]. Per i Romani era superstitio[19] ogni religione che implicasse un timore eccessivo degli dèi[20], particolarmente pericolosa poi se il culto suscitava forti emozioni (morbus animi)[21] e se i fedeli si riunivano in privato o di notte.

Tra le superstitiones, a parte la superstitio cristiana[22], non tutte furono represse con l’inusitata durezza usata dalla classe dirigente romana, nel 186 a.C., nei confronti dei seguaci dei culti bacchici praticati in Italia[23]. La vicenda è molto nota, soprattutto per il dettagliato resoconto che è possibile leggere nei capp. 8-18 del XXXIX libro ab urbe condita di Tito Livio; e per il testo epigrafico del senatus consultum, indirizzato ai federati, con cui si sanzionavano le misure repressive[24]. Oltre alla punizione per quanti si fossero macchiati dei delitti connessi alle pratiche cultuali incriminate [Liv. 39.18.2-6], si dettarono disposizioni per regolamentare in avvenire il culto di Bacco, che nonostante tutto non fu vietato in quanto tale.

Si istituì con decreto del Senato romano una quaestio de clandestinis coniurationibus, affidandone l’istruzione ad entrambi i consoli[25]. Il console Spurio Postumio Albino formulò l’accusa di colpevole abbandono degli dèi che i maiores avevano insegnato a colere, venerari precarique, per professare invece pravae et externae religiones, che avevano lo scopo di indurre i fedeli ad omne scelus et ad omnem libidinem[26]. Ma il console accusò i fedeli del dio Bacco soprattutto di aver voluto ordire una coniuratio impia[27], finalizzata alla distruzione della res publica[28]. Per ordine del Senato, in quell’anno e negli anni immediatamente successivi, furono perciò condannati a morte dai magistrati migliaia di cittadini romani e di peregrini, sia nell’Urbe sia nella terra Italia.

Tuttavia, il culto di Bacco non fu abolito, bensì solo regolamentato nelle modalità e nel numero dei partecipanti e sottoposto alla preventiva autorizzazione dei magistrati e del Senato di Roma[29].

Del resto, una legislazione che avesse interdetto senza alcuna eccezione un culto, anche se straniero (pravae et externae religiones), avrebbe contrastato con gli stessi principi della religione politeista romana[30]. Per questa ragione, il diritto romano, mentre reprime le superstitiones[31], non conosce divieti legali alla devozione personale verso qualsivoglia divinità. A Roma, assai prima del progresso derivato dal sincretismo e dall’interpretatio Romana, la procedura dell’evocatio e la consultazione dei libri Sibyllini avevano favorito istituzionalmente l’integrazione delle divinità straniere fra gli dèi romani e la diffusione dei peregrina sacra.

 

 



 

* Paragrafo I.3 dal Documento introduttivo XXXI del «XXXI Seminario Internazionale di Studi Storici “Da Roma alla Terza Roma”: Libertà religiosa da Roma a Costantinopoli a Mosca» (Campidoglio, 20-21 aprile 2011), organizzato per iniziativa dei professori Pierangelo Catalano e Paolo Siniscalchi, in occasione del MMDCCLXIV Natale di Roma (in base alla Deliberazione unanime del Consiglio Comunale del 22 settembre 1983), con l’intervento del Consiglio Nazionale delle Ricerche, dell’Accademia delle Scienze di Russia e dell’Università di Roma ‘La Sapienza’.

 

[1] Sul concetto “sistema giuridico-religioso”, vedi P. Catalano, Linee del sistema sovrannazionale romano I (Torino 1965) 30 ss., in part. 37 nt. 75; Id., Aspetti spaziali del sistema giuridico-religioso romano. Mundus, templum, urbs, ager, Latium, Italia, in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt II.16.1 (Berlin-New York 1978) 445 s.; Id., Diritto e persone. Studi su origine e attualità del sistema romano (Torino 1990) 57.

 

[2] Liv. 1.20.5-6: Ponteficem deinde Numam Marcium, Marci filium, ex patribus legit eique sacra omnia exscripta exsignataque attribuit, quibus hostiis, quibus diebus, ad quae templa sacra fierent atque unde in eos sumptus pecunia erogaretur. Cetera quoque omnia publica privataque sacra pontificis scitis subiecit, ut esset quo consultum plebes veniret, ne quid divini iuris neglegendo patrios ritus peregrinosque adsciscendo turbaretur. Sul testo E. Peruzzi, Origini di Roma, I. La famiglia, Firenze 1970, pp. 142 ss., Id., Le origini di Roma, II. Le lettere, Bologna 1973, 155 ss.; F. Sini, Documenti sacerdotali di Roma antica, I. “Libri” e “commentarii”, Sassari 1983, 160 ss.

