Tradizione Romana-2017

 

 

image004CRISTIANA M.A. RINOLFI

Università di Sassari

 

Cicerone e la “segretezza” della giurisprudenza pontificale

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Sommario: 1. Premessa. 2. Ruolo dei pontefici nel pensiero religioso di Cicerone. – 3. Cicerone e il diritto pontificale absconditus. – 4. Pubblicizzazione dell’interpretatio pontificale: l’opera di consulenza. – 5. ... etsi effluunt multa ex vestra disciplina quae etiam ad nostras aures saepe permanant (Cicero, De dom. 121): alcuni esempi (con motivazione esplicita) delle esternazioni della interpretatio pontificale. – 6. Ruolo (e limiti) della segretezza nella religio Romana. – 7. Motivazioni religiose alla base della segretezza del ius pontificium. – Abstract.

 

 

1. – Premessa

 

La segretezza della iurisprudentia pontificale, attestata specialmente nell’opera ciceroniana, è un dato che, per quanto frequentato in letteratura, presenta ancora alcuni aspetti problematici. La presente indagine non può dare conto di tutti gli svariati ambiti dell’esperienza giuridica romana in cui il “segreto” rappresentò una realtà onnipresente[1], ma si propone di investigare il fenomeno alla luce della religio, in virtù del fatto che i Romani, al contrario dei “moderni”, non separarono mai in modo netto il fas dal ius, come è attestato, in particolare, dalla tripartizione ulpianea del diritto pubblico[2]. Sulla base di questa prospettiva, si vuole dimostrare come la segretezza della giurisprudenza pontificale in Roma antica fosse di importanza fondamentale, poiché funzionale alla persistenza della pax deorum, ovvero il pacifico legame del Popolo Romano con gli dèi[3]. I Romani, infatti, non intendevano in termini esclusivisti il loro rapporto con le divinità, le quali potevano sostenere anche altre civitates; per questo essi apprestarono strumenti cautelari controllati dai pontefici, tanto da ritenersi il popolo maggiormente distintosi nel rispetto della religio[4]. I segreti intercorrenti nella vita religiosa della civitas erano espressione di tale concezione, in quanto tesi a evitare incaute letture delle formule religiose, atte a scatenare l’ira divina, e a impedire, al contempo, che importanti riti cadessero in mani “nemiche”, decretando, così, l’abbandono dell’Urbe da parte dei numi tutelari (vedi infra §§ 6 s.).

Come noto, tale modalità con cui il collegio dei pontefici operava è collegata dagli storici del diritto, in modo quasi corale, al fenomeno del cosiddetto monopolio pontificale della giurisprudenza in Roma arcaica[5]; anzi, puntualmente si è ipotizzato «che il monopolio pontificale sia stato in un certo senso garantito per lungo tempo, anche dopo l’instaurarsi del regime repubblicano, proprio dalla trasmissione ‘segretata’, all’interno del collegio dei Pontefici, delle regole cautelari e processuali in cui si condensava il ‘sapere giuridico’»[6].

Fonte principale per la teoria del monopolio pontificale del diritto è la celeberrima tradizione confluita nel liber singularis enchiridii[7] di Sesto Pomponio[8]. Il giurista adrianeo, ovviamente, non parla in termini di monopolio, ma attribuisce ai pontefici l’interpretandi scientia del ius civile e la competenza in materia di azioni[9]. Pomponio, dunque, si riferisce esclusivamente a uno specifico settore del diritto (senza escludere apertamente l’interpretazione giuridica posta in essere dagli altri sacerdotes populi Romani[10]), descrivendo il momento in cui i pontefici erano i referenti istituzionali dell’interpretatio del ius civile. Il quadro che ne emerge è da porre in connessione con quanto affermato da Valerio Massimo per cui il ius civile fu nascosto per multa saecula inter sacra caerimoniasque deorum inmortalium, e conosciuto soltanto dai pontefici[11].

A cavallo tra il IV e il III sec. a.C., singoli giuristi iniziarono a fornire i loro responsa staccandosi dalle logiche interne dei collegi sacerdotali: «l’immagine del sacerdote sapiente come protagonista della produzione del ius comincia a sbiadirsi, se non proprio a svanire, e prende il suo posto quella del nobile sapiente»[12]. Nonostante l’avvento di una giurisprudenza “laica”[13], frutto di riflessione meramente individuale, i pontefici, in seno al collegium, continuarono a operare conformemente alle logiche e alle metodologie tradizionali, e, come emerge dalle testimonianze antiche, a serbare segretamente la loro scienza.

Al tempo di Cicerone, il fas, ormai già da tempo, aveva acquistato autonomia concettuale rispetto al ius[14], sebbene persistesse uno stretto collegamento, mai dissolto, tra il diritto sacro e gli istituti inerenti a interessi privati. Tale connessione, tuttavia, è sminuita dall’oratore: nel secondo libro del De legibus[15], infatti, egli afferma che i pontefici si occupavano di quelle parti del ius civile soltanto quando queste erano strumentali ai loro affari religiosi, ovvero, sacra, vota, feriae, sepulcra, e materie simili[16]. Così, al fine di affermare l’autonomia acquisita dal ius civile rispetto al ius pontificium[17], Cicerone riduce quanto espresso da Publio Mucio Scevola[18], per cui era indispensabile, per un buon pontefice, conoscere il ius civile[19].

Cicerone, oltre ad affermare nel De legibus un mero ricorso di tipo strumentale del ius civile da parte dei pontifices, in un certo qual modo sottintendendo una distinzione tra i sacerdoti e i giuristi “laici”, in altri luoghi pone come ulteriore discriminante tra le “due” giurisprudenze proprio la segretezza con cui il collegio operava ancora durante la sua epoca. L’oratore, tuttavia, non esplicita quale fosse il contenuto e quali cause e ideologie sussistessero alla base della segretezza della scienza pontificale; far luce su tali questioni è il proposito del presente studio. Come sottolineava, infatti, Riccardo Orestano, nel suo pregnante saggio dedicato alla “problematica del segreto” in Roma antica, in molti “arcani” «il ‘segreto’ copre non quanto si fa (ché anzi può esser destinato a venire immediatamente conosciuto), ma come e perché lo si fa»[20].

 

 

2. – Ruolo dei pontefici nel pensiero religioso di Cicerone

 

Cicerone[21] tratta dei pontifices[22] in numerose occasioni, sottolineando l’importanza dell’attività di questi sacerdoti. Il collegium pontificum possedeva una competenza omnicomprensiva sul culto di ogni divinità[23], e il suo operato era teso al corretto svolgimento e alla conservazione di tutte le cerimonie sacre[24].

Cicerone, da profondo conoscitore della relogione[25], offre preziose informazioni intorno alla centralità dei riti nel sistema costituzionale romano. Nella sua opera si legge che la religio del Popolo Romano si articolava in sacra, auspicia, e in un terzo elemento, affiancato ai primi due, derivato dai moniti degli interpreti della Sibilla e degli aruspici[26]: non è un caso che le cerimonie sacre siano citate per prime. Egli ne evidenzia, inoltre, la peculiarità precisando che la religio è cultus deorum[27]. Questa specificità della religione romana rendeva il controllo pontificale dei sacra necessario per la sopravvivenza del Populus Romanus, poiché le cerimonie dovevano compiersi con estrema precisione, al fine di conservare il rapporto pacifico instaurato tra i cittadini Romani e gli dèi.

La presenza ossessiva del sacro, propria della civitas Romana, giustificava, dunque, la preminenza dell’operato pontificale. Il rilievo dei sacerdoti è sottolineato da Cicerone quando parla della diligentia impiegata dai pontefici per difendere l’Urbs attraverso la religione[28]. Si deve, infatti, concordare con Danielle Porte, per cui l’attenzione prestata dai pontifices «avec laquelle ils suivent de près, dans tous les domaines, la bonne santé religieuse de Rome, nous montrent en eux des gardiens du sacré, occupés à conserver à la figure morale de l’Vrbs sa vieille et sévère image»[29].

L’oratore, inoltre, ricorda come, in passato, alcuni pontefici-giuristi di acclarata sapienza furono i referenti de omnibus divinis atque humanis rebus[30], evidenziandone, quindi, le profonde e onnicomprensive conoscenze[31], da evocare come rilevante exemplum[32].

Il ruolo ricoperto da questi sacerdoti in seno alla civitas è illustrato specialmente nel discorso De domo sua ad pontifices, pronunciato alla fine di settembre del 57 a.C.[33]. Dopo il rientro in patria, infatti, Cicerone cercò di ottenere la restituzione dei suoi beni: come è noto, durante il suo esilio[34], il suo nemico, il tribuno della plebe P. Clodio Pulcro[35], aveva fatto demolire la sua casa e, in quell’area, aveva fatto innalzare un tempio, ed erigere una statua, alla dea Libertas. Viste le difficoltà e la delicatezza dello spinoso caso, inerente ad aspetti religiosi come la consecratio[36], il senato aveva rimesso la questione all’analisi del collegio pontificale (unitamente al flamen Martialis, flamen Quirinalis, e al rex sacrorum)[37], il cui decreto fu fondamentale per la soluzione del caso in favore dell’oratore[38].

Nell’esordio del discorso, «che si presenta come una fonte attendibilissima, e certo ben documentata, in tema di ius publicum e di ius pontificium»[39], Cicerone celebra sia le importanti funzioni del collegio, tese alla tutela dei valori di pubblico e privato interesse, sia l’eminenza, la cultura e l’autorevolezza dei singoli componenti[40].

In De dom. 1, Cicerone collega i pontefici alla libertas[41]: il supremo valore repubblicano era affidato alla sapientia, alla fides, e alla potestas dei pontefici, i quali, attraverso l’interpretazione di ogni aspetto della religio, salvaguardavano la res publica[42].

Un altro archetipo presente in questa orazione, come in altre opere dello stesso Cicerone, è quello della auctoritas[43], «one of Cicero’s favourite concepts»[44]. Si tratta di una nozione complessa[45], utilizzata da Cicerone per indicare il prestigio e l’influenza dei pontefici e del loro operato[46]. L’“autorevolezza” dei pontefici derivava, da un lato, dall’essere sacerdoti scelti tra le famiglie più importanti[47]; difatti, nell’esordio oratorio, la locuzione amplissimi et clarissimi cives, che testimonia l’eminenza dei pontefici, denuncia, per i termini presenti, una contiguità all’ordine senatorio. Dall’altro lato, l’auctoritas pontificale derivava proprio dalla funzione svolta dal collegio, e dalla scientia professata dai suoi membri. Nel sistema costituzionale romano, dove i sacerdotes sono parte integrante del ius publicum[48], i pontifices ricoprivano una posizione elevata. Del resto, in Cicerone, così come in altre fonti, il titolo di pontifex è accostato, talvolta per primo, a quello degli honores[49], e, inoltre, è menzionato in atti ufficiali, come dimostrano alcuni disegni di senatoconsulti riportati dallo stesso oratore[50].

Cicerone, tuttavia, nelle sue opere non risparmia i pontefici da rilievi negativi sul loro operato. In particolare, in riferimento al delicato incarico della compositio anni, egli ricorda come, con il tempo, l’azione dei pontifices si dimostrò “negligente”:

 

De leg. 2.29: Quod ad tempus ut sacrificiorum libamenta serventur fetusque pecorum, quae dicta in lege sunt, diligenter habenda ratio intercalandi est; quod institutum perite a Numa posteriorum pontificum neglegentia dissolutum est.

 

L’oratore, così, contrappone la perizia di Numa Pompilio alla negligentia dei pontefici nell’intercalare: si è quindi ben lontano dalla sapiente opera sacerdotale celebrata in altri luoghi.

La composizione dell’anno era un compito che richiedeva ampie conoscenze, poiché il calendario, introdotto da Numa Pompilio[51], doveva adattarsi al ciclo solare con l’inserimento di un mese intercalare ogni biennio[52]. Questo incarico pontificale era estremamente delicato[53], in quanto la vita costituzionale romana ruotava intorno a un calendario «codifié par des prêtes pour rendre à des dieux de plus en plus nombreux et personnalisés les honneurs correspondant aux préoccupations saisonnières des hommes»[54]. Per questo motivo, si può affermare con F. Bona che il calcolo errato ai fini dell’intercalatio, ricordato con dure critiche anche da altre fonti[55], era frutto di un uso politico da parte dei pontefici[56].

La situazione era talmente incerta, che nel febbraio del 50 a.C., quattro anni prima della riforma calendariale di Cesare[57], Cicerone, durante il suo proconsolato in Cilicia, chiese al suo amico Attico se in quell’anno vi sarebbe stato o meno l’intercalare, al fine di sapere con precisione quando sarebbero cadute alcune cerimonie[58].

 

 

3. – Cicerone e il diritto pontificale absconditus

 

Cicerone, in diverse occasioni, offre preziose informazioni sulla segretezza della scienza pontificale: riferisce di questa caratteristica anche nell’oratio, pronunciata nel 63 a.C., in difesa del neoeletto console, L. Licinio Murena, il quale, prima di entrare in carica, fu accusato di corruzione elettorale[59]:

 

Pro Mur. 25: Primum dignitas in tam tenui scientia non potest esse; res enim sunt parvae, prope in singulis litteris atque interpunctionibus verborum occupatae. Deinde, etiamsi quid apud maiores nostros fuit in isto studio admirationis, id enuntiatis vestris mysteriis totum est contemptum et abiectum. Posset agi lege necne pauci quondam sciebant; fastos enim vulgo non habebant. Erant in magna potentia qui consulebantur; a quibus etiam dies tamquam a Chaldaeis petebatur. Inventus est scriba quidam Cn. Flavius qui cornicum oculos confixerit et singulis diebus discendis fastos populo proposuerit et ab ipsis cautis iuris consultis eorum sapientiam compilarit. Itaque irati illi, quod sunt veriti ne dierum ratione pervulgata et cognita sine sua opera lege <agi> posset, verba quaedam composuerunt ut omnibus in rebus ipsi interessent.

 

Si tratta, come è noto, di un duro attacco sferrato da Cicerone all’interpretatio prudentium, poiché a muovere l’accusa era il giurista, nonché suo amico[60], Servio Sulpicio Rufo[61], il quale era stato il diretto concorrente di Murena, durante la corsa al consolato. Per difendere il suo assistito, l’oratore arriva a contraddire le sue stesse convinzioni[62], espresse in particolare in Pro Caecin. 70 [63], dove egli si pronuncia contro quella parte della collettività avversa ai giuristi[64]. Cicerone, così, in Pro Murena 25, «per ragioni legate all’occasione retorica, stava cercando di dire dei giuristi tutto il male possibile. Ma non per questo la sua testimonianza» - evidenzia A. Schiavone - «ha meno valore: vi ritorna assai netta, la contrapposizione che ben conosciamo fra un sapere (sapientia) orale e segreto, e una scrittura rivelatrice»[65].

La reprimenda contro i giuristi si apre con il riferimento alla dignitas di una scienza, quella giurisprudenziale, definita tam tenui. Cicerone, in tal modo, continua la sua replica alla critica mossa da Servio Sulpicio, al fine di sminuire la res militaris rispetto all’attività nel foro[66]. L’oratore, infatti, nei paragrafi precedenti, aveva comparato le origini e i titoli del suo assistito con quelli di giurista per l’accesso al consolato[67], esaltando la brillante carriera militare di Murena[68].

Cicerone, quindi, connota negativamente la scientia iuris, imperniata, a suo dire, su mere riflessioni di tipo linguistico: distinzioni di lettere e separazioni di parole. Egli passa poi a rievocare il passato, quando i maiores ebbero per questo studio “qualche” ammirazione, contrapponendolo al presente: la giurisprudenza è caduta nel disprezzo e nel discredito in seguito alla rivelazione dei suoi “misteri”. Attraverso questa antitesi tra il passato e il presente della scientia iuris, in cui appare discriminante la divulgazione di un sapere nascosto, Cicerone allude agli antichi segreti della giurisprudenza pontificale.

Come esempio dei problemi pratici derivanti da tale segretezza, l’oratore ricorda le difficoltà che sorgevano nell’intentare una causa: comunemente, infatti, non si conoscevano i giorni fasti in cui si poteva agire in giudizio, poiché la composizione del calendario non era di dominio pubblico. Egli, così, sottintende l’esclusiva conoscenza pontificale dei dies[69], ma senza citare in questo contesto direttamente i pontifices, anche se il periodo a cui fa riferimento è precedente all’azione di Gneo Flavio[70], intesa tanto qui, quanto in altre testimonianze antiche, come un momento cruciale, avverso all’oscurità delle metodologie e delle materie sottese all’interpretatio pontificale[71]. L’assenza di un diretto richiamo ciceroniano ai pontefici, per tutta evidenza, deriva dal fatto che l’orazione, ai fini della difesa giudiziaria, stigmatizza specificamente i giuristi, e non il collegio sacerdotale, e, quando essa rimanda al passato, rivela una prospettiva tesa a rivenire un continuum tra la giurisprudenza pontificale e quella contemporanea.

L’oratore sottolinea, inoltre, il potere di coloro i quali erano consultati intorno all’individuazione dei giorni processuali. La riprovazione ciceroniana verso tale potentia è particolarmente enfatizzata attraverso il richiamo analogico alla consultazione dei Caldei[72], «maestri per antonomasia nella scienza divinatoria»[73], i quali non godevano di buona reputazione a Roma[74], apertamente disprezzati dallo stesso oratore[75]. Questo riferimento alla potentia rimanda inevitabilmente alla glossa “Ordo sacerdotum di Sesto Pompeo Festo (che però è da ascriversi a Verrio Flacco[76]), dove il rex è posto all’apice della gerarchia sacerdotale, poiché potentissimus[77]. Si tratta di una potenza, da correlare a quella divina[78], propria dei sacerdoti: il verbo posse è richiamato, insieme a facere[79], dal giurista, e pontefice massimo, Quinto Mucio Scevola[80], per cui il termine pontifex significa colui che ha il potere di compiere i rituali religiosi[81]. Appare chiaro, tuttavia, che Cicerone faccia riferimento non tanto a una “potenza” religiosa, quanto a un potere di tipo socio-politico[82], riconosciuto ai giuristi per le loro conoscenze[83]; in materia di compositio anni, infatti, come detto supra, prima della introduzione del calendario giuliano, il collegio pontificale pose in essere numerosi abusi e storture, da cui derivava un controllo sulla vita costituzionale del Popolo Romano.

Sei anni dopo il processo contro Murena, l’oratore, nel De domo, accenna ancora alla segretezza dell’operato pontificale:

 

De dom. 33: Quid est enim aut tam adrogans quam de religione, de rebus divinis, caerimoniis, sacris pontificum collegium docere conari, aut tam stultum quam, si quis quid in vestris libris invenerit, id narrare vobis, aut tam curiosum quam ea scire velle de quibus maiores nostri vos solos et consuli et scire voluerunt?

 

Il brano, certamente, è un manifesto della profonda e indiscussa conoscenza dei pontifices nelle materie religiose a loro assegnate: è adrogans voler impartire insegnamenti al collegio su tali questioni, stultus tentare di narrare a questi sacerdoti quanto si rinviene nei loro libri, curiosus (qui da intendersi, ovviamente, in senso negativo[84]) aspirare a conoscere ciò che i maiores vollero che sapessero, e su cui fossero consultati, soltanto i pontefici. L’esclusiva conoscenza di determinate materie e l’opera di consulenza in capo al collegio non potevano, dunque, essere minimamente scalfite da arroganza-stoltezza-indiscrezione.

Il passo offre altresì ulteriori spunti di riflessione: innanzitutto, qui si allude al fatto che i libri pontificali potevano essere consultati anche da esterni, ma, dal tenore del brano, emerge che soltanto i pontefici ne potessero cogliere appieno il contenuto. In secondo luogo, come ho già accennato, l’oratore sostiene che i maiores[85] fissarono l’esclusiva competenza pontificale (consuli et scire) su alcune materie conservate negli archivi pontificali[86]. Non si specifica quali fossero gli argomenti in questione, ma, dalla struttura del passo, si può agevolmente sostenere che fossero quelli elencate all’inizio: religio, res divinae, caerimoniae e sacra. La notizia di De dom. 33, così, concorda in parte con quanto affermato da Valerio Massimo, per cui i maiores vollero che la scientia pontificum riguardasse le cerimonie fisse e solenni[87].

Si profila, quindi, l’alta risalenza della riservatezza della scienza pontificale, decisa indipendentemente da scelte interne al collegio. Il richiamo ai maiores avvalora, inoltre, l’opportunità giuridica della secretazione degli argomenti su cui i pontefici operarono[88].

Al tempo di Cicerone, i misteri dei giuristi erano già stati svelati – per parafrasare, pur non senza qualche forzatura, Pro Muren. 25: ... enuntiatis vestris mysteriis ... –, tuttavia, in un altro passo del De domo si afferma che il diritto pontificale restava ancora absconditus[89]. L’oratore, infatti, rivolgendosi direttamente ai pontefici, ribadisce l’esclusività delle materie oggetto della loro interpretatio:

 

De dom. 138: Illa interiora iam vestra sunt, quid dici, quid praeiri, quid tangi, quid teneri ius fuerit.

 

Da notare l’utilizzo qui dell’aggettivo comparativo interiora[90], per indicare come le questioni relative ai procedimenti rituali, contenute nei libri pontificii[91], fossero le più segrete.

Qualche anno dopo la pronuncia del De domo, Cicerone, in un passo grandemente noto del De oratore, opera conclusa intorno al 55 a.C.[92], disserta ancora sull’argomento, però, secondo una prospettiva differente:

 

De orat. 1.186: Quod quidem certis de causis a plerisque aliter existimatur: primum, quia veteres illi, qui huic scientiae praefuerunt, obtinendae atque augendae potentiae suae causa pervulgari artem suam noluerunt; deinde, postea quam est editum, expositis a Cn. Flavio primum actionibus, nulli fuerunt, qui illa artificiose digesta generatim componerent. Nihil est enim, quod ad artem redigi possit, nisi ille prius, qui illa tenet, quorum artem instituere vult, habet illam scientiam, ut ex eis rebus, quarum ars nondum sit, artem efficere possit.

 

A parlare è il grande oratore L. Licinio Crasso[93], il quale, nel paragrafo precedente, aveva riportato l’opinione del suocero, Q. Mucio Scevola, detto l’Augure (console nel 117 a.C.)[94], per cui la scienza giuridica era quella più facile da apprendere[95]. Crasso qui sottolinea come, in merito allo studio del diritto, il sentire comune fosse all’opposto rispetto a quanto affermato da Scevola per due ordini di motivi. Innanzitutto, la prima motivazione è individuata dall’oratore nel passato, ovvero nella volontà dei veteres, i quali coltivavano la scientia iuris, di tenere segreta l’ars dell’interpretazione giuridica[96]. Il generico riferimento ai veteres[97] è da intendersi utilizzato per indicare i sacerdoti-giuristi preposti (praefuerunt[98]) alla scientia interpretandi, o meglio, come emerge dal contesto del discorso, i pontefici. Nel brano qui analizzato, al pari di Pro Mur. 25, non si utilizza il termine pontifices, secondo la prospettiva ciceroniana, già evidenziata supra, che intendeva, nell’economia del discorso, la giurisprudenza pontificale e quella contemporanea senza soluzione di continuità.

Crasso, inoltre, tra i motivi per cui la gente comune considerava difficile l’apprendimento della scientia iuris, ricorda come sussistesse ancora la necessità di padroneggiare il diritto[99], anche dopo la pubblicazione delle azioni giudiziarie da parte di Gneo Flavio (deinde, postea quam est editum, expositis a Cn. Flavio primum actionibus, nulli fuerunt, qui illa artificiose digesta generatim componerent. Nihil est enim, quod ad artem redigi possit, nisi ille prius, qui illa tenet, quorum artem instituere vult, habet illam scientiam, ut ex eis rebus, quarum ars nondum sit, artem efficere possit[100]).

In De orat. 1.186, si afferma che i veteres non vollero divulgare le loro conoscenze, al fine di conservare e aumentare il loro potere, ritornando al tema della potentia, che derivava dall’esercizio della scienza giuridica, già accennata in Pro Mur. 25 [101]. Si ribalta, così, quanto affermato anni prima nel De dom. 33, per cui la segretezza della giurisprudenza pontificale era frutto di una scelta dei maiores. La “potenza” dei pontefici perdurò, come si evince in chiusura di De orat. 1.186, in quanto, dopo il ius Flavianum «seguì una decisa reazione pontificale»[102].

La lettura di Livio del noto episodio del 384 a.C., intorno alle misure per riparare alla distruzione di numerosi documenti causata dall’incendio gallico, non si discosta dalla valutazione ciceroniana:

 

6.1.10: In primis foedera ac leges – erant autem eae duodecim tabulae et quaedam regiae leges – conquiri, quae comparerent, iusserunt; alia ex eis edita in volgus: quae autem ad sacra pertinebant a pontificibus maxime ut religione obstrictos haberent multitudinis animos suppressa.

 

Dal passo emerge la volontà dei pontefici di non divulgare le prescrizioni di ordine religioso, al fine di esercitare un elevato potere sulla moltitudine[103]. Livio, però, quando si riferisce alla segretezza dei precetti religiosi, si discosta da Pro Mur. 25 e De orat. 1.186, dove, come ho già sottolineato supra, il discorso non era diretto tanto ai sacerdoti, quanto ai giuristi in generale.

Dalla analisi dei brani ciceroniani, appare chiaro, dunque, come, fin dalle origini, la segretezza pervadesse l’intero operato dei pontefici e le discipline a loro affidate. Cicerone, non solo sottolinea la scelta (anche se talvolta la attribuisce ai pontefici, talaltra ai maiores) di non divulgare la conoscenza del diritto, ma riferisce anche di specifici campi in cui l’azione pontificale era svolta in segreto, come l’operazione della compositio anni, e la conservazione (e interpretazione) di materie rientranti nella sfera del sacro.

 

 

4. – Pubblicizzazione dell’interpretatio pontificale: l’opera di consulenza

 

In letteratura è stata avanzata qualche riserva in merito alla segretezza della scientia interpretandi. P.F. Girard, in particolare, pur definendo esoterica l’interpretatio pontificale, considera esagerata la notizia delle fonti per cui tutto il diritto era occultato dai pontifices[104]. Alcune evenienze, invero, paiono confermare le perplessità dello studioso francese: quanto testimoniato intorno alla segretezza con cui i pontefici operavano non pare conformarsi all’azione di consulenza, e di consulenza, posta in essere dai pontifices, rispetto alle materie di loro competenza. Tale azione è ricordata dallo stesso Cicerone (il quale, come si è visto supra, ne attribuisce l’istituzione ai maiores[105]), e anche da altre fonti antiche.

L’operato pontificale, teso al dissipamento di scrupoli religiosi, è ravvisabile, in particolare, nell’uso del termine hierodidaskaloi (‘maestri del sacro’), tra le definizioni di pontifices proposte da Dionigi di Alicarnasso[106].

L’opera di consulenza è tramandata anche da Livio[107], quando descrive l’istituzione del collegio dei pontefici da parte di Numa Pompilio[108], nell’ambito della sua riforma religiosa[109]. Il secondo re di Roma attribuì al pontefice tutti i sacra, posti per iscritto (Livius 1.20.5); poi, per evitare la violazione delle cerimonie della civitas, il rex sottopose (subiecit) agli scita pontificis[110] ogni altra questione inerente alla sfera sacrale – rispetto alle specifiche funzioni elencate precedentemente (hostiae, dies, templa, pecunia) – che poteva sorgere tra la gente comune, qui indicata con il termine generico di plebs[111] (Livius 1.20.6). Secondo Livio, infatti, il popolo doveva sapere a chi rapportarsi nelle materie di diritto sacro (ut esset quo consultum plebes veniret): il pontefice era, pertanto, elevato a referente istituzionale per la tutela di tutti i sacra.

Lo storico, inoltre, dopo aver ricordato l’azione di consulenza pontificale, unitamente a quella prescrittiva, ricorda che il pontefice doveva istruire profondamente (edoceret[112]), non solo intorno alle cerimonie rivolte agli dèi celesti, ma anche a quelle relative ai funebria, e ai modi per placare i Mani (Livius 1.10.7). Il racconto liviano si accorda con quanto riferito da Plutarco, per cui Numa avrebbe attribuito ai pontifices la consulenza intorno al preciso compimento dei riti funebri[113].

La tradizione confluita in Livio, circa la consultazione del pontefice in materia di sacra, concilia anche con la testimonianza di Pomponio[114], per cui, sulla base di ciò che il giurista adrianeo definisce consuetudo, annualmente il collegio designava un pontifex preposto a occuparsi dei privati cittadini, in nome dell’intero collegio[115]. L’attività svolta da questo pontefice è esplicata da Pomponio con il verbo praeesum[116], termine presente anche in De orat. 1.186, e in altre opere ciceroniane, sempre in riferimento ai pontifices[117]: tale uso del vocabolo evidenzia l’importanza dell’azione pontificale all’interno della costituzione romana[118].

Lo stesso Cicerone, quando si vanta del numero di pontefici coinvolti nella vicenda della sua casa, superiore a quello dei procedimenti de capite contro le vestali[119], fa riferimento alla religionis explanatio[120] svolta da un pontifex peritus[121].

La funzione pontificale di istruire la plebs sugli affari giuridico-religiosi si collegava all’opera di memorizzazione[122]. In tale operazione si rinviene un rapporto costante tra i pontefici e il popolo, quest’ultimo, infatti, doveva essere posto al corrente delle importanti informazioni che riguardavano la civitas. Come si ricorda in un noto passo ciceroniano, dall’origine fino al pontificato massimo di Publio Mucio Scevola, i fatti rilevanti di ogni anno erano trascritti dal pontifex maximus, e affissi nella propria casa, ut esset populo cognoscendi[123].

Appare chiaro, dunque, che l’azione di indirizzo e guida svolta dai pontefici consisteva in un servizio offerto alla comunità di cives, al fine di una esatta esecuzione degli adempimenti rituali. Si deve, però, sminuire l’entità della religionis explanatio pontificale, poiché le fonti mostrano una terminologia sacerdotale palesemente non divulgativa. Il linguaggio adottato dai pontifices nelle loro esternazioni, infatti, consisteva in un lessico precettivo, comune a tutti i sacerdoti, connotato da una «straordinaria rilevanza della negazione»[124] e dalla tendenza alla concisione[125]: la gente comune, quindi, poteva soltanto cogliere il contenuto delle prescrizioni religiose, ma non comprendere la ratio né il ragionamento giuridico alla base delle stesse.

 

 

5. – ... etsi effluunt multa ex vestra disciplina quae etiam ad nostras aures saepe permanant (Cicero, De dom. 121): alcuni esempi (con motivazione esplicita) di esternazioni della interpretatio pontificale

 

Cicerone, nel De domo, afferma di non parlare di diritto pontificale, e di altri argomenti di carattere religioso, in quanto dichiara apertamente di non conoscere (e in caso contrario – rimarca – fingerebbe di ignorare per non apparire molestus e curiosus[126]); sostiene, tuttavia, che qualcosa di tale disciplina trapelava all’esterno[127].

In un altro luogo della stessa orazione, egli, relativamente ai temi da lui trattati, dichiara di non rivelare alcuna notizia celata, tratta da un archivio segreto (occultum genus litterarum), ma di desumere le nozioni che promanavano palam[128] da atti magistratuali pubblici ... ad collegium delatis[129]. L’informazione ciceroniana, dunque, mostra che, nonostante le fonti tramandino la segretezza dell’interpretatio pontificale, alcune nozioni del ius pontificium si palesavano all’esterno del collegio.

Cicerone non è l’unica testimonianza al riguardo, poiché vi sono alcune, seppur rarissime, fonti attestanti i processi analitici utilizzati dal collegio, che avevano raggiunto, fin da età precedente alle XII Tavole, un «elevato grado di elaborazione delle tecniche di astrazione giuridica»[130].

Il primo esempio risale al 208 a.C., quando i pontefici proibirono la dedicatio di una cella a Honos e Virtus, promessa nel 223 dal console Marco Claudio Marcello[131], durante il conflitto contro i Galli a Clastidium[132]. Il collegio espose le motivazioni alla base dell’impedimento: dedicare la medesima cella a due distinti dèi avrebbe impedito la corretta identificazione della divinità a cui rivolgere i riti di espiazione, in seguito alla caduta di fulmini, o al verificarsi di qualche altro prodigio. In tale occasione, la cautela dei pontifices era rivolta alla esatta procuratio dei prodigia[133], materia ricompresa nelle originarie attribuzioni pontificali fissate da Numa[134]. Dalle motivazioni emerge, dunque, una logica rigorosa e razionale, frutto di cautela prudenziale, orientata dalla necessità di padroneggiare, con precisione, i segni inviati dagli dèi[135].

Nel 200 a.C., durante i preparativi per la guerra contro Filippo V, l’esecuzione di un voto fu ritardata dall’opposizione del pontefice massimo P. Licinius Crassus Dives[136]. Il console P. Sulpicius Galba Maximus[137], a cui era stata destinata la provincia di Macedonia, doveva votare a Giove dei giochi e anche un donum, senza, però, averne fissato il costo di quest’ultimo. Mosso da scrupoli religiosi, il pontefice massimo non ammise il compimento del votum di incerta pecunia, poiché l’assenza di una cifra esatta avrebbe eluso la prescrizione per cui il danaro destinato ai vota non doveva confondersi con altra pecunia né essere impiegato per scopi bellici[138].

Un altro caso di interpretatio pontificale provvista di motivazione è offerto da Macrobio[139], il quale riporta un brano tratto dall’opera De iure pontificio[140] di Quinto Fabio Massimo Serviliano (console nel 142 a.C.[141]). Nel frammento si leggono le motivazioni, date dal pontefice, alla base del divieto di offrire sacrifici in onore dei defunti nei dies atri[142]: queste cerimonie, infatti, si aprivano con l’invocazione a Giano e a Giove, il cui nome non poteva essere evocato nei giorni atri. Si tratta di argomentazioni razionali, che ponevano in stretta connessione le materie dei funebria, dell’idoneità dei giorni e delle invocazioni rivolte alle divinità.

In tema di prescrizioni pontificali in giorni festivi, si deve ricordare il responso che, secondo Macrobio, diede, in veste di pontefice, il giurista Quinto Mucio Scevola[143]. Il parere, collocato nei Saturnalia in un articolato dibattito sulla religione, appare far ricorso al linguaggio caratterizzato dalla negazione, proprio dei tradizionali meccanismi interpretativi sacerdotali. Scevola, in riferimento alla punizione di colui che aveva trasgredito il divieto di lavorare durante le feriae, sosteneva, in modo lapidario, che prudentem expiare non posse. In un altro responso, invece, espresso intorno al medesimo argomento dallo stesso pontefice-giurista, muta il tenore del linguaggio. In questa occasione emerge chiaramente come la riflessione pontificale fu mirata all’estensione dei casi di deroga al divieto di lavorare nei giorni festivi, sulla base del principio economico per cui si poteva svolgere lecitamente quod praetermissum noceret[144]. Nel testo del responsum, poi, a carattere esemplificativo, si illustrano quali attività si potevano compiere durante le feriae[145].

Dalla fine del III secolo a.C., si rinviene, così, la, seppur minima, tendenza pontificale a esplicitare alcune nozioni di diritto sacro, mentre non risultano simili attestazioni per il passato[146]. Gli esempi qui addotti riguardano episodi successivi alla lex Ogulnia del 300 a.C.[147], che sancì l’apertura dei principali collegi sacerdotali ai plebei. La riforma, che incise fortemente sulla giurisprudenza del collegio[148], in base a spinte di tipo “democratico” di parte plebea[149], può aver comportato una, seppur lenta, tendenza a rendere pubbliche alcune conoscenze della scienza pontificale, fino ad allora celate[150]. Non è un caso che, circa cinquant’anni dopo, il primo pontefice plebeo, Tiberio Coruncanio[151] sia ricordato da Pomponio come il primo publice profiteri, mentre precedentemente gli altri giuristi ad hunc vel in latenti ius civile retinere cogitabant solumque consultatoribus vacare potius quam discere volentibus se praestabant[152]. In questo frammento, come è noto, il giureconsulto adrianeo evidenzia la novità introdotta dal pontefice-giurista nell’ambito della iuris civilis scientia. Per ciò che riguarda il diritto sacro, invece, si deve evidenziare come i tre frammenti ascritti all’interpretatio di Coruncanio, rispettivamente in materia di sacra familiaria, hostiae e dies, siano privi di motivazione rispetto a quanto disposto[153].

 

 

6. – Ruolo (e limiti) della segretezza nella religio Romana

 

La testimonianza ciceroniana offre un ulteriore spunto di riflessione in materia di segretezza con cui operavano i collegi sacerdotali. Nel De domo, sebbene si tratti soltanto di accenni, l’oratore informa del ricorso degli auguri, alla segretezza, o almeno a una certa riservatezza, nella conservazione e consultazione dei loro archivi.

 

De dom. 39: Venio ad augures, quorum ego libros, si qui sunt reconditi, non scrutor; non sum in exquirendo iure augurum curiosus; haec quae una cum populo didici, quae saepe in contionibus responsa sunt, novi[154].

 

L’oratore qui accenna all’esistenza di libri augurali reconditi, di cui – precisa ancora – non è curiosus, e sostiene di conoscere, insieme al popolo, solo ciò che trapelava all’esterno della scienza augurale; del resto, egli divenne augure qualche anno più tardi, nel 53 a.C.[155], in sostituzione del figlio di Crasso, P. Licinius Crassus, deceduto a Carrhae durante la guerra contro i Parti[156].

In letteratura il passo è stato oggetto di analisi relativamente al significato da attribuire alla locuzione libri reconditi[157]. L’espressione si rinviene anche in un passo di Servio Danielino[158], dove, però, presenta un utilizzo tecnico che indica del materiale scrittorio di origine etrusca[159].

Cicerone, certamente, con questa espressione non vuole alludere a una tipo specifico di documento conservato segretamente negli archivi del collegio degli auguri[160], ma vuole soltanto sottolineare la loro “riservatezza”[161]. In De dom. 39 è evidente la forte simmetria con altri paragrafi relativi al diritto sacro custodito dai pontefici (disciplina che l’oratore, anche in questo caso, dichiara di non voler, e di non poter, conoscere, ad es., De dom. 121, 138, vedi supra), per evidenziare il rispetto ciceroniano nutrito nei confronti della scienza giuridica sacerdotale[162]. La “discrezione” esibita da Cicerone, verso alcune materie religiose non accessibili al pubblico, appare più volte nell’intera orazione, al fine di opporre questo atteggiamento a quello del rivale Clodio[163].

Non si può escludere del tutto l’esistenza di archivi inaccessibili al pubblico[164], in virtù del loro contenuto; del resto, Plutarco accenna al proposito, perseguito dagli auguri tramite giuramento, di non divulgare la scienza augurale[165].

Il ricordo di Paolo Diacono circa una misteriosa cerimonia augurale, tuttavia, attesta il ricorso a una tradizione orale, al fine di conservare al meglio la segretezza del rito:

 

Excerpt. de verb. sign., p. 14 L.: Arcani sermonis significatio trahitur sive ab arce, quae tutissima pars est urbis; sive a genere sacrificii, quod in arce fit ab auguribus, adeo remotum a notitia vulgari, ut ne litteris quidem mandetur, sed per memoriam successorum celebretur; sive ab arca, in qua quae clausa sunt, tuto manent, cuius ipsius origo ab arcendo pendet[166].

 

Questi arcani sacrifici[167], svolti segretamente in Arx[168] (luogo rilevante per la scienza augurale, in cui ... augurium augures acturi essent ...[169]), dovevano essere considerati come una eccezione. Lo stesso Paolo Diacono afferma, in altro luogo, che gli augures svolgevano publice la propria attività nell’arce capitolina[170]. Il sito della misteriosa cerimonia augurale, infatti, era anche il luogo di svolgimento di atti a partecipazione popolare, come la inauguratio regis[171], e di importanti comunicazioni e riti svolti dal rex (sacrorum), come i sacra Nonalia[172] durante i quali il re edicit populo[173].

Archivi inaccessibili agli estranei erano, per tutta certezza, quelli che conservavano i libri sibillini[174]. Questo materiale scrittorio, il cui contenuto doveva rimanere segreto ai più[175], poteva essere consultato, e interpretato, esclusivamente dai viri sacris faciundis[176], dopo una richiesta senatoria, in seguito a gravi fatti e prodigia. I custodi dei libri, non a caso, sono definiti, da Lucano, finanche nel I sec. d.C., qui fata deum secretaque carmina servant[177]. I libri Sibyllini erano tenuti distanti dalla consultazione da parte di estranei al collegio, infatti, come narra Dionigi di Alicarnasso[178], erano conservati all’interno di un’arca, collocata sotto il tempio di Giove Ottimo Massimo[179], divinità che godeva presso i Romani di un’alta valenza politica[180].

L’importanza dei libri Sibyllini, e la necessità di mantenere riservato il loro contenuto, emerge specialmente da un episodio risalente all’età regnum, relativo alla dura condanna a cui fu sottoposto il duumviro Marco Atilio:

 

Valerius Maximus 1.1.13: Tarquinius autem rex M. Atilium duumvirum, quod librum secreta rituum civilium sacrorum continentem, custodiae suae conmissum corruptus Petronio Sabino describendum dedisset, culleo insutum in mare abici iussit, idque supplicii genus multo post parricidis lege inrogatum est, iustissime quidem, quia pari vindicta parentum ac deorum violatio expianda est[181].

 

Il duumvir sacris faciundis fu punito con la poena cullei[182], poiché fece copiare a un sabino, un certo Petronio, un libro contenente le formule di cerimonie religiose segrete, che egli aveva in custodia[183]. Valerio Massimo non esplicita se si punì anche il corruttore, ma si concentra sul crimine di Atilio, sottolineando la segretezza del contenuto libro, e l’empietà della sua divulgazione. Che l’illecito consistesse in un atto sacrilego[184] emerge dall’inserimento dell’episodio nel primo libro dei Facta et dicta memorabilia, intitolato De religione. Nell’epilogo del brano, inoltre, lo scrittore latino afferma come la poena cullei fu successivamente inflitta, tramite legge, ai parricidi, al fine di espiare sia le violazioni verso i genitori sia quelle perpetrate contro le divinità: si evince, dunque, come la segretezza fosse un disposto del ius sacrum.

L’espressione ritus civilis, presente nel passo, testimonia una peculiarità della religione politeista romana: il culto era prettamente civico[185], e la sua esecuzione spettava alla civitas religiosa[186], servi compresi[187]. In virtù di tale dimensione universalistica e comunitaria, l’antica religio romano-italica raramente prevedeva dei segreti[188]. In alcune cerimonie si limitava l’accesso a determinate categorie[189], come, ad esempio, il culto di Ercole[190], precluso alle donne, il culto della Bona Dea[191], proibito agli uomini[192], e certi sacra, richiamati in una glossa di Paolo Diacono, interdetti ad alcuni generi di persone, attraverso la ripetizione della formula “hostis, vinctus, mulier, virgo exesto[193].

Il numero delle cerimonie religiose in cui era esclusa la partecipazione popolare era limitato. Un caso esemplare sono gli Opiconsivia[194], svolti in onore della dea Ops Consiva, antica divinità agricola[195]. Questa solennità era celebrata il 25 agosto dalle vestali e dal pontefice massimo, nel sacrarium della dea[196], all’interno della Regia[197]. La segretezza di questo rito è da collegarsi al carattere sacro del luogo in cui esso si svolgeva, che era talmente augustus[198] da esserne interdetto il libero ingresso[199].

Si può affermare, dunque, che nell’antica religione politeista romana la segretezza si irradiava su differenti piani. Dalle fonti analizzate è apparso come gli archivi della conoscenza giuridico-religiosa fossero reconditi, sia per la importanza del materiale in essi conservato, è questo il caso specifico dei libri Sybillini, sia per evitare, come si è sostenuto spesso in letteratura[200], un imprudente accesso da parte di soggetti estranei ai collegi sacerdotali.

La segretezza, inoltre, poteva avvolgere uno specifico rito, riservando la partecipazione ai soli sacerdoti officianti, come nelle cerimonie augurali arcane ricordate da Paolo Diacono (Excerpt. de verb. sign., p. 14 L.).

La notizia di un sacrarium nella Regia, dove si celebravano gli Opiconsivia, invece, mostra l’esistenza di siti sacri e reconditi, inaccessibili al populus. Le parti più nascoste dei luoghi sacri, i penetralia, sono ricordate dalle fonti antiche proprio come secreta templorum[201]. Un caso esemplare è rappresentato dal penus Vestae[202], che, secondo le fonti, era interdetto agli uomini[203]. Come si desume da una glossa festina, questo luogo si suddivideva in un penus exterior, e uno interior[204]. La parte esterna del penus era aperta alla devozione delle donne soltanto durante i Vestalia, dal 7 al 15 giugno[205]. Nel resto dell’anno il luogo era riservato a vestali e pontefici, come emerge specialmente da Lampridio, quando descrive il sacrilegio di Eliogabalo, il quale entrò ... in penum Vestae, quod solae virgines solisque pontifices adeunt[206].

Il penus interior, invece, era accessibile soltanto alle vestali[207]. La segretezza della parte più nascosta del penus del tempio di Vesta si collegava a quella di alcune res di carattere sacro ivi custodite: qui, infatti, si conservavano degli oggetti misteriosi[208], i pignora che imperium Romanum tenent[209]. Si ravvisa, così, un collegamento tra i “misteri” religiosi e la vita stessa del Popolo Romano[210]. Questa funzione salvifica dei pignora imperii è evidenziata specialmente per il Palladio, l’effigie troiana di Atena[211], di cui lo stesso Cicerone ne afferma l’essenza salutare per la civitas[212].

Tito Livio, come è noto, in riferimento alla custodia pontificale del ius civile ricorre all’uso di due termini, reponere e penetralia, che concorrono a formare la “semantica del segreto”[213]. Le evenienze fin qui ottenute, relative ai profili reconditi della religio Romana, permettono di identificare nella notizia liviana l’assimilazione del diritto custodito dai pontefici alle res sacrae, da loro tenute segrete; del resto, anche Valerio Massimo richiama l’originaria confusione del ius tra i sacra caerimoniasque deorum inmortalium[214]. Emerge, dunque, l’identità tra le motivazioni religiose teologiche alla base dei “misteri” dei sacra, su cui si tratterà infra, e le cause della antica segretezza dell’interpretazione pontificale.

La segretezza, che cingeva, come si è fin qui visto, alcuni testi cerimoniali, sacra, res sacrae e luoghi di culto, scaturiva da un’antichissima religione. Plinio, accennando al nome segreto di Roma[215], riporta, come esempio della antiqua religio, ordinata ob hoc maxime silentium[216], quello della dea Angerona, il cui simulacro era rappresentato con la bocca bendata[217].

Si tratta, dunque, di una risalente propensione verso il segreto, di cui i Romani avevano ancora memoria, per cui si separavano gli uomini dalle cose venerabili[218].

Questa concezione è presente in una accezione del termine religio, offerta da Servio Sulpicio Rufo:

 

Macrobius, Sat. 3.3.8: Servius Sulpicius religionem esse dictam tradidit quae propter sanctitatem aliquam remota ac seposita a nobis sit, quasi a relinquendo dicta, ut a carendo caerimonia[219].

 

Secondo il giurista, religio è ciò che, in virtù della propria sanctitas[220], è lontano e separato dagli uomini; in funzione di tale accezione, Servio Sulpicio propone una etimologia[221] per cui il termine deriva dal verbo relinquere. L’etimo proposto, seppur introdotto con l’avverbio quasi, era in linea con l’essenza degli antichi culti.

Stando a questa prospettiva, la sanctitas non avrebbe fatto allontanare gli uomini dal culto, ma impedito loro un accesso diretto a luoghi, cerimonie etc.[222], stabilendo, così, nel rapporto homines-dei, una sfera separata e recondita della religio. Lo stesso Cicerone inserisce la sanctitas nel rapporto uomini-dèi, poiché oltre a definirla scientia colendorum deorum[223], la intende come atto umano che, unitamente alla pietas[224], rende propizi gli dèi[225].

La distanza sussistente tra ciò che è santo[226] e gli esseri umani emerge in Marciano, per cui è sanctum, ciò che ab iniuria hominum defensum atque munitum est[227].

La connessione tra sanctitas, religio e “separazione” dagli uomini è ribadita da Macrobio. L’autore dei Saturnalia rinviene tale prospettiva in Virgilio, di cui cita alcuni versi (Aen. 8.597-599 e 600 s.), in cui si riferisce di un bosco sacro inaccessibile, consacrato dai Pelasgi[228] a Silvano, nei pressi del fiume di Cere. Macrobio rileva come tali luoghi siano impenetrabili, non solo per motivi fisici, ma anche a causa della loro sanctitas[229].

 

 

7. – Motivazioni religiose alla base della segretezza del ius pontificium

 

Dall’analisi fin qui condotta, è evidente come, nei confronti dei pontefici, e del loro diritto absconditus, Cicerone assuma un duplice atteggiamento: critico (quando collega la segretezza, adoperata da questi sacerdoti, al loro proposito di veder aumentato il proprio potere socio-politico), e laudativo. A quale Cicerone credere? L’apparente contraddizione si può superare contestualizzando il discorso: è innegabile che i pontefici, almeno a partire dall’età repubblicana, utilizzarono le proprie conoscenze segrete per fini che esulavano da aspetti prettamente religiosi, come è attestato, in particolare, dalle dure critiche rivolte da più parti alla composizione del calendario[230]. In origine, tuttavia, l’esclusivismo del sapere pontificale – specifica l’oratore in De dom. 33 – era frutto di scelta dei maiores, e, dunque, funzionale alla civitas.

Per l’età arcaica, il “segreto pontificale” si deve collegare al compito, evidenziato più volte dallo stesso Cicerone, di supervisione e custodia di tutti i sacra[231]. Secondo la prospettiva giuridico-religiosa romana, le propensioni terminologiche dei sacerdoti, unitamente alla segretezza dello studium pontificale, che – ricorda Cicerone – i maiores ammiravano (Pro Mur. 25), erano finalizzate alla salvaguardia della pax deorum[232]. Gli strumenti a cui ricorrevano i pontefici, infatti, erano espressione di massima accortezza rituale, che impediva, o sopperiva, tanto alla negligentia quanto all’errato compimento delle cerimonie religiose.

L’assenza dell’opportuna cautela nella sfera religiosa, secondo i Romani, produceva gravissime conseguenze. Una rappresentazione esemplare delle conseguenze di un rito eseguito in modo scorretto è la tragica fine di Tullo Ostilio. Secondo la tradizione confluita in numerose fonti, il re, insieme alla sua domus, fu punito da Giove Elicio[233], poiché pose in essere, in modo incauto e sconsiderato, i riti necessari per attrarre i fulmini sulla terra[234]. Il cerimoniale fu rinvenuto da Tullus Hostilius tra i sacrifici occulti destinati a Iupiter Elicius, conservati nei commentarii di Numa Pompilio[235]. Lo stesso rito, infatti, secondo la tradizione, era già stato svolto dal secondo re di Roma, ma con esiti differenti[236]. Per far cessare una spropositata e terrificante caduta di fulmini, egli, attraverso uno stratagemma, ottenne questo rituale, che scire nefas homini, da due divinità silvestri, Fauno e Pico. Il rex, così, fece discendere Giove Elicio, con cui si confrontò con perizia e cautela[237]. I Romani attribuirono tali epiche gesta a Numa poiché egli rappresentava il riformatore delle istituzioni religiose, e anche l’esatto interprete delle parole divine[238].

Appare evidente che la segretezza era finalizzata a preservare la sfera sacrale da mani “inesperte”, per evitare l’ira degli dèi. In virtù di questo timore, i pontefici conservavano nei loro libri anche gli appellativi degli di indigetes[239], unitamente alle le rationes ipsorum nominum[240], poiché vulgari non licet[241].

La premurosa conservazione del sapere religioso avrebbe impedito, dunque, possibili azioni incaute, con inevitabili e terribili danni alla civitas stessa. Tra i sacra affidati alla cura pontificale, vi era il rito della evocatio[242], finalizzato ad attrarre nella civitas romana, attraverso la promessa del medesimo culto, o di uno più ampio, i numi tutelari del nemico, e vincere in tal modo la guerra. Questo rituale permaneva in pontificum disciplina, ne qui hostium simili modo agerent[243]. Sempre a tal fine, oltre al rito della evocatio, i pontefici custodivano il nome segreto della divinità tutelare, sulla cui identificazione non vi era accordo tra gli autori antichi, e il nomen rituale di Roma[244].

In passato, secondo Plinio, l’altro nome di Roma si poteva pronunciare lecitamente soltanto in ragione di arcani cerimoniali, tenuti segreti da una fides, definita optima e salutaris[245]. Il richiamo all’azione salvifica del supremo valore della fides[246] conferma, ulteriormente, lo stretto collegamento tra il segreto religioso e la sopravvivenza del Popolo Romano.

La cautela adoperata attraverso il segreto religioso, al fine di non incrinare la pace con gli dèi, non era propria dei soli pontefici, ma era impiegata da tutta la civitas. Questa estrema prudenza si esplicita meglio attraverso un caso esemplare, attestante l’importanza di un controllo pubblico sulla diffusione di alcuni testi di carattere filosofico-religioso: si tratta del rinvenimento dei libri di Numa Pompilio[247], avvenuto nel 181 a.C., di cui offre un racconto dettagliato Tito Livio. Dei contadini dissotterrarono, sub Ianiculo, due tombe lapidee, una con inciso il nome del re, priva però delle spoglie umane, mentre l’altra contenente i suoi libri. Secondo il racconto liviano, sette libri erano de iure pontificio, in lingua latina, e altrettanti, in lingua greca, de disciplina sapientiae, che per Valerio Anziate sarebbero stati di stampo pitagorico[248]: ma tra gli autori antichi non si ebbe mai certezza del contenuto[249].

Il pretore urbano Q. Petillio[250], in seguito a una lettura sommaria del materiale scrittorio rinvenuto nell’arca, dichiarò che il contenuto di questi libri poteva sovvertire la religione. Quando l’affare fu riferito ai patres, il senato decretò la loro distruzione, e i libri furono bruciati in comitio[251].

Nella versione varroniana dell’episodio, riportata da Agostino d’Ippona, sussistono diverse varianti rispetto al racconto di Tito Livio: i libri Numae avrebbero racchiuso argomenti importantissimi, le sacrorum institutorum causae; la distruzione dei libri sarebbe stata disposta dal senato in conformità alla scelta di Numa di farsi seppellire con questi testi[252]. Il commento del vescovo evidenzia come il contenuto dei libri Numae doveva rimanere segreto a tutti, anche ai sacerdoti[253]: secondo la lettura agostiniana, dunque, esisteva qualcosa di ignoto anche ai pontefici[254].

 

 

Abstract

La recherche analyse la mémoire de Cicéron sur les pontifices et, en particulier, sur la volonté des prêtres de conserver secrète l’ars de l’interprétation juridique (Pro Mur. 25, De orat. 1.186). On est apparu que la discrétion, avec laquelle les pontifes ont agi, concernait non seulement l’interpretatio, mais aussi tous les aspects de la sphère du sacré, dont ils possédaient la garde et la pleine compétence. De l’analyse des mystères de la religion romaine, il est apparu que le “secret pontifical” contribuait à la sauvegarde de la pax deorum, et, donc, au salut du Peuple Romain.

 

 



 

[Per la pubblicazione degli articoli della sezione “Tradizione Romana” si è applicato, in maniera rigorosa, il procedimento di peer review. Ogni articolo è stato valutato positivamente da due referees, che hanno operato con il sistema del double-blind]

 

[1] Rimando in materia a R. Orestano, Sulla problematica del segreto nel mondo romano, in Il segreto nella realtà giuridica italiana. Atti del Convegno Nazionale. Roma 26-28 ottobre 1981, Padova 1983, 95 ss. (ora, con il titolo, Gli «arcana» nel mondo romano, in Id., Edificazione del giuridico, Bologna 1989, 11 ss.).