 

[3] F. Sini, Bellum nefandum. Virgilio e il problema del “diritto internazionale antico”, Sassari 1991, 256 ss.; Id., Sua cuique civitati religio. Religione e diritto pubblico in Roma antica, Torino 2001, 167 ss., 262 ss.; Id., Люди и боги в римской религиозно-юридической системе: pax deorum, время богов, жертвоприношения = Uomini e Dèi nel sistema giuridico-religioso romano: Pax deorum, tempo degli Dèi, sacrifici (trad. in lingua russa), in Ius Antiquum - Drevnee Pravo 8, (Moskva) 2001, 8 ss.; Id., «Fetiales, quod fidei publicae inter populos praeerant»: riflessioni su fides e “diritto internazionale” romano (a proposito di bellum, hostis, pax), in Il ruolo della buona fede oggettiva nell’esperienza giuridica storica e contemporanea. Atti del Convegno internazionale di studi in onore di A. Burdese. (Padova - Venezia - Treviso, 14-15-16 giugno 2001), a cura di L. Garofalo, III, Padova 2003, 535 ss.; Id., Ut iustum conciperetur bellum: guerra “giusta” e sistema giuridico-religioso romano, in Seminari di storia e di diritto, III. «Guerra giusta»? La metamorfosi di un concetto antico, a cura di A. Calore, Milano 2003, 71 ss; Id.,  Dai peregrina sacra alle pravae et externae religiones dei Baccanali: alcune riflessioni su ‘alieni’ e sistema giuridico-religioso romano, in La condition des “autres” dans les systèmes juridiques de la Méditerranée [Collection Systèmes Juridiques de la Méditerranée. Etudes et documents, 1], sous la direction de Francesco Castro et Pierangelo Catalano, Paris 2001 [pubbl. 2004], 59 ss.; Id., Bellum, fas, nefas: aspetti religiosi e giuridici della guerra (e della pace) in Roma antica, in Diritto @ Storia 4, 2005 = http://www.dirittoestoria.it/4/Memorie/Sini-Guerra-pace-Roma-antica.htm; Id., Diritto e pax deorum in Roma antica, in Diritto @ Storia. Rivista internazionale di Scienze Giuridiche e Tradizione Romana 5 (Novembre 2006) = http://www.dirittoestoria.it/5/Memorie/Sini-Diritto-pax-deorum.htm; Id., Pax deorum e sistema giuridico-religioso romano, in Fides Humanitas Ius. Studii in onore di Luigi Labruna, a cura di C. Cascione-C. Masi Doria, Napoli 2007, vol. IV, 5165 ss.; Religione e poteri del popolo in Roma repubblicana, in Diritto @ Storia 6, 2007 (ma on line febbraio 2008) = http://www.dirittoestoria.it/6/Tradizione-romana/Sini-Religione-poteri-Popolo-Roma-repubblicana.htm; Id., La règle «iniussu populi voveri non posse»: le peuple et la religion dans la Rome républicaine, in Diritto @ Storia 9, 2010 (ma on line febbraio 2011) = http://www.dirittoestoria.it/9/Tradizione-Romana/Sini-Iniussu-populi-voveri-non-posse.htm.

 

[4] P. Catalano, Populus Romanus Quirites, Torino 1974.

 

[5] Cic. De nat. deor. 1.84: At primum, quot hominum linguae, tot nomina deorum; non enim ut tu Velleius, quocumque veneris, sic idem in Italia Volcanus, idem in Africa, idem in Hispania. Deinde nominum non magnus numerus ne in pontificiis quidem nostris, deorum autem innumerabilis; Gell. Noct. Att. 13.23.1: Comprecationes deum immortalium, quae ritu Romano fiunt, expositae sunt in libris sacerdotum populi Romani et in plerisque antiquis orationibus; Serv. Georg. 1.21: nomina haec numinum in indigitamentis inveniuntur, id est in libris pontificalibus, qui et nomina deorum et rationes ipsorum nominum continent, quae etiam Varro dicit.