 

[2] D. 1.1.1.2 (Ulpianus libro primo institutionum): Publicum ius in sacris in sacerdotibus, in magistratibus consistit (per il frammento, rinvio alla approfondita analisi di G. Aricò Anselmo, Ius publicumius privatum in Ulpiano, Gaio e Cicerone, in Annali del Seminario Giuridico dell’Università di Palermo 37, 1983, 452 ss.).

 

[3] In materia di pax deorum rinvio aa alcuni lavori di Francesco Sini: Bellum nefandum. Virgilio e il problema del “diritto internazionale antico”, Sassari 1991, 235 ss., spec. 256 ss.; Populus et religio dans la Rome républicaine, in Archivio Storico e Giuridico Sardo di Sassari n.s. 2, 1995 [ma 1996], 77 ss.; Sua cuique civitati religio. Religione e diritto pubblico in Roma antica, Torino 2001, 167 ss., 262 ss.; Uomini e Dèi nel sistema giuridico-religioso romano: pax deorum, tempo degli Dèi, sacrifici, in Diritto@Storia 1, 2002 (http://www.dirittoestoria.it/tradizione/F.%20Sini%20-%20Uomini%20e%20D%E8i%20%20nel%20sistema%20giuridico-religioso%20roman.htm ); «Fetiales, quod fidei publicae inter populos praeerant»: riflessioni su fides e “diritto internazionale” romano (a proposito di bellum, hostis, pax), in Il ruolo della buona fede oggettiva nell’esperienza giuridica storica e contemporanea. Atti del Convegno internazionale di studi in onore di A. Burdese (Padova – Venezia – Treviso, 14-15-16 giugno 2001), III, a cura di L. Garofalo, Padova 2003, 535 ss.; Ut iustum conciperetur bellum: Guerra “giusta” e sistema giuridico-religioso romano, in Seminari di storia e di diritto. III. «Guerra giusta»? Le metamorfosi di un concetto antico, a cura di A. Calore, Milano 2003, 71 ss.; Religione e sistema giuridico in Roma repubblicana, in Diritto@Storia 3, 2004 (http://www.dirittoestoria.it/3/Memorie/Organizzare-ordinamento/Sini-Religione-e-sistema-giuridico.htm); Bellum, fas, nefas: aspetti religiosi e giuridici della guerra (e della pace) in Roma antica, in Diritto@Storia 4, 2005, §§ 8-9 (http://www.dirittoestoria.it/4/Memorie/Sini-Guerra-pace-Roma-antica.htm ); Diritto e pax deorum in Roma antica, in Diritto@Storia 5, 2006 (http://www.dirittoestoria.it/5/Memorie/Sini-Diritto-pax-deorum.htm). In materia, vedi inoltre, da ultimo, S. Satterfield, Prodigies, the pax deum and the ira deum, in The Classical Journal 110, 2015, 431 ss.

Per la concezione della pace nell’antichità, vedi: E. Ciccotti, La guerra e la pace nel mondo antico, Torino 1901 [rist., Roma 1971]; I. Lana, La pace nel mondo antico, in Studia et Documenta Historiae et Iuris 13, 1967, 1 ss. (ora in Id., Studi sul pensiero politico classico, Napoli 1973, 41 ss.); Id., L’idea della pace nell’antichità, S. Domenico di Fiesole 1991; C. Milani, Note sulla terminologia della pace nel mondo antico, in Aa.Vv., La pace nel mondo antico, a cura di M. Sordi, Milano 1985, 17 ss.

 

[4] Vedi, ad es.: Cicero, De nat. deor. 2.8: Et si conferre volumus nostra cum externis, ceteris rebus aut pares aut etiam inferiores repiemur; religione, id est cultu deorum, multo superiores; De har. resp. 19: Quam volumus licet, patres conscripti, ipsi nos amemus, tamen nec numero Hispanos nec robore Gallos nec calliditate Poenos nec artibus Graecos nec denique hoc ipso huius gentis ac terrae domestico nativoque sensu Italos ipsos ac Latinos, sed pietate ac religione atque hac una sapientia, quod deorum numine omnia regi gubernarique perspeximus, omnis gentis nationesque superavimus.

 

[5] Tra i numerosissimi sostenitori vedi, ma senza pretesa di completezza: R. von Jhering, L’esprit du droit romain dans les diverses phases de son développement, III, 3ª ed., trad. di O. de Meulenaere, Paris 1886-1888 [rist., Bologna 1969], 82 ss.; P.F. Girard, Manuale elementare di diritto romano, trad. it. sulla 4ª ed. fr. di C. Longo, Milano 1909, 56 s.; W. Warde Fowler, The Religious Experience of the Roman People from the earliest times to the age of Augustus, London 1911, 270 ss.; F. De Martino, La giurisdizione nel diritto romano, Padova 1937, 31 ss.; Id. Storia della costituzione romana, I, 2ª ed., Napoli 1972, 137 s.; P. Noailles, Du Droit sacré au Droit civil. Cours de Droit Romain Approfondi 1941-1942, Paris 1949, 30 ss.; R. Orestano, I fatti di normazione nell’esperienza romana arcaica, Torino 1967, 159; G. Nicosia, Lineamenti di storia della costituzione e del diritto di Roma, I, Catania 1971 [rist. 1989], 108 s.; G. Nocera, “Iurisprudentia”. Per una storia del pensiero giuridico romano, Roma 1973, 16, 75 ss.; E. Pólay, Das Jurisprudenzmonopol des Pontifikalkollegiums in Rom und seine Abschaffung, in Acta classica Universitatis Scientiarum Debreceniensis 19, 1983, 49 ss.; F. DIppolito, Das ius Flavianum und die lex Ogulnia, in Zeitschrift der Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte. Rom. Abt. 102, 1985, 91 ss.; R.E. Mitchell, The Definition of patres and plebs: An End to the Struggle of the Orders, in Social Struggles in Archaic Rome: New Perspectives on the Conflict of the Orders, a cura di K.A. Raaflaub, Berkeley-Los Angeles 1986, 156; A. Watson, The State, Law and Religion: Pagan Rome, Athens (Ga.) 1992, 2 s., 63 ss.; Id., The spirit of Roman Law, Athens (Ga.) 1995, 3, 37 ss.; S. Tondo, Appunti sulla giurisprudenza pontificale, in Per la storia del pensiero giuridico romano. Dall’età dei pontefici alla scuola di Servio. Atti del seminario di S. Marino, 7-9 gennaio 1993, a cura di D. Mantovani, Torino 1996, 1 ss.; C.A. Cannata, Per una storia della scienza giuridica europea, I. Dalle origini all’opera di Labeone, Torino 1997, 130 ss.; S. Randazzo, Leges mancipii. Contributo allo studio dei limiti di rilevanza dell’accordo negli atti formali di alienazione, Milano 1998, spec. 138 ss.; F. Arcaria, in Aa.Vv., Le fonti di produzione del diritto romano, Catania 2002, 21 ss., 62 ss.; M.T. Fögen, Storie di diritto romano. Origine ed evoluzione di un sistema sociale, trad. it. di A. Mazzacane [tit. orig.: Römische Rechtsgeschichten. Über Ursprung und Evolution eines sozialen Systems, 2ª ed., Göttingen 2003], Bologna 2005, 129 ss.; A. Corbino, Fondamenti e forme del diritto nella concezione romana, in Studi in onore di L. Arcidiacono, II, Torino 2010, 861; L. Franchini, La nozione di «laicità» nella giurisprudenza romana, in Rivista di Diritto Romano 10, 2010, 1 ss. (http://www.ledonline.it/rivistadirittoromano/allegati/dirittoromano10Franchini.pdf ); Id., Il problema dell’esistenza di un ius controversum in età arcaica, in Diritto@Storia 13, 2015 (http://www.dirittoestoria.it/13/memorie/Franchini-Problema-esistenza-ius-controversum-eta-arcaica.htm ), § 2; Id., Principi di ius pontificium, in Religione e Diritto Romano. La cogenza del rito, a cura di S. Randazzo, Tricase 2015, 263 ss.; L. Vacca, La giurisprudenza nel sistema delle fonti del diritto romano. Corso di Lezioni, 2ª ed., Torino 2012, 9 ss. Per il monopolio sacerdotale, vedi anche Y. Berthelet, Légitimer les experts religieux, sous la République romaine, in Hypothèses 14, 2010, 119 ss., spec. 125.

Una posizione del tutto antitetica rispetto alla communis opinio è espressa da F. Cancelli, La giurisprudenza unica dei pontefici e Gneo Flavio tra fantasie e favole romane e romanistiche, Roma 1996. Vi è stato, inoltre, in passato, chi ha parlato in merito di “monopolio tecnico-giuridico”, negando la segretezza dell’interpretazione giuridica pontificale: A. Zocco-Rosa, L’“Ius Flavianum” nella storia delle Fonti del Diritto romano, in Scritti giuridici dedicati ed offerti a G. Chironi nel XXXIII anno del suo insegnamento, III. Filosofia-Economia-Storia, Milano-Torino-Roma 1915, 375 ss.: «In verità né Livio, né Valerio Massimo han compresa bene la cosa. Stando ad essi, i pontefici avrebber tenuto il Diritto come chiuso nell’armadio: una banalità. Ambedue mal compresero la natural fase di cultura giuridica, alla quale vollero alludere; mal compresero, che dati i tempi, soltanto una dotta classe sacerdotale poteva avere ed ebbe una larga conoscenza tecnica del Diritto. […] Così, senza tener punto chiuso sotto chiave il Diritto, i pontefici, grazie al monopolio della tecnica conoscenza sua, aveano nelle loro mani uno strumento di predominio» (378).

 

[6] L. Vacca, La giurisprudenza nel sistema delle fonti del diritto romano, cit., 12.

 

[7] Intorno al manuale pomponiano, vedi spec.: F. Schulz, Storia della giurisprudenza romana, trad. it. di G. Nocera, Firenze 1968 [tit. orig.: Geschichte der römischen Rechtswissenschaft, Weimar 1961], 299 ss.; D. Nörr, Pomponius oder “Zum Geschichtsverständnis der römischen Juristen”, in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt II.15, Berlin-New York 1976, 512 ss. (ora in Id., Historiae iuris antiqui. Gesammelte Schriften, II, a cura di T.J. Chiusi, W. Kaiser, H.-D. Spengler, Goldbach 2003, 1000 ss.; vedi anche in trad. it. Pomponio o «della intelligenza storica dei giuristi romani», con una «nota di lettura» di A. Schiavone, a cura di M.A. Fino ed E. Stolfi, in Rivista di Diritto Romano 2, 2002, 167 ss., http://www.ledonline.it/rivistadirittoromano/allegati/dirittoromano02noerr.pdf ); B. Albanese, D.1.2.2.12 ed il problema della sua attribuzione, in Scritti in onore di S. Pugliatti, IV, Milano 1978, 3 ss. (ora in Id., Scritti giuridici, II, a cura di M. Marrone, Palermo 1991, 1523 ss.); F. D’Ippolito, I giuristi e la città. Ricerche sulla giurisprudenza romana della Repubblica, Napoli 1978, 3 ss.; L. Lantella, Le opere della giurisprudenza romana nella storiografia (Appunti per un seminario di Storia del diritto romano), Torino 1979, 7 ss.; M. Bretone, Tecniche e ideologie dei giuristi romani, 2ª ed., Napoli 1982, 209 ss.; A. Sicari, Pomponio e Celio Antipatro, in Studi in onore di C. Sanfilippo, II, Milano 1982, 547 ss.; G. Crifò, Un seminario su Pomponio, in Id., Materiali di storiografia romanistica, Torino 1998, 49 ss.; E. Stolfi, Studi sui «libri ad edictum» di Pomponio. I. Trasmissione e fonti, Napoli 2002, 305 ss.; A. Schiavone, Ius. L’invenzione del diritto in Occidente, Torino 2005, 332 ss.; D. Mantovani, Mores, leges, potentia. La storia della legislazione romana secondo Tacito (Annales III 25-28), in Letteratura e civitas. Transizioni dalla Repubblica all’Impero. In ricordo di E. Narducci, a cura di M. Citroni, Pisa 2012, 396 ss.

 

[8] D. 1.2.2.6 (Pomponius libro singulari enchiridii): Omnium tamen harum et interpretandi scientia et actiones apud collegium pontificum erant, ex quibus constituebatur, quis quoquo anno praeesset privatis. et fere populus annis propre centum hac consuetudine usus est.

 

[9] L. Vacca, Contributo allo studio del metodo casistico nel diritto romano, rist. con appendice, Milano 1982, 76, sottolinea come, già nel regnum, «il monopolio delle forme di azione doveva in sostanza porre in una posizione subordinata lo stesso accertamento giudiziale da parte del rex».

 

[10] Cito qui, come esempio della sapiente interpretatio giurisprudenziale da parte dei sacerdoti pubblici, la definizione augurale del pomerium, come confine tra auspicia urbana e militaria (Gellius, Noct. Att. 13.14.1: “Pomerium” quid esset, augures populi Romani, qui libros de auspiciis scripserunt, istiusmodi sententia definierunt: «Pomerium est locus intra agrum effatum per totius urbis circuitum pone muros regionibus certeis determinatus, qui facit finem urbani auspicii»). Sul pomerio, vedi, tra gli ultimi: E. De Magistris, Paestum e Roma quadrata. Ricerche sullo spazio augurale, Napoli 2007, 179 ss.; A. Maccari, Quid sit pomerium: Appunti su Gellio, Noctes Atticae XIII, 14. Le fonti e il confronto con Fest. 294 L, in Studi Classici e Orientali 61, 2015, 313 ss.; R. Fiori, Gli auspici e i confini, in Fundamina 20.1, 2014, 301 ss., spec. 309 ss. Cfr. anche M. Sofia, Il pomerio di Roma lungo la fascia tiberina, in Orizzonti. Rassegna di archeologia 13, 2012, 113 ss.

 

[11] Valerius Maximus 2.5.2 (testo infra nt. 71). Vedi anche Livius 9.46.5 (testo infra nt. 71).

 

[12] A. Schiavone, Ius, cit., 97. In materia vedi, inoltre, ex multis, L. Franchini, La nozione di «laicità» nella giurisprudenza romana, cit.; Id., Il diritto casistico: esperienza romana arcaica e ‘common law’, in Diritto@Storia 10, 2011-2012, spec. § 4 (http://www.dirittoestoria.it/10/Tradizione-Romana/Franchini-Esperienza-romana-arcaica-common-law.htm ).

 

[13] Sulle numerose accezione dei termini “laico” e “laicità” nel corso della storia, rimando a P. CatalanoP. Siniscalco, Laicità tra diritto e religione. Documento introduttivo del XIV Seminario «Da Roma alla Terza Roma», in Index 23, 1995, 461 ss. Vedi anche F. Vallocchia, Collegi sacerdotali ed assemblee popolari nella repubblica romana, Torino 2008, 2 ss.

 

[14] L’intervenuta distinzione concettuale del fas e il ius, uniti in origine (vedi Valerius Maximus 2.5.2, testo infra nt. 71), è attestata specialmente da Servius, Ad Georg. 1.69: ‘Fas et iura sinunt’ id est divina humanaque iura permittunt: nam ad religionem fas, ad homines iura pertinent; cfr. Isidorus, Orig. 5.2.2: Fas lex divina est, ius lex humana. In materia sono fondamentali le riflessioni di R. Orestano, Dal ius al fas. Rapporto fra diritto divino e umano in Roma dall’età primitiva all’età classica, in Bullettino dell’Istituto di Diritto Romano 46, 1939, 194 ss. (ora in Id., Scritti, II.I. Saggistica, con una nota di lettura di A. Mantello, Napoli 1998, 561 ss.); Id., I fatti di normazione nell’esperienza romana arcaica, cit., 102 ss., il quale evidenzia “un’unità genetica” delle norme nel sistema primitivo. In tal senso vedi, ex multis: P. Noailles, Fas et Jus. Études de droit romain, Paris 1948; Id., Du droit sacré au droit civil, cit., 24 ss.; P. Catalano, Contributi allo studio del diritto augurale. I, Torino 1960, 394 e nt. 7, 486 s., 501 ss.; H. Fugier, Recherches sur l’expression du sacré dans la langue latine, Paris 1963, 133; G. Nocera, “Iurisprudentia”, cit., 12; F. Sini, “Fas et iura sinunt” (Virg., ‘Georg.’ 1, 269). Contributo allo studio della nozione romana di ‘fas’. I, Sassari 1984, 8 ss.; Id., Bellum nefandum, cit., 83 ss.; F. Bona, “Ius pontificium” e “ius civile” nell’esperienza giuridica tardo-repubblicana: un problema aperto, in “Contractus” e “pactum”. Tipicità e libertà negoziale nell’esperienza tardo-repubblicana. Atti del convegno di diritto romano e della presentazione della nuova riproduzione della littera Florentina, Copanello 1-4 giugno 1988, a cura di F. Milazzo, Napoli 1990, 209 (ora in Id., Lectio sua. Studi editi e inediti di diritto romano, II, Padova 2003, 965). Sul rapporto semantico tra fas e ius: P. Cipriano, Fas e nefas, Roma 1978, 13 ss. Negano, invece, un collegamento tra diritto e religione, ad es.: C. Gioffredi, Ius, Lex, Praetor. (Forme storiche e valori dommatici), in Studia et Documenta Historiae et Iuris 13-14, 1947-48, 14 ss.; M. Kaser, Religione e diritto in Roma arcaica, in Annali del Seminario Giuridico dell’Università di Catania 3, 1948-949, 77 ss. (ora in Ars boni et aequi. Festschrift für W. Waldstein zum 65. Geburtstag, a cura di M.J. Schermaier e Z. Végh, Stuttgart 1993, 151 ss.); Id., Das altrömische Ius. Studien zur Rechtsvorstellung und Rechtsgeschichte der Römer, Göttingen 1949, 22 ss.; M. Humbert, Droit et religion dans la Rome antique, in Mélange F. Wubbe offerts par ses collègues et ses amis à l’occasion de son soixante-dixième anniversaire, Fribourg Suisse 1993, 191 ss. Vedi anche la recente analisi di F. Chini, Idee vecchie e nuove intorno ai concetti di ius e fas, in Religione e Diritto Romano, cit., 115 ss., dove si afferma, per l’età arcaica, l’impossibilità di individuare concettualmente il ius e il fas.

 

[15] De leg. 2.47: Sed iuris consulti sive erroris obiciundi causa, quo plura et difficiliora scire videantur, sive, quod similius veri est, ignoratione docendi (nam non solum scire aliquid artis est, sed quaedam ars est etiam docendi) saepe, quod positum est in una cognitione, id in infinitam dispertiuntur, velut in hoc ipso genere quam magnum illud Scaevolae faciunt, pontifices ambo et eidem iuris peritissimi! ‘Saepe’, inquit Publii filius, ‘ex patre audivi pontificem bonum neminem esse, nisi qui ius civile cognosset’. Totum ne? quid ita? quid enim ad pontificem de iure parietum aut aquarum aut ullo omnino nisi eo, quod cum religione coniunctum est? Id autem quantulum est! De sacris, credo, de votis, de feriis et de sepulchris, et si quid eius modi est. Cur igitur haec tanta facimus? Quom cetera perparva sint, de sacris autem, qui locus patet latius, haec sit una sententia, ut conserventur semper et deinceps familiis prodantur et, ut in lege posui, perpetua sint sacra.

 

[16] L’elencazione ciceroniana delle materie strumentali all’interpretazione pontificale si correla ad alcune delle funzioni originarie del collegio ricordate da Livius 1.20.5-7: hostiae, dies, templa, pecunia, cetera omnia publica privataque sacra, funebria, prodigia (testo infra nt. 107).

 

[17] Così, F. Bona, “Ius pontificium” e “ius civile” nell’esperienza giuridica tardo-repubblicana, cit., 211 s. (= Id., Lectio sua, II, cit., 968 s.), il quale evidenzia nel passo del De legibus quella «odiosa strumentalizzazione antemuciana» da parte di Cicerone. Vedi anche A. Schiavone, Giuristi e nobili nella Roma repubblicana. Il secolo della rivoluzione scientifica nel pensiero giuridico antico, Roma-Bari 1987, 18: «Nell’ammonimento c’è di nuovo tutto il segno dei tempi. Il vecchio modello di sapere è rovesciato: non è più la pratica pontificale che fonda la conoscenza del ius civile – ma è la dottrina civilistica che giustifica il ruolo pontificale. Si fa strada in questo modo una immagine ‘laica’ dei compiti sacerdotali, anche se tuttora ancorata ad una ‘paideia’ che rimane totalizzante», seguito, in particolare, da F. Fontanella, Ius pontificium, ius civile e ius naturae in De legibus II, 45-53, in Athenaeum 84, 1996, 255 s.: «Alla fine della Repubblica non solo la conoscenza del ius civile aveva ormai un fondamento del tutto svincolato dalla autorità pontificale, così come dimostra la distinzione ciceroniana fra ius civile e ius pontificium, ma sembra addirittura essere avvenuto un capovolgimento della situazione originaria a favore di una visione laica del diritto». Sui rapporti tra ius pontificium e ius civile, da ultimo, M. Johnson, The Pontifical Law and the Civil Law. Towards an understanding of the Ius Pontificium, in Athenaeum 103, 2015, 140 ss., il quale arriva alla conclusione che «We should therefore modify the traditional view that posits a vague and pervasive pontifical influence over developed Roman civil law, since the one attestation of either field influencing the other shows the civil influencing the pontifical law» (156).

 

[18] Su Publio Mucio Scevola, vedi, ad es.: E.S. Gruen, The political allegiance of P. Mucius Scaevola, in Athenaeum 43, 1965, 321 ss.; G. Grosso, P. Mucio Scevola tra il diritto e la politica, in Archivio giuridico «F. Serafini» 175, 1968, 204 ss. (ora in Id., Tradizione e misura umana del diritto, Milano 1976, 105 ss.); A.H. Bernstein, Prosopography and the career of Publius Mucius Scaevola, in Classical Philology 67, 1972, 42 ss.; A. Guarino, La coerenza di Publio Mucio, Napoli 1981; M. Bretone, Tecniche e ideologie dei giuristi romani, cit., 255 ss.; R.A. Bauman, Lawyers in Roman Republican Politics. A study of the Roman jurists in their political setting, 316-82 BC, München 1983, 230 ss.; A. Schiavone, Giuristi e nobili nella Roma repubblicana, cit., 3 ss.; Id., Publio Mucio e la nascita della letteratura giuridica romana, in Roma tra oligarchia e democrazia. Classi sociali e formazione del diritto in epoca medio-repubblicana. Atti del convegno di diritto romano. Copanello 28-31 maggio 1986, Napoli 1988, 139 ss.; Id., Linee di storia del pensiero giuridico romano, Torino 1994, 41 ss.; F. Wieacker, Römische Rechtsgeschichte. Quellenkunde, Rechtsbildung, Jurisprudenz und Rechtsliteratur. I. Einleitung Quellenkunde Frühzeit und Republik, München 1988, 547 s.; A. Palma, Publio Mucio Scevola e la ‘dote di Licinia’, in Fraterna munera. Studi in onore di L. Amirante, Salerno 1997, 323 ss.; M. Miglietta, «Servius respondit». Studi intorno a metodo e interpretazione nella scuola giuridica serviana - Prolegomena I -, Trento 2010.

 

[19] Questa testimonianza ciceroniana è stata oggetto di diverse interpretazioni, ad es., M. d’Orta, La giurisprudenza tra Repubblica e Principato. Primi studi su C. Trebazio Testa, Napoli 1990, 51, legge nel passo una “interdipendenza” tra la sfera del sacro e quella del profano, ma vedi le critiche nella recensione di M. Talamanca, in Bullettino dell’istituto di diritto romano 94-95, 1991-1992, 597: «Cic. Leg. 2, 47 non parla […] d’“interdipendenza” (fra il ius civile, ed il ius sacrum) ma esprime soltanto il pensiero che i pontifices dovessero ben conoscere il ius civile, il che è cosa abbastanza diversa».

Il tema del rapporto tra ius civile e ius pontificium ritorna in Cicerone: Brut. 156: audivi enim nuper eum studiose et frequenter Sami cum ex eo ius nostrum pontificium, qua ex parte cum iure civili coniunctum esset, vellem cognoscere; De orat. 3.136: Sin aliquis excellit unus e multis, effert se, si unum aliquid adfert, aut bellicam virtutem aut usum aliquem militarem – quae sane nunc quidem obsoleverunt -, aut iuris scientiam – ne eius quidem universi; nam pontificium, quod est coniunctum, nemo discit -, aut eloquentiam, clam in clamore et in verborum cursu positam putant.

 

[20] R. Orestano, Sulla problematica del segreto nel mondo romano, cit., 97 (= Gli «arcana» nel mondo romano, cit., 14).

 

[21] In questo luogo non posso dar conto della sterminata bibliografia dedicata a Cicerone; oltre al monumentale E. Costa, Cicerone giureconsulto, I, 2ª ed., Bologna 1927 [rist., Roma 1964], mi limito a segnalare, soltanto, alcuni lavori rivolti a profili giuridici: G. Negri, Cicerone come ‘fonte di cognizione’ del diritto privato romano. L’esempio della causa curiana: appunti per una ricerca, D. Mantovani, Cicerone storico del diritto, in Ciceroniana n.s. 13, 2009 (= Atti del XIII Colloquium Tullianum. Milano, 27-29 marzo 2008), rispett. a 165 ss. e 297 ss.; M. Brutti, Cicerone, dalla virtù al diritto, in Studia et Documenta Historiae et Iuris 77, 2011, 3 ss.; R. Fiori, Bonus vir. Politica filosofia retorica e diritto nel de officiis di Cicerone, Napoli 2011; F. Fontanella, Politica e diritto naturale nel De legibus di Cicerone, Roma 2012; M. Varvaro, Legittima difesa, tirannicidio e strategia difensiva nell’orazione di Cicerone a favore di Milone, in Annali del Seminario Giuridico dell’Università di Palermo 56, 2013, 215 ss.; P. Cerami, Giudice e legge nel pensiero di Cicerone, in Legal roots 3, 2014, 281 ss.

 

[22] Sui pontifices e sul ius pontificium, vedi spec.: K.D. Hüllmann, Ius pontificium der Römer, Bonn 1837; J. Cauvet, Le droit pontifical chez les anciens romains dans ses rapports avec le droit civil. Étude sur les antiquités juridiques de Rome, Caen 1869; A. Bouché-Leclercq, Les pontifes dans l’ancienne Rome. Étude historique sur les institutions religieuses de Rome, Paris 1871 [rist., New York 1975]; J. Marquardt, Le culte chez les Romains, I, trad. fr. di M. Brissaud, Paris 1889, 281 ss.; E. Aust, Die Religion der Römer, Münster i. W. 1899, 183 ss.; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, 2ª ed., München 1912, 501 ss.; N. Turchi, La religione di Roma antica, Bologna 1939, 40 ss.; P. de Francisci, Primordia civitatis, Romae 1959, 440 ss.; K. Latte, Römische Religionsgeschichte, München 1960, 400 ss., 195 ss.; M. Le Glay, La religion romaine, Paris 1971, 142 ss.; J. Guillén, Los sacerdotes romanos, in Helmantica 24, 1973, 21 ss.; G.J. Szemler, v. Pontifex, in Paulys Real-Encyclopädie der classischen Altertumswissenschaft, Suppl. XV, München 1978, coll. 331 ss.; R. Seguin, Remarques sur les origines des pontifes romains: Pontifex Maximus et Rex Sacrorum, in Hommages à H. Le Bonniec. Res Sacrae, a cura di D. Porte e J.-P. Néraudau, Bruxelles 1988, 405 ss.; A.M. Smorchkov, Коллегия понтификов и понтификальное право в российской историографии, in Ius Antiquum - Древнее Право 5, 1999, 109 ss.; Id., Коллегия понтификов, in Aa.Vv., Collegia sacerdotum Romae Primordialis. Ad problemam de incremento iuris sacri et publici, Moskva 2001, 100 ss.; F. Van Haeperen, Le collège pontifical (3ème s. a. C.-4ème s. p. C.). Contribution à l’étude de la religion publique romaine, Bruxelles–Rome 2002; J. Delgado Delgado, La legislación pontifical sobre los alimentos empleados en la práctica cultual romana: un modelo de gestión documental, in ’Ilu 12, 2004, 15 ss.; R.T. Ridley, The Absent Pontifex Maximus, in Historia 54, 2005, 275 ss.; C.M.A. Rinolfi, Livio 1.20.5-7: pontefici, sacra, ius sacrum, in Diritto@Storia 4, 2005 (http://www.dirittoestoria.it/4/Tradizione-Romana/Rinolfi-Pontefici-sacra-ius-sacrum.htm ); D. Porte, Le prêtre à Rome. Les donneurs de sacré, 2ª ed., Paris 2007, 131 ss.; L. Franchini, Aspetti giuridici del pontificato romano. L’età di Publio Licinio Crasso (212-183 a.C.), Napoli 2008 [rec. N. Rampazzo, «Pontificalia», in Index 38, 2010, 178 ss.]; Id., Il problema dell’esistenza di un ius controversum in età arcaica, cit.; M. Trommino, Struttura e composizione del collegio dei pontefici. Da Liv., urb. cond. 1.20.5 alla lex Ogulnia, una panoramica delle fonti, in Rivista di Diritto Romano 14, 2014, 1 ss. Cfr. per l’età imperiale: F. Van Haeperen, Des pontifes païens aux pontifes chrétiens. Transformations d’un titre: entre pouvoirs et représentations, in Revue belge de philologie et d’histoire 81, 2003, 137 ss.; A. Cameron, The Imperial Pontifex, in Harvard Studies in Classical Philology 103, 2007, 341 ss.