 

[6] Serv. Dan. Georg. 1.21: ‘Dique deaeque omnes’ post specialem invocationem transit ad generalitatem, ne quod numen praetereat, more pontificum, (per) quos ritu veteri in omnibus sacris post speciales deos, quos ad ipsum sacrum, quod fiebat, necesse erat invocari, generaliter omnia numina invocabantur.

 

[7] Sul complesso fenomeno, interpretato in termini di «estensioni» e «mutamenti» della religione tradizionale, rinvio a G. Dumézil, La religion romaine archaïque, 2ª ed., Paris 1974, 409 ss., 425 ss. [= Id., La religione romana arcaica, trad. it. a cura di F. Jesi, Milano 1977, 355 ss., 369 ss.].

 

[8] Potenzialità universalistiche nella distinzione dei genera agrorum elaborata dalla scienza augurale: Varr. De ling. Lat. 5.33: Ut nostri augures publici disserunt, agrorum sunt genera quinque: Romanus, Gabinus, peregrinus, hosticus, incertus. Romanus dictus unde Roma ab Rom<ul>o; Gabinus ab oppido Gabis; peregrinus ager pacatus, qui extra Romanum et Gabinum, quod uno modo in his servantur auspicia; dictus peregrinus a pergendo, id est a progrediendo: eo [quod] enim ex agro Romano primum progrediebantur. Quocirca Gabinus quoque peregrinus, sed quod auspicia habet singularia, ab reliquo discretus; hosticus dictus ab hostibus; incertus is, qui de his quattuor qui sit ignoratur. Cfr. P. Catalano, Aspetti spaziali del sistema giuridico-religioso romano. Mundus, templum, urbs, ager, Latium, Italia, cit., 492 ss.

 

[9] Sui sacra peregrina v., per tutti, J. Marquardt, Römische Staatsverwaltung, III. Das Sacralwesen, 2ª ed. a cura di G. Wissowa, Leipzig 1885 [rist. an. New York 1975], 42 ss., 74 ss. [= Id., Le culte chez les Romains, I, trad. francese di M. Brissaud, Paris 1889, 44 ss., 81 ss.]; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, 2ª ed., München 1912, 348 ss.

 

[10] F. Bona, Contributo allo studio della composizione del «de verborum significatione» di Verrio Flacco, Milano 1964, 16 n. 11, ha ipotizzato che possa trattarsi di una “glossa catoniana”: una delle glosse, cioè, «il cui lemma è costituito da espressioni verbali o nominali tratte dal lessico di Catone (nella quasi totalità dalle orazioni)»; nello stesso senso Id., Opusculum Festinum, Ticini 1982, 15.

 

[11] Testimoniano la risalenza dei culti greci Cic. Pro Balbo 24; Liv. 1.7.3; 1.7.15. Per approfondimenti sui libri Sibyllini rinvio soprattutto ai contributi di R. Bloch: Les origines étrusques des Livres Sibyllins, in Mélanges offerts à Alfred Ernout, Paris 1940, 21 ss.; Id., La divination romaine et les livres sibyllins, in Revue des Études Latines 40, 1962, 118 ss.; Id., Les prodiges dans l'antiquité classique (Grèce, Étrurie et Rome), Paris 1963, 86 ss.; Id., L'origine des livres Sibyllins à Rome: méthode de recherche et critique du récit des annalistes anciennes, in Neue Beiträge zur Geschichte der alten Welt, 2. Römisches Reich, hrsg. E.C. Welskopf, Berlin 1965, 281 ss.; H.W. Parke, Sibyls and sibylline prophecy in classical antiquity, London and New York 1988, 190 ss. (Appendix II: The Libri Sibyllini).

 

[12] Sulle implicazioni teologiche e giuridiche delle evocationes degli dèi del nemico: Plin. Nat. hist. 28.18; Servio Dan., Aen. 2. 351; Macr. Sat. 3.92.5. Sulla formula e sul rito dell’evocatio: V. Basanoff, Evocatio. Étude d'un rituel militaire romain, Paris 1947; G. Dumézil, La religion romaine archaïque, 425 s. [= Id., La religione romana arcaica, 369 s.]; J. Alvar, La fórmula de la evocatio y su presencia en contextos desacralizadores, in Archivo Español de Arqueología 57, 1984, 143 ss.; Id., Matériaux pour l’étude de la formule sive deus, sive dea, in Numen 32, 1985, 236 ss.; J. Rüpke, Domi militiae. Die religiöse Konstruktion des Kriges in Rom, Stuttgart 1990, 162 ss.; A. Blomart, Die evocatio und der Transfer fremder Götter von der Peripherie nach Rom, in H. Cancik-J. Rüpke (a cura di), Römische Reichsreligion und Provinzialreligion, Tübingen 1997, 99 ss.

 

[13] L'evocatio di Giunone Regina è stata studiata, fra gli altri, da V. Basanoff, Evocatio. Étude d'un rituel militaire romain, 42 ss.; S. Ferri, La Iuno Regina di Veio, in Studi Etruschi 24, 1955, 106 ss.; J. Hubaux, Rome et Véies. Recherches sur la chronologie légendaire du moyen âge romain, Paris 1958, 154 ss.; R. E. A. Palmer, Roman Religion and Roman Empire. Five Essays, Philadelphia 1974, 21 ss.; G. Dumézil, La religion romaine archaïque, 426 s. [= Id., La religione romana arcaica, cit., 370 s.]; R. Bloch, Interpretatio, 15 ss.

 

[14] Macr. Sat. 3.9.6-9: Nam repperi in libro quinto rerum reconditarum Sammonici Sereni utrumque carmen, quod ille se in cuiusdam Furii vetustissimo libro repperisse professus est. Est autem carmen huius modi quo di evocantur cum oppugnatione civitas cingitur: “Si deus, si dea est, cui populus civitasque Carthaginiensis est in tutela, teque maxime, ille qui urbis huius populique tutelam recepisti, precor venerorque, veniamque a vobis peto ut vos populum civitatemque Carthaginiensem deseratis, loca templa sacra urbemque eorum relinquatis, absque his abeatis eique populo civitatique metum formidinem oblivionem iniciatis, propitiique Romam ad me meosque veniatis, nostraque vobis loca templa sacra urbs acceptior probatiorque sit, mihique populoque Romano militibusque meis propitii sitis. Si <haec> ita faceritis ut sciamus intellegamusque, voveo vobis templa ludosque facturum”. In eadem verba hostias fieri oportet, auctoritatemque videri extorum, ut ea promittant futura. Sul frammento e sul giurista Furio Filo P. Preibisch, Fragmenta librorum pontificiorum, Tilsit 1878, 11 fr. 52; F.P. Bremer, Iurisprudentiae antehadrianae quae supersunt, I, Lipsiae 1896, 29 fr. 1; C. Thulin, Italische sakrale Poesie und Prosa. Eine metrische Untersuchung, Berlin 1906, 59 ss. Per il contesto storico dell’evocatio, cfr. V. Basanoff, Evocatio. Étude d'un rituel militaire romain, 37 ss.; R. Bloch, Interpretatio, 17 s.; N. Berti, Scipione Emiliano, Caio Gracco e l'evocatio di Giunone da Cartagine, in Aevum 64, 1990, 69 ss.

 

[15] P. Veyne, Humanitas: romani e no, in L'uomo romano, a cura di A. Giardina, Roma-Bari 1989, 413.

 

[16] J.-L. Girard, Interpretatio Romana. Questions historiques et problèmes de méthode, in Revue d'Histoire et Philosophie Religieuses 60, 1980, 26 s.

 

[17] Cfr. in tal senso R. Turcan, Lois romaines, dieux étrangers et «religion d’État», in Diritto e religione da Roma a Costantinopoli a Mosca [Da Roma alla Terza Roma, Rendiconti dell’XI Seminario], a cura di M. P. Baccari, Roma 1994, 23 ss.: la citazione è a p. 31.

 

[18] Sull’antitesi religio/superstitio, rinvio a W.F. Otto, Religio und Superstitio, in Archiv für Religionswissenschaft 14, 1911, 406 ss.; M. Sachot, Religio/superstitio. Histoire d’une subversion et d’un retournement, in Revue de l’Histoire des Religions 208, 1991, pp. 355 ss.