 

[23] De dom. 104: ... vos [scil. pontifices], qui estis antistites caerimoniarum et sacrorum ...; De leg. 2.20: Divisque aliis alii sacerdotes, omnibus pontifices, singulis flamines sunto; De re publ. 2.26: Idemque Pompilius ... sacris e principum numero pontifices quinque praefecit ...; De nat. deor. 1.122: ... sacris pontifices ...

 

[24] De nat. deor. 3.5: Non enim mediocriter moveor auctoritate tua Balbe orationeque ea quae me in perorando cohortabatur ut meminissem me et Cottam esse et pontificem; quod eo credo valebat, ut opiniones, quas a maioribus accepimus de dis immortalibus, sacra caerimonias religionesque defenderem. Ego vero eas defendam semper semperque defendi, nec me ex ea opinione, quam a maioribus accepi de cultu deorum inmortalium, ullius umquam oratio aut docti aut indocti movebit; De har. resp. 18: Ego vero primum habeo auctores ac magistros religionum colendarum maiores nostros, quorum mihi tanta fuisse sapientia videtur ut satis superque prudentes sint qui illorum prudentiam non dicam adsequi, sed quanta fuerit perspicere possint, qui statas sollemnisque caerimonias pontificatu ...; De leg. 2.48: Haec posite haec iura pontificum auctoritate consecuta sunt, ut, ne morte patris familias sacrorum memoria occideret, iis essent ea adiuncta, ad quos eiusdem morte pecunia venerit; 2.55: totaque huius iuris conpositio pontificalis magnam religionem caerimoniamque declarat. Cfr. anche De nat. deor. 1.61: Itaque ego ipse pontifex, qui caerimonias religionesque publicas sanctissime tuendas arbitror.

 

[25] Intorno al pensiero religioso di Cicerone, vedi, ex multiis: J. Vogt, Ciceros Glaube an Rom, Stuttgart 1935 [rist., Darmstadt 1963]; P. Deforny, Les fondaments de la religion d’après Cicéron, in Les études classiques 22, 1954, 241 ss., 366 ss.; S. Jannaccone, Divinazione e culto ufficiale nel pensiero di Cicerone, in Latomus 14, 1955, 116 ss.; J.E. Rexine, Religion in Plato and Cicero, New York 1959 [rist., 1968]; R.D. Sweeney, Sacra in the Philosophic Works of Cicero, in Orpheus 12, 1965, 99 ss.; A.E.H. Ben Mansour, Aspects de la religion de Cicéron, in Bulletin de l’Association G. Budé 3, 1970, 359 ss.; J. Guillén, Dios y los dioses en Cicerón, in Helmantica 25, 1974, 511 ss.; J.-M. André, La philosophie religieuse de Ciceron. Dualisme Académique et Tripartition Varronienne, J. Kroymann, Cicero und die römische Religion, in Ciceroniana. Hommages à K. Kumaniecki, a cura di A. Michel, Leiden 1975, rispettivamente a 11 ss. e 116 ss.; L. Troiani, La religione e Cicerone, in Rivista storica italiana 96, 1984, 920 ss.; C. Bergemann, Politik und Religion im spätrepublikanischen Rom, Stuttgart 1992; J. Guillén Cabañero, Teología de Cicerón, Salamanca 1999; M.E. Cairo, Religio como elemento central de la identidad romana en De divinatione de Cicerón, in Quaderni Urbinati di Cultura Classica 114.3, 2016, 75 ss.

 

[26] De nat. deor. 3.5: Cumque omnis populi Romani religio in sacra et in auspicia divisa sit, tertium adiunctum sit si quid praedictionis causa ex portentis et monstris Sibyllae interpretes haruspicesve monuerunt ...

 

[27] De nat. deor. 2.8; vedi anche 1.117: Horum enim sententiae omnium non modo superstitionem tollunt, in qua inest timor inanis deorum, sed etiam religionem, quae deorum cultu pio continetur. La centralità delle pratiche cultuali in Roma antica è posta in evidenza specialmente da J. Scheid, La parole des dieux. L’originalité du dialogue des Romains avec leurs dieux, in Opus 6-8, 1987-1989, 129; Id., Les espaces cultuels et leur interprétation, in Klio 77, 1995, 424, il quale qualifica la religio Romana come «orthopraxie»; sul ritualismo dei Romani vedi anche Id., Quand faire, c’est croire. Les rites sacrificiels des Romains, Paris 2005, 7 ss. (cfr. la recensione di C. Ando, Evidence and Orthopraxy, in The Journal of Roman Studies 99, 2009, 171 ss.).

 

[28] De nat. deor. 3.94: Est enim mihi te cum pro aris et focis certamen et pro deorum templis atque delubris proque urbis muris, quos vos pontifices sanctos esse dicitis diligentiusque urbem religione quam ipsis moenibus cingitis.

 

[29] D. Porte, Le prêtre à Rome, cit., 144.

 

[30] De orat. 3.134: Haec fuit P. Crassi illius veteris, haec Ti. Coruncani, haec proavi generi mei Scipionis prudentissimi homini sapientia, qui omnes pontifices maximi fuerunt, ut ad eos de omnibus divinis atque humanis rebus referretur.

 

[31] Vedi ancora, ad es.: De dom. 139: ... Ti. Coruncani scientia, qui peritissimus pontifex fuisse dicitur ...; Brut. 55: Ti. Coruncanium, quod ex pontificum commentariis longe plurumum ingenio valuisse videatur; De am. 1: ... ad pontificem Scaevolam contuli, quem unum nostrae civitatis et ingenio et iustitia praestantissimum audeo dicere. Cfr. Philipp. XIII.7: At enim nos M. Lepidus, imperator iterum, pontifex maximus, optime proximo civili bello de re publica meritus, ad pacem adhortatur. Nullius apud me, patres conscripti, auctoritas maior est quam M. Lepidi vel propter ipsius virtutem vel propter familiae dignitatem.

 

[32] Per il ricorso ciceroniano agli exempla, J.-M. David, Maiorum exempla sequi: l’exemplum historique dans les discours judiciaires de Cicéron, in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Moyen-Age, Temps modernes 92, 1980, 67 ss. Vedi anche, sull’avversione ciceroniana per l’oblio, C. Moatti, Tradition et raison chez Cicéron: l’émergence de la rationalité politique à la fin de la République romaine, in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité 100, 1988, 387 ss.

 

[33] Ad Att. 4.2.2: Diximus apud pontifices prid. Kal. Oct. acta res est accurate a nobis ...

 

[34] In materia, C. Venturini, L’esilio di Cicerone tra diritto e compromesso politico, in Ciceroniana n.s. 13, 2009 (= Atti del XIII Colloquium Tullianum. Milano, 27-29 marzo 2008), 281 ss.

 

[35] Sul tribuno della plebe, vedi, ad es.: C. Gallini, Politica religiosa di Clodio, in Studi e Materiali di Storia delle Religioni 33, 1962, 257 ss.; A.W. Lintott, P. Clodius Pulcher-Felix Catilina?, in Greece & Rome 14, 1967, 157 ss.; W.M.F. Rundell, Cicero and Clodius: The Question of Credibility, in Historia 28, 1979, 301 ss.; H. Benner, Die Politik des P. Clodius Pulcher. Untersuchungen zur Denaturierung des Clientelwesen in der ausgehenden römischen Republik, Stuttgart 1987; D. Mulroy, The Early Career of P. Clodius Pulcher: A Re-Examination of the Charges of Mutiny and Sacrilege, in Transactions of the American Philological Association 118, 1988, 155 ss.; J. Spielvogel, P. Clodius Pulcher: Eine Politische Ausnahme-Erscheinung der Späten Republik?, in Hermes 125, 1997, 56 ss.; L. Fezzi, La legislazione tribunizia di Publio Clodio Pulcro (58 a.C.) e la ricerca del consenso a Roma, in Studi Classici e Orientali 47, 1999, 245 ss.; Id., Il tribuno Clodio, Roma-Bari 2008; E. Winsor Leach, Gendering Clodius, in The Classical World 94, 2001, 335 ss.; J.L. Butrica, Clodius the Pulcher in Catullus and Cicero, in The Classical Quarterly 52, 2002, 507 ss.; J. Cels Saint-Hilaire, P. Clodius, ses amis, ses partisans, sous le regard de Cicéron, in Dialogues d’histoire ancienne suppl. 1, 2005, 69 ss.

 

[36] L’atto rientrava nelle competenze del collegio, sebbene i pontefici operassero ex auctoritate populi Romani: Gaius, Inst. 2.5: Sed sacrum quidem hoc solum existimatur quod ex auctoritate populi Romani consecratum est, veluti lege de ea re lata aut senatusconsulto facto; I. 2.1.8: Sacra sunt, quae rite et per pontifices deo consecrata sunt, veluti aedes sacrae et dona, quae rite ad ministerium dei dedicata sunt, quae etiam per nostra constitutionem alienari et obligari prohibuimus, excepta causa redemptionis captivorum.

 

[37] Vedi Cicero, De har. resp. 12: At vero meam domum P. Lentulus consul et pontifex, P. Servilius, M. Lucullus, Q. Metellus, M’. Glabrio, M. Messalla, L. Lentulus flamen Martialis, P. Galba, Q. Metellus Scipio, C. Fannius, M. Lepidus, L. Claudius rex sacrorum, M. Scaurus, M. Crassus, C. Curio, Sex. Caesar flamen Quirinalis, Q. Cornelius, P. Albinovanus, Q. Terentius pontifices minores causa cognita, duobus locis dicta, maxima frequentia amplissimorum ac sapientissimorum civium adstante omni religione una mente omnes liberaverunt (cfr.: L. Ross Taylor, Caesar’s colleagues in the pontifical college, in The American Journal of Philology 63, 1942, 389 ss.; A. Drummond, The Ban on Gentiles Holding the Same Priesthood and Sulla’s Augurate, in Historia 57, 2008, 381 ss.).

Sulla vicenda intorno alla casa di Cicerone, vedi, ad esempio: W. Allen Jr., Cicero’s House and Libertas, in Transactions and Proceedings of the American Philological Association 75, 1944, 1 ss.; B. Berg, Cicero’s Palatine home and Clodius’ shrine of liberty: alternative emblems of the Republic in Cicero’s De domo sua, in Studies in Latin literature and Roman history, VIII, a cura di C. Deroux, Bruxelles 1997, 122 ss.; M. BeardJ. NorthS. Price, Religions of Rome. I. A History, Cambridge 1998, 114 ss.; C.J. Classen, Diritto retorica, politica. La strategia retorica di Cicerone, trad. it., Bologna 1998, 219 ss.; W. Stroh, De Domo Sua: Legal Problem and Structure, in Cicero. The Advocate, a cura di J. Powell e J. Paterson, Oxford 2004, 313 ss. Sugli aspetti politici e religiosi del De domo, vedi C. Bergemann, Politik und Religion im spätrepublikanischen Rom, Stuttgart 1992, 3 ss.; F. Van Haeperen, Le collège pontifical, cit., 188 ss.; A. Lisdorf, The Conflict over Cicero’s House: An Analysis of the Ritual Element in De Domo Sua, in Numen 52, 2005, 445 ss.; J. Lennon, Pollution and ritual impurity in Cicero’s De domo sua, in The Classical Quarterly 60, 2010, 427 ss. Cfr. inoltre R.J. Goar, Cicero and the State Religion, Amsterdam 1972, 45 ss.; J. Platschek, Das responsum des Pontifikalkollegiums de domo Ciceronis, in Quaderni Lupiensi di Storia e Diritto 3, 2013, 107 ss.

 

[38] Ad Att. 4.2.3-5.

 

[39] F. Sini, Diritto e pax deorum in Roma antica, cit., § 1.

 

[40] De dom. 1: Cum multa divinitus, pontifices, a maioribus nostris inventa atque instituta sunt, tum nihil praeclarius quam quod eosdem et religionibus deorum immortalium et summae rei publicae praesse voluerunt, ut amplissimi et clarissimi cives rem publicam bene gerendo religiones, religionibus sapienter interpretando rem publicam conservarent. Quod si ullo tempore magna causa <in> sacerdotum populi Romani iudicio ac potestate versata est, haec profecto tanta est ut omnis rei publicae dignitas, omnium civium salus, vita, libertas, arae, foci, di penates, bona, fortunae, domicilia vestrae sapientiae, fidei, potestate commissa creditaque esse videantur.

Le doti dei pontefici sono enumerate anche in De har. resp. 14: ad pontifices reicietur, quorum auctoritati, fidei, prudentiae maiores nostri sacra religionesque et privatas et publicas commendarunt.

 

[41] Sul concetto di libertas nell’opera di Cicerone, vedi J. Daza Martinez, «Ius», «libertas» en Cicerón (Significació actual de su planteamiento), in Estudios en homenaje al profesor F. Hernandez-Tejero, II, Madrid 1992 [ma 1994], 97 ss. In generale, vedi, da ultimo, M. Genovese, Libertas e civitas in Roma antica, Acireale-Roma 2012, e A. Muroni, Sull’origine della libertas in Roma antica: storiografia annalistica ed elaborazioni giurisprudenziali, in Diritto@Storia 11, 2013 (http://www.dirittoestoria.it/11/tradizione/Muroni-Origine-libertas-Roma-antica.htm ).

 

[42] Sul buon governo e la cura della res publica nel pensiero ciceroniano, vedi G. Jossa, L’«utilitas rei publicae» nel pensiero di Cicerone, in Studi Romani 12.2, 1964, 269 ss.

 

[43] Vedi, ad es.: De dom. 2: sin autem vestra auctoritate sapientiaque, pontifices ...; 44: Hanc vos igitur, pontifices, iudicio atque auctoritate vestra tribuno plebis potestatem dabitis, ut proscribere possit quos velit?; 45: Vobismet ipsis, pontifices, et vestris liberis ceterisque civibus pro vestra auctoritate et sapientia consulere debetis; 69: ... vosque, pontifices, qui me vestris sententiis auctoritatibusque defendistis ...; 100: Sed hic meus reditus, pontifices, vestro iudicio continetur. Nam si vos me in meis aedibus conlocatis, id quod in omni mea causa semper studiis, consiliis, auctoritatibus sententiisque fecistis, video me plane ac sentio restitutum; 132: Ac si collegium pontificum adhibendum non videbatur, nemo ne horum tibi idoneus visus est, qui aetate, honore, auctoritate antecellunt, cum quo dedicationem communicares?; 137: Tum censorem, hominem sanctissimum, simulacrum Concordiae dedicare pontifices in templo inaugurato prohibuerunt, post autem senatus in loco augusto consecratam iam aram tollendam ex auctoritate pontificum censuit ...; De leg. 2.52: Nam sacra cum pecunia pontificum auctoritate, nulla lege coniuncta sunt. Itaque si vos tantum modo pontifices essetis, pontificalis maneret auctoritas ...

 

[44] J.P.V.D. Balsdon, Auctoritas, dignitas, otium, in The Classical Quarterly 10, 1960, 43.

 

[45] Afferma la non univocità della nozione di auctoritas, ad esempio, A. Magdelain, «Auctoritas rerum», in Revue Internationale des Droits de l’Antiquité 5, 1950, 127 ss. (ora in Id., Jus imperium auctoritas. Études de droit romain, Rome 1990, 685 ss.). Per i vari significati del termine vedi la v. auctōritās del Münscher, in Thesaurus Linguae Latinae, II, Lipsiae 1903, coll. 1213 ss

 

[46] Per la derivazione etimologica del termine da augeo, A. ErnoutA. Meillet, Dictionnaire étymologique de la langue latine. Histoire des mots, rist. 4ª ed., a cura di J. André, Paris 2001, 56 s.

Sull’auctoritas, vedi, da ultimo, A.I. Clemente Fernández, La auctoritas romana, Madrid 2014 (con ampia discussione della letteratura), e Y. Berthelet, Gouverner avec les dieux. Autorité, auspices et pouvoir, sous la République romaine et sous Auguste, Paris 2015, spec. 18 ss., il quale collega questo concetto all’auctoritas di Juppiter.

 

[47] Così, L. Vacca, La giurisprudenza nel sistema delle fonti del diritto romano, cit., 3.

 

[48] D. 1.1.1.2, Ulpianus libro primo institutionum (testo supra nt. 2).

 

[49] Ad es.: Cicero, De dom. 120: M. Drusus, ille clarissimus vir, tribunus plebis pontifex fuit; De prov. cons. 21: An vero M. ille Lepidus qui bis consul et pontifex maximus fuit ...; Philipp. V.45: C. Caesar, Gai filius, pontifex, pro praetore; XI.18: Crassus consul, pontifex maximus ...; XIII.7 (testo supra nt. 31); Livius 27.5.19: ... P. Licinius Crassus pontifex maximus magister equitum dictus; 40.51.1: Princeps lectus est ipse censor M. Aemilius Lepidus pontifex maximus; CIL IV.1, nr. 1301: Cn. Domitius M. f. Calvinus pontifex cos. ite imper. de manibeis; nr. 1310: C. Iulius L. f. Caesar Strabo aed. cur. q. tr. mil. bis X vir. agr. dand. adtr. iud. pontif.; nr. 1312: M. Livius M. f. Cn. Drusus pontifex, tr. mil., X vir stlit. iudic., tr. pl., X vir a. d. a. ... Vedi anche Cicero, De nat. deor. 2.168: Tu autem Cotta si me audias eandem causam agas teque et principem civem et pontificem esse cogites.

 

[50] Vedi, ad es.: Philipp. V.40 s.: Cum a M. Lepido imperatore, pontifice maximo ... 41. Sex<tus>que Pompeius, Gnaei filius, Magnus, huius ordinis auctoritate[m] ab armis discesserit et a M. Lepido imperatore, pontifice maximo ...; 53: ... C. Caesar, pontifex, pro praetore ...

 

[51] In materia, vedi in particolare: Th. Mommsen, Die römische Chronologie bis auf Caesar, 2ª ed., Berlin 1859; A.K. Michels, The “Calendar of Numa” and the Pre-Julian Calendar, in Transactions and Proceedings of the American Philological Association 80, 1949, 320 ss.; Id., The Calendar of Roman Republic, Princeton 1967; P. de Francisci, Primordia civitatis, cit., 322 ss.; J.-Cl. Richard, Le calendrier préjulien, in Revue des Études Latines 46, 1968, 54 ss.; C. Guittard, Le calendrier romain des origines au milieu du Ve siècle avant J.-C., in Bulletin de l’Association G. Budé 2, 1973, 203 ss.; A.W.J. Holleman, Les calendriers préjuliens à Rome, in L’antiquité classique 47, 1978, 201 ss.; G. Radke, Fasti Romani. Betrachtungen zur Frühgeschichte des römischen Kalenders, Münster 1990; L. Arcella, Fasti. Il lavoro e la festa. Note al calendario romano arcaico, Roma 1992; J. Rüpke, Fasti. Quellen oder Produkte römischer Geschichtsschreibung?, in Klio 77, 1995, 184 ss.; Id., Kalender und Öffentlichkeit. Die Geschichte der Repräsentation und religiösen Qualifikation von Zeit in Rom, Berlin-New York 1995; Id., La religione dei Romani, (tit. orig.: Die Religion der Römer, München 2001), trad. it. di U. Gandini, Torino 2004, 205 ss.; L. Magini, Astronomy and calendar in ancient Rome: the eclipse festivals, Roma 2001; Id., Astronomia etrusco-romana, Roma 2003; N. DonatiP. Stefanetti, Dies natali. I calendari romani e gli anniversari dei culti, Roma 2006.

 

[52] Sull’intercalare vedi, ad es.: A.K. Michels, The Intercalary Month in the Pre-Julian Calendar, in Hommages à A. Grenier, a cura di M. Renard, Bruxelles 1962, 1174 ss.; V.M. Warrior, Notes on Intercalation, in Latomus 50, 1991, 80 ss.; Id., Intercalation and the Action of M’. Acilius Glabrio (cos. 191 BC), in Studies in Latin Literature and Roman History, VI, a cura di C. Deroux, Bruxelles 1992, 119 ss.

 

[53] Su «Pontifes et gestion du temps à Rome», F. Van Haeperen, Le collège pontifical, cit., 216 ss.

 

[54] M. Le Glay, La religion romaine, cit., 19 s.

Sulla «centralità del tempo (o più concretamente dei giorni e delle stagioni) nelle pratiche cultuali dell’antica religione romana, finalizzate sempre alla conservazione della pax deorum», rinvio per tutti alle riflessioni di F. Sini, Qualificazione/riqualificazione religiosa del tempo nei documenti dei sacerdoti in Roma repubblicana, in Diritto@Storia 12, 2014, http://www.dirittoestoria.it/12/tradizione-romana/Sini-Tempo-documenti-sacerdoti-Roma-repubblicana.htm  (ivi ampia rassegna di fonti e bibliografia).

 

[55] Svetonius, Caes. 40.1: Conversus hinc ad ordinandum rei publicae statum fastos correxit iam pridem vitio pontificum per intercalandi licentiam adeo turbatos, ut neque messium feriae aestate neque vindemiarum autumno conpeterent; Censorinus, De die nat. 20.7: Sed horum plerique ob odium vel gratiam, quo quis magistratu citius abiret diutiusve fungeretur aut publici redemptor ex anni magnitudine in lucro damnove esset, plus minusve ex libidine intercalando rem sibi ad corrigendum mandatam ultro quod depravarunt.

 

[56] Così F. Bona, “Ius pontificium” e “ius civile” nell’esperienza giuridica tardo-repubblicana, cit., 224 ss. (= Id., Lectio sua, II, cit., 983 ss.).

 

[57] Ovidius, Fast. 3.155 s.; Plinius, Nat. hist. 18.211; Svetonius, Iul. 40; Censorinus, De die nat. 20.8-10; Macrobius, Sat. 1.14.6-13. Sulla riforma cesariana, vedi per tutti L. Polverini, Il calendario giuliano, in L’ultimo Cesare. Scritti riforme progetti poteri congiure. Atti del convegno internazionale. Cividale del Friuli, 16-18 settembre 1999, a cura di G. Urso, Roma 2000, 245 ss.

 

[58] Ad Att. 5.21.14: Cum scies Romae intercalatum sit necne, velim ad me scribas certum quo die mysteria futura sint. Cfr. anche Ad Att. 6.1.26: Sed ut tibi placebit, faciesque me in quem diem Romana incidant mysteria certiorem et quo modo hiemaris (sull’identificazione dei mysteria menzionati da Cicerone rimando alle note di L. Richardson Jr., Cicero Att. 5.21.14 and the Romana Mysteria, in Phoenix 55, 2001, 411 ss.).

 

[59] Per questa orazione, vedi spec.: A. Boulanger, Notice, in Cicéron, Discours XI, Paris 1962, 9 ss.; C. Moatti, Droit et politique dans le «Pro Murena» de Cicéron, in Revue Historique de Droit français et étranger 61, 1983, 515 ss.; J. Adamietz, Ciceros Verfahren in den Ambitus-Prozessen gegen Murena und Plancius, in Gymnasium 93, 1986, 102 ss.; R. Stem, Cicero as Orator and Philosopher: The Value of the Pro Murena for Ciceronian Political Thought, in The Review of Politics 68, 2006, 206 ss.; I. Sándor, Diritto, religione, retorica nella Pro Murena, in Index 35, 2007, 117 ss.

 

[60] È lo stesso Cicerone, nella Philipp. IX, a compiere l’elogio funebre del giurista. Per i rapporti tra i due personaggi, vedi per tutti M. Bretone, Tecniche e ideologie dei giuristi romani, cit., 79 ss.

 

[61] Sul giurista e la sua opera vedi, ad es.: F.D. Sanio, Zur Geschichte der römischen Rechtwissenschaft. Ein Prolegomenon, Königsberg 1858 [rist., Napoli 1981], 54 ss.; P. Meloni, Servio Sulpicio Rufo e i suoi tempi. Studio Biografico, in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia della Università di Cagliari 13, 1946, 66 ss.; W. Kunkel, Die Römischen Juristen. Herkunft und soziale Stellung, 2ª ed., Graz 1967 [rist., Köln-Weimar-Wien 2001], 25; S. Tafaro, «Causa timoris» e «migratio inquilinorum» in un responso serviano, in Index 5, 1974-75, 49 ss.; P. Stein, The place of Servius Sulpicius Rufus in the development of Roman legal science, in Festschrift für F. Wieacker zum 70. Geburtstag, a cura di O. Behrends, M. Dießelhorst, H. Lange, D. Liebs, J.G. Wolf, C. Wollschläger, Göttingen 1978, 175 ss.; F.P. Casavola, Giuristi adrianei, Napoli 1980, 135 ss.; M. Bretone, Tecniche e ideologie dei giuristi romani, cit., 91 ss.; F. Wieacker, Römische Rechtsgeschichte, cit., 602 ss.; F. D’Ippolito, Questioni decemvirali, Napoli 1993, 137 ss. (vedi anche l’appendice I maestri di Servio, ora in Per la storia del pensiero giuridico romano, cit., 29 ss.); A. Schiavone, Giuristi e nobili nella Roma repubblicana, cit., 109 ss.; Id., Linee di storia del pensiero giuridico romano, cit., 97 ss.; C.A. Cannata, Per una storia della scienza giuridica europea, cit., 266 ss.; O. Beherends, Das Gewaltmonopol der Magistratur der klassischen Republik in einer Fallentscheidung des Servius Sulpicius Rufus, in Viva vox iuris. Essays in honour of J.E. Spruit, a cura di L. De Ligt, J. De Ruiter, E. Slob, J.M. Tevel, M. van De Vrugt, L.C. Winkel, Amsterdam 2002, 283 ss.; J. Paricio, La vocación de Servio Sulpicio Rufo, in Iurisprudentia universalis. Festschrift für T. Mayer-Maly zum 70. Geburtstag, a cura di M.J. Schermaier, J.M. Rainer, L.C. Winkel, Köln-Weimar-Wien 2002, 549 ss.; F. Briguglio, Servio Sulpicio e la definizione di tutela: vis ac potestas o ius ac potestas?, in Studi in onore di A. Metro, I, a cura di C. Russo Ruggeri, Milano 2009, 163 ss.; L. Vacca, La giurisprudenza nel sistema delle fonti del diritto romano, cit., 50 ss., 64 ss.

Una ricostruzione delle argomentazioni dell’accusa mosse dal giurista è offerta da M. Pierpaoli, L’orazione di Servio Sulpicio Rufo nel processo di Murena, in Maia 49, 1997, 231 ss.

 

[62] Così A. Boulanger, Notice, cit., 21: «Cicéron s’adonne au jeu un peu pervers d’exposer des opinions de circonstance qui contredisent formellement ses doctrines les plus chères où sa vanité est le plus intéressée. C’est ainsi qu’en magnifiant le militaire aux dépens du togatus et même de l’orateur (§ 20), il donne par avance un démenti, ou du moins une contre-partie au mot fameux “cedant arma togae, concedat laurea linguae”. De même la charge à fond contre la science du jurisconsulte succède, à peu d’années d’intervalle, au panégyrique enthousiaste de cette science qu’on trouve dans le pro Caecina». Per il tortuoso atteggiamento di Cicerone verso i giuristi, rimando a F. Lucrezi, Iurisperiti - iuris imperiti da Cicerone a Lorenzo Valla, in Ciceroniana n.s. 9, 1996, 133 ss.