 

[19] I. Pfaff, v. Surperstitio, ibid., IV.1, Stuttgart 1931, coll. 938 ss.; R.C. Ross, Superstitio, in The Classical Journal 64, 1968-69, 354 ss.; S. Calderone, Superstitio, in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt, I. 2, Berlin-New York 1972, 377 ss.; D. Grodzynski, Superstitio, in Revue des Études Anciennes 76, 1974, 36 ss.; L.F. Janssen, Die Bedeutungsentwicklung von superstitio/superstes, in Mnemosyne 28, 1975, 135 ss.; W. Belardi, Superstitio, [Biblioteca di ricerche linguistiche e filologiche, 5] Roma 1976.

 

[20] Vedi, in tal senso, Cic. Verr. 2.4.113; De har. resp. 12; De domo 103; Liv. 7.2.3.

 

[21] Cic. De fin. 1. 59-60; De div. 2.148; 2.125; 2.81; De domo 105.

 

[22] Tac. Ann. 15.44.5; Svet. Ner. 16.3.

 

[23] Su origine e diffusione del culto dionisiaco nell’Italia antica, vedi fra gli altri: H. Jeanmaire, Dionysos. Histoire du culte de Bacchus, Paris 1951; A. Bruhl, Liber pater. Origine et expansion du culte dionysiaque à Rome et dans le monde romain, Paris 1953; M.P. Nilsson, The Dionysiac Mysteries of the Hellenistic and Roman Age, Lund 1957; H. Le Bonniec, Le culte de Cérès à Rome, Paris 1958, 296 ss.; C. Gallini, Protesta e integrazione nella Roma antica, Bari 1970 (con recensione di R. Turcan, Religion et politique dans l’affaire des Bacchanales. A propos d’un livre récent, in Revue de l’Histoire des Religions 181, 1972, 3 ss.); J. M. Pailler, Bacchanalia. La répression de 186 av. J.-C. à Rome et en Italie: vestiges, images, tradition, Rome 1988.

 

[24] Il testo è stato ampiamente ridiscusso da J.-M. Pailler, Bacchanalia. La répression de 186 av. J.-C. à Rome et en Italie, 151 ss.

 

[25] Liv. 39.8.3: Consulibus ambobus quaestio de clandestinis coniurationibus decreta est.

 

[26] Liv. 39.15.2-3: Nulli umquam contioni, Quirites, tam non solum apta, sed etiam necessaria haec sollemnis deorum comprecatio fuit, quae vos admoneret hos esse deos, quos colere, venerari precarique maiores vestri instituissent, non illos, qui pravis et externis religionibus captas mentes velut furialibus stimulis ad omne scelus et ad omnem libidinem agerent.

 

[27] G. Stübler, Die Religiosität des Livius, Stuttgart-Berlin 1941 [rist. Amsterdam 1964], 186 s.; W. Heilmann, Coniuratio impia. Die Unterdrückung der Bacchanalien als ein Beispiel für römische Religionspolitik und Religiosität, in Der Altsprachliche Unterricht 28, 2, 1985, 22 ss.

 

[28] Liv. 39.16.3: Necdum omnia in quae coniurarunt edita facinora habent. Adhuc privatis noxiis, quia nondum ad rem publicam opprimendam satis virium est, coniuratio sese impia tenet. Crescit et serpit cotidie malum. Iam maius est quam ut capere id privata fortuna possit: ad summam rem publicam spectat.

 

[29] SC. de Bacchanalibus, II.3-6: Neiquis eorum Bacanal habuisse velet; sei ques esent, quei sibei deicerent necesus ese Bacanal habere, eeis utei ad pr(aitorem) urbanum Romam venirent, deque eeis rebus, ubei eorum verba audita esent, utei senatus noster decerneret, dum ne minus senatoribus C adesent [quom e]a res cosoleretur. Il testo del senato consulto è riportato, quasi letteralmente, in Liv. 39.18.8-9: Si quis tale sacrum solemne et necessarium duceret nec sine religione et piaculo se id omittere posse apud praetorem urbanum profiteretur, praetor senatum consuleret; si ei permissum esset, cum in senatu centum non minus essent, ita id sacrum faceret dum ne plus quinque sacrificio interessent, neu qua pecunia communis neu quis magister sacrorum aut sacerdos esset.

 

[30] In questo senso, R. Turcan, Lois romaines, dieux étrangers et «religion d’État», 30.

 

[31] D. 48.19.30 (Modestinus libro primo de poenis): Si quis aliquid fecerit, quo leves hominum animi superstitione numinis terrentur, divus Marcus huiusmodi homines in insulam relegari rescripsit.