 

[63] Cicero, Pro Caecin. 70: Nam qui ius civile contemnendum putat, is vincula revellit non modo iudiciorum, sed etiam utilitatis vitaeque communis; qui autem interpretis iuris vituperat, si inperitos iuris esse dicit, de hominibus, non de iure civili detrahit; sin peritis non putat esse optemperandum, non homines laedit, sed legis ac iura labefactat: quod vobis venire in mentem profecto necesse est, nihil esse in civitate tam diligenter quam ius civile retinendum. Etenim hoc sublato nihil est quare exploratum cuiquam possit esse, quid suum aut quid alienum sit, nihil est quod aequabile inter omnes atque unum omnibus esse possit. M. Talamanca, L’oratore, il giurista, il diritto nel De oratore di Cicerone, in Ciceroniana n.s. 13, 2009 (= Atti del XIII Colloquium Tullianum. Milano, 27-29 marzo 2008), 34, evidenzia «come Cicerone si muovesse coerentemente nell’ambito della concezione tradizionale del ruolo del giurista, in definitiva sottoposto solo al controllo, ancorché indiretto, della comunità».

 

[64] Vedi anche Pro Caecin. 67: ... non numquam ab ingeniosis hominibus defendi mihi mirum videri solet, nec iuris consultis concedi nec ius civile in causis semper valere oportere.

Rimando in merito ad A. Magdelain, «Jus respondendi», in Revue Historique de Droit français et étranger 28, 1950, 166 s. (ora in Id., Jus imperium auctoritas, cit., 136): «Le Pro Caecina fait état d’une condamnation radicale du droit jurisprudentiel prononcée par une partie de l’opinion publique. [...] Personne à Rome ne peut avoir proclamé le mépris du droit. Jus civile est, dans ce texte, comme souvent dans la langue cicéronienne, l’interpretatio. Le mépris, dont parle Cicéron, ne concernait que la jurisprudence».

 

[65] A. Schiavone, Ius, cit., 101.

 

[66] Pro Mur. 21: Summa in utroque est honestas, summa dignitas; quam ego, si mihi per Servium liceat, pari atque in eadem laude ponam. Sed non licet; agitat rem militarem, insectatur totam hanc legationem, assiduitatis et operarum harum cotidianarum putat esse consulatum. ‘Apud exercitum mihi fueris’ inquit ‘tot annos, forum non attigeris; afueris tam diu et, cum longo intervallo veneris, cum his qui in foro habitarint de dignitate contendas?’.

 

[67] Pro Mur. 15 ss.

 

[68] Vedi spec. Pro Mur. 22-24: Sed ut hoc omisso ad studiorum atque artium contentionem revertamur: qui potest dubitari quin ad consulatum adipiscendum multo plus adferat dignitatis rei militaris quam iuris civilis gloria? Vigilas tu de nocte ut tuis consultoribus respondeas, ille ut eo quo intendit mature cum exercitu perveniat; te gallorum, illum bucinarum cantus exsuscitat; tu actionem instituis, ille aciem instruit; tu caves ne tui consultores, ille ne urbes aut castra capiantur; ille tenet et scit ut hostium copiae, tu ut aquae pluviae arceantur; ille exercitatus est in propagandis finibus tuque in regendis. Ac nimirum - dicendum est enim quod sentio - rei militaris virtus praestat ceteris omnibus. Haec nomen populo Romano, haec huic urbi aeternam gloriam peperit, haec orbem terrarum parere huic imperio coegit; omnes urbanae res, omnia haec nostra praeclara studia et haec forensis laus et industria latent in tutela ac praesidio bellicae virtutis. Simulatque increpuit suspicio tumultus, artes ilico nostrae conticiscunt. 23. Et quoniam mihi videris istam scientiam iuris tamquam filiolam osculari tuam, non patiar te in tanto errore versari ut istud nescio quid quod tanto opere didicisti praeclarum aliquid esse arbitrere. Aliis ego te virtutibus, continentiae, gravitatis, iustitiae, fidei, ceteris omnibus, consulatu et omni honore semper dignissimum iudicavi; quod quidem ius civile didicisti, non dicam operam perdidisti, sed illud dicam nullam esse in illa disciplina munitam ad consulatum viam. Omnes enim artes quae nobis populi Romani studia concilient et admirabilem dignitatem et pergratam utilitatem debent habere. 24. Summa dignitas est in iis qui militari laude antecellunt; omnia enim quae sunt in imperio et in statu civitatis ab his defendi et firmari putantur; summa etiam utilitas, siquidem eorum consilio et periculo cum re publica tum etiam nostris rebus perfrui possumus. Gravis etiam illa est et plena dignitatis [dicendi] facultas quae saepe valuit in consule deligendo, posse consilio atque oratione et senatus et populi et eorum qui res iudicant mentes permovere.

 

[69] In materia, mi sia permesso rinviare a C.M.A. Rinolfi, Livio 1.20.5-7: pontefici, sacra, ius sacrum, cit., § 3.

 

[70] Per il personaggio vedi, da ultimo, T. Lanfranchi, À propos de la carrière de Cn. Flavius, in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité 125, 2013, 175 ss. Cfr. anche P. Fioretti, Scribae. Riflessioni sulla cultura scritta nella Roma antica, in Storia delle scritture e altre storie (suppl. 29 al Bollettino dei classici), a cura di D. Bianconi, 2014, 337 ss.

 

[71] Livius 9.46.5: civile ius, repositum in penetralibus pontificum, evulgavit fastosque circa forum in albo proposuit, ut, quando lege agi posset, sciretur; Valerius Maximus 2.5.2: Ius civile per multa saecula inter sacra caerimoniasque deorum inmortalium abditum solisque pontificibus notum Cn. Flavius libertino patre genitus et scriba, cum ingenti nobilitatis indignatione factus aedilis curulis, vulgavit ac fastos paene toto foro exposuit.

Critica questa tradizione, ad esempio, C.A. Cannata, Per una storia della scienza giuridica europea, cit., 142: «in realtà, il ius civile non era più, come invece si ripete raccontando la storiella delle pubblicazioni di Gneo Flavio (Liv.9,46,5), tutto repositum in penetralibus pontificum, poiché le dodici tavole ne contenevano abbastanza per poterci, avendo sott’occhio le actiones, ragionar sopra».

 

[72] Cfr., De orat. 1.200: Est enim sine dubio domus iuris consulti totius oraculum civitatis, dove Cicerone richiama l’immagine allegorica dell’oracolo.

 

[73] G. Sfameni Gasparro, Oracoli Profeti Sibille. Rivelazione e salvezza nel mondo antico, Roma 2002, 57.

 

[74] M.-L. Haack, Les haruspices dans le monde romain, Bordeaux 2003, 45.

 

[75] Vedi specialmente Cicero, De div. 2.87 ss.

 

[76] Su questa opera, rinvio per tutti a F. Bona, Contributo allo studio della composizione del «de verborum significatu» di Verrio Flacco, Milano 1964.

 

[77] Festus, De verb. sign., p. 198 L.: Ordo sacerdotum aestimatur deorum <ordine, ut deus> maximus quisque. Maximus videtur Rex, dein Dialis, post hunc Martialis, quarto loco Quirinalis, quinto pontifex maximus. Itaque in soliis Rex supra omnis accumbat licet; Dialis supra Martialem, et Quirinalem; Martialis supra proximum; omnes item supra pontificem. Rex, quia potentissimus: Dialis, quia universi mundi sacerdos, qui appellatur Dium; Martialis, quod Mars conditoris urbis parens; Quirinalis, socio imperii Romani Curibus ascito Quirino; pontifex maximus, quod iudex atque arbiter habetur rerum divinarum humanarumque.

Per le varie manifestazioni del concetto di potenza, «che invade il mondo», vedi P. de Francisci, Primordia civitatis, cit., 199 ss. Lo studioso rinviene una antichissima “fase dinamistico-animista” della storia di Roma, caratterizzata dall’idea che una serie di “potenze” interagissero sulla vita del singolo e su quella dell’intera società, che affiora dalle fonti, ad es. in Festus, vv. Magisteria e Ordo sacerdotum, De verb. sign., pp. 140 e 198 L., «proprio là dove si tratta di fissare la posizione di magistrati o di sacerdoti» (364).

 

[78] Plutarchus, Num. 9.2: Κεκλσθαι δ τος ποντφικας ο μν τι τος θεος θεραπεουσι δυνατος κα κυρους πντων ντας· γρ δυνατς π ωμαων νομζεται πτηνς.

Per l’uso del termine in riferimento alla divinità, vedi, ad es.: Seneca phil., Ad Luc. 31.10: ... deus ille maximus potentissimusque ipse vehit omnia; Apuleius, Met. 11.10: ... et antistites sacrorum proceres illi, qui candido linteamine cinctum pectoralem adusque vestigia strictim iniecti potentissimorum deum proferebant insignis exuvias.

 

[79] Termini questi legati allo svolgimento dei rituali, vedi, ad esempio: A. Bouché-Leclercq, Les pontifes de l’ancienne Rome, cit., 13; P. Flobert, La relation de sacrificare et de sacerdos, cit., 171 ss. Per le diverse accezioni del verbo posse vedi: Æ. Forcellini, Totius latinitatis Lexicon, III, consilio et cura J. Facciolati, III, Patavii 1771, 478; G. Kuhlmann, v. possum, in Thesaurus Linguae Latinae, X.2, fasc. 1, Leipzig 1980, coll. 125 ss.; fasc. 2, Leipzig 1982, coll. 153 ss.

 

[80] Sulla vita, l’ideologia e l’opera del giurista vedi, specialmente: F. Schulz, Storia della giurisprudenza romana, cit., 81 ss.; O. Behrends, Die Wissenschaftslehre im Zivilrecht des Q. Mucius Scaevola pontifex, in Nachrichten der Akademie Wissenschaften in Göttingen. I. Philologisch-historische Klasse 7, 1976, 265 ss.; A. Schiavone, Nascita della giurisprudenza. Cultura aristocratica e pensiero giuridico nella Roma tardo-repubblicana, Roma-Bari 1976, 71 ss.; Id., Giuristi e nobili nella Roma repubblicana, cit., 25 ss.; Id., Linee di storia del pensiero giuridico romano, cit., 47 ss.; B. Albanese, Volontà negoziale e forma in una testimonianza di Q. Mucio Scevola, in De iustitia et iure. Festgabe für U. von Lübtow zum 80. Geburtstag, a cura di M. Harder e G. Thielmann, Berlin 1980, 155 ss. (= Id., Scritti giuridici, II, cit., 1523 ss.); R.A. Bauman, Lawyers in Roman Republican Politics, cit., 340 ss.; M. Bretone, Tecniche e ideologie dei giuristi romani, cit., 107 ss.; F. Wieacker, Römische Rechtsgeschichte, cit., 595 ss.; V. Giuffrè, La traccia di Quinto Mucio. Saggio su «ius civile» / «ius honorarium», Napoli 1993; M.J. Casado Candelas, Primae luces. Una introducción al estudio del origen de la jurisprudencia romana, Valladolid 1994, 61 ss.; A. Fernández de Buján, Sistemática y ius civile en las obras de Quintus Mucius Scaevola y de Accursio, in Revista Jurídica de la Universidad Autónoma de Madrid 6, 2002, 57 ss.; R. Fiori, Contrahere e solvere obligationem in Q. Mucio Scevola, in Fides Humanitas Ius. Studi in onore di L. Labruna, a cura di C. Cascione e C. Masi Doria, Napoli 2007, 1955 ss.; M.-Cl. Ferriès–F. Delrieux, Quintus Mucius Scaevola, un gouverneur modèle pour les Grecs de la province d’Asie?, in Les gouverneurs et les provinciaux sous la République romaine, a cura di N. Barradon e F. Kirbihler, Rennes 2011, 207 ss.

 

[81] Varro, De ling. Lat. 5.83: Sacerdotes universi a sacris dicti. Pontufices, ut [a] Sc<a>evola Quintus pontufex maximus dicebat, a posse et facere, ut po[n]tifices (Ph.E. Huschke, Iurisprudentiae anteiustinianae quae supersunt, 5ª ed., Lipsiae 1886, 14 fr. 9; F.P. Bremer, Iurisprudentiae antehadrianae quae supersunt. I. Liberae rei publicae iuris consulti, Lipsiae 1896, 57 fr. 5).

Sull’etimologia del termine pontifex, vedi, ad es.: R.G. Kent, The Vedic Path of the Gods and the Roman Pontifex, in Classical Philology 8, 1913, 317 ss.; F. Ribezzo, Pontifices ‘quinionalis sacrificii effectores’. I, e Id., I pontifices nella organizzazione e nella struttura della città italica, in Rivista indo-greco-italica di filologia lingua-antichità 15, 1931, 56 e 75 ss.; E. Evangelisti, Per l’etimologia di pontifex, Brescia 1969; J.P. Hallett, “Over Troubled Waters”: The Meaning of the Title pontifex, in Transactions and Proceedings of the American Philological Association 101, 1970, 219 ss.; H. Le Bourdellès, Nature profonde du pontificat romain. Tentative d’une étymologie, in Revue de l’histoire des religions 189, 1976, 53 ss.; G.J. Szemler, v. Pontifex, cit., coll. 334 ss.; P. Flobert, La relation de sacrificare et de sacerdos, in Hommages à H. Le Bonniec, cit., 171 ss.; R. Del Ponte, La religione dei Romani. La religione e il sacro in Roma antica, Milano 1992, 107 ss.; B.J. Kavanagh, Pontifices, Bridge-Making and Ribezzo Revisited, in Glotta 76, 2000, 59 ss.; A. ErnoutA. Meillet, Dictionnaire étymologique de la langue latine, cit., 521; F. Van Haeperen, Le collège pontifical, cit., 11 ss.

 

[82] Secondo P. Fioretti, Scribae. Riflessioni sulla cultura scritta nella Roma antica, cit., 338 s., la potenza pontificale derivava anche dalla conoscenza élitaria della scrittura; durante il conflitto tra gli ordini sociali tale strumento assunse, in tal modo, «una connotazione ambivalente: da un lato, in una situazione di analfabetismo dominante, continua a costituire lo scrigno inaccessibile nel quale i pontefici custodiscono e di fatto celano il ius, sottraendone la gestione ad ogni ‘trasparenza’ pubblica; dall’altro inizia a presentarsi come lo strumento mediante il quale un’azione antipontificale può tentare di sottrarre la disciplina di questioni fondamentali per la vita cittadina alla cerchia ristretta che la detiene».

 

[83] In materia, M. Bretone, Tecniche e ideologie dei giuristi romani, cit., 116 ss.

 

[84] Per le varie accezioni del termine vedi la v. cūriōsus di Schwering, in Thesaurus Linguae Latinae, IV, Lipsiae 1909, coll. 1492 ss.

 

[85] Per l’ampio ricorso al concetto di maiores nelle orazioni ciceroniane, vedi per tutti J. Kenty, Congenital virtue: Mos maiorum in Cicero’s orations, in The Classical Journal 111, 2016, 429 ss., la quale, in riferimento a De dom. 33, afferma: «His grave invocations of the maiores and repetition of ideologically laden words like religio and ius heighten the sense of the vital importance of and the principles underlying that role, building it on historical origins tailored to create a diachronic trajectory which leads directly to this case, and particularly to a verdict in Cicero’s favor. Cicero thus puts the pontifices into a role as the ultimate arbiters of Roman ethics and religion, the maiores-to-be. Their decision will determine ethical and religious principles for future generations, just as the maiores’ decisions established contemporary values» (449).

 

[86] Cfr. De har. resp. 14 e 18.

 

[87] Valerius Maximus 1.1.1: Maiores statas sollemnesque caerimonias pontificum scientia, bene gerendarum rerum auctoritates augurum observatione, Apollinis praedictiones vatum libris, portentorum depulsiones Etrusca disciplina explicari voluerunt.

 

[88] Per l’ideologia sottesa al concetto di maiores, F. Pina Polo, Die nützliche Erinnerung: Geschichtsschreibung, mos maiorum und die römische Identität, in Historia 53, 2004, 167: «Die Vergangenheit wurde idealisiert mit dem Ziel, die Gegenwart mit der auctoritas der Vorfahren zu rechtfertigen. Die Vorgänger dienten als Archetypen für die zeitgenössischen Römer, die stillschweigend ein Bündnis mit ihren maiores schlossen. Dieses von Treue geprägte Verhältnis ermöglichte den Fortbestand und das Anwachsen der Gemeinschaft. Grundsätzlich wurde alles, was von den maiores stammte, hochachtungsvoll betrachtet und schließlich als geschichtliche Wahrheit angenommen. Die Vorfahren hatten nicht nur eine Geschichte geschaffen, sondern gewissermaßen als Demiurgen auch neue Gebräuche und Institutionen begründet. Sie aufzurufen bedeutete für einen Römer, als Wortführer der Ahnen aufzutreten und somit Autorität zu erlangen».

 

[89] De dom. 138: Dixi a principio nihil me de scientia vestra, nihil de sacris, nihil de abscondito pontificum iure dicturum. Per i significati del termine, si veda la v. abscondo di Oertel, in Thesaurus Linguae Latinae, I, Lipsiae 1901, coll. 152 ss.

In merito, vedi i rilevi di A. Schiavone, Ius, cit., 101: «Cicerone sapeva benissimo che tra la fine del IV secolo e i primi decenni del III non era più solo il collegio pontificale a monopolizzare il sapere del ius; ma questo cambiamento non ne aveva ancora intaccato il carattere esclusivo e segreto».

 

[90] Per i significati, vedi la v. interior di Kuhlmann, in Thesaurus Linguae Latinae, VII.1, Lipsiae 1963, coll. 2208 ss., spec. col. 2213 per cui in De dom. 138 il termine interiora si deve intendere come «pontificum secreta».

 

[91] Così, F. Sini, Documenti sacerdotali di Roma antica. I. Libri e commentarii, Sassari 1983, spec. 152; Id., Sua cuique civitati religio, cit., spec. 115 s.

 

[92] Per la datazione: E. Courbaud, Introduction, in Cicéron, De l’orateur, I, 5ª ed., Paris 1962, VII; G. Norcio, Introduzione, in Opere retoriche di M. Tullio Cicerone, I, Torino 1976, 7 ss. Cfr. A.D. Leeman, Entstehung und Bestimmung von Ciceros De Oratore, in Mnemosyne 31, 1978, 253 ss.

 

[93] Sul personaggio: N. HÄpke, v. Licinius (Crassus) 55, in Paulys Real-Encyclopädie der classischen Altertumswissenschaft, XIII.1, Stuttgart 1926, coll. 252 ss.; E. Courbaud, Introduction, cit., XX ss.; G. Norcio, Introduzione, cit., 20 ss.; O. Behrends, La lex Licinia Mucia de civibus redigundis de 95 a.C. Une loi néfaste d’auteurs savants et bienveillants, in Antiquité et citoyenneté. Actes du colloque international de Besançon (3-5 novembre 1999), Besançon 2002, 15 ss., spec. 20 ss.

 

[94] F. Münzer, v. Mucius 21, in Paulys Real-Encyclopädie der classischen Altertumswissenschaft, XVI.1, Stuttgart 1933, coll. 430 ss.; E. Courbaud, Introduction, cit., XXVI s.; W. Kunkel, Die Römischen Juristen, cit., 14; R. Seguin, Sacerdoces et magistratures chez les Mucii Scaevolae, in Revue des Études Anciennes 72, 1970, 97 ss., a 103 ss.; G. Norcio, Introduzione, cit., 26 s.; M. Bretone, Tecniche e ideologie dei giuristi romani, cit., 67, 71 s., 78 nt. 45; R.A. Bauman, Lawyers in Roman Republican Politics, cit., 312 ss.; F. Wieacker, Römische Rechtsgeschichte, cit., 546 s. Per la carriera del personaggio, vedi: T.R.S. Broughton, The Magistrates of the Roman Republic. I. 509 B.C. – 100 B.C., New York 1951 [rist., Atlanta, Ga. 1986], 496, 523 s., 528; J. Rüpke, Römische Priester in der Antike. Ein biographisches Lexikon, Stuttgart 2007, 169 s., nr. 2479.

 

[95] De orat. 1.185: Et quoniam de impudentia dixi, castigemus etiam segnitatem hominum atque inertiam; nam si esset ista cognitio iuris magna atque difficilis, tamen utilitatis magnitudo deberet homines ad suscipiendum discendi laborem impellere: sed, o di immortales, non dicerem hoc, audiente Scaevola, nisi ipse dicere soleret nullius artis sibi faciliorem cognitionem videri.

Su tale affermazione, rinvio alle pregnanti parole di M. Bretone, Tecniche e ideologie dei giuristi romani, cit., 118: «queste parole hanno uno scopo esortativo, invitano e incoraggiano allo studio della giurisprudenza, non descrivono una situazione di fatto. Alcuni forse le condividevano, ma i più non si sarebbero dichiarati d’accordo. Quella del diritto era, o sembrava, un’ars difficillima. Perciò la potentia dei giureconsulti non era scomparsa all’età di Q. Mucio Scevola l’augure, né scomparirà dopo. Essa poteva addirittura presentarsi come adrogantia».

 

[96] Per il concetto di ars, vedi specialmente: V. Scarano Ussani, L’ars dei giuristi. Considerazioni sullo statuto epistemologico della giurisprudenza romana, Torino 1997, 5 ss., 111 ss.; B. Albanese, L’ars iuris civilis nel pensiero di Cicerone, in Annali del Seminario Giuridico dell’Università di Palermo 47, 2002, 23 ss. (ora in Id., Scritti giuridici, IV, a cura di G. Falcone, Palermo 2006, 891 ss.).

 

[97] Il termine veteres utilizzato nelle fonti giuridiche, del principato e del periodo postclassico, è stato interpretato diversamente in letteratura; la questione è da considerarsi risolta dopo la pubblicazione del fondamentale contributo di F. Horak (Wer waren die “veteres”? Zur Terminologie der klassischen römischen Juristen, in Vestigia Iuris Romani. Festschrift für G. Wesener zum 60. Geburtstag am 3. Juni 1992, a cura di G. Klingenberg, J.M. Rainer, H. Stiegler, Graz 1992, 201 ss.), secondo cui, l’uso del vocabolo è relativo all’età di riferimento (vedi, in tal senso, la rec. di M. Talamanca, in Bullettino dell’Istituto di Diritto Romano 96, 1993-1994, 916 s., per il quale «con questo saggio è definitivamente demolito il fondamento terminologico della distinzione fra “alte” e “neue” Jurisprudenz», propugnata da Behrends).

 

[98] Vedi la v. praesum di Ramminger, in Thesaurus Linguae Latinae, X.2, Leipzig 1991, coll. 951 ss.

 

[99] Vedi F. Bona, L’ideale retorico ciceroniano ed il ‘ius civile in artem redigere’, in Studia et Documenta Historiae et Iuris 46, 1980, 282 ss. (ora in Id., Cicerone tra diritto e oratoria. Saggi su retorica e giurisprudenza nella tarda repubblica, Como 1984, 62 ss., e in = Id., Lectio sua, II, cit., 717 ss.).

 

[100] B. Albanese, L’ars iuris civilis nel pensiero di Cicerone, cit., 34 (= Id., Scritti giuridici, IV, cit., 902), qui ravvede il «rimprovero di Crasso stesso ai giuristi successivi a Gneo Flavio, di non aver voluto componere generatim gli elementi del ius civile artificiose digesta». Sul progetto di una ars iuris delineata nei paragrafi successivi del De oratore, vedi spec.: G. Falcone, Sul ‘finis in iure civili’ di Cic., de orat. I.188, in Studia et Documenta Historiae et Iuris 75, 2009, 503 ss.; M. Talamanca, L’oratore, il giurista, il diritto nel De oratore di Cicerone, cit., 38 ss.

 

[101] In merito, vedi quanto afferma G. Coppola, Cultura e potere. Il lavoro intellettuale nel mondo romano, Milano 1994, 29: «L’inscindibile connessione tra cultura e sfera magico-religiosa appare uno dei tratti più interessanti del mondo romano arcaico. In tutte le più rilevanti attività intellettuali, infatti, come il diritto, l’agrimensura e la medicina, i sacerdoti, in quanto garanti della pace e della salute sociale, rappresentano gli unici depositari della misterica rivelazione della volontà divina agli uomini, assorbendo conseguentemente nelle loro mani un potere di indubbia importanza».

 

[102] F. DIppolito, Giuristi e sapienti in Roma arcaica, Roma-Bari 1986, 24 s., vedi anche 101 ss.

In tal senso anche Pro Mur. 25: Itaque irati illi, quod sunt veriti ne dierum ratione pervulgata et cognita sine sua opera lege <agi> posset, verba quaedam composuerunt ut omnibus in rebus ipsi interessent.

 

[103] Il vocabolo multitudo designa una massa numerosa non ordinata e indifferenziata: Æ. Forcellini, Totius latinitatis Lexicon, III, cit., 125; M. Balzarini, v. Plebs, in Novissimo Digesto Italiano, 13, 1966, 141 e nt. 6; V. Giuffrè, «Plebeii gentes non habent», in Labeo 16, 1970, 329 ss.; M.T. Sblendorio Cugusi, I sostantivi latini in –tudo, Bologna 1991, 175 ss.; A. ErnoutA. Meillet, Dictionnaire étymologique de la langue latine, cit., 420. Cfr. J.-Cl. Richard, Les origines de la plèbe romaine. Essai sur la formation du dualisme patricio-plébéien, Rome 1978, 83, per il quale il termine indicherebbe la plebe, ovvero la parte del popolo estranea alla élite senatoria (in tal senso anche A. Magdelain, La plèbe et la noblesse dans la Rome archaïque, in Id., Jus imperium auctoritas, cit., 473).

 

[104] P.F. Girard, Manuale elementare di diritto romano, cit., 56. Vedi anche: F. Schulz, Storia della giurisprudenza romana, cit., 27 e 44, per cui i pontefici diedero responsa in pubblico già prima di Tiberio Coruncanio; R. Orestano, Dal ius al fas, cit., 255 (= Id., Scritti, II, cit., 622), secondo il quale, più che le norme, in Roma antica si doveva tenere celato il procedimento religioso per cui «continuava a doversi riconoscere in concreto la liceità o illiceità dei singoli atti da compiere».

 

[105] De dom. 33 (testo supra § 3). Sul compito inerente alla illustrazione del corretto svolgimento dei riti pubblici e privati, vedi anche: De dom. 132: Si quid deliberares, si quid tibi aut piandum aut instituendum fuisset religione domestica, tamen instituto ceterorum vetere rem ad pontificem detulisses; novum delubrum cum in urbis clarissimo loco nefando quodam atque inaudito instituto inchoares, referendum ad sacerdotes publicos non putasti?; De leg. 2.20: Quoque haec privatim et publice modo rituque fiant, discunto ignari a publicis sacerdotibus. Eorum autem genera sunto tria, unum, quod praesit caerimoniis et sacris, alterum, quod interpretetur fatidicorum et vatium ecfata incognita, quorum senatus populusque adsciverit; interpretes autem Iovis optumi maxumi, publici augures, signis et auspiciis + postea vidento. Cfr. anche De leg. 2.30: Quod sequitur vero, non solum ad religionem pertinet, sed etiam ad civitatis statum, ut sine iis, qui sacris publice praesint, religioni privatae satis facere non possint; continet enim rem publicam consilio et auctoritate optimatium semper populum indigere.

 

[106] Dionysius Halicarnassensis 2.73.3: στε ε βολετα τις ατος εροδιδασκλους καλεν ετε ερονμους ετε εροφλακας ετε, ς μες ξιομεν, εροφντας, οχ μαρτσεται το ληθος. Come evidenzia F. Van Haeperen, Grand-prêtre ou hiérophante. Les traductions grecques du terme pontifex, in L’antiquité classique 73, 2004, 152, i tre termini, hierodidaskaloi, hieronomoi e hierophylakes, utilizzati da Dionigi per descrivere i pontefici, «semblent finement choisis: ils correspondent bien aux fonctions pontificales telles que Denys vient de les décrire, d’une part, mais aussi à la manière dont les auteurs latins présentent ce sacerdoce, avec une forte insistance sur le rôle de responsables des sacra rempli par les pontifes».

Vedi anche la testimonianza di Plutarchus, Num. 9.8, relativa al pontefice massimo: λλ κα τος δίᾳ θοντας πισκοπν, κα κωλων παρεκβανειν τ νενομισμνα, κα διδσκων του τις δοιτο πρς θεν τιμν παρατησιν.

 

[107] Livius 1.20.5-7: [Numa] Pontificem deinde Numam Marcium Marci filium ex patribus legit eique sacra omnia exscripta exsignataque attribuit, quibus hostiis, quibus diebus, ad quae templa sacra fierent, atque unde in eos sumptus pecunia erogaretur. 6. Cetera quoque omnia publica privataque sacra pontificis scitis subiecit, ut esset quo consultum plebes veniret, ne quid divini iuris neglegendo patrios ritus peregrinosque adsciscendo turbaretur; 7. nec caelestes modo caerimonias, sed iusta quoque funebria placandosque manes ut idem pontifex edoceret, quaeque prodigia fulminibus aliove quo visu missa susciperentur atque curarentur. Per un’analisi del passo, C.M.A. Rinolfi, Livio 1.20.5-7: pontefici, sacra, ius sacrum, cit.

 

[108] La creazione del pontificato da parte di Numa è ricordata anche da Cicerone in De re publ. 2.26 (testo supra a nt. 23).

 

[109] In materia, vedi: J.B. Carter, The Religion of Numa, London 1906; F. Ribezzo, Numa Pompilio e la riforma etrusca della religione primitiva di Roma, in Rendiconti della Accademia Nazionale dei Lincei ser. VIII, 5, 1950, 553 ss.; S. Accame, I re di Roma nella leggenda e nella storia, 2ª ed., Napoli s.d. [1959?], 219 ss.; E.M. Hooker, The Significance of Numa’s Religious Reforms, in Numen 10, 1963, 87 ss.; G.B. Pighi, La religione romana, Torino 1967, 31 s.; F. Della Corte, Numa e le streghe, in Maia 26, 1974, 3 ss.; M.A. Levi, Il re Numa e i ‘penetralia pontificum’, in Rendiconti dell’Istituto Lombardo. Classe di Lettere e Scienze morali e storiche 115, 1981 [ma 1984], 161 ss.; J. Martínez-Pinna, La reforma de Numa y la formación de Roma, in Gerión 3, 1985, 97 ss.; L. Fascione, Il mondo nuovo. La costituzione romana nella ‘Storia di Roma arcaica’ di Dionigi d’Alicarnasso, I, Napoli 1988, 128 ss.; G. Capdeville, Les institutions religieuses de la Rome primitive d’après Denys d’Halicarnasse, in Pallas 39, 1993, 153 ss. Cfr. M. Silk, Numa Pompilius and the Idea of Civil Religion in the West, in Journal of the American Academy of Religion 72, 2004, 863 ss., relativamente all’influenza che la tradizione intorno a questa riforma esercitò nel pensiero occidentale.

 

[110] Per l’etimologia del termine scitum, vedi la v. sciō, in A. ErnoutA. Meillet, Dictionnaire étymologique de la langue latine, cit., 603. C.A. Cannata, Per una storia della scienza giuridica europea, cit., 48 s.: «Nel segno ‘scitum’, che proviene dal verbo ‘sciscere’, è insito tanto il senso del conoscere derivante da specifica attività ricognitiva, quanto il senso del deliberare, per cui il parere risulta ufficiale ed autorevole anche quando esso non corrisponda ad una semplice rivelazione delle conoscenze acquisite, ma altresì all’adozione di conoscenza ed esperienza per dare corpo ad una soluzione nuova. Il parere pontificale è dunque applicazione concreta in senso anche creativo di una preparazione specializzata».

 

[111] Sul concetto e sulla terminologia di plebs nelle opere letterarie tra la tarda repubblica e il principato augusteo: B. Kühnert, Populus Romanus und sentina urbis: zur Terminologie der plebs urbana der späten Republik bei Cicero, in Klio 71, 1989, 432 ss.; Ead., Die plebs urbana bei Horaz, in Klio 78, 1991, 130 ss.

 

[112] Per il significato del termine, vedi O. Hey, v. ēdoceo, in Thesaurus Linguae Latinae, V.2, Lipsiae 1931, coll. 106 ss.: «i. q. perdocere, diligenter docere; inferiore aetate fare i. q. simplex docere, facere ut aliquis quid sciat, teneat. Est verbum tam declarandi (i. q. certiorem facere aliquem, comunicare aliquid; sic passim) quam instruendi (i. q. habilem, aptum facere aliquem, instituere aliquid […])»; relativamente al vocabolo usato in Livius 1.20.7 si offre il significato di «instruendi, erudendi».

Il verbo è usato dalle fonti per indicare l’istruzione a pratiche cultuali: Ennius, apud Cicero, De divin. 1.42: Tum coniecturam postulat pacem petens / Ut se edoceret obsecrans Apollinem / Quo sese vertant tantae sortes somnium; Vergilius, Aen. 5.746-748: Extemplo socios primumque arcessit Acesten / et Iovis imperium et cari praecepta parentis / edocet et quae nunc animo sententia constet; Festus, De verb. sign., p. 270 L.: Potitium et Pinarium Hercules, cum ad aram, quae hodieque maxima appellatur, decimam bovum, quos a Geryone abductos abigebat Argos in patriam, profanasset, genus sacrifici edocuit. Quae familia et posteris eius non defuerunt decumantibus usque ad Appium Claudium Censorem, qui quinquaginta milia aeris gravis his dedit, ut servos publicos edocerent ritum sacrificandi; Aurelius Victor, Orig. gent. Rom. 8.1: Cum ergo Recaranus sive Hercules patri Inventori aram maximam consecrasset, duos ex Italia, quos eadem sacra certo ritu administranda edoceret, ascivit, Potitium et Pinarium; 8.5: Verum postea Appius Claudius accepta pecunia Potitios illexit, ut administrationem sacrorum Herculis servos publicos edocerent nec non etiam mulieres admitterent; De viris illustribus 34.2: Potitios Herculis sacerdotes pretio corrupit, ut sacra Herculea servos publicos edocerent: unde caecatus est, gens Potitiorum funditus periit.

 

[113] Plutarchus, Num. 12.1: Ο δ Ποντφικες κα τ περ τς ταφς πτρια τος χρζουσιν φηγονται, Νομ διδξαντος μηδν γεσθαι μασμα τν τοιοτων, λλ κα τος κε θεος σβεσθαι τος νενομισμνοις, ς τ κυριτατα τν μετρων ποδεχομνους.

 

[114] D. 1.2.2.6, Pomponius libro singulari enchiridii (testo supra nt. 8).

 

[115] L. Franchini, Il diritto casistico, cit., § 4: «Titolare della funzione restava a nostro avviso il collegio come tale, al quale si poteva teoricamente ancora ricorrere, al fine di ottenere un decreto di risposta, specie, è lecito supporre, nelle questioni in cui i suoi membri si fossero, l’uno di seguito all’altro, diversamente pronunciati; ma in base ad una prassi consolidata, avvalendosi dello strumento della “delega” - cui peraltro il collegio pontificale faceva di frequente ricorso, come si evince anche dai casi relativi al praeire verbis -, i pontefici facevano sì che almeno in prima battuta, per comprensibili ragioni di praticità, e quindi nella quasi totalità delle ipotesi, fosse il singolo sacerdote incaricato a dare il responso al privato».

 

[116] In altri luoghi del liber singularis enchiridii, il termine è spesso collegato a compiti specifici, attribuiti poi a magistrati costituiti all’occorrenza: D. 1.2.2.21 (Pomponius libro singulari enchiridii): Itemque ut essent qui aedibus praeessent, in quibus omnia scita sua plebs deferebat, duos ex plebe constituerunt, qui etiam aediles appellati sunt; 22: Deinde cum aerarium populi auctius esse coepisset, ut essent qui illi praeessent, constituti sunt quaestores ...; 29: Deinde cum esset necessarius magistratus qui hastae praeessent, decemviri in litibus iudicandis sunt constituti; 32: ... totidem praetores, quot provinciae in dicionem venerant, creati sunt, partim qui urbanis rebus, partim qui provincialibus praeessent.

 

[117] De dom. 1: ... religionibus deorum immortalium et summae rei publicae praesse voluerunt ...; De nat. deor. 1.122: Quod ni ita sit, quid veneramur quid precamur deos, cur sacris pontifices cur auspiciis augures praesunt, quid optamus a deis inmortalibus quid vovemus?

 

[118] Vedi, però, in merito le considerazioni di Th. Mommsen, Le droit public romain, III, trad. fr. di P.F. Girard, Paris 1893, 51 nt. 3: «il est impossible de lier avec l’expression peu claire præsse privatis un sens conforme au rôle des pontifes qui nous est connu».

 

[119] In materia, ad es.: C. Lovisi, Vestale, incestus et juridiction pontificale sous la République romaine, in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité 110, 1998, 699 ss.; R.G. Lewis, Catilina and the Vestal, in The Classical Quarterly 51, 2001, 141 ss.; L. Franchini, Aspetti giuridici del pontificato romano, cit., 236 ss.

 

[120] Per i significati del termine, G. Meyer, v. explānātio, in Thesaurus Linguae Latinae, V.2, Lipsiae 1931, coll. 1708 ss.

 

[121] De har. resp. 13: Nego umquam post sacra constituta, quorum eadem est antiquitas quae ipsius urbis, ulla de re, ne de capite quidem virginum Vestalium, tam frequens collegium iudicasse. Quamquam ad facinoris disquisitionem interest adesse quam plurimos – ita est enim interpretatio illa pontificum ut eidem potestatem habeant iudicum –, religionis explanatio vel ab uno pontifice perito recte fieri potest – quod idem in iudicio capitis durum atque iniquum est –, tamen sic reperietis, frequentiores pontifices de mea domo quam umquam de caerimoniis virginum iudicasse.

 

[122] Per questa funzione rimando al frammento di Catone (Orig. 4 fr. 1, p. 16 ed. Jordan) apud Gellius, Noct. Att. 2.28.4: Non lubet scribere quod in tabula apud pontificem maximum est, quotiens annona cara, quotiens lunae aut solis lumine caligo aut quid obstiterit. L’importanza della memorizzazione pontificale degli avvenimenti storici emerge anche da Livius 6.1.2. Vedi, inoltre, Macrobius, Sat. 3.2.17: Pontificibus enim permissa est potestas memoriam rerum gestarum in tabulas conferendi, et hos annales appellant et quidem maximos quasi a pontificibus maximis factos.

In materia: J. Marquardt, Le culte chez les Romains, I, cit., 361 ss.; A. Bouché-Leclercq, Les pontifes de l’ancienne Rome, cit., 250 ss.; A.G. Amatucci, Gli Annales Maximi, in Rivista di Filologia e d’Istruzione Classica 24, 1896, 208 ss.; L. Cantarelli, Origine degli «Annales Maximi», in Rivista di Filologia e d’Istruzione Classica 26, 1898, 209 ss. (ora in Id., Studi romani e bizantini, Roma 1915, rist., Roma 1970, 145 ss.); E. Kornemann, Die älteste Form der Pontifikalannalen, in Klio 11, 1911, 245 ss. (ora in Id., Römische Geschichtsschreibung, a cura di V. Pöschl, Darmstadt 1969, 59 ss.); J.E.A. Crake, The Annals of the Pontifex Maximus, in Classical Philology 35, 1940, 375 ss.; E. Peruzzi, Origini di Roma, II. Le lettere, Bologna 1973, 175 ss.; K.-E. Petzold, Annales maximi und Annalen, in Ex Ipsis Rerum Documentis. Beiträge zur Mediävistik. Festschrift für H. Zimmermann, a cura di K. Herbers, H.H. Kortüm, C. Servatius, Sigmaringen 1991, 3 ss. (ora in Id., Geschichtsdenken und Geschichtsschreibung. Klein Schriften zur griechischen und römischen Geschichte, Stuttgart 1999, 252 ss.); J. Rüpke, Livius, Priesternamen und die annales maximi, in Klio 75, 1993, 155 ss.; S. D’Ambrosio, Considerazioni sul valore giuridico degli Annales pontificum, in Atti del II convegno sulla problematica contrattuale in diritto romano. In onore di A. Dell’Oro, Milano, 11-12 maggio 1995, Milano 1998, 237 ss.; B.W. Frier, Libri Annales Pontificum Maximorum. The Origins of the Annalistic Tradition, 2ª ed., Ann Arbor 1999.

Intorno all’estesa opera di scrittura sacerdotale, rimando alla monumentale ricerca di F. Sini, Documenti sacerdotali di Roma antica, cit., in part. 150 ss.; vedi, inoltre, J.A. Norton, The Books of the Pontifices, in La mémoire perdue. Recherches sur l’administration romaine, a cura di C. Moatti, Rome 1998, 45 ss.

 

[123] De orat. 2.52: Erat enim historia nihil aliud nisi annalium confectio, cuius rei memoriaeque publicae retinendae causa ab initio rerum Romanarum usque ad P. Mucium pontificem maximum res omnis singulorum annorum mandabat litteris pontifex maximus efferebatque in album et proponebat tabulam domi, potestas ut esset populo cognoscendi: ii qui etiam nunc annales maximi nominantur (commento in B.W. Frier, Libri Annales Pontificum Maximorum, cit., 286 ss., vedi anche G. D’Anna, La testimonianza di Cicerone sugli annales maximi, in Ciceroniana n.s. 7, 1990, 223 ss.).

Per le connessioni tra popolo e pontefici, vedi De dom. 136: Sed ut revertar ad ius publicum dedicandi, quod ipsi pontifices semper non solum ad suas caerimonias sed etiam ad populi iussa accommodaverunt ...

 

[124] F. Sini, Sua cuique civitati religio, cit., 229.

 

[125] Tra i molteplici esempi (dove segnalo l’utilizzo del verbo negare), vedi: Livius 39.5.9: Cum pontifices negassent ad religionem pertinere quanta impensa in ludos fieret; Columella, Res rust. 2.21: pontifices negant segetem feriis saepiri debere; Gellius, Noct. Att. 5.17.2: Pontifices decreverunt nullum his diebus sacrificium recte futurum.

 

[126] Il termine è qui utilizzato in senso negativo, come in De dom. 33.

 

[127] De dom. 121: Nihil loquor de pontificio iure, nihil de ipsius verbis dedicationis, nihil de religione, caerimoniis; non dissimulo me nescire ea quae, etiam si scirem, dissimularem, ne aliis molestus, vobis etiam curiosus viderer; etsi effluunt multa ex vestra disciplina quae etiam ad nostras aures saepe permanant.

Secondo C.A. Cannata, Per una storia della scienza giuridica europea, cit., 142, «il modello della giurisprudenza pontificale era noto e poteva essere seguito. I pontefici potevano essere consultati da chiunque, ed anche se non usavano fornire motivazioni dei loro responsi, fornivano sempre le soluzioni, ed un uomo colto ed accorto poteva ben farsi un’idea delle tecniche rapportando quelle soluzioni alle sue conoscenze del materiale normativo, negoziale e processuale».

 

[128] La definizione del termine è offerta, ad es., in D. 50.16.33 (Ulpianus libro vicensimo primo ad edictum): ‘Palam’ est coram pluribus.

 

[129] De dom. 138: Quae sunt adhuc me de iure dedicandi disputata non sunt quaesita ex occulto aliquo genere litterarum, sed sumpta de medio, ex rebus palam per magistratus actis ad collegiumque delatis [ex senatus consulto, ex lege]. Illa interiora iam vestra sunt, quid dici, quid praeiri, quid tangi, quid teneri ius fuerit.

 

[130] L. Vacca, La giurisprudenza nel sistema delle fonti del diritto romano, cit., 3.

 

[131] Sul cursus honorum e sulla vita dell’illustre personaggio: F. Münzer, v. Claudius 220, in Paulys Real-Encyclopädie der classischen Altertumswissenschaft, III.2, Stuttgart 1899, coll. 2738 ss.; T.R.S. Broughton, The Magistrates of the Roman Republic, I, cit., 233, 254 s., 258 s., 264, 268 s., 273 s., 277 ss., 287, 289 s.; G. Bonamente, v. Marcello, in Enciclopedia Virgiliana, III, Roma 1987, 362 ss. Per la sua raffigurazione in Livio, E.M. Carawan, The Tragic History of Marcellus and Livy’s Characterization, in The Classical Journal 80, 1984-1985, 131 ss.

 

[132] Livius 27.25.7-9: Marcellum aliae atque aliae obiectae animo religiones tenebant; in quibus quod, cum bello Gallico ad Clastidium aedem Honori et Virtuti vovisset, dedicatio eius a pontificibus impediebatur 8. quod negabant unam cellam amplius quam uni deo recte dedicari, quia si de caelo tacta aut prodigii aliquid in ea factum esset, 9. difficilis procuratio foret, quod utri deo res divina fieret sciri non posset; neque enim duobus nisi certis deis rite una hostia fieri. Riporta lo stesso episodio, come esempio di stretta osservanza dei culti religiosi, Valerius Maximus 1.1.8: Non mirum igitur, si pro eo imperio augendo custodiendoque pertinax deorum indulgentia semper excubuit, quo tam scrupulosa cura parvula quoque momenta religionis examinari videntur, quia numquam remotos ab exactissimo cultu caerimoniarum oculos habuisse nostra civitas existimanda est. In qua cum M. Marcellus quintum consulatum gerens templum Honori et Virtuti Clastidio prius, deinde Syracusis potitus nuncupatis debitum votis consecrare vellet, a collegio pontificum inpeditus est, negante unam cellam duobus diis recte dicari: futurum enim, si quid prodigii in ea accidisset, ne dinosceretur utri rem divinam fieri oporteret, nec duobus nisi certis diis una sacrificari solere. Ea pontificum admonitione effectum est ut Marcellus separatis aedibus Honoris ac Virtutis simulacra statueret, neque aut collegio pontificum auctoritas amplissimi viri aut Marcello adiectio inpensae inpedimento fuit quo minus religionibus suus tenor suaque observatio redderetur.

Sull’episodio, vedi F. Van Haeperen, Le collège pontifical, cit., 251, e L. Franchini, Aspetti giuridici del pontificato romano, cit., 187 ss.

 

[133] In materia, per tutti, Y. Berthelet, Le rôle des pontifes dans l’expiation des prodiges à Rome, sous la République: le cas des “procurations anonymes, in Cahiers «Mondes anciens» 2, 2011, (https://mondesanciens.revues.org/348 ).

 

[134] Livius 1.20.7 (testo supra alla nt. 107).

 

[135] Rinvengono nell’episodio la “tensione analitica”, caratteristica tipica dell’interpretazione pontificale, C. Giachi–V. Marotta, Diritto e giurisprudenza in Roma antica, Roma 2012, 55 s.: «La decomposta fantasia religiosa dei pontefici sarebbe, dunque, all’origine di quella spiccata tensione analitica riscontrabile perfino nelle opere dei più tardi giuristi di epoca repubblicana e alto-imperiale: anche dalla loro lettura emergerebbe una medesima attitudine, la capacità, cioè, di scomporre una realtà complessa nei suoi elementi più semplici».

 

[136] Per il cursus honorum del pontefice-giurista: W. Drumann, Geschichte Roms in seinem Übergange von der republikanischen zur monarchischen Verfassung oder Pompeius, Caesar, Cicero und ihre Zeitgenossen. IV: Junii-Pompeii, 2ª ed., Leipzig 1908-1910, 59 s. [rist., Hildesheim 1964, 69 s.]; T.R.S. Broughton, The Magistrates of the Roman Republic, I, cit., 268, 271, 278, 291, 301, 308, 381; J. Rüpke, Römische Priester in der Antike, cit., 148, nr. 2235. Sul personaggio, rimando per tutti a F. Sini, A quibus iura civibus praescribebantur. Ricerche sui giuristi del III secolo a.C., Torino 1995, 113 ss.

 

[137] Vedi T.R.S. Broughton, The Magistrates of the Roman Republic, I, cit., 272, 280, 287, 292, 300, 311, 323, 328, 334, 338, 341, 348.

 

[138] Livius 31.9.5-7: Cum dilectum consules haberent pararentque quae ad bellum opus essent, civitas religiosa in principiis maxime novorum bellorum, 6. supplicationibus habitis iam et obsecratione circa omnia pulvinaria facta, ne quid praetermitteretur quod aliquando factum esset, ludos Iovi donumque vovere consulem cui provincia Macedonia evenisset iussit. 7. Moram voto publico Licinius pontifex maximus attulit, qui negavit ex incerta pecunia voveri debere, quia ea pecunia non posset in bellum usui esse seponique statim deberet nec cum alia pecunia misceri: quod si factum esset, votum rite solvi non posse.

Per la vicenda: F. Sini, A quibus iura civibus praescribebantur, cit., 122 ss.; L. Franchini, A proposito del votum ex incerta pecunia del 200 a.C., in Archivio giuridico «F. Serafini» 221, 2001, 159 ss.; Id., Aspetti giuridici del pontificato romano, cit., 291 ss.; F. Van Haeperen, Le collège pontifical, cit., 248 ss.

 

[139] Macrobius, Sat. 1.16.25: Sed et Fabius Maximus Servilianus pontifex in libro duodecimo negat oportere atro die parentare, quia tunc quoque Ianum Iovemque praefari necesse est, quos nominari atro die non oportet.

 

[140] H. Peter, Historicorum Romanorum Fragmenta, Lipsiae 1883, 76 fr. 4; F.P. Bremer, Iurisprudentiae antehadrianae quae supersunt, I, cit., 28. Cfr., però, M. Bretone, Tecniche e ideologie dei giuristi romani, cit., 55, per il quale l’attribuzione di quest’opera a Q. Fabio Massimo Serviliano «dipende da un’ambigua notizia di Macrobio».

 

[141] Sulla vita e la carriera del personaggio: F. Münzer, v. Fabius 115, in Paulys Real-Encyclopädie der classischen Altertumswissenschaft, VI.2, Stuttgart 1909, coll. 1811 ss.; T.R.S. Broughton, The Magistrates of the Roman Republic, I, cit., 469, 474, 476, 477, 478, 480; J. Rüpke, Römische Priester in der Antike, cit., 103 s., nr. 1594; G.J. Szemler, The Priest of the Roman Republic. A study of Interactions Between Priesthoods and Magistracies, Bruxelles 1972, 120. Cfr. R.M. Kallet-Marx, Quintus Fabius Maximus and the Dyme Affair (Syll. 3 684), in The Classical Quarterly 45, 1995, 129 ss.

 

[142] In materia, da ultimo, F. Van Haeperen, Le collège pontifical, cit., 251, e L. Franchini, Aspetti giuridici del pontificato romano, cit., 234 ss.

 

[143] Macrobius, Sat. 1.16.9 s.: Adfirmabant autem sacerdotes pollui ferias si indictis conceptisque opus aliquod fieret. Praeterea regem sacrorum flaminesque non licebat videre feriis opus fieri et ideo per praeconem denuntiabant nequid tale ageretur, et praecepti neglegens multabatur. 10. Praeter multam vero adfirmabatur eum qui talibus diebus imprudens aliquid egisset porco piaculum dare debere. Prudentem expiare non posse Scaevola pontifex adseverabat, sed Umbro negat eum pollui qui opus vel ad deos pertinens sacrorumve causa fecisset, vel aliquid ad urgentem vitae utilitatem respiciens actitasset (Ph.E. Huschke, Iurisprudentiae anteiustinianae quae supersunt, cit., 15 fr. 11; F.P. Bremer, Iurisprudentiae antehadrianae quae supersunt, I, cit., 57 fr. 1b).

 

[144] Macrobius, Sat. 1.16.11: Scaevola denique consultus quid feriis agi liceret, respondit quod praetermissum noceret. Quapropter si bos in specum decidisset eumque pater familias adhibitis operis liberasset, non est visus ferias polluisse: nec ille qui trabem tecti fractam fulciendo ab imminenti vindicavit ruina.

 

[145] Ph.E. Huschke, Iurisprudentiae anteiustinianae quae supersunt, cit., 15 fr. 12, attribuisce a Scevola l’ultima frase di Macrobius, Sat. 1.16.11. Contra F.P. Bremer, Iurisprudentiae antehadrianae quae supersunt, I, cit., 57 fr. 2: «non Mucii, sed interpretis videntur esse».

 

[146] Vedi, ad esempio, A. Bellodi Ansaloni, Linee essenziali di storia della scienza giuridica, Sant’Arcangelo di Romagna 2014, 20: «Per molto tempo [...] i responsi non vengono motivati poiché appaiono come la manifestazione di una capacità superiore, oracolare, che in quanto tale non richiede spiegazione alcuna. Il prodotto di questa sapienza, il responso, è come profeticamente ‘intuito’ dal suo cultore ed è destinato ad essere applicato per l’autorevolezza della fonte da cui proviene».

 

[147] Livius 10.6.1-6; 10.9.1-2; vedi anche Ioannes Lydus, Mag. 1.45: κα πλιν δμος προεχειρσατο πντε μν οωνοσκπους τσσαρας δ εροφντας. (cfr. G. Rotondi, Leges publicae populi Romani, Milano 1912 [rist., Hildesheim 1962], 236).

Sul plebiscito, vedi, ad esempio: A. Bouché-Leclercq, Les pontifes de l’ancienne Rome, cit., 320 ss.; L.-R. Ménager, Les collèges sacerdotaux, les tribus et la formation primordiale de Rome, in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité 88, 1976, 459 ss.; F. DIppolito, Das ius Flavianum und die lex Ogulnia, cit.; Id., Giuristi e sapienti in Roma arcaica, cit., 3 ss., 71 ss.; K.-J. Hölkeskamp, Das plebiscitum Ogulnium de sacerdotibus. Überlegungen zu Authentizität und Interpretation der livianischen Überlieferung, in Rheinisches Museum für Philologie 11, 1988, 51 ss.; C.A. Cannata, Per una storia della scienza giuridica europea, cit., 139; J.A. Delgado Delgado, Criterios y procedimientos para la elección de los sacerdotes en la Roma republicana, in ’Ilu 4, 1999, 65 ss.; F. Vallocchia, Collegi sacerdotali ed assemblee popolari nella repubblica romana, cit., 35 ss.

 

[148] Tra coloro che hanno considerato la lex Ogulnia come un intervento legislativo avverso al cosiddetto monopolio pontificale della giurisprudenza, si deve ricordare P. de Francisci, Storia del diritto romano, I, Milano1943, 401. Vedi ancora in tal senso, tra i lavori più recenti, ad es., A. Bellodi Ansaloni, Linee essenziali di storia della scienza giuridica, cit., 25.

 

[149] F. D’Ippolito, Giuristi e sapienti in Roma arcaica, cit., 88: «Non si deve [...] dubitare del fatto che gli Ogulnii, immettendo nel collegio propri specialisti, tendevano ad orientare, in modo culturalmente diverso dal passato, la scienza del diritto».

Un esempio in tal senso è l’introduzione, nel III sec. a.C., del principio elettorale nella scelta dei sacerdoti con l’elezione comiziale del pontefice massimo (Livius 25.5.2-4); vedi in merito F. Vallocchia, Collegi sacerdotali ed assemblee popolari nella repubblica romana, cit., 21 ss.

 

[150] Nel suo discorso, al fine di ottenere il diritto di connubio, il tribuno della plebe Canuleio, si lamentava della preclusione ai plebei degli archivi pontificali: Obsecro vos, si non ad fastos, non ad commentarios pontificum admittimur, ne ea quidem scimus, quae omnes peregrini etiam sciunt, consules in locum regum successisse nec aut iuris aut maiestatis quicquam habere, quod non in regibus ante fuerit? (Livius 4.3.9).

Vedi, invece, F. D’Ippolito, Giuristi e sapienti in Roma arcaica, cit., 102, per il quale la riforma degli Ogulnii produsse «il ritorno all’ermetica sapienza dei pontefici», mentre «una cauta apertura si ha solo a partire da Tiberio Coruncanio».

 

[151] Sul pontefice-giurista, ad esempio: W. Kunkel, Die Römischen Juristen, cit., 7 s.; F. D’Ippolito, I giuristi e la città, cit., 27 ss. (già in Labeo 23, 1977, 131 ss.); R.A. Bauman, Lawyers in Roman Republican Politics, cit., 71 ss.; J.W. Cairns, Tiberius Coruncanius and the Spread of Knowledge about Law in Early Rome, in The Journal of Legal History 5, 1984, 129 ss.; C.A. Cannata, Tiberius Coruncanius, qui primus publice profiteri coepit. L’inizio dell’insegnamento pubblico del diritto, in Mélanges en l’honneur de J.-M. Grossen, Bâle-Francfort-sur-le-Main 1992, 485 ss. (ora in Id., Scritti scelti di diritto romano, II, a cura di L. Vacca, Torino 2012, 31 ss.); Id., Per una storia della scienza giuridica europea, cit., 145 ss.; F. Sini, A quibus iura civibus praescribebantur, cit., 81 ss.; Id., Sua cuique civitati religio, cit., 218 ss.; G. Viarengo, I giuristi arcaici: Tiberio Coruncanio, in Ius Antiquum - Drevnee Pravo 2(7), 2000, 73 ss. Sul cursus honorum, T.R.S. Broughton, The Magistrates of the Roman Republic, I, cit., 190 s., 210, 216, 218.

 

[152] D. 1.2.2.35 (Pomponius libro singulari enchiridii): et quidem ex omnibus, qui scientiam nancti sunt, ante Tiberium Coruncanium publice professum neminem traditur: ceteri autem ad hunc vel in latenti ius civile retinere cogitabant solumque consultatoribus vacare potius quam discere volentibus se praestabant; vedi anche 38: Post hos fuit Tiberius Coruncanius, ut dixi, qui primus profiteri coepit: cuius tamen scriptum nullum exstat, sed responsa complura et memorabilia eius fuerunt.

Tra gli studiosi che evidenziano il superamento da parte di Coruncanio della segretezza della giurisprudenza pontificale, vedi, ex multis: G. Nocera, “Iurisprudentia”, cit., 84, per cui Coruncanio svolse «una attività e un’opera (annales pontificum) aperte alla libera consultazione e alla elaborazione, di cultura e di respiro»; R.A. Bauman, Lawyers in Roman Republican Politics, cit., 76 s.; M. Bretone, Storia del diritto romano, 8a ed., Roma-Bari 2001, 112, per cui Coruncanio «pronunciò i suoi responsi in pubblico, spezzando la tradizionale segretezza del collegio» (cfr. la recensione alla 2a ed. di M. Talamanca, Pubblicazioni pervenute alla Redazione, in Bullettino dell’Istituto di Diritto Romano 91, 1988, 745 ss., il quale precisava che «Questo modo di pensare va, ovviamente, contro il buon senso, ché i responsa dei pontifices non potevano restar segreti, proprio perché erano diretti ad influenzare le parti, il iudex privatus, il magistrato», 764); L. Franchini, La nozione di «laicità» nella giurisprudenza romana, cit., 4 ss.; Id., Il diritto casistico, cit., § 4. Vedi anche A. Magdelain, «Jus respondendi», cit., 178 s. nt. 6 (= Id., Jus imperium auctoritas, cit., 148 nt. 149), il quale rifiuta l’idea di consultazioni pubbliche da parte di Coruncanio: «Publice profiteri, en réalité, à propos de Tib. Coruncanius, vise seulement la divulgation de la science juridique. Pomponius ne dit pas que Tib. Coruncanius se donna en spectacle comme les juristes de l’Empire. Il se borne à constater que ce pontife répandit dans le public une science restée jusque-là secrète, § 35 [...]. L’instrument de divulgation fut l’enseignement, mais il serait absurde de supposer qu’au IIIe siècle avant J.-C. un enseignement public ait pu exister à Rome. L’anachronisme serait assez violent et contredirait le caractère nettement aristocratique que conserva jusqu’au dernier siècle de la République la science du droit. Les auditores étaient des jeunes gens que les juristes avaient acceptés dans leur intimité». Dubbi sulla tradizione pomponiana sono stati sollevati, ad esempio, da: F. Schulz, Storia della giurisprudenza romana, cit., 27: «anche prima di Coruncanio i pontefici, all’occasione, debbono aver dato responsa in pubblico. Quanto poco Coruncanio segni una rottura può essere desunto dal fatto che non conosciamo nessun suo allievo importante» (vedi la lucida critica di C.A. Cannata, Tiberius Coruncanius, qui primus publice profiteri coepit, cit., spec. 488 ss. =Id., Scritti scelti di diritto romano, cit., spec. 31 ss.); E.L. Wheeler, Sapiens and Stratagems: The Neglected Meaning of a Cognomen, in Historia 37, 1988, 174 s.: «Tradition maintained that as the first plebeian pontifex maximus he first broke the priestly monopoly and secrecy about public responsa and public instruction in the law. [...] His initiation of public instruction in law is probably a myth».

 

[153] Cicero, De leg. 2.52: Placuit P. Scaevolae et Ti. Coruncanio pontificibus maximis itemque ceteris, eos qui tantundem caperent quantum omnes heredes sacris alligari; Plinius, Nat. hist. 8.206: Coruncanius ruminalis hostias donec bidentes fierent, puras negavit; Gellius, Noct. Att. 4.6.10: Tib. Coruncanio pontifici maximo feriae praecidaneae in atrum diem inauguratae sunt. Collegium decrevit non habendum religioni, quin eo die feriae praecidaneae essent (in materia rimando per tutti a F. Sini, A quibus iura civibus praescribebantur, cit., 85 ss.).

 

[154] Cfr.: F.A. Brause, Librorum de disciplina augurali ante Augusti mortem scriptorum reliquiae, Lipsiae 1875, 45 fr. 1; P. Regell, Fragmenta auguralia, Hirschberg 1882, 21 fr. 18.

 

[155] Così, T.R.S. Broughton, The Magistrates of the Roman Republic, II. 99 B.C. – 31 B.C., New York 1952 [rist., Chico, Ca. 1984], 233. Vedi, invece, J. Linderski, The Aedileship of Favonius, Curio the Younger and Cicero’s Election to the Augurate, in Harvard Studies in Classical Philology 76, 1972, 181 ss., il quale afferma «that Pompey and Hortensius may have nominated Cicero in the autumn of 53 at a contio convened by one of the consuls after the announcement of elections for 52; in that case the actual election would have been performed under Pompey’s presidency in March 52» (199).

 

[156] Ad es.: Cicero, Brut. 1; Philipp. II.4; Plutarchus, Cic. 36.1.

 

[157] Vedi, in materia, J. Linderski, The libri reconditi, in Harvard Studies in Classical Philology 89, 1985, 207 ss. (ivi fonti e bibliografia precedente).

 

[158] Servius Dan., Verg. Aen. 1.398: Multi tamen adserunt cycnos inter augurales aves non inveniri neque auguralibus commentariis eorum nomen inlatum, sed in libris reconditis lectum esse, posse quamlibet avem auspicium adtestari, maxime quia non poscatur (F.A. Brause, Librorum de disciplina augurali, cit., 35 fr. 18; P. Regell, Fragmenta auguralia, cit., 13 fr. 2); vedi anche 2.649: Sane de fulminibus hoc scriptum in reconditis invenitur quod si quem principem civitatis vel regem fulmen afflaverit, et supervixerit, posteros eius nobiles futuros et aeternae gloriae.

 

[159] P. Regell, De augurum publicorum libris. I, diss. Vratislaviae 1878, 34 ss., ascrisse i libri reconditi alla disciplina etrusca; in tal senso, ad es.: P. Catalano, Contributi allo studio del diritto augurale, cit., 80; F. Sini, Documenti sacerdotali di Roma antica, cit., 107, 119 nt. 20; O. Monno, Tracce di disciplina augurale nel commento di Servio ad ecl. 9,13, in Invigilata Lucernis 26, 2004, 207 s. e nt. 19. Cfr., però, J. Linderski, The libri reconditi, cit., 232 ss.

 

[160] Tesi prospettata da J. Marquardt, Le culte chez les Romains, II, trad. fr. di M. Brissaud, Paris 1890, 112, il quale, però, al contempo manifestava le proprie incertezze in merito: «Cicéron lui-même n’eut jamais connaissance de ces derniers et nous ne savons rien à leur sujet»; ma vedi il condivisibile appunto di G. Wissowa, ivi, a nt. 6: «L’expression libri reconditi n’est pas prise par Cicéron dans un sens technique».

 

[161] Sul punto, J. Linderski, The libri reconditi, cit., 208: «In the passage concerning the augurs Cicero contrasts the libri reconditi and the responsa of the augurs. But observe the curious way in which he mentions these books: he does not really say that the augurs possess them. He says only that should the augurs have any books of recondite character, he is not prying into them. This is revealing: the very existence of a secret book is a secret. It is not wise to inquire even into this preliminary matter, let alone into the content of such libri, should they exist». Vedi anche M. Albana, I luoghi della memoria a Roma in età repubblicana: templi e archivi, in Annali della Facoltà di Scienze della Formazione 3, 2004, 31: «È difficile stabilire se i testi degli Auguri fossero consultabili da parte dei non addetti ai lavori: Cicerone, che li classifica come reconditi, lascia supporre qualche restrizione. D’altra parte non dovevano essere molte le persone, eccetto gli stessi sacerdoti, o personale specializzato quali gli scribi, dotate della competenza necessaria per la consultazione degli archivi pubblici».

 

[162] Y. Berthelet, Légitimer les experts religieux, sous la République romaine, cit., 126, sottolinea come «Les livres auguraux, qualifiés à plusieurs reprises de “secrets” (reconditi), ne sont pas plus accessibles que les archives pontificales».

 

[163] J. Linderski, The libri reconditi, cit., 209 s.: «A Roman statesman could well ridicule Greek philosophy, but he would never ridicule in public the augural or pontifical discipline; quite on the contrary it was to his great advantage to be well versed in the sacral law, but at the same time he had to avoid giving the impression of having acquired his knowledge through unauthorized channels or leaks as we would call them today. Some information would inevitably come to the ears of the layman, but he should not seek it out. Curiosa mens was almost as pernicious as the curiosi oculi, of Clodius of course, which polluted the sacrificium occultum of Bona Dea».

 

[164] In tal senso, specialmente: F. Càssola, Livio, il tempio di Giove Feretrio e la inaccessibilità dei santuari in Roma, in Rivista storica italiana 82, 1970, 5 ss., spec. 24; Ph. Culham, Archives and Alternatives in Republican Rome, in Classical Philology 84, 1989, 112; D. Tamblè, Tablina, tabulae publicae, Tabularium: gli archivi dell’antica Roma, in Strenna dei Romanisti 62, Roma 2001, 562 ss. Cfr. A. Giovannini, Les livres auguraux, in La mémoire perdue, cit., 116 ss., per il quale le motivazioni della inacessibilità degli archivi del collegio degli auguri erano “essentiellement matérielles et pratiques”: l’elevato valore dei libri augurali, per cui questi dovevano «impérativement être préservés de la dégradation qu’aurait inévitablement entraînée une consultation par des mains inexpertes», e le difficoltà della loro esatta consultazione da parte di estranei al collegio (117).

 

[165] Plutarchus, Quaest. Rom. 99: Πτερον, ς νιοι λγουσι, βολονται μηδνα τ τν ερν πρρητα γιγνσκειν, ς οκ στιν ερες: κατειλημμνον ρκοις τν αγουρα μηδεν φρσειν τ τν ερων πολσαι τν ρκων ο θλουσιν διτην γενμενον. A cerimonie segrete degli auguri parrebbe alludere Lactantius, Div. Inst. 2.16.1: Eorum inventa sunt astrologia et haruspicina et auguratio et ipsa quae dicuntur oracula et necromantia et ars magica et quidquid praeterea malorum exercent homines vel palam vel occulte. Cfr. Augustinus Hipponensis, Serm. noviss. 26D (=198 auctus).41: Itaque inflatos vanis falsisque doctrinis ducit per nescio quae sacra sacrilega, promittens purgationem in templis, et per magicas consecrationes et detestanda secreta trahit ad mathematicos, ad sortilegos, ad augures, ad haruspices.

 

[166] A. Bouché-Leclercq, Histoire de la divination dans l’antiquité, IV. Divination italique (étrusque – latine – romaine), Paris 1882 [rist., New York 1975], 278 nt. 1, collega questo sacrificio alla inauguratio, di cui i Romani fecero «un secret d’État»; così anche K. Latte, Römische Religionsgeschichte, cit., 141, (ma vedi la critica di B. Gladigow, Condictio und Inauguratio. Ein Beitrag zur römischen Sakralverfassung, in Hermes 98, 1970, 370 nt. 5). P. Catalano, Contributi allo studio del diritto augurale, cit., 354 s., lo riconduce a generiche attività divinatorie, mentre, J. Linderski (The libri reconditi, cit., 221; The Augural Law, in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt II.16.3, Berlin-New York 1986, 2254 s.), associa la cerimonia all’augurium salutis, rito in cui si pronunciava il nome segreto di Roma e della sua divinità tutelare.

 

[167] Per questo uso del termine, vedi: Ovidius, Heroid. 12.79: Per triplicis vultus arcanaque sacra Dianae; Met. 10.436: regis adest coniunx arcanaque sacra frequentat; Tacitus, Germ. 18.2: ... arcana sacra ...(per quest’ultimo, H.W. Benario, Arcanus in Tacitus, in Rheinisches Museum für Philologie 106, 1963, 356 ss.).

Sui significati del termine, vedi la v. arcānus di Klotz, in Thesaurus Linguae Latinae, II, Lipsiae 1901, coll. 434 ss.

 

[168] Per il rapporto tra arca, arx e arcana, vedi Servius, Ad Aen. 1.262: Arcana secreta. Unde et arca et arx dictae, quasi res secretae; nel commento, si deve evidenziare l’utilizzo dell’avverbio quasi, che comporta soltanto una prossimità tra l’arce e le res secretae.

Sull’arx capitolina e il suo auguraculum, vedi, ad es.: G. Costa, L’«augurium salutis» e l’«auguraculum» capitolino, in Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma 38, 1910, 118 ss.; L. Richardson, Jr., Honos et Virtus and the Sacra Via, in American Journal of Archaeology 82, 1978, 240 ss.; F. Coarelli, La doppia tradizione sulla morte di Romolo e gli Auguracola dell’Arx e del Quirinale, in Gli Etruschi e Roma. Atti dell’incontro di studio in onore di M. Pallottino. Roma, 11-13 dicembre 1979, Roma 1981, 177 ss.; A. Ziolkowski, Between Geese and the Auguraculum: The Origin of the Cult of Juno on the Arx, in Classical Philology 88, 1993, 206 ss., spec. 213 ss.; D. Filippi, L’arx Capitolina e le primae Capitolinae arcis fores di Tacito (hist., III, 71): una proposta di lettura, in Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma 99, 1998, 73 ss.; F.P. Arata, Osservazioni sulla topografia sacra dell’Arx capitolina, in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité 122, 2010, 117 ss.; R. Fiori, La convocazione dei comizi centuriati: diritto costituzionale e diritto augurale, in Zeitschrift der Savigny-Stiftung für Rechtsgeschichte. Rom. Abt. 131, 2014, 60 ss., spec. 147 ss.

 

[169] Cicero, De off. 3.66. Vedi ancora, per gli auguri e l’Arx, ad es.: Varro, De ling. Lat. 5.47: ... augures ex Arce profecti solent inaugurare; 7.8: In terris dictum templum locus augurii aut auspicii causa quibusdam conceptis verbis finitus. Concipitur verbis non [h]isdem usque quaque; in arce sic ...

 

[170] Paulus Diaconus, Excerpt. de verb. sign., p. 17 L.: Auguraculum appellabant antiqui, quam nos arcem dicimus, quod ibi augures publice auspicarentur (P. Regell, Fragmenta auguralia, cit., 19).

 

[171] Procedura e formula dell’inauguratio di Numa Pompilio sono descritte in Livius 1.18.6-9. Quanto alla dottrina: J. Marquardt, Le culte chez les Romains, I, cit., 277 s.; I.M.J. Valeton, De inaugurationibus Romanis caerimoniarum et sacerdotum, in Mnemosyne 19, 1891, 405 ss.; Th. Mommsen, Le droit public romain, III, cit., 8 s., 37 ss.; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, cit., 490; F. Richter, v. Inauguratio, in Paulys Real-Encyclopädie der classischen Altertumswissenschaft, IX.2, Stuttgart 1916, coll. 1220 ss.; H.J. Rose, The inauguration of Numa, in The Journal of Roman Studies 13, 1923, 82 ss.; U. Coli, Regnum. IV. Aspetto religioso della regalità. Inaugurazione del re, in Studia et Documenta Historiae et Iuris 17, 1951, 79 ss. (ora in Id., Scritti di diritto romano, I, Milano 1973, 398 ss.); P. de Francisci, Primordia civitatis, cit., 390 s., 511 ss.; P. Catalano, Contributi allo studio del diritto augurale, cit., 211 ss., 396 ss., 414 ss., 422 ss., 504 s., 516 s.; K. Latte, Römische Religionsgeschichte, cit., 141, 403; A. Magdelain, Recherches sur l’«imperium». La loi curiate et les auspices d’investiture, Paris 1968, 39; Id., L’auguraculum de l’arx à Rome et dans d’autres villes, in Revue des Études Latines 47, 1969, 253 ss. (ora in Id., Jus imperium auctoritas, cit., 193 ss.), per cui l’arx è distinta dall’urbs in quanto costituisce «un espace augural autonome»; B. Gladigow, Condictio und Inauguratio, cit., 369 ss.; G. Nicosia, Lineamenti di storia della costituzione e del diritto di Roma, I, cit., 56 ss.; G. Dumézil, La religion romaine archaïque, cit., 586 s.; P.M. Martin, L’idée de royauté à Rome. De la Rome royale au consensus républicain, I, Clermond-Ferrand 1982, 47 s.; R. Turcan, Rome et ses dieux, Paris 1998, 130 ss.; J. Vaahtera, Roman Augural Lore in Greek Historiography. A Study of the Theory and Terminology, Stuttgart 2001, 112 ss.; J. Linderski, The Augural Law, cit., 2215 ss., 2256 ss.; F. Van Haeperen, Le collège pontifical, cit., 304 ss.; J. Delgado Delgado, Extensión y efecto del rito augural de la inauguratio sacerdotum, in ’Ilu 14, 2009, 83 ss.; Y. Berthelet, Gouverner avec les dieux, cit., 121 ss., 183 s. Cfr. F. Blaive, De la designatio à l’inauguratio: Observations sur le processus de choix du rex Romanorum, in Revue Internationale des Droits de l’Antiquité 45, 1998, 63 ss., contro la storicità della inauguratio del re in età regia.

 

[172] In materia: G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, cit., 512 e nt. 3, 515 s. nt. 11; G. Rohde, Die Kultsatzungen der römischen Pontifices, Berlin 1936, 81; A.K. Michels, The “Calendar of Numa” and the Pre-Julian Calendar, cit., 323 s.; P. de Francisci, Primordia civitatis, cit., 450; P. Catalano, Contributi allo studio del diritto augurale, cit., 370 s.; C.M.A. Rinolfi, Plebe, pontefice massimo, tribuni della plebe: a proposito di Liv. 3.54.5-14, in Diritto@Storia 5, 2006 (http://www.dirittoestoria.it/5/Memorie/Rinolfi-Plebe-pontefice-massimo-tribuni-della-plebe.htm ), § 3 b); E. Bianchi, Il rex sacrorum a Roma e nell’Italia antica, Milano 2010, 197 s.; F. Marcattili, Moles Martis, il turpe sepulcrum di Tarpea e la Luna dell’Arx, in Bullettino della Commissione Archeologica Comunale di Roma 112, 2011, 20 s.

 

[173] Varro, De ling. Lat. 6.28: Eodem die [enim] in Urbem ab agris ad regem conveniebat populus. Harum in Arce, quod rerum vestigia apparent in sacris Nonalibus in Arce, quod tunc ferias primas menstruas, quae futurae sint eo mense, rex edicit populo.

 

[174] Sui libri sibillini e sui loro sacerdoti (il cui numero aumentò nel corso del tempo), vedi ex multis: A. Bouché-Leclercq, Histoire de la divination dans l’antiquité, IV, cit., 286 ss.; E. Hoffmann, Die tarquinischen Sibyllen-Bücher, in Rheinisches Museum für Philologie 50, 1895, 90 ss.; A.A. Boyce, The Development of the Decemviri Sacris Faciundis, in Transactions of the American Philological Association 69, 1938, 161 ss.; R. Bloch, La divination romaine et les livres sibyllins, in Revue des Études Latines 40, 1962, 118 ss.; C. Santi, I Libri Sibyllini e i decemviri sacris faciundis, Roma 1985; Ead., I viri sacris faciundis tra concordia ordinum e pax deorum, in Gli operatori cultuali. Atti del II Incontro di studio organizzato dal “Gruppo di contatto per lo studio delle religioni mediterranee”. Roma, 10-11 maggio 2005, a cura di M. Rocchi, P. Xella, J.-Á. Zamora (= Studi epigrafici e linguistici sul Vicino Oriente 23), Verona 2006, 171 ss.; H.W. Parke, Sibyls and Sibylline Prophecy in Classical Antiquity, a cura di B.C. McGing, London-New York 1988, 190 ss.; E.M. Orlin, Temples, Religion, and Politics in the Roman Republic, Leiden 1997 [rist., Boston – Leiden 2002], 76 ss.; L. Breglia Pulci Doria, Libri Sybillini e dominio di Roma, in Sibille e linguaggi oracolari. Mito Storia Tradizione. Atti del convegno internazionale di studi, Macerata-Norcia 20-24 Settembre 1994, a cura di I. Chirassi Colombo, Macerata 1998, 277 ss.; J. Scheid, Les Livres Sibyllins et les archives des quindécemvirs, G. Liberman, Les documents sacerdotaux du collège sacris faciundis, in La mémoire perdue, cit., rispett. a 11 ss. e 65 ss.; T. Mazurek, The decemviri sacris faciundis: Supplication and Prediction, in Augusto augurio. Rerum humanarum et divinarum commentationes in honorem J. Linderski, a cura di C.F. Konrad, Stuttgart 2004, 151 ss.; M. Monaca, La Sibilla a Roma. I Libri Sibillini fra religione e politica, Cosenza 2005; A. Gillmeister, The Role of the Viri Sacris Faciundis College in Roman Public Religion, in Society and Religions. Studies in Greek and Roman History 2, Toruń 2007, 57 ss.; Id., Sibyl in Republican Rome – literary construction or ritual reality?, in Society and Religions. Studies in Greek and Roman History, 3, Toruń 2010, 9 ss.; Id., The Sibylline Books – Social Drama in Action and Civic Religion in Ancient Rome, in Mantic Perspectives: Oracles, Prophecy and Performance, a cura di K. Bielawski, Gardzienice-Lublin-Warszawa 2015, 177 ss.; J. Keskiaho, Re-visiting the Libri Sibyllini: Some Remarks on Their Nature in Roman Legend and Experience, in Studies in Ancient Oracles and Divination, a cura di M. Kajava, Roma 2013, 145 ss. Cfr. anche P. Garuti, Storie di re, di libri e di fuoco. Ger 36 e la leggenda dei libri sibillini, in Revue biblique 120, 2013, 240 ss. Cfr. J. Poucet, Les Tarquins, les Livres Sibyllins et la Sibylle de Cumes: entre la Tradition, Histoire et Imaginaire, in Folia Electronica Classica 16.1, 2008 (http://bcs.fltr.ucl.ac.be/FE/16/TM16.html ).

 

[175] Come ha sottolineano C. Santi, I Libri Sibyllini e i decemviri sacris faciundis, cit., 25, i libri Sibyllini «devono restare “arcani”, nella doppia valenza di chiusi in un’arca e segreti». Così anche J. Linderski, The libri reconditi, cit., 211: «the libri Sibyllini were the libri reconditi in the full sense of the word, although this term was never used with respect to them».

 

[176] Lactantius, Div. Inst.. 1.6.13: Harum omnium Sibyllarum carmina et feruntur et habentur, praeterquam Cymaeae, cuius libri a Romanis occultantur nec eos ab ullo nisi a quindecimviris inspici fas habent. Cfr. Cicero, De leg. 2.30: ... ad interpretanda alii praedicta vatium neque multorum, ne esset infinitum, neque ut ea ipsa, quae suscepta publice essent, quisquam extra conlegium nosset.

 

[177] Lucanus, Bell. Civ. 1.599.

 

[178] Dionysius Halicarnassensis 4.62.5: μετ δ τν κβολν τν βασιλων πλις ναλαβοσα τν τν χρησμν προστασαν νδρας τε τος πιφανεσττους ποδεκνυσιν ατν φλακας, ο δι βου τατην χουσι τν πιμλειαν στρατειν φειμνοι κα τν λλων τν κατ πλιν πραγματειν, κα δημοσους ατος παρακαθστησιν, ν χωρς οκ πιτρπει τς πισκψεις τν χρησμν τος νδρσι ποιεσθαι. συνελντι δεπεν οδν οτω ωμαοι φυλττουσιν οθσιον κτμα οθερν ς τ Σιβλλεια θσφατα. χρνται δατος, ταν βουλ ψηφσηται, στσεως καταλαβοσης τν πλιν δυστυχας τινς μεγλης συμπεσοσης κατ πλεμον τερτων τινν κα φαντασμτων μεγλων κα δυσευρτων ατος φανντων, οα πολλκις συνβη. οτοι διμειναν ο χρησμο μχρι το Μαρσικο κληθντος πολμου κεμενοι κατ γς ν τ να το Καπιτωλνου Δις ν λιθν λρνακι, πνδρν δκα φυλαττμενοι.

 

[179] Sull’epiteto Optimus Maximus, rimando per tutti a G. Radke, Iuppiter Optimus Maximus: dieu libre de toute servitude, in Revue Historique de Droit français et étranger 64, 1986, 1 ss. In generale, per gli appellativi di Giove vedi O. Thulin, v. Iuppiter, in Paulys Real-Encyclopädie der classischen Altertumswissenschaft, X.2, Stuttgart 1917, coll. 1126 ss., e in part. coll. 1142-1144.

 

[180] L’importanza del dio emerge soprattutto in Cicero, Pro Rosc. Am. 131: ... etenim si Iuppiter Optimus Maximus, cuius nutu et arbitrio caelum, terra mariaque reguntur ...

Tra gli studiosi che hanno posto in risalto il ruolo politico di Iuppiter Optimus Maximus, vedi specialmente: G. Dumézil, La religion romaine archaïque, 2ª ed., Paris 1974, 201: «Jupiter O. M. a été naturellement associé à la mission de puissance et de conquête que Rome se découvrait»; R. Del Ponte, La religione dei Romani, cit., 135: «la figura maestosa di Giove Ottimo Massimo appartiene solo allo Stato. Iuppiter e res publica si protendono entrambi verso l’avvenire, che molti prodigi rivelano foriero di grandezza. Al centro di tutto, il tempio capitolino, nato sacralmente in contemporanea alle nuove magistrature statuali. Finché questo esisterà, esisterà anche lo Stato»; C. Santi, Iuppiter nella religione civica di Roma arcaica, in Chaos e Kosmos 15, 2014, 3 (http://www.chaosekosmos.it/pdf/2014_08.pdf ), per cui Iuppiter Optimus Maximus era «la rappresentazione religiosa dell’idea di res publica». Vedi ancora, per le prospettive ideologiche connesse a Giove: C. Koch, Der römische Juppiter, 2ª ed., Frankfurt am Main 1937 [rist., Darmstadt 1968, ora in trad. it. di L. Arcella: Giove Romano, Roma 1986]; J.R. Fears, The Cult of Jupiter and Roman Imperial Ideology, in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt II.17.1, Berlin-New York 1981, 3 ss.; C.M.A. Rinolfi, Plebe, pontefice massimo, tribuni della plebe, cit., § 3 c.

 

[181] Per l’episodio di Atilio vedi anche Dionysius Halicarnassensis 4.62.4: ... Ταρκνιος δ τν στν νδρας πιφανες δο προχειρισμενος κα δημοσους ατος θερποντας δο παραζεξας κενοις πδωκε τν τν βιβλων φυλακν, ν τν τερον Μρκον τλιον δικεν τι δξαντα περ τν πστιν καταμηνυθντα φ’ νς τν δημοσων, ς πατροκτνον ες σκν νρψας βειον ρριψεν ες τ πλαγος. Con alcune varianti, Zonaras 7.11.4. Sulla vicenda, ad es.: M. Monaca, La Sibilla a Roma, cit., 71 s.; A. Gillmeister, Sibyl in Republican Rome – literary construction or ritual reality?, cit., 16 s.

 

[182] Per le problematiche inerenti alla poena culleis, vedi da ultimo, D. Di Ottavio, Octo genera poenarum (a margine di August., civ. Dei 21.11 e Isid., etym. 5.27.1 ss.), in Annali del Seminario Giuridico dell’Università di Palermo 57, 2014, 321 ss., spec. 336; P. Biavaschi, L’ambiguo destino della poena cullei tra sopravvivenza e innovazione, in Ravenna Capitale, Codice Teodosiano e tradizioni giuridiche in Occidente. La terra, strumento di arricchimento e sopravvivenza, Santarcangelo di Romagna 2016, 169 ss., spec. 170 (fonti e bibliografia ivi).

 

[183] C. Santi, I Libri Sibyllini e i decemviri sacris faciundis, cit., 28, sottolinea come, in relazione all’episodio in esame, «in ogni versione manca qualsiasi accenno ad una eventuale consultazione dei libri Sibyllini in età regia da parte dei duumviri, consultazione che – in epoca repubblicana – costituisce l’unico compito –oltre a quello di custodia – affidato ai decemviri».

 

[184] Come evidenzia F. Gnoli, v. Sacrilegio. a) Diritto romano, in Enciclopedia del diritto, XLI, Milano 1989, 212, il riferimento di Valerio Massimo a un illecito religioso si può spiegare attraverso «la necessità di escludere dalla civitas i responsabili di atti tali da poter provocare l’ira deorum contro la comunità nazionale».

 

[185] Questa caratteristica si coglie nella ben nota asserzione ciceroniana: Sua cuique civitati religio, Laeli, est, nostra nobis (Pro Flac. 69). Intorno a questa religione, rimando a J. Scheid, Numa et Jupiter ou les dieux citoyens de Rome, in Archives de Sciences sociales des Religions 59.1, 1985, 41 ss. Vedi anche, ad esempio, F. Pina Polo, Consuls as curatores pacis deorum, in Consuls and res publica. Holding High Office in the Roman Republic, a cura di H. Beck, A. Duplá, M. Jehne, F. Pina Polo, Cambridge 2011, 97; C. Santi, Iuppiter nella religione civica di Roma arcaica, cit., 1 ss. Per il “carattere collettivo” della religione antica, J. Rüpke, La religione dei Romani, cit., 14 ss.

 

[186] Utilizzo qui la locuzione di Livius 31.9.5 (testo in nt. 138). Cfr. Festus, De verb. sign., p. 366 L.: Religiosi dicuntur, qui faciendarum praetermittendarumque rerum divinarum secundum morem civitatis dilectum habent, nec se superstitionibus inplicant.

 

[187] Vedi C.M.A. Rinolfi, Servi e religio, in Diritto@Storia 9, 2010 (http://www.dirittoestoria.it/9/Tradizione-Romana/Rinolfi-Servi-religio.htm ).

 

[188] S. Savage, Remotum a Notitia Vulgari, in Transactions and Proceedings of the American Philological Association 76, 1945, 157: «In the religion of Rome, there was always a small terra incognita which only privileged priests might explore».

 

[189] Vedi in materia A. Brelich, Osservazioni sulle “esclusioni rituali, in Studi e Materiali di Storia delle Religioni 22, 1949-1950, 1 ss.

 

[190] Macrobius, Sat. 1.12.28: Unde et mulieres in Italia sacro Herculis non licet interesse, quod Herculi cum boves Geryonis per agros Italiae duceret, sitienti respondit mulier aquam se non posse praestare, quod feminarum deae celebraretur dies, nec ex eo apparatu viris gustare fas esset. Propter quod Hercules facturus sacrum detestatus est praesentiam feminarum, et Potitio ac Pinario sacrorum custodibus iussit ne mulierem interesse permitterent. Cfr. Gellius, Noct. Att. 11.6.1-2, per cui le donne non potevano giurare in nome di Ercole: In veteribus scriptis neque mulieres Romanae per Herculem deiurant neque viri per Castorem. 2. Sed cur illae non iuraverint Herculem, non obscurum est, nam Herculaneo sacrificio abstinent.

Per la cerimonia, celebrata dai Potizi e dai Pinari fino alla sua trasformazione in culto pubblico, nel 312 a.C., durante la censura di Appio Claudio Cieco, vedi, ad esempio: L.G. Gyraldus, Historiae Deorum Gentilium, Basileae 1548, 660 s.; A. De Marchi, Il Culto Privato di Roma antica. II. La religione gentilizia e collegiale, Milano 1906 [rist., Forlì 2004], 16 ss.; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, cit., 274 s.; J. Bayet, Les origines de l’Hercule romain, Paris 1926, 248 ss.; F. Sbordone, Il ciclo italico di Eracle, in Athenaeum 19, 1941, 149 ss.; G. De Sanctis, Storia dei Romani. IV. La fondazione dell’impero. II. Vita e pensiero nell’età delle grandi conquiste, Firenze1953 [rist., 1963], 255 s.; K. Latte, Römische Religionsgeschichte, cit., 213 s.; R.E.A. Palmer, The Censors of 312 B.C. and the State Religion, in Historia 14, 1965, 293 ss.; A. Alföldi, Die Struktur des voretruskischen Römerstaates, Heidelberg 1974, 148 ss.; D. Sabbatucci, Lo stato come conquista culturale. Ricerca sulla Religione Romana, Roma 1975, 190 ss.; N. Rouland, A propos des servi publici populi Romani, in Chiron 7, 1977, 270 ss.; G. Dumézil, La religion romaine archaïque, cit., 434 ss.; W. Eder, Servitus publica. Untersuchungen zur Entstehung, Entwicklung und Funktion der öffentlichen Sklaverei in Rom, Wiesbaden 1980, 39 ss.; B. Biondo, I Potizi, i Pinari e la statizzazione del culto di Ercole, in Ricerche sulla organizzazione gentilizia romana, a cura di G. Franciosi, II, Napoli 1988, 189 ss.; M.A. Levi, Ercole e Roma, Roma 1997, 40 s., 49 s., 54 s., 68; C.E. Schultz, Modern Prejudice and Ancient Praxis: Female Worship of Hercules at Rome, in Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik 133, 2000, 291 ss. A. Marzano, Hercules and the triumphal feast for the Roman people, in Transforming historical landscapes in the Ancient Empires. Proceedings of the first workshop, December 16-19th 2007, a cura di B. Antela-Bernárdez, T. Ñaco del Hoyo, Oxford 2009, 83 ss., spec. 89 s.; C.M. MacDonough, Women at the Ara Maxima in the Fourth Century A.D.?, in The Classical Quarterly 54, 2004, 655 ss. Per la esclusione delle donne da alcuni riti, vedi, ad esempio: O. de Cazanove, Exesto: L’incapacité sacrificielle des femmes à Rome (à propos de Plutarque Quaest. Rom. 85), in Phoenix 41, 1987, 159 ss.

 

[191] Su questa divinità e sul suo culto, ad esempio: Cicero, De dom. 105: Quem umquam audisti maiorum tuorum, qui et sacra privata coluerunt et publicis sacerdotiis praefuerunt, cum sacrificium Bonae Deae fieret interfuisse? Neminem, ne illum quidem qui caecus est factus; Plutarchus, Caes. 9.6-8: νδρα δ προσελθεν ο θμις οδ’ π τς οκας γενσθαι τν ερν ργιαζομνων, ατα δ καθ’ αυτς α γυνακες πολλ τος ρφικος μολογοντα δρν λγονται περ τν ερουργαν. 7. ταν ον τς ορτς καθκ χρνος, πατεοντος στρατηγοντος νδρς, ατς μν ξσταται κα πν τ ρρεν, δ γυν τν οκαν παραλαβοσα διακοσμε. 8. Κα τ μγιστα νκτωρ τελεται, παιδις ναμεμειγμνης τας παννυχσι, κα μουσικς μα πολλς παροσης; Cic. 19.4 s.: ... κα προπεμφθες παρλθεν ες οκαν φλου γειτνιντος, πε τν κενου γυνακες κατεχον ερος πορρτοις ργιζουσαι θεν, ν ωμαοι μν γαθν, λληνες δ Γυναικεαν νομζουσι. 5. Θεται δ’ ατ κατ’ νιαυτν ν τ οκίᾳ το πτου δι γυναικς μητρς ατο, τν στιδων παρθνων παρουσν; vedi ancora Quaest. Rom. 20.

In materia, ex multis: J. Marquardt, Le culte chez les Romains, II, cit., 32 ss.; C. Bailey, The religion of ancient Rome, London 1911, 25 s.; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, cit., 216 ss.; F. Cumont, La Bona Dea et ses serpents, in Mélanges d’archéologie et histoire 49, 1932, 1 ss.; N. Turchi, La religione di Roma antica, cit., 88 s.; K. Latte, Römische Religionsgeschichte, cit., 228 ss.; J. Gagé, Matronalia. Essai sur les dévotions et les organisations cultuelles des femmes dans l’ancienne Rome, Bruxelles 1963, 137 ss.; G. Piccaluga, Bona Dea. Due contributi all’interpretazione del suo culto, in Studi e Materiali di Storia delle Religioni 35, 1964, 195 ss.; M. Cébeillac, Octavia, épouse de Gamala, et la Bona Dea, in Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité 85, 1973, 517 ss., spec. 530 ss.; L. Herrmann, Ovide, la Bona Dea et Livie, in L’antiquité classique 44, 1975, 126 ss.; H.H.J. Brouwer, Bona Dea: the sources and a description of the cult, Leiden 1989; H.S. Versnel, The Festival for Bona Dea and he Thesmophoria, in Greece & Rome 39, 1992, 31 ss.; N. Böels-Janssen, La vie religieuse de matrones dans la Rome archaïque, Rome 1993, 429 ss.; R. Del Ponte, Dei e Miti Italici. Archetipi e forme della sacralità romano-italica, 3ª ed., Genova 1998, 164 ss.; A. Stables, From Good Goddess to Vestal Virgins. Sex and category in Roman religion, London-New York 1998, 13 ss.; F. Marcattili, Bona Dea, Θες γυναικεα, in Archeologia classica 61, 2010, 7 ss. (cfr. anche Id., Tra Venere, Bona Dea e Cupra. Note a margine della lamina di Fossato di Vico, in Forme e strutture della religione nell’Italia mediana antica. III Convegno internazionale dell’Istituto di Ricerche e Documentazione sugli Antichi Umbri, Perugia 21-25 settembre 2011, a cura di A. Ancillotti, A. Calderini, R. Massarelli, Roma 2016, 469 ss.); A. Mastrocinque, Religione e politica: il caso di Bona Dea, in Politiche religiose nel mondo antico e tardoantico. Poteri e indirizzi, forme del controllo, idee e prassi di tolleranza. Atti del Convegno internazionale di studi, Firenze, 24-26 settembre 2009, a cura di G.A. Cecconi, C. Gabrielli, Bari 2011, 165 ss.; M. Arnhold, Male Worshippers and the Cult of Bona Dea, in Religion in the Roman Empire 1.1, 2015, 51 ss.; F. Gatto, Las sacerdotisas de Bona Dea: condición social y aspectos organizativos del culto, in Estudo de Arqueoloxía, Prehistoria e Historia Antiga: achegas dos novos investigadores, a cura di R. Cordeiro Macenlle, A. Vázquez Martínez, Santiago de Compostela 2016, 287 ss.

 

[192] In età ciceroniana, il culto della Bona Dea fu oggetto di un celebre scandalo, che ebbe strascichi religiosi, politici e giudiziari. Nella notte del 3 dicembre del 62 a.C., Publio Clodio Pulcro, travestito da donna, violò le celebrazioni in onore della divinità commettendo adulterio con Pompea, la moglie di Cesare, nella casa di quest’ultimo; l’atto compiuto dal tribuno fu dichiarato nefas da una commissione composta da pontefici e vestali, a cui il senato aveva sottoposto la questione: Cicero, Ad Att. 1.13.3: Credo enim te audisse, cum apud Caesarem pro populo fieret, venisse eo muliebri vestitu virum, idque sacrificium cum virgines instaurassent, mentionem a Q. Cornificio in senatu factam (is fuit princeps, ne tu forte aliquem nostrum putes); postea rem ex senatus consulto ad virgines atque ad pontifices relatam idque ab iis nefas esse decretum; deinde ex senatus consulto consules rogationem promulgasse; uxori Caesarem nuntium remisisse. In hac causa Piso amicitia P. Clodi ductus operam dat ut ea rogatio quam ipse fert, et fert ex senatus consulto et de religione, antiquetur. Messalla vehementer adhuc agit <et> severe. Boni viri precibus Clodi removentur a causa, operae comparantur. Vedi ancora, ad es., Cicero, De har. resp. 37: Quod quidem sacrificium nemo ante P. Clodium omni memoria violavit, nemo umquam adiit, nemo neglexit, nemo vir aspicere non horruit, quod fit per virgines Vestales, fit pro populo Romano, fit in ea domo quae est in imperio, fit incredibili caerimonia, fit ei deae cuius ne nomen quidem viros scire fas est, quam iste idcirco Bonam dicit quod in tanto sibi scelere ignoverit; 44: P. Clodius a crocota, a mitra, a muliebribus soleis purpureisque fasceolis, a strophio, a psalterio, <a> flagitio, a stupro est factus repente popularis. Nisi eum mulieres exornatum ita deprendissent, nisi ex eo loco quo eum adire fas non fuerat ancillarum beneficio emissus esset, populari homine populus Romanus, res publica cive tali careret; Seneca phil., Ad Luc. 97.2: Credat aliquis pecuniam esse versatam in eo iudicio, in quo reus erat P. Clodius ob id adulterium, quod cum Caesaris uxore in operto commiserat violatis religionibus eius sacrificii, quod pro populo fieri dicitur sic summotis extra consaeptum omnibus viris, ut picturae quoque masculorum animalium contegantur? Atqui dati iudicibus nummi sunt et, quod hac etiamnunc pactione turpius est, stupra insuper matronarum et adulescentulorum nobilium stilari loco exacta sunt.

Sul tema, ad es.: J.P.V.D. Balsdon, Fabula Clodiana, in Historia 15, 1966, 65 ss.; W.M.F. Rundell, Cicero and Clodius, cit., 303 ss.; D.F. Epstein, Cicero’s Testimony and the Bona Dea Trial, in Classical Philology 81, 1986, 229 ss.; P. Moreau, Clodiana Religio. Un procès politique en 61 av. J.-C., Paris 1982; D. Mulroy, The Early Career of P. Clodius Pulcher, cit., 165 ss.; H.H.J. Brouwer, Bona Dea, cit., 363 ss.; W.J. Tatum, Cicero and the Bona Dea scandal, in Classical Philology 85, 1990, 202 ss.; J. Spielvogel, P. Clodius Pulcher, cit., 58 ss.; E. Winsor Leach, Gendering Clodius, cit., 335 ss.; F. Van Haeperen, Le collège pontifical, cit., 243 s.; J. Lennon, Pollution and ritual impurity in Cicero’s De domo sua, cit., 432 ss.

 

[193] Paulus Diaconus, Excerpt. de verb. sign., p. 72 L.: Exesto, extra esto. Sic enim lictor in quibusdam sacris clamitabat: hostis, vinctus, mulier, virgo exesto; scilicet interesse prohibebatur. Per le questioni sorte in letteratura intorno identificazione di tali sacra, rimando a F. Sini, Bellum nefandum, cit., 149 nt. 8.

 

[194] Su Ops e sulla sua cerimonia, vedi, ad esempio: A. Bouché-Leclercq, Les pontifes de l’ancienne Rome, cit., 280; E. Aust, Die Religion der Römer, cit., 186; W. Warde Fowler, The Roman Festivals of the Period of the Republic. An Introduction to the Study of the Religion of the Romans, London 1899, 213 s.; C. Bailey, The religion of ancient Rome, cit., 67 s.; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, cit., 203 s., 338; K. Latte, Römische Religionsgeschichte, cit., 72, 110; G. Dumézil, Idées romaines, Paris 1969, 289 ss.; P. Pouthier, Ops et la conception divine de l’abondance dans la religion romaine jusqu’à la mort d’Auguste, Rome 1981; F. Van Haeperen, Le collège pontifical, cit., 353 ss.

 

[195] Varro, De ling. Lat. 5.64: Terra Ops, quod hic omne opus et hac opus ad vivendum, et ideo dicitur Ops mater, quod terra mater.

Sulla dea vedi ancora, ad esempio: Macrobius, Sat. 1.10.18-20: 18 Ex his ergo omnibus colligi potest et uno die Saturnalia fuisse et non nisi quarto decimo kalendarum Ianuariarum celebrata. Quo solo die apud aedem Saturni convivio dissoluto Saturnalia clamitabantur, qui dies nunc Opalibus inter Saturnalia deputatur, cum primum Saturno pariter et Opi fuerit adscriptus. 19. Hanc autem deam Opem Saturni coniugem crediderunt, et ideo hoc mense Saturnalia itemque Opalia celebrari, quod Saturnus eiusque uxor tam frugum quam fructuum repertores esse credantur. Itaque omni iam fetu agrorum coacto ab hominibus hos deos coli quasi vitae cultioris auctores. 20. Quos etiam non nullis caelum ac terram esse persuasum est Saturnumque a satu dictum cuius causa de caelo est, et terram Opem cuius ope humanae vitae alimenta quaeruntur, vel ab opere, per quod fructus frugesque nascuntur. 21. Huic deae sedentes vota concipiunt terramque de industria tangunt, demonstrantes ipsam matrem terram esse mortalibus adpetendam. 22. Philochorus Saturno et Opi primum in Attica statuisse aram Cecropem dicit, eosque deos pro Iove terraque coluisse, instituisseque ut patres familiarum et frugibus et fructibus iam coactis passim cum servis vescerentur, cum quibus patientiam laboris in colendo rure toleraverant. Cfr. anche Paulus Diaconus, Excerpt. de verb. sign., p. 203 L.: Opis dicta est coniunx Saturni, per quam voluerunt terram significare, quia omnes opes humano generi terra tribuit; unde et opulenti terrestribus rebus copiosi, et hostiae opimae praecipue pingues, et opima magnifica et ampla spolia.

 

[196] Sui sacraria: D. 1.8.9.2 (Ulpianus libro sexagensimo octavo ad edictum): Illud notandum est aliud esse sacrum locum, aliud sacrarium. sacer locus est locus consecratus, sacrarium est locus, in quo sacra reponuntur, quod etiam in aedificio privato esse potest, et solent, qui liberare eum locum religione volunt, sacra inde evocare; Servius, Ad Aen. 12.99: sacrarium proprie est locus in templo, in quo sacra reponuntur, sicut donarium est, ubi ponuntur oblata, sicut lectisternia dicuntur, ubi homines in templo sedere consueverunt.

Per questi luoghi di culto, vedi, ad esempio: M. Van Doren, Les sacraria une catégorie méconnue d’édifices sacrés chez les Romains, in L’antiquité classique 27, 1958, 31 ss.; Å. Fridh, Sacellum, Sacrarium, Fanum, and Related Terms, in Greek and Latin Studies in memory of C. Fabricius, Göteborg 1990, 173 ss.; A. Dubourdieu–J. Scheid, Lieux de culte, lieux sacrés: les usages de la langue. L’Italie romaine, in Lieux sacrés, lieux de culte, sanctuaires. Approches terminologiques, méthodologiques, historiques et monographiques, Rome 2000, 59 ss., spec.75 ss.

 

[197] Varro, De ling. Lat. 6.21: Opiconsivia dies ab dea Ope Consiva, cuius in Regia sacrarium, quod adeo augustum, ut eo praeter virgines Vestales et sacerdotem publicum introeat nemo (riporto qui l’edizione di P. Flobert, in Varron, La langue Latine, VI, Paris 1985, 13).

 

[198] La lacuna presente in Varro, De ling. Lat. 6.21, dopo il termine quod, talvolta, è stata colmata dagli editori con artum o con angustum, così, ad esempio, R.G. Kent, in Varro, On the Latin Language, I, Massachussetts-London 1938, rist. 1977, 192 s.: Opeconsiva dies ab dea Ope Consiva, cuius in Regia sacrarium, quod adeo artum, ut eo praeter virgines Vestales et sacerdotem publicum introeat nemo; ma vedi le considerazioni di P. Flobert, in Varron, La langue Latine, cit., 92 nt. 2.

 

[199] Vedi, ad esempio, G. Dumézil, Idées romaines, cit., 295; Id., La religion romaine archaïque, cit., 169, 185; P. Pouthier, Ops et la conception divine de l’abondance dans la religion romaine jusqu’à la mort d’Auguste, cit., 60.

 

[200] Vedi supra ntt. 161 e 164.

 

[201] Servius, Ad Aen. 6.71. Vedi ancora, ad esempio: Lactantius, Div. Inst. 2.4.28: ... tanta fuit religio, ut adire templi eius secreta penetralia viris nefas esset ...; Augustinus Hipponensis, De civ. Dei 2.26: Perhibentur tamen in adytis suis secretisque penetralibus dare quaedam bona praecepta de moribus quibusdam velut electis sacratis suis? Cfr. Livius 6.41.9: nunc nos, tamquam iam nihil pace deorum opus sit, omnes caerimonias polluimus.Vulgo ergo, pontifices, augures, sacrificuli reges creentur; ... tradamus ancilia, penetralia, deos deorumque curam, quibus nefas est; Festus, De verb. sign., p. 296 L.: Penetrale sacrificium dicitur, quod interiore parte sacrari conficitur. Unde et penetralia cuiusque dicuntur; et penes nos, quod in potestate nostra est; Paulus Diaconus, Excerpt. de verb. sign., p. 96 L.: Inpenetrale, cuius ultimum penetrale intrare non licet. In Vergilius, Aen. 2.296 s.: Sic ait, et manibus vittas Vestamque potentem /aeternumque adytis effert penetralibus ignem, si rinviene, inoltre, l’assimilazione dei penetrali con gli adyta greci, su cui: Caesar, Bell. Civ. 3.105.5: Pergamique in occultis ac reconditis templi quo praeter sacerdotes adire fas non est quae Graeci adyta appellant Tympana sonuerunt; Servius, Ad Aen. 2.115: adytum est locus templi secretior, ad quem nulli est aditus nisi sacerdoti; cfr. Hieronymus, Comment. in Isaiam 10.32.9: Adyta templi et secreta mysteria palpabiles tenebrae possederunt, et facta sunt nequaquam cellaria vasorum domini, sed speluncae usque in sempiternum. In materia, J. Linderski, The libri reconditi, cit., 210 s.

 

[202] Per il penus Vestae, ad esempio: J. Marquardt, Le culte chez les Romains, I, cit., 298 ss.; II, cit., 35; I. Santinelli, Alcune questioni attinenti ai riti delle vergini Vestali. Vesta aperit (Cal. Philoc., al 7 giugno), in Rivista di Filologia e d’Istruzione Classica 30, 1902, 255 ss.; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, cit., 159; G. Giannelli, Il “Penus Vestae” e i “Pignora Imperî”, in Atene e Roma 17, 1914, coll. 252 ss.; St. Weinstock, Penates (Staatskult), in Paulys Real-Encyclopädie der classischen Altertumswissenschaft, XIX.1, Stuttgart 1937, coll. 440 ss.; D. Sabbatucci, La religione di Roma antica dal calendario festivo all’ordine cosmico, Milano 1988, 202 s.

Per la ricostruzione delle vicende storiche dell’Aedes Vestae, A. Carandini, Il fuoco sacro di Roma: Vesta, Romolo. I Enea, Bari-Roma 2015, 5 ss., vedi anche 25 s. per il penus.

 

[203] Lactantius, Div. Inst. 3.20.4: Nimirum multo sceleratiores qui arcana mundi et hoc caeleste templum profanare inpiis disputationibus quaerunt quam qui aedem Vestae aut Bonae Deae aut Cereris intraverit. Quae penetralia quamvis adire viris non liceat, tamen a viris fabricata sunt.

Queste limitazioni sono collegate al fatto che la dea Vesta «rappresenta la privatezza, la riservatezza, in qualche modo anche il segreto» (C. Masi Doria, Acque e templi nell’Urbe: uso e riti. Il caso della Vestale Tuccia, in Il governo del territorio nell’esperienza storico-giuridica, a cura di P. Ferretti, M. Fiorentini, D. Rossi, Trieste 2017, 96).

 

[204] Festus, De verb. sign., p. 296 L.: <Penus v>ocatur locus intimus in aede Vestae tegetibus saeptus, qui certis diebus circa Vestalia aperitur, vedi anche p. 152 L.: Muries est, quemadmodum Veranius docet, ea quae fit ex sali sordido, in pila pisato, et in ollam fictilem coniecto, ibique operto gypsatoque et in furno percocto; cui Virgines Vestales serra ferrea secto, et in seriam coniecto, quae est intus in aede Vestae in penu exteriore, aquam iugem, vel quamlibet, praeterquam quae per fistulas venit, addunt, atque ea demum in sacrificiis utuntur.

 

[205] Su tale festa, ad esempio: W. Warde Fowler, The Roman Festivals of the Period of the Republic, cit., 145 ss.; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, cit., 158 ss.; K. Latte, Römische Religionsgeschichte, cit., 109 s., 143 s.; D. Sabbatucci, La religione di Roma antica dal calendario festivo all’ordine cosmico, cit., 202 ss.; N. Böels-Janssen, La vie religieuse de matrones dans la Rome archaïque, cit., 337; R. Turcan, Rome et ses dieux, cit., 113 s.

 

[206] Scriptores Historiae Augustae (Aelius Lampridius), Heliogab. 6.7: Nec Romanas tantum extinguere voluit religiones, sed per orbem terrae, unum studens, ut Heliogabalus deus ubique coleretur, et in penum Vestae, quod solae virgines solique pontifices adeunt, inrupit pollutus ipse omni contagione morum cum his, qui se polluerant. Et penetrale sacrum est auferre conatus cumque seriam quasi veram rapuisset, quam[q] virgo maxima falso[m] monstraverat atque in ea nihil repperisset, adpl[a]osam <f>regit; nec tamen quicquam religioni dempsit, quia plures similes factae dicuntur esse, ne quis veram umquam possit auferre. In letteratura la notizia è stata considerata erronea (ad es., G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, cit., 159 nt. 6), ma vedi i rilievi di G. Giannelli, Il “Penus Vestae” e i “Pignora Imperî”, cit., coll. 254 ss., per cui, il racconto di Lampridio, solo a prima vista, sembrerebbe contenere una contraddizione interna a causa dell’inciso “quod solae virgines solique pontifices adeunt”, «giacchè dov’era più il sacrilegio di Eliogabalo, se nel Penus potevano entrare anche i Pontefici? All’Imperatore allora, come Pontefice Massimo, non poteva esser impedito l’accesso». Questa apparente incoerenza del testo è spiegata da Giannelli attraverso la distinzione del penus interior e di quello exterior: «Il sacrilegio di Eliogabalo consistè infatti non nell’essere penetrato egli, pontefice, in penum Vestae quod solae virgines solique pontifices adeunt, ma nell’essere entrato pollutus ipse omni contagione morum cum iis, qui se polluerant, e nell’aver poi posto le mani sul penetrale sacrum, anche al Pontefice intangibile». L. Cracco Ruggini, Oggetti “caduti dal cielo” nel mondo antico: valenze religiose e politiche, in Sacre impronte e oggetti «non fatti da mano d’uomo» nelle religioni. Atti del Convegno Internazionale - Torino, 18-20 maggio 2010, a cura di A. Monaci Castagno, Alessandria 